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Un fidanzato su misura

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Consegna prevista gennaio 2020

A Dorotea non ne va una giusta: sfortunata in amore, è la vittima prediletta di quell’arpia del suo capo e l’opposto della sua perfetta quanto odiosa cugina Diana. È proprio alle sue nozze che, complici qualche bicchiere di troppo e una cugina che non esita a sventolarle la propria fede al dito sotto il naso, si sveglia nel letto di uno sconosciuto. Dopo una rocambolesca fuga e determinata a lasciarsi tutto alle spalle, si ritrova a fare i conti con un imprevisto inaspettato. Spalleggiata da un’amica più folle di lei e con l’ausilio di una rubrica un po’ sopra le righe, si mette alla ricerca dell’aspirante padre perfetto da presentare in famiglia. Quando crede di aver trovato il candidato ideale, Dorotea scopre che non è tutto oro quello che luccica e che forse c’è un altro cavaliere, dall’armatura non propriamente scintillante, che è sempre stato a un passo da lei.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché è lui in realtà ad avere scelto me. È stato la pazza idea di un’afosa giornata d’estate, la conseguenza naturale dei momenti vissuti in questi ultimi due anni, una semplice valvola di sfogo a quel calderone di emozioni che da tempo sentivo ribollirmi dentro. Fatto sta che pagina dopo pagina, questa vaga idea ha preso piano piano forma e consistenza fino a diventare tangibile, reale e pronta a mostrarsi al mondo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Non appena l’organo comincia a intonare la marcia nuziale, il brusio assordante che fino a due secondi fa riempiva la chiesa si interrompe bruscamente. Tutti i presenti, come se guidati da un medesimo pilota automatico, si voltano simultaneamente verso il portone della chiesa nell’attesa che faccia il suo ingresso Lei: la perfetta, l’irraggiungibile, il sogno proibito di tutti i giovani scapoli della città, nonché mia cugina, Diana. O, se volete, Lady D., come preferisco chiamarla io.

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Un mormorio soffocato si leva non appena la sua esile figura fa capolino all’ingresso, offuscando, solo per un secondo, la luce del sole: dopo un’iniziale quanto premeditato attimo di esitazione, avanza con passo leggiadro lungo la navata, quasi camminasse sopra una nuvola, accorciando passo dopo passo, le distanze tra lei ed il futuro sposo, nonché mio primo
e inconfessato amore, David.
Sento dei sospiri provenire dalle panche tutte intorno.
-Oh, non è bellissima?- mormora una delle comari più in vista della città.
-Sì, sì… sembra una… Dea!- le fa eco subito dopo la sua degna compare.
Oh mio Dio… Ditemi che tutto questo è un incubo!
Mia cugina ha fatto uso delle sue arti magiche anche su di loro, sembra. Solitamente sono avare di complimenti, limitandosi a criticare chiunque passi loro sotto il naso, ed io ne sono l’esempio lampante.
Come mai una ragazza come te ancora non si è decisa a mettere su famiglia? Sono solite chiedermi le rare volte che ci incontriamo. Non ci sarebbe nulla di strano se, nel codice segreto di chi non ha altro da fare tutto il giorno, questo non significhi se non ti sbrighi alla fine diventerai vecchia e decrepita.
Giuro che la prossima volta che sento un altro stupido commento come questo rischio una crisi isterica.
-Che cosa hai detto, mia cara?- sento la voce di mia nonna chiedermi dall’alto dei suoi “quasi” ottant’anni.
Opsss… Involontariamente devo aver espresso il mio pensiero a voce alta… fin troppo alta, direi, se pure mia nonna, che è un po’ dura di orecchie, è riuscita a udirmi.
Mi volto verso di lei e le bisbiglio all’orecchio.
-No, niente nonna… stavo solo parlando tra me e me… Una sposa così è solamente da ammirare- mento spudoratamente alzando il tono della voce per farmi capire.
Mia nonna annuisce, ma la sua aria spaesata la tradisce.
Scuoto la testa. Non si smentisce proprio mai.
Mi affretto a ripetere le mie parole di poco fa e mi rivolge un caloroso sorriso.
-Sì, sì… certo mia cara…- mormora, anche lei evidentemente sotto l’effetto della magia che Lady D. esercita inesorabilmente su tutti. Me esclusa, ovviamente.
Mia nonna rivolge di nuovo l’attenzione sulla cerimonia e finalmente posso tirare un sospiro di sollievo.
Pfuiiii. L’ho scampata proprio bella, questa volta.
Continuo a guardarmi intorno e scorgo mia madre qualche panca più in là che segue con attenzione ciò che avviene di fronte a lei con quel suo cipiglio che nel tempo ho imparato a decifrare e temere insieme. In questo caso è il risultato del fatto che mia cugina, ovvero la figlia della sua tanto “amata” sorella con cui da quando ho memoria è in perenne competizione, ha raggiunto l’ennesimo traguardo prima di me. Dal suo punto di vista però significa: Dorotea (cioè io) me la pagherà per dovere subire anche questa umiliazione.
Come mai ce l’ha tanto con me? Vediamo un po’… le mie colpe a suo dire sono tante. Fra le più famose possiamo annoverare:
1) essere nata un minuto dopo Diana (giuro siamo nate nello stesso giorno!);
2) avere cominciato a camminare dopo Diana;
3) avere cominciato a parlare dopo Diana;
4) essere meno carina di Diana;
5) essere stata meno brillante negli studi rispetto a Diana;
6) avere un lavoro peggio retribuito;
e dulcis in fundo…
7) essermi sposata dopo di lei (sempre che riesca a raggiungere questo traguardo, prima o poi).
Insomma non mi rimane altra opzione che rimanere incinta per prima per avere una benché minima speranza di redimermi.
Distolgo in fretta lo sguardo non appena mi accorgo che non solo mi ha notata, ma mi sta pure guardando di traverso. Dovrò cercare di starle alla larga quest’oggi se voglio sperare di uscire viva da quella che si sta preannunciando come una serata catastrofica.
Segno mentalmente questo appunto nella mia personale lista dei buoni propositi, mi volto di nuovo verso la coppia di sposi e attendo in silenzio che questo supplizio abbia presto fine.
Alla fine, dopo un periodo che a me sembra un’eternità, il mio desiderio si tramuta in realtà e mi trovo catapultata come per magia al ricevimento nuziale. Appena arrivata, cerco per prima cosa il ragazzo con lo champagne per dare il via ai festeggiamenti . Accidenti a Tracy che doveva lavorare, oggi. Se mi avesse accompagnata, almeno avrei avuto una compagna di sbronze. Non che sia una bevitrice incallita, anzi, in condizioni normali cerco di evitare, ma per questa sera ho deciso di fare uno strappo alla regola e di concedermi un bicchierino di troppo. O forse due… se dovesse servire ad aiutarmi a mandare giù questa ridicola situazione.
Cerco tra la folla il bancone bar quando invece mi ritrovo davanti mia cugina col suo orribile vestito da sposa che conversa piacevolmente con gli invitati.
Orribile sì, ma le sta d’incanto devo ammettere, seppure a malincuore, con me stessa. Ma cosa stonerebbe su di lei, con quegli occhi blu che si ritrova, e con i suoi bei riccioli biondi?
Devo essermi trattenuta un po’ troppo ad osservarla, perché vedo suo marito sussurrarle qualcosa all’orecchio e subito dopo lei si volta nella mia direzione con un sorriso compiaciuto sul volto.
Provo a cercare una via di fuga ma… troppo tardi! Ormai mi ha raggiunta e non c’è più modo di sottrarmi a questo pasticcio.
-Oh tesoro! Finalmente ti ho trovata!- esclama stampandomi due leggeri baci sulle guance.
Storco il naso. Odio il suo modo di salutare, ma devo fare buon viso a cattivo gioco almeno per oggi.
-Dov’é Trevor?- chiede lei guardandosi intorno.
Dentro di me schiumo di rabbia. Trevor è il mio quasi marito e attualmente ex fidanzato, dopo che l’ho beccato a letto con’altra, nel nostro quasi letto del nostro quasi nido d’amore.
-Ci siamo lasciati- ammetto -non te l’ha detto mia madre?-.
Si massaggia il mento, pensierosa. -No, non mi sembra. Ma sai con i preparativi per il matrimonio e tutto il resto… può darsi mi sia sfuggito-.
Che bugiarda. Eccome se lo sapeva. Avrei dovuto esserci io al suo posto oggi e sono sicura ne abbia approfittato per lanciarmi una frecciatina, come al suo solito.
Hai visto? Sono arrivata prima io!
Questo è quello che ha voluto comunicarmi tra le righe.
Di nuovo.
Tanto per affondare ancor di più il coltello nella piaga.
Sorrido, faccio finta di niente e con una scusa mi dileguo in fretta. Sto per raggiungere il ragazzo che distribuisce i calici di champagne tra gli invitati quando una figura mi si staglia davanti, distogliendomi dai miei propositi.
Mia madre!
Accidenti… Adesso sono proprio fottuta!
-Proprio te cercavo!- esclama lei puntandomi il dito contro, con fare accusatorio.
Ci siamo. Sta per arrivare lo “shampoo” (o lavata di testa che dir si voglia) nr 1.
-Mi vuoi dire cosa diavolo ti è preso?!?! Lasciarti con Trevor a un passo dalle nozze?!?! Ma che sei pazza, per caso?-.
Apro la bocca per replicare, ma è inutile. Ho imparato col tempo che quando fa così cerca soltanto un pretesto per sfogarsi, raramente esige una risposta.
-E per cosa, poi?!?!?- continua imperterrita il suo monologo -Per un semplice tradimento? Lo sai che tutti gli uomini fanno così…-.
Chiamalo semplice. L’ho trovato con una ragazzina uscita fresca fresca dal liceo.
Conto mentalmente fino a cinque finché, puntuale come un orologio, non arriva lo shampoo nr 2.
-E io che mi ero già pavoneggiata con tutte le mie amiche che ti saresti presto sposata con un rinomato avvocato, e invece ti sei fatta passare avanti da tua cugina! Di nuovo…- mormora ponendo un’enfasi particolare sulle ultime due parole.
Rimango ad ascoltare le sue elucubrazioni mentali per altri dieci minuti buoni ma non appena intravedo il ragazzo dello champagne mi dileguo in fretta con una scusa.
Sto per raggiungerlo ed afferrare il calice quando… Accidenti!
Un altro ospite mi precede e il ragazzo scuote la testa dispiaciuto. Caspita, se continuo così non riuscirò mai a portare a termine il proposito più importante di tutta la serata, ovvero prendermi una sbronza con i fiocchi.
Sto per arrendermi quando, come un miraggio, vedo di fronte a me il bancone bar. Almeno questo non scappa sorrido compiaciuta mentre mi affretto a raggiungerlo.
-Una vodka, per favore!- esclamo, una volta raggiunto lo sgabello.
Il ragazzo, che fino a poco fa stava asciugando i bicchieri, alza lo sguardo verso di me, poi ridacchia scuotendo la testa.
-Giochiamo pesante, eh?- esclama, rivolgendosi a me.
Devo aver capito male. Che diamine vuole da me? Pure lui ci si mette stasera?
Lo fisso dritto negli occhi e dico -Come, scusa?-.
-Sono solo le sette di sera e di già ti metti a bere vodka? Devi essere proprio disperata, eh?- commenta, dandomi tranquillamente del tu.
Lo guardo scioccata. Ma cosa fa, legge nel pensiero per caso?
Alla mia espressione allibita si affretta ad aggiungere -Sai, ho visto cosa è successo laggiù… e qua davanti-. Deve riferirsi ai simpatici scambi che ho avuto con Diana e mia madre.
Ora non ci vedo proprio più. -Ma che sei un guardone per caso?-.
Ride gettando la testa all’indietro.
-No, non fraintendermi… Ma nel mio lavoro ho imparato ad osservare la gente ed a capire cosa pensa. Non sai quante cose si possono scoprire di una persona semplicemente osservandone il comportamento…- spiega con fare allusivo.
-E cosa hai scoperto sul mio conto?- chiedo per provocazione.
-Beh… vediamo un po’… per dirne una, la sposa non deve starti molto simpatica visto come la guardavi…-.
-E come la guardavo, scusa?- chiedo punta sul vivo.
-Come tu fossi sul punto di commettere un omicidio-.
Arrossisco, punta sul vivo.
-Per quanto riguarda l’altra, la donna più anziana… Stavi con la testa bassa, come se stesse facendoti la predica. Una parente, direi. Forse tua madre?- chiede, azzeccandoci in pieno.
Butto giù tutto di un fiato il bicchiere di vodka.
-Un altro, per favore!-.
Il cameriere, di cui ancora non conosco il nome, sorride soddisfatto.
-Punta sul vivo, eh?-.
Gli lancio uno sguardo assassino.
Al terzo bicchiere, comincio a sentirmi un pò su di giri e sono più propensa a sbottonarmi un po’.
-Ehi tu- chiedo rivolgendomi al cameriere di prima.
Chiamato in causa, si avvicina al bancone bar appoggiandovi i gomiti sopra e avvicina il suo volto al mio. -Spero tu non voglia chiedermi un altro bicchiere, tanto non te lo darò. Sei fin troppo alticcia per i miei gusti-.
Caspita quant’è carino!
Come ho fatto a non accorgermene prima?!?!
Continuo imperterrita nel mio intento, non dando troppo peso al tono di rimprovero della sua voce.
-Voglio confidarti un segreto- dico, bisbigliando piano al suo orecchio -Avevi ragione. Avevi ragione su tutto. Detesto la sposa e mia madre ce l’ha con me perché Diana si è sposata per prima -.
-Diana, chi?- mi chiede perplesso.
-La sposa, no? Di chi pensi che parli?-. E’ sempre stata lei il mio problema. E io che lo facevo un tipo sveglio. Sto cominciando a ricredermi.
Sento una risatina provenire dal mio interlocutore -Immaginavo qualcosa del genere. Non penso che un semplice barista sia la persona più adatta a queste confessioni. Forse dovreste rivolgervi tutti, ma tutti quanti ad uno strizzacervelli-.
Ignoro quel commento e vado avanti nel mio sproloquio. Una volta ho sentito dire che un barista sa mantenere i segreti molto meglio di quanto non farebbe un prete nel confessionale e sono decisa a dimostrarlo.
-Lo sai che mia cugina è nata il mio stesso giorno?-.
Mi guarda con l’espressione smarrita di un cucciolo abbandonato. -La sposa, intendo. E’ mia cugina- mi affretto a specificare -Soltanto che lei l’hanno chiamata come Lady D. Le hanno dato il nome di una principessa, capisci?!?!-. In silenzio attendo una sua risposta.
-Qual è il problema? Sono sicuro che anche il tuo sia un bel nome-.
-Macché! DO-RO-TE-A- replico scandendo bene le sillabe -Dorotea, capisci? Come la bambina catapultata nel regno di Oz! Praticamente una sfigata- spiego, suscitando la sua ilarità.
-Dorotea è un bel nome. Mi piace, è carino. E poi credo che crescendo avrai dimostrato il tuo valore…- cerca di addolcire la situazione, ma non me la dà a bere.
Dorotea un nome carino, bah!
-Magari! La mia infanzia è stato tutto un susseguirsi di: guarda com’è bella Diana, come è brava a scuola, come è intelligente… Io dovevo accontentarmi di essere la più ubbidiente…
Proprio una magra consolazione… Mia madre non me lo perdonerà mai… Forse se avessi un bambino per prima…-.
-No, no- esclama il barista muovendo il dito a mò di rimprovero -Non si fanno figli per dispetto-.
-Lo so- replico sconsolata -e comunque ho lasciato il mio fidanzato due settimane fa. E’ la materia prima che manca-.
Lo sento strozzarsi con il bicchiere di acqua che ha in mano.
-Comunque, dato che pare tu non abbia più intenzione di servirmi da bere- esclamo afferrando la borsa e scendendo dallo sgabello -Penso andrò a cercarlo altrove-.
Dio come gira la stanza…
Forse sarebbe meglio fare prima una gita al bagno.
-Tutto bene?- chiede il mio amico di prima correndo in mio soccorso.
-Sì- replico infastidita, scansando il braccio che mi offre.
Ma sono così trasparente ai suoi occhi?!?!
-Puoi per caso indicarmi dove è il bagno?-.
-Prima porta a sinistra- risponde pronto.
-Grazie- replico avviandomi nella direzione da lui indicatami.
Mi rendo improvvisamente conto di non conoscere ancora il suo nome. Caspita! Ho praticamente raccontato tutte le mie sventure ad un perfetto sconosciuto! Ma intendo rimediare…
-Grazie… come ti chiami, a proposito?-.
-Cominciavo a credere che non me lo avresti mai chiesto- poi notando che lo guardo di traverso, si affretta ad aggiungere -Liam. Mi chiamo Liam-.
-Grazie Liam- ripeto, barcollando verso il bagno. Strada facendo un ragazzo mi porge un bicchiere di champagne.
Perché no? In fondo prendere una sbronza faceva parte della mia lista di buoni propositi per la serata, no?!?!
Butto giù tutto di un fiato e proseguo. La testa comincia a girare sempre più.
Cosa stavo cercando? Il bagno, già…
Dove mi ha detto si trova nonmiricordocomesichiama?
Prima porta a destra, mi sembra…
Apro la porta di quello che dovrebbe essere il bagno e cerco a tentoni l’interruttore, finché non percepisco un gran trambusto.
L’oscurità mi avvolge all’improvviso.
2
Mi sveglio con un terribile cerchio alla testa.
Mi metto a sedere sopra il letto e cerco di mettere a fuoco gli eventi della giornata appena trascorsa… ma niente. Vuoto assoluto. Devo proprio aver esagerato con gli alcolici ieri sera, se non riesco a ricordarmi nulla.
Decido di alzarmi per prepararmi un caffè quando lo scrosciare dell’acqua sotto la doccia mi distoglie dal mio proposito. In sottofondo posso sentire una voce maschile che intona (pure male, aggiungerei) una canzone che al momento non riconosco.
Accidenti! Ho portato un uomo in casa ieri sera!
Scorro velocemente le mani sopra il mio corpo e una consapevolezza si fa strada dentro di me.
Cazzo, cazzo, cazzo!
Cosa accidenti ho combinato? Sono nuda sotto le lenzuola!
Lo scroscio dell’acqua si interrompe bruscamente e capisco che devo darmi una mossa. Mi alzo per andare ad accendere la luce quando inciampo contro lo spigolo di un mobile.
Non dovrebbe esserci nessun mobile accanto al mio letto.
Ma dove diavolo mi trovo e, soprattutto, in che razza di guaio mi sono cacciata?!?!
Il rumore del phon che proviene dall’altra stanza interrompe il flusso dei miei pensieri. Devo sbrigarmi ed andarmene il più presto possibile da questo posto.
Con una mano cerco l’interruttore della luce lungo il muro, quando…
Bingo!
Accendo la luce e mi guardo intorno. Se nutrivo ancora qualche dubbio riguardo la serata appena trascorsa, adesso sono costretta a ricredermi. Una pila di indumenti, maschili senza ombra di dubbio, sono stati ordinatamente impilati sopra una poltrona all’angolo della stanza, mentre fanno bella mostra di sé sul pavimento, l’abito firmato che ho comprato in occasione del matrimonio e la mia quasi inesistente biancheria intima. Arrossisco al pensiero di cosa abbia potuto pensare di me un perfetto sconosciuto a vedermi con quella roba addosso. Non ho avuto mai il coraggio di metterla nei miei tre anni buttati via con Trevor, mentre adesso…
Forse è un bene che non ricordi nulla della serata appena trascorsa, almeno posso evitare di nascondermi tre metri sotto terra per l’imbarazzo.
Raccatto in fretta i vestiti sparsi sul pavimento e comincio a vestirmi in fretta.
Giuro che se riesco a filarmela senza dare nell’occhio, la smetto con le sbronze.
Non appena ho infilato l’ultima scarpa, finita chissà come sotto il letto, mi rendo improvvisamente conto che nell’altra stanza c’è uno strano silenzio. Apro la porta e cerco con lo sguardo una via di uscita.
Devo andarmene il prima possibile di qui e dimenticare che tutto questo sia mai successo. E’ facile, in fondo. Non so neanche cosa sia realmente accaduto ieri notte.
Sto quasi per raggiungere il portone quando odo una voce chiamarmi per nome.
-Dorotea! Dorotea aspetta!-.
Beccata.
Tiro la maniglia e, senza voltarmi indietro, mi fiondo a precipizio giù per le scale, mentre sento qualcuno corrermi appresso.
Devo fare in fretta. Ecco l’uscita, finalmente. Di fronte all’edificio, un condominio signorile a dire il vero, in un quartiere che non conosco, vedo fermo un taxi.
-Taxi! Taxi!- urlo a squarciagola.
La portiera si apre e mi ci fiondo letteralmente dentro, abbassandomi sul sedile fino a diventare invisibile.
-Presto parta! In fretta!- urlo al conducente.
Un paio di occhi mi fissano con sospetto dallo specchietto retrovisore.
Deve credermi una ladra o chissà chi.
-Dove devo condurla?- chiede finalmente dopo aver messo in moto.
Mormoro a mezza voce l’indirizzo di casa mia e mentre scorgo attraverso il finestrino il paesaggio che cambia, sospiro di sollievo.
Tornata a casa, l’unica cosa che desidero è farmi una doccia per lavarmi via di dosso gli eventi della notte appena trascorsa. Come era da immaginarsi, non riesco però a raggiungere il mio intento perché il ricordo di quanto successo mi tormenta. Decido allora di provare con un buon sonno ristoratore. Non che sia particolarmente assonnata in questo momento, ma in fondo, la notte porta sempre a più miti consigli, o no?
Mi giro e rigiro nel letto a più riprese, ancora su di giri ma allo stesso tempo arrabbiata con me stessa e con il mio partner di una notte.
Ma cosa ho combinato? E con chissà chi poi… Di sicuro non si tratta neanche di un tipo a posto… Chi mai si approfitterebbe di una ragazza non del tutto in sé?
Beh, questa è la piega che hanno preso al momento i miei pensieri, non so se rendo bene l’idea. A metà strada tra Psyco e Robert De Niro in Ti presento i miei.
E se invece il vuoto di memoria di stamani non fosse casuale? Fossi stata drogata, rapita, o chissà che cos’altro? Questo spiegherebbe tutto…
Comincio quasi a credere anch’io alle mie paranoie, quando…
Drinnnnn.
Il primo, improvviso squillo di campanello mi coglie di sorpresa.
Driiiiiiiiiiinnnnn.
Il secondo, provo ad ignorarlo coprendomi la testa con il cuscino. Non sono certo dell’umore, stamani, di incontrare nessuno.
Driiiiiiiiiiiiiiiiinnnnnnnnnn.
Al terzo accorato appello, un dubbio mi sovviene.
In preda al panico, corro verso la porta e controllo di chi si tratti.
Oh Dio, Tracy!
Le avevo promesso di chiamarla dopo la festa. Deve essere terribilmente in ansia per essersi precipitata da me a quest’ora del mattino. Spero solo non sia troppo arrabbiata. Tiro la catenella ed apro, in attesa che la tempesta si abbatta su di me.
-Finalmente!- esclama la mia amica non appena me la trovo di fronte -Si può sapere cosa diavolo ti è successo?-.
La osservo attentamente: tiene le braccia conserte e il piede batte stizzosamente contro il pavimento. Deve essere furente.
-Vieni che ti spiego- dico, facendole cenno di entrare.
-Allora?- chiede, dopo essersi accomodata sul divano -cosa ti è successo ieri sera? Ti avrò
chiamata almeno dieci volte. Ero preoccupatissima-.
Il cellulare! Mi sono dimenticata di controllare le chiamate perse ieri sera. Sono proprio una causa persa.
-Sì, scusa… Non ero molto in me ieri e stamani non l’ho neanche guardato- replico, afferrandolo dalla borsa che ieri sera ho abbandonato sopra il divano.
-Immagino. Alle prese con quelle arpie di tua madre e tua cugina… Anche io avrei dato di matto, al tuo posto-.
Se soltanto sapesse…
Controllo intanto le chiamate senza risposta. Undici chiamate di Tracy e… tre di mia madre!
Questo significa che dovrò sorbirmi un’altra predica oggi, ma me lo merito. Come minimo,
sarò andata via senza avvisare. E questo sarebbe niente. E se avessi invece dato uno show di cui si parlerà nei prossimi mesi a venire? Tremo al solo pensiero.
-Ehi, Dorotea…? Ci sei…?- chiede Tracy, infastidita.
-Sì, stavo solo dando un’occhiata alle chiamate perse-.
-E fai bene- replica lei -mi ha chiamato tua madre stamattina. Ce l’aveva con te perché non le rispondevi. Sembra tu te ne sia andata di soppiatto, ieri sera, senza avvisare nessuno-.
Tiro un sospiro di sollievo, a quella notizia.
-Si può sapere cosa ti è successo? Va bene che quel matrimonio sarà stato di una noia mortale ma non è da te. A me non la dai a bere. Tu mi nascondi qualcosa-.
Provo ancora a tergiversare in attesa di inventarmi una scusa plausibile che mi possa giustificare ma non appena la vedo fissarmi con sospetto, crollo e le confesso tutto.
-Sono andata a letto con un uomo ieri sera!- grido con tutto il fiato che ho in gola, strizzando gli occhi e abbassando la testa, in attesa di una ramanzina che tarda ad arrivare.
Dopo un minuto di imbarazzante silenzio, con una Tracy versione Scream che se ne sta immobile e a bocca spalancata, la sento scoppiare in una fragorosa risata.
-Oh Dio aiutami tu!- grida Tracy tra una risata e l’altra -non pensavo di arrivare viva a questo giorno! Le mie preghiere sono state esaudite, finalmente-.
Così facendo, si getta con fare plateale sul mio divano, i capelli blu elettrico che si confondono alla perfezione con le federe.
Non riesco a capire. Proprio Tracy, colei sempre pronta a riprendermi per la mia goffaggine nonché per la mia tendenza ad agire in modo impulsivo e sconsiderato, non ce l’ha con me dopo che ho combinato la più grande stupidaggine della storia? Il mondo gira proprio al contrario, oggi.
La osservo perplessa mentre cerca di ricomporsi dall’attacco di risa incontrollato che l’aveva travolta a seguito della mia rivelazione.
-Dai- mi chiede tutta eccitata -raccontami tutto. Chi è? Di cosa si occupa? E’ carino?-.
Provo ad aprire la bocca per replicare ma, come un fiume in piena, Tracy mi bombarda di domande senza darmi il tempo di controbattere.
-BASTAAAAA!- grido ad un certo punto, stanca del suo cianciare senza sosta -Non lo so, ok? Non ho idea di chi sia, non so che lavoro faccia né tanto meno come è successo!-.
La vedo sbiancare. E’ talmente scioccata che non riesce a spiccicare parola e quasi sono portata a pensare che sia entrata in catalessi.
-Ehi, Tracy, tutto bene?- chiedo scuotendola un po’.
Dopo un tempo che a me pare infinito, si rivolge a me con quel suo sguardo indecifrabile, tipico di quando è sotto shock e mormora -Sì, credo proprio di sì-.
Comincio così a narrare per filo e per segno le mie disavventure del giorno precedente.
-Wow- mormora alla fine del mio racconto -Che dire? Andare a letto con qualcuno che si è appena conosciuto, ci può anche stare, per una volta. A chi non è mai capitato, in fondo?-.
A me, prima di ieri per lo meno, vorrei ribattere. Ma ho il buon senso di starmene zitta, vista la calma che è seguita alla mia rivelazione.
-Ma abbandonarlo il giorno dopo senza neanche esserti presentata, è proprio da irresponsabili – continua visibilmente alterata -MA CHE COSA DIAVOLO TI E’ SALTATO IN MENTE?!?!
Non ti ho proprio insegnato niente? Se lo incontrassi per strada non saresti neppure in grado di riconoscerlo! Ma si può essere più stupidi?!?!-
Eh ti pareva. La “vera” Tracy è tornata.
-No, no, no, no…- continua imperterrita lei -Bisogna sempre sapere con chi si è stati a letto, sempre. E te lo dice una che ha sperimentato di persona gli indesiderati effetti collaterali che una condotta come la tua può provocare. Ti ho mai raccontato di Dan?-.
Vorrei rispondere di sì , un centinaio di volte almeno, ma la mia amica mi propina di nuovo la storia di quando faceva la cameriera in un locale e conobbe un cliente, con cui ebbe una relazione fugace di una notte. Peccato che il giorno successivo, al matrimonio della sua migliore amica del liceo, mentre si scusava con la malcapitata per il clamoroso ritardo con cui era arrivata, ebbe la sciagurata idea di chiederle notizie dell’affascinante sconosciuto,che aveva appena riconosciuto in mezzo agli invitati. Fu così che scoprì che l’aitante sconosciuto altri non era se non il futuro sposo e, poiché le sfuggì della notte superlativa che avevano appena trascorso insieme… inutile dire che il matrimonio fu annullato, Tracy non vide più quella sua amica e, oltre questo, si beccò un bell’occhio nero che la tormentò nelle due settimane a seguire.
-Da allora in poi, quindi, prima ci concedermi un’avventura occasionale mi informo sempre su nome, cognome, lavoro, indirizzo, eventuali mogli/fidanzate e…-.
-Il numero di previdenza sociale, forse?- chiedo, ironica.
-In realtà no… Credi forse che dovrei? Non ci avevo mai pensato, prima…-.
Trattengo a stento una risata. Tracy riesce sempre a sorprendermi.
3
Tre settimane dopo, sono piegata in due sopra la tazza del water maledicendo gli spaghetti allo scoglio mangiati la sera prima in un anonimo ristorante in periferia.
Lo sapevo che non avrei dovuto dare retta a Tracy… Quando la rivedo, giuro che le faccio ingoiare una ad una le sue parole di ieri sera.
Assaggia un po’ della mia pasta mi ha detto Che male vuoi possa farti una sola forchettata?!?!
Beh… dovete sapere che poi a quella forchettata ne sono seguite altre dieci e che io ho una lieve intolleranza al pesce.
Giuro che se mi passasse sotto mano in questo momento… non gliela farei passare liscia.
In quel momento squilla il telefono. Corro in fretta nell’altra stanza, rovescio il contenuto della borsa sul divano e mi accingo a prendere in mano il telefono.
Speriamo non sia mia madre… speriamo non sia mia madre… prego a bassa voce.
Sospiro di sollievo non appena leggo il nome sul display.
Si tratta di Alison, mia collega di lavoro da oltre due anni.
-Pronto Ally, c’è qualcosa che non va?- rispondo, cercando di mascherare il mio malessere.
-Ma sei per caso impazzita?!?! Sono quasi venti minuti che ti aspettiamo…- risponde lei.
-Non capisco cosa intendi… Di cosa stai parlando?- rispondo perplessa.
-La riunione, Dorotea, la riunione! Spero tu abbia una buona ragione per il tuo ritardo-.
Oddio, La riunione! La riunione era oggi! Ma cosa mi passa ultimamente per la testa?
-Ally scusa ma… Mi è passato proprio di mente! Questa notte sono stata malissimo!- provo a rimediare.
Lavoro come editor in una piccola casa editrice nel centro città. Come lavoro non sarebbe male… non fosse per la pressione cui sono sottoposta quotidianamente dalla mia superiore.
Un ambiente poco salutare, insomma, che metterebbe a dura prova anche la persona più caparbia e tenace di questo mondo.
-Ok, ok, guarda di sbrigarti, però. Lei sta già fumando… Non te la farà passare liscia-.
Lei. La lei in questione è Rachel Anderson, ovvero il mio capo, ovvero la iena, ovvero il terrore di tutto l’ufficio. Basta fare il suo nome perché strani brividi corrano sulla pelle e basta una sua parola per ridurre al silenzio anche il più logorroico degli impiegati.
-Eccomi! Arrivo subito- replico tirando fuori dall’armadio i primi abiti che mi capitano sotto mano.
E riaggancio.
Venti minuti più tardi, salgo trafelata la scalinata che porta all’ufficio del mio capo, grata di abitare a soli due isolati da qua. Salgo di corsa le scale e busso alla porta
-Entra Dorotèa- dice Rachel pronunciando il mio nome con quel suo terribile accento che detesto tanto.
Ma come ha fatto ad indovinare fossi io? Qui in ufficio siamo tutti dell’idea che possieda qualche sfera di cristallo segreta con cui spiare le nostre mosse, per poi rinfacciarci le nostre mancanze.
-Scusami tanto Rachel- rispondo trafelata -ma…-.
-Shhh- fa lei, liquidandomi con un gesto della mano -andiamo avanti con l’ordine del giorno-.
Con il tempo ho imparato che se le piace molto formulare critiche e montare accuse fondate sul nulla, le piace molto meno stare a sentire ciò che noi miseri mortali abbiamo da dire.
-Molto bene. Questo è tutto. Potete tornare al lavoro- conclude infine Rachel una mezz’oretta più tardi.
Ci stiamo avviando tutti verso le nostre postazioni, quando la voce del mio capo mi trattiene.
-Non tu, Dorotèa- esclama, ancora concentrata sui fogli che ha davanti.
Non appena gli altri ci lasciano da soli, alza finalmente lo sguardo e mi fissa indispettita.
-Che non succeda mai più- mormora incenerendomi con lo sguardo attraverso i suoi spessi occhiali -Non devi più permetterti di presentarti in ritardo al lavoro. Siamo intesi? Mai più-.
-Ma, Rachel, io…-.
-Niente ma, Dorotèa. Non mi interessano le tue scuse. Se non sei in grado di adempiere ai tuoi obblighi, quella è la porta- esclama incenerendomi con lo sguardo, e capisco anche che, complice le cattive notizie comunicateci pochi minuti fa, è anche maledettamente seria -Puoi andare, adesso-.
Non appena esco dalla porta, un’altra ondata di nausea mi assale, costringendomi a una deviazione verso la toilette.
Ma può andare peggio di così? No, decido. Fra il cazziatone e il mal di stomaco… sono messa proprio male, oggi.
Deve esserci un virus intestinale, in giro penso mentre noto Terry, la pupilla di Rachel, correre come una pazza verso il bagno e riemergere pochi minuti dopo con l’aria di chi è stato travolto da un SUV.
-Tutto a posto?- chiedo infine -Mi sembra che non te la passi molto meglio di me, quest’oggi-.
Giro la manopola dell’acqua e passo le mani sotto il getto a vapore per asciugarle.
-Oh Dorotea, tu non puoi neanche immaginare…-.
Ed è a questo punto che succede. Vedo Terry scoppiare in singhiozzi proprio davanti ai miei occhi. Fosse stato un altro giorno, sarei stata ben felice di assistere alla scena che mi si è presentata davanti, ma oggi, forse merito del disturbo che condividiamo, mi sento solidale con lei e provo a consolarla.
-Su vieni- la sprono, prendendola per mano.
-Mi licenzierà, lo sento. So che mi licenzierà…- continua imperterrita lei mentre la conduco nella stanza a fianco in modo da poter parlare indisturbate.
-Su dai…- esclamo, facendola accomodare su una poltroncina in pelle rossa -Qualsiasi cosa sia, vedrai si risolverà. Non penso sia niente di così irrimediabile, no?!?!-.
Frugo nella borsa e le porgo un fazzoletto.
-Parli bene, tu…- spiega mentre nel frattempo si asciuga il naso -Non sei incinta… Oh Dio, come farò se mi manda via?-.
Sto per aprire bocca quando la realtà di ciò che ha detto mi colpisce come un pugno sullo stomaco. Sapete quando state fermi e tutto il mondo sembra passarvi accanto come una scena al rallentatore? Beh… è proprio quello che è successo a me.
-Incinta?- chiedo, ancora incredula.
-Sì, pensavo te ne fossi accorta…-.
No. Non mi ero accorta di nulla vorrei urlare mentre un terribile sospetto si fa strada dentro di me.
-Sei sicura…?- sussurro appena.
-Sì. Ho fatto il test due volte. Non ci sono dubbi-.
Non ci sono dubbi, dice lei. Faccio un veloce calcolo mentale.
Cinque giorni! Cinque giorni di ritardo!
Come diavolo ho fatto a non pensarci prima?
Il panico mi assale incontrollato.
Alzo lo sguardo verso Terry che mi sta fissando come fossi pazza.
-Scusa ma…. Devo proprio andare…- bisbiglio ad un’incredula Terry mentre corro via dalla stanza.
Incinta! E se fosse questo il mio problema? E se fosse questa la causa di tutti i malesseri che mi hanno colpita in questi giorni?
Ma come è potuto accadere…
Ritorno con la mente a quello che è successo il giorno del matrimonio della mia odiatissima cugina e una spiacevole consapevolezza mi travolge. Come ho fatto ad essere così stupida?
E’ stata la mia condotta avventata di quella sera a condurmi fino qua, ecco cosa. Non c’è ombra di dubbio.
Quando da piccola immaginavo di avere un bambino, mi immaginavo in una casa gialla, magari con un piccolo giardino sul retro, circondata dall’affetto dei miei cari ma, soprattutto, legata da una storia d’amore travolgente con mio marito. La realtà si è invece mostrata molto diversa dai miei sogni: mi ritrovo sola, a trent’anni, in un piccolo appartamento di periferia pieno di spifferi e tubature rotte ma, soprattutto, sola, senza qualcuno accanto con cui condividere le gioie di una gravidanza.
Incinta.
Questo vocabolo ricorre più e più volte dentro la mia testa, come se ripetermelo in continuazione avesse il potere di alterare la realtà.
Incinta.
Mi sbagliavo.
Mi sbagliavo di grosso quando pensavo che la giornata non potesse andare in un modo peggiore.
Al peggio non c’è mai fine.
Digito di fretta il messaggio sul cellulare, senza controllare ciò che scrivo.
Dorotea: Allarme rosso! Allarme rosso!
Allarme rosso fa parte del codice segreto che utilizziamo per comunicare tra noi.
Nessuna amica può rifiutare di accorrere dopo un allarme rosso. E’ questione di vita o di morte.
Nella fattispecie allarme rosso significa vieni subito sono in un mare di guai.
Tracy: Cosa è successo? Spero tu abbia un “buon” motivo per rovinare la mia serata con
Josh… Potrebbe essere l’amore della mia vita!
Rido. Tracy è fin troppo melodrammatica. Josh è l’ultima sua conquista, peccato però che cambi un fidanzato al mese. Della serie… sembra sempre si tratti del grande amore… poi alla fine è solo un abbaglio.
Dorotea: Vale la pena correre il rischio, fidati!
Mezz’ora dopo me la trovo ansante di fronte alla porta di casa, i capelli scarmigliati e un paio di scarpe che hanno visto giorni migliori ai piedi.
-Meglio per te che tu abbia una buona ragione per farmi accorrere qui- mi avverte la mia amica lanciandomi uno sguardo da fulmini e saette -Josh non l’ha presa molto bene. Penso proprio che non lo vedrò mai più-.
Ahia.
Mi dispiace tanto per lei e Josh ma in passato ha lanciato un allarme rosso per molto meno.
-Mi spiace tanto, cara… Ma ho proprio bisogno di te. Ora- esclamo sventolandole sotto gli occhi la confezione del test di gravidanza che ho appena acquistato.
La sua bocca assume immediatamente una forma ovale e la sua carnagione assume una tonalità più pallida della mia, sempre che questo sia possibile.
-E’ quello che penso io?- chiede frastornata.
Mi guardo intorno controllando che nessuno assista alla scena e annuisco.
-Vieni, entra e in fretta. Adesso ti spiego tutto- mormoro sospingendola verso la porta.
-Allora?- chiede impaziente la mia amica mentre sono ancora chiusa in bagno.
Non avrei mai potuto sottopormi a questa prova senza di lei. Il suo sostegno mi è indispensabile, nel bene o nel male.
Apro la porta. Immagino di avere un aspetto spaventoso in questo momento.
-Positivo- mormoro, incapace di reggere il suo sguardo.
Non sono sorpresa. In fondo lo sapevo. In fondo lo sentivo che sarebbe andata così.
-Accidenti! Vieni a stenderti sul divano- replica conducendomi verso il soggiorno.
Mi siedo e Tracy si dirige verso la cucina per versarmi un bicchiere d’acqua.
-Ti prego dimmi che non è del “verme”- mi chiede non appena finisco di bere il contenuto del bicchiere.
Dicesi “verme” quello stronzo patentato del mio ex fidanzato, Trevor. Lo abbiamo ribattezzato così dopo che lo abbiamo colto in fragrante con una studentessa del liceo in cui insegna scienze naturali. Da allora abbiamo fatto voto solenne di non pronunciarne mai più il nome.
-Ma no!- replico scandalizzata -Ma come ti è saltato in mente?-.
Trovo inconcepibile che abbia avuto il coraggio di insinuare una cosa del genere.
Io e il verme?!?!
Solo a pensarci, mi si rivolta lo stomaco.
-Ma allora, chi… O si tratta di qualcuno di cui non mi hai mai parlato, oppure…- poi aggiunge, come colta da un’improvvisa folgorazione -No!-.
La sua faccia sconvolta rivela che ha già capito ogni cosa. Abbasso la testa, con fare colpevole.
-Te l’avevo detto! Non dirmi che non te l’avevo detto!- grida quindi alzandosi in piedi e camminando nervosamente su e giù per la stanza -Come si fa a non conoscere le generalità dei propri partner! E’ inconcepibile! Ma non avete usato precauzioni?-.
Un flash della serata rimbalza davanti ai miei occhi.
Sento il suo corpo maschile strusciare contro il mio e stampare una lunga scia di baci che arriva fino all’ombelico. Oh dio… sono sola da troppo, troppo tempo ormai… Sento una strana eccitazione impadronirsi di me ma… chiunque sia l’autore di quella meravigliosa
magia, si interrompe bruscamente, riportandomi alla realtà.
-No, aspetta, aspetta… Non posso approfittarmi di te…Non finché sei ridotta in questo stato…- sento una voce maschile sussurrare incerta al mio orecchio.
La strana euforia che fino a questo momento si era impadronita di me mi abbandona all’istante, lasciandomi in uno strano limbo in cui delusione e aspettativa convivono tra loro.
-Perché no?- gli sussurro all’orecchio, la voce leggermente impastata dall’alcool -In fondo siamo entrambi adulti e vaccinati, no?!?!-.
-Te ne pentiresti. Sei ubriaca fradicia-.
-No invece. E adesso te lo dimostrerò- replico tirando fuori dalla borsa il blister delle pillole anticoncezionali e buttandone giù una.
-Adesso sono abbastanza responsabile?- gli domando, interrompendo sul nascere ogni sua possibile protesta con un bacio.
Peccato che di ritorno a casa mi sia accorta di avere lasciato la confezione con le pillole in soggiorno e che l’unico blister che avevo in borsa era quello delle mentine per rinfrescare l’alito. Ho cercato di correre ai ripari la mattina dopo, ma evidentemente non ha funzionato.
-No- omettendo volontariamente la storia delle mentine per l’alito -penso proprio di no-.
-Adesso, ascoltami bene- aggiunge mettendosi seduta di fianco a me -Ti ricordi qualcosa di quella sera? Qualcosa che ci permetta di risalire a Lui?-.
-No, no, ero ubriaca, proprio non…-.
Sto per aggiungere riesco a ricordare ma la mia amica mi interrompe bruscamente.
-Sforzati, ti prego è importante-.
Provo a mettere a fuoco tutti gli avvenimenti di quella che adesso, a ragione, posso definire maledetta serata e… -Aspetta! Qualcosa ricordo. Forse non è importante, ma…-.
-Raccontami tutto- mi ordina la mia amica.
Sento la porta richiudersi dietro di me.
-Così questo è il posto in cui vivi- chiedo guardandomi intorno.
-Esatto , proprio così. Accomodati pure, fai come fossi a casa tua-.
Mi incammino verso il divano ma la testa ricomincia a girarmi e d’istinto mi appoggio a lui, per paura di cadere a terra.
-Ehi, ehi, mi sembra abbiamo un problema qui. Vieni che ti aiuto- dice, sorreggendo la mia persona mentre mi aiuta ad accomodarmi sul divano.
L’odore della sua colonia pervade le mie narici
-Uhmm… che buon odore. Sai di buono- mormoro d’istinto, senza rifletterci troppo.
A quelle parole, lo sento scoppiare in una sonora risata -Mi sembri un po’ troppo su di giri stasera- esclama alzandosi e dirigendosi verso la cucina a fianco -Aspettami qui. Ritorno subito-.
-Dove stai andando?- chiedo, curiosa.
-L’aspirina è capace di miracoli, in questi casi-.
-Vuoi forse drogarmi?- chiedo tra il serio e il faceto .
Ancora una risata. -Credimi, anche se volessi, non ne avrei bisogno. Ci hai già pensato tu sola, e in abbondanza, direi-.
Mentre lo aspetto, comincio a guardarmi intorno.
-Come mai tieni tutte queste copie di “ The Sunday Telegraph”?- chiedo indicando la pila di giornali accatastati a fianco al divano.
Strano, come riesca a fare domande sensate anche da sbronza. A volte riesco a stupirmi da sola.
-Ti svelo un segreto- mormora mentre si avvicina porgendomi bicchiere e aspirina -Se mai un giorno avessi bisogno di me ma non sapessi dove trovarmi, basterà semplicemente sfogliare questo giornale e il gioco è fatto. Pagina sette-.
-Pagina sette?- porgendogli il bicchiere ormai vuoto.
-Esattamente- risponde dandomi un leggero bacio sulla guancia -dormi adesso: si è fatto tardi ed hai bisogno di un po’ di riposo-.
E, mentre mi abbandono ad un buon sonno ristoratore, sento i suoi passi allontanarsi.

15 maggio 2019

Aggiornamento

Nuova recensione + intervista a cura del blog Onlybookslover:
Recensione: Un fidanzato su misura – Daniela Carboni
Maggio 13, 2019 da onlybookslover
Un fidanzato su misura partecipa alla campagna crowdfunding di bookabook edizioni.
RECENSIONE A CURA DI ALESSIA PERUGINO
“Un fidanzato su misura” è un romanzo leggero, spiritoso e divertente: uno di quei libri da leggere quando si è tanto stressati da aver bisogno di “staccare la spina”. Ma, il fatto che sia tanto leggero, non implica che non abbia una sorta di morale al suo interno! Curiosi di sapere qual’è? Bene! Io sono qui proprio per dirvela! Da sempre, al mondo esistono due tipi di persone che io definisco così: quelli nati”con la camicia”, ovvero quelli che per tanti motivi sono fortunati e riescono sempre a raggiungere i propri obiettivi con semplicità, e quelli nati “senza camicia” cioè chi deve lottare per conquistare ogni piccolo traguardo, chi fa fatica ad ogni piccolo passo. Dorotea, la protagonista di questo libro, fa parte della seconda categoria:è, infatti, in continua competizione con sua cugina, Diana, che sembra riuscire ad arrivare prima di lei in ogni fase della sua vita, fin da quando erano bambine. Sono certa che anche a voi, spesso, è capitato di dover competere con le figure più disparate pur di avere un briciolo di attenzione dai vostri cari, a me è capitato spesso, e a volte sembra che non ci sia una via d’uscita, che semplicemente siamo destinati ad “arrivare secondi”. Invece no! La Carboni, tramite la figura di Dorotea, ci insegna che tutti possono arrivare dove desiderano, e che non ha importanza che ciò avvenga prima o dopo qualcun altro: la sola cosa importante è vivere la propria vita, sentirsi liberi di poterlo fare nel modo che preferiamo e imparare a cogliere le occasioni che ci si presentano davanti senza la paura di “sfigurare” confrontandoci con gli altri o di deludere le aspettative di qualcuno. Se avete bisogno di un bagno di positività, di sentirvi spronati ad affrontare le avventure della vita, dovete assolutamente leggere questo libro: leggero, divertente ma soprattutto la prova che, come si suol dire, “chi la dura, la vince”!
INTERVISTA AUTRICE: DANIELA CARBONI
1)Intanto ti ringrazio per averci concesso questa intervista! La prima domanda che vorrei porti è questa: cosa ti ha spinta a decidere di scrivere questo libro?
E’ difficile spiegarlo… E’ stata l’idea improvvisa di un attimo, o la coglievo al volo e la mettevo per iscritto, oppure sarebbe svanita via. Ho scelto la prima opzione e non me ne pento.
2)Quanto c’è di te nella protagonista del libro?
Penso che in ogni protagonista di qualsiasi romanzo ci sia qualcosa della sua autrice. Si tratta di empatia e di immedesimazione: se l’autrice non riesce a calarsi nei panni dei personaggi di cui scritto, la storia mancherà automaticamente di qualcosa, perché non sarà realtà sentita fino in fondo, non sarà sincera.
3)Quando è nata la tua passione per la scrittura?
C’è sempre stata in realtà. Da piccola scrivevo fiabe e poesie; a 12 anni è arrivata la “fase telenovelas” (ne ho iniziate due, mai portate a termine). Infine, dopo anni e anni di inattività, complice un’esperienza di lavoro finita male, ho deciso di dare retta alla mia mia amica di una vita e così eccomi qua.
4)Cosa vuoi che arrivi ai tuoi lettori leggendo le tue storie?
Nient’altro che le emozioni che ho provato io mettendole su carta. Nel caso specifico di questo libro, mi sono divertita talmente tanto a scriverlo, che spero di strappare più di qualche sorriso a chi mi leggerà.
5)C’è un autore o autrice a cui ti ispiri quando scrivi?
Più che ispirarmi durante la scrittura, eventuali autori/autrici mi ispirano “prima”. Sono i libri che sto leggendo sul momento a darmi l’idea su cui lavorare in futuro. Nel caso di “Un fidanzato su misura” l’idea mi è venuta quando avevo appena terminato di leggere Deborah Fasola.
6)Si dice che uno scrittore debba essere in primis un appassionato lettore: quanto è importante per te la lettura?
Ho letto e continuo a leggere di tutto: dai libri per bambini (Harry Potter per esempio, ma anche “Il giardino segreto” e “Piccole donne”), fantasy (ho apprezzato molto il ciclo di Darkover di Marion Zimmer Bradley), classici come “Jane Eire” e tutta la collezione di Jane Austen e naturalmente, il Romance sia storico che contemporaneo.
7)C’è un luogo particolare in cui scrivi?
Nell’intimità e nel silenzio della camera dei miei figli, sempre che loro me lo permettano ovviamente.
8)A un certo punto della storia, la protagonista del libro si trova a dover mentire per nascondere qualcosa di cui si vergogna alla famiglia. Ti è mai capitato?
A chi non è mai capitato? L’ho fatto prima e continuo a farlo adesso!Non si tratta sicuramente di notizie memorabili come fa Dorotea nel mio libro, ma di cose semplici e banali, della vita quotidiana. Se raccontassi in famiglia ogni piccolo particolare, i miei mi darebbero tutt’oggi il tormento. Diciamo che è una questione di sopravvivenza.
9)Ti sei mai trovata nella “competizione” con qualcuno che sembra arrivare sempre prima di te, proprio come capita alla protagonista del libro?
Proprio in competizione no… non ne ho mai avuto il bisogno. Però, fino da quando ero piccola, come accade in tutte le famiglie del resto, sono stata sempre paragonata a mio fratello più grande. Tanto io mi tenevo in disparte, tanto lui era al centro dell’attenzione; io ero schiva e riservata, lui esuberante e travolgente. Io avevo paura della mia ombra, lui si lanciava col paracadute. Per farla breve sono sempre stata conosciuta più per essere la sorella di… che non per me stessa. Chissà che non riesca a farlo attraverso questo libro.
10)Infine, vorrei chiederti: c’è qualcosa che consiglieresti a chi, come te, si accinge a scrivere un libro?
Consiglio soltanto di non perdere troppo tempo a scrivere di qualcosa che pensa poter piacere agli altri, ma di scrivere soltanto di quello che piace a sé stesso. Solo così si avranno i risultati (e le soddisfazioni) più grandi.
Grazie per il tuo tempo.
03 maggio 2019

Aggiornamento

Recensione: Un fidanzato su misura di Daniela Carboni (da Punto di Partenza Blog)
Buongiorno, amici del blog! Qualche giorno fa vi abbiamo presentato questo libro, legato a un progetto di crowdfunding: l’autore chiede l’aiuto dei lettori affinché il libro possa essere editato e curato professionalmente. Cosa che, se ci pensate, non sempre avviene… Ma questo è un altro discorso! Occupiamoci di questo rosa, che oggi è stato recensito dalla nostra Eva.
Autore: Daniela Carboni Titolo: Un fidanzato su misura Editore: Bookabook Genere: Rosa a tinte humor Prezzo ebook: euro 6,99 Link al crowdfunding: Bookabook
TRAMA: A Dorotea non ne va una giusta: sfortunata in amore, è la vittima prediletta di quell’arpia del suo capo e l’opposto della sua perfetta quanto odiosa cugina Diana. È proprio alle sue nozze che, complici qualche bicchiere di troppo e una cugina che non esita a sventolarle la propria fede al dito sotto il naso, si sveglia nel letto di uno sconosciuto. Dopo una rocambolesca fuga e determinata a lasciarsi tutto alle spalle, si ritrova a fare i conti con un imprevisto inaspettato. Spalleggiata da un’amica più folle di lei e con l’ausilio di una rubrica un po’ sopra le righe, si mette alla ricerca dell’aspirante padre perfetto da presentare in famiglia. Quando crede di aver trovato il candidato ideale, Dorotea scopre che non è tutto oro quello che luccica e che forse c’è un altro cavaliere, dall’armatura non propriamente scintillante, che è sempre stato a un passo da lei.
Con il suo “Fidanzato su misura”, Daniela Carboni mi ha fatto trascorrere il tempo della lettura in modo divertente, perché la sua scrittura semplice e fluida aiuta a divorarlo in poche ore.
Dorotea è una ragazza quasi trentenne che, per tutta la sua vita, ha dovuto subire il paragone con la sua antipatica cugina Diana. Durante il matrimonio di quest’ultima, si ritrova ad ubriacarsi a tal punto da trascorrere la notte con un perfetto sconosciuto, del quale, vista la sua natura goffa e fuggitiva, perderà le tracce. Così, quando scoprirà di essere rimasta incinta dopo quella notte di passione, sarà costretta a trovare una soluzione alternativa, in quanto sua madre e l’intera famiglia, che ruotano intorno ai successi di sua cugina, le renderebbero la vita impossibile. Con l’aiuto della sua folle amica Tracy, intenta nella ricerca del misterioso uomo, si imbatterà nella rubrica di un settimanale, “La bacheca pazza”, dalla quale trarrà l’idea di pubblicare un annuncio per trovare un finto fidanzato da presentare al baby shower organizzato da Diana, anch’essa incinta. Da qui inizieranno i guai e tutta una serie di situazioni tragicomiche per Dorotea, che a tratti appare un pò immatura e troppo impulsiva. Incontrerà Lance che risponderà all’annuncio, ma che è troppo bello per essere vero: giornalista, biondo e carismatico, ben disposto ad aiutarla. Ma intorno a Dorotea, oltre alla sua amica Tracy, gireranno anche Liam, il barman con il quale la protagonista si trova spesso a confidarsi e sua madre, che purtroppo non ha con lei il migliore dei rapporti.
Questo romanzo mi è piaciuto perché, nella sua semplicità, oltre che esilarante è anche molto romantico e avvincente. Una storia frizzante, che non mi ha fatto annoiare mai e che pagina dopo pagina mi ha fatto apprezzare i personaggi, già ben caratterizzati. Ho avuto subito un debole per Liam e ho adorato Sansone il “cagnaccio”, mentre avrei dato una bella lezione a Diana. Avrei preferito più carattere da parte di Dorotea, ma ho compreso che i suoi atteggiamenti remissivi erano dati dalla poca fiducia che aveva in se stessa. Ma le cose a volte non sono come sembrano… Il mio parere su questo romanzo è assolutamente positivo, l’autrice mi ha regalato ore avvincenti miste ad ilarità, ho sentito tutta la dolcezza dei sentimenti. La narrazione in prima persona non risulta mai volgare e le scene di sesso vengono lasciate all’immaginazione, secondo me perfetto per lo stile del romanzo. Tra tutti i personaggi il mio voto più alto va a Liam, anche se avrei gradito qualche particolare in più su di lui. Lo consiglio vivamente ha chi ha voglia di una piacevole lettura, esilarante e romantica. Non aggiungo altro e vi lascerò scoprire se Dorotea sarà in grado di ritrovare l’uomo misterioso! Buona lettura! Eva
Lo Staff ringrazia gentilmente l’autrice per aver fornito la copia digitale del romanzo, la cover e ogni altro metadato.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    E’ un romanzo fresco e divertente, scritto in modo molto scorrevole.

  2. (proprietario verificato)

    E’ un romanzo che ti prende da subito , frizzante , fresco , scoppiettante : un‘adorabile storia romantica che diverte e fa sognare !

  3. (proprietario verificato)

    Letto tutto di un fiato. Libro molto carino, fresco e divertente. Consigliato.

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Daniela Carboni
Trentanove anni, due lauree, due figli, Daniela vive nelle campagne toscane da sempre, ma non disdegna viaggiare perché è un modo di conoscere nuovi posti, luoghi e culture.
Dopo avere cambiato vari lavori, è approdata in tempi recenti alla scrittura, come strumento per tirare fuori le proprie emozioni e per creare nuovi mondi fantastici da esplorare.
Romantica di natura e appassionata di Jane Austen, il Romance è in assoluto il genere più le si addice.
Un fidanzato su misura è il suo primo romanzo.
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