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Come un filo di fumo

Come un filo di fumo
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Consegna prevista Marzo 2022
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Cinque bambini s’incontrano nel parco di un autogrill, si battezzano con nuovi nomi e si promettono un legame eterno in cui solo a quell’età si può credere. Fra loro, un bambino silenzioso, Jay.
Il bambino cresce, e la storia lo segue mentre, diciottenne e in lotta con un senso d’inadeguatezza, continua a dipendere da quel gruppo improvvisato. Chi non ne fa parte, è un nessuno. Fra gli adulti si fida solo della nonna, ormai chiusa nel suo scrigno di ricordi per via della demenza.
La paura di essere considerato sbagliato, o malato, lo porta a cercare sicurezza in un mondo piccolo e immobile, che possa controllare. Quando Jay sente che l’equilibrio è minacciato, scappa.
L’incontro con un ragazzo muto, un senzatetto che comunica con gli occhi, lo porterà a scontrarsi con il proprio mutismo, con i propri silenzi. Quali sono le cose che non ha mai detto? E quelle che non ha mai voluto pensare? E chi è questo ragazzo muto, pronto a scomparire in un soffio, come un filo di fumo?

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere partendo da un’immagine: un ragazzo, solo, che guarda un filo di fumo perdersi nella notte. La violenza d’imporsi il silenzio. La storia, si è costruita nel tempo. Non mi sono subito accorta che ci fossero pezzi di me, degli amici, della famiglia. Di altre storie. Stavo scrivendo per superare la paura di ogni adolescente: non essere accettati per ciò che si è davvero. La paura di dover tacere, di non parlare perché, in fondo, nessuno ti ascolta.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Se nessuno mi guarda, faccio rumore?

Accende una sigaretta e ne trae una lunga boccata. Soffia il fumo in un filo grigio e sottile che svanisce presto nell’aria fredda. Lo osserva contorcersi, stracciarsi e infine dissolversi, come se non fosse mai stato nel suo petto, nella sua bocca. I capelli gli cadono sugli occhi, ma ha le mani troppo intirizzite per spostarli. Tiene le mani nelle tasche della giacca, ma non si riscaldano. Non riuscirebbe neppure a mandare un messaggio. I piedi si stanno raffreddando rapidamente. Non sente più le dita. Comincia a saltellare sul posto, non gli importa se lo prendono per scemo. Fa davvero troppo freddo. I jeans sono leggeri, e nemmeno le scarpe sono adatte alla temperatura notturna. La giacca di piumino, al contrario, fa bene il suo lavoro. Il petto e le braccia sono avvolti da un piacevole tepore. La sigaretta è quasi finita, ma non ha il coraggio di tirare fuori le mani dalle tasche per prenderne un’altra dal pacchetto. Figuriamoci poi avere le capacità di coordinazione necessarie ad usare l’accendino. Sputa il mozzicone per terra e abbassa il mento, cercando di farsi spazio nella sciarpa di lana. I capelli gli solleticano fronte, e uno si è insinuato subdolamente nell’occhio, facendolo lacrimare. Pensa di soffiarlo via, ma significherebbe estrarre il naso dalla sciarpa e vanificare tutta la fatica impiegata per coprirsi l’intero viso senza l’uso delle mani. Non è una faccenda da poco.

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Comincia a odiare tutto quello che lo circonda. L’aria che si condensa in nuvolette a ogni respiro, le macchine parcheggiate ricoperte di ghiaccio, la strada silenziosa, le case barricate e le finestre con le tende tirate. Alza la testa, continuando a saltellare. Un cielo vuoto e banale s’incunea tra gli angoli delle cime dei palazzi. Niente luna. Niente stelle. Troppo inquinamento luminoso. Si lascia andare, senza preavviso, a un’ondata di rabbia. Perché era uscito? Perché proprio con quel freddo polare? Se resta immobile troppo a lungo, il ghiaccio gli fermerà il cuore, gli invaderà le vene? Sorride, immaginando la scena. Lui, bloccato per sempre sul bordo della strada gelida, e qualche passante che lo osserva con interesse. Come se fosse la statua che un qualche artista ha lasciato lì per caso, o una di quelle opere contemporanee con i titoli che le spiegano per filo e per segno. Ne inventa uno sul momento: la gioventù moderna, incapace di reagire alle pressioni sociali, si perde nel gelo dell’indifferenza e dell’ipocrisia preferendo, al moto, l’immobilità. La sua professoressa di storia dell’arte sarebbe stata fiera di lui, se le avesse raccontato questo pensiero.

Soffia con forza l’aria dalla bocca nel tentativo di scaldare la sciarpa gelata dal suo stesso fiato. Che ore saranno? Non ha messo l’orologio e il cellulare, nella tasca posteriore dei jeans, è fuori portata. Basta, il capello gli sta tormentando la cornea -se così si chiama quella parte dell’occhio che ora gli brucia da impazzire- da troppo tempo. Prende coraggio, estrae la mano destra dalla giacca, si sposta i capelli dalla fronte, prende il cellulare, controlla l’ora, lo rimette a posto. Pochi secondi e la sua mano intirizzita è di nuovo nella tasca, al sicuro. Se non l’avessero bocciato all’esame di guida, adesso ci sarebbe Green ad

aspettarlo come un idiota all’angolo della strada, mentre lui si sarebbe goduto un bel giro in macchina. Purtroppo l’esaminatrice, una donna che per aspetto e attitudine aveva accolto pienamente lo stereotipo della vecchia inacidita, l’aveva trattato da idiota, strillando come una pazza isterica ad ogni sua manovra. Sì, forse era stato un po’ troppo disinvolto con l’acceleratore, ma lei l’aveva certamente preso in odio fin dal momento in cui era salito sull’auto. Ricordare quella faccia grassoccia e piena di trucco malamente spalmato, come nutella su pane integrale, lo innervosisce ulteriormente.

Come richiamato dalla sua impazienza, Green gira l’angolo sulla sua Polo bianca, un vecchio modello un po’ rattoppato che certamente ha visto notti migliori. Accosta e gli fa un cenno con la mano, indicandogli il sedile del passeggero. Salta in macchina a tutta velocità. Non appena dentro viene investito da un potente getto d’aria calda. Puzza di umido e di fumo stantio, ma al momento potrebbe tollerare ben di peggio pur di sottrarsi a quel freddo. «Sei diventato un terrorista e non mi hai detto niente, Jay?» lo schernisce Green abbassandogli la sciarpa con un dito: «O avevi paura di spaventarmi col tuo brutto muso?» «Sempre meglio della tua faccia lentigginosa. Lo sai quanto fa freddo?» chiede in tono sbrigativo. Se ne vuole solo andare da lì, mettere più strada possibile fra loro e la casa di suo padre: «Dai, andiamo. Sono stato fin troppo a gelarmi sotto quel lampione.» «Pensa che c’è chi lo fa per lavoro. E tu non sei ancora ridotto così male. Comunque troveresti clientela, questo è sicuro!» gli risponde Green divertito, alzando il volume dello stereo. Jay guarda fuori dal finestrino, fingendo che quel commento non l’abbia colpito. Invece gli si è conficcato dentro, nel punto esatto in cui si trova collocato il suo orgoglio maschile. Qualunque esso sia. Ha sempre odiato la propria faccia delicata, i lineamenti dolci e androgini, i ricci castani, quegli occhi scuri, grandi e quasi spaventati, le ciglia troppo lunghe. A peggiorare la situazione già compromessa, la barba non si era ancora presentata sulle sue guance a reclamare un po’ di virilità. Green lo sfotte e lui si offende come un bambino. Come il bambino che era, come quello che continua ad essere.

***

L’inizio era stato improvviso e spontaneo, come tutte le cose indimenticabili. Stava dondolando le sue gambette, corte e sbucciate in diversi punti, dal muretto roso dal sole estivo. Era stato parcheggiato, come l’auto, di fronte all’Autogrill, mentre suo padre, una grossa schiena coperta da una canotta bianca da panettiere navigato, faceva la coda per le sigarette oltre il vetro. Aveva svoltato all’improvviso nella corsia dell’Autogrill e indispettito le altre automobili, sicuramente con conducenti meno imprevedibili nelle decisioni e forse meno dediti alle Marlboro Rosse. Era finito su quel muretto a guardarsi le punte delle scarpe e a scottarsi la nuca. Mentre si specchiava nel vetro lucido, una macchina enorme era entrata nel suo campo visivo. Enorme, per un bambino di otto anni. Costosa, per grandi e piccini. Ne era uscita una coppia con occhiali da sole e vestiti appariscenti. La coppia da pubblicità di profumi, o di orologi, era

seguita da un bambino biondo con occhi limpidi e uno strano cappello da cowboy. I genitori avevano abbandonato il figlioletto su un’altalena sgangherata e si erano seduti su una panchina poco distante, guardandosi negli occhi come due attori di film romantici. Pochi istanti dopo, una bambina imbronciata col taglio a scodella in voga ai tempi del Piccolo Lord si era diretta allo scivolo, incoraggiata dalla madre che si sventolava con aria indolente appoggiata al cofano dell’auto. Mentre li guardava dondolarsi e scivolare, dondolarsi e scivolare, era stato percorso da uno strano brivido che gli aveva fatto formicolare le mani e le gambe. Aveva desiderato con tutto se stesso raggiungerli, sapere i loro nomi, giocare con loro. Non aveva mai desiderato qualcosa così tanto. Mai, in tutta la sua vita di studente delle elementari. Nemmeno l’ultima figurina dell’album di Dragonball Perfect Edition Deluxe. Ma era timido per natura, e la sua coscienza appena nata gli impediva categoricamente di disobbedire a suo padre. Una manina proporzionata alla sua proprietaria, una bimbetta senza volto in una nuvola di riccioli, gli aveva tirato i pantaloncini. «Sei qui da solo?» aveva detto, dimostrando di avere una bocca sotto quella coltre di capelli rigonfi. No, aveva fatto cenno con la testa, in una muta e imbarazzata risposta. Lei aveva sollevato il visetto paffuto rivelando occhi scuri e indagatori: «Lo sai che ti arrestano se sei da solo? Viene la polizia e ti riporta a casa da mamma e papà. Io lo so. Mi è successo.» aveva squittito con orgoglio. Lui era rimasto in silenzio, non sapendo cosa rispondere a quella velata minaccia. Voleva chiamare la polizia? Suo padre si sarebbe sconvolto se dei poliziotti lo avessero riportato a casa, perché stavano andando in vacanza, e a casa non c’era nessuno. Pensa se fosse stato costretto a tornare indietro solo per andare a prenderlo. Poi non sarebbe stata una bella vacanza. Tutti questi pensieri erano ben precisi nella sua testa, ma non riuscivano a trovare ordinatamente una strada verso la bocca. La bambina si era improvvisamente intenerita: «Non sai ancora parlare? Ti insegno io se vuoi. Sono brava. Sai dire Lenora? Le-no-ra. È il mio nome. Però è difficile. Leah è più facile, il mio fratellino mi chiama così.». A quel punto si era sentito offeso. Certo che sapeva parlare, non era né stupido, né piccolo. «So dire Lenora. E comunque è un nome strano.» aveva detto, sperando di indispettirla. Invece lei aveva alzato gli occhi al cielo con aria rassegnata: «Lo so. Mamma e papà dicono che i nomi che hanno tutti poi ti fanno diventare come tutti. Ma i nomi che hanno in pochi sono speciali e ti fanno diventare speciale. Me lo hanno spiegato perché in classe le maestre e gli altri bambini sbagliavano a dirlo. Mi chiamano Eleonora, Leonora, Nora, anche Leonarda una volta. Non è stupido?» aveva spiegato. Era stato molto invidioso di lei in quel momento. Come riusciva a parlare così tanto e così bene? I pensieri nella sua testa non facevano a botte? Non aveva paura di aggrovigliarsi? «Guarda quello!» aveva esclamato la bambina puntando il dito indice verso un cane altissimo e magrissimo, un dalmata tenuto faticosamente al guinzaglio da un bimbo dai capelli di fiamma. Tutti i bambini al parco si erano accalcati attorno a quella meraviglia, con gli occhi sgranati dallo stupore e le mani protese in avanti. Solo lui era rimasto immobile sul suo muretto, silenzioso e pieno di desiderio fino alla punta dei capelli. Il cuore gli batteva veloce nel petto. Nessuno poteva vedere la tremenda battaglia che stava combattendo dentro di sé. Su un versante, la paura gelida di disobbedire a suo padre.

Una paura profonda, ben radicata, legata al suo istinto di sopravvivenza. Sull’altro un calore bruciante, un desiderio furioso di accarezzare quel cane e parlare con quei bambini, così invitanti nella loro naturale allegria. E poi, un’altra paura, una paura nuova: quella di rinunciare a qualcosa che non sarebbe tornato mai più. Aveva percepito distintamente nel suo cuore di bambino come le occasioni fossero fugaci e irripetibili, pur non riuscendo a spiegarsi il perché di questa convinzione. Aveva iniziato a tremare. Ancora uno sguardo alla schiena in coda per le sigarette. Una schiena grande, forte, sudata. Il caldo rendeva ancora più arduo prendere una decisione così difficile, capirne le conseguenze.

Il suo corpo si era mosso da solo. Aveva appoggiato un piede sull’asfalto incendiato, poi l’altro, lentamente. Dopo aver trovato l’equilibrio si era reso conto che ormai era troppo tardi: aveva disobbedito. Si era sentito stranamente leggero. I bambini giocavano attorno al cane leggendario, il sole era forte, l’aria piena di gas di scarico e lui poteva partecipare a quel momento. L’attimo in cui la sua mano aveva toccato quella pelliccia ispida e lucida era stato un distillato di gioia. «Si chiama Floyd.» gli aveva detto raggiante il bambino che teneva in mano il guinzaglio, accecandolo con degli occhi verdi e pieni di soddisfazione. Lui aveva annuito, poi si era costretto a dire qualcosa: «Mi piace. Sembra un cavallo.». Ecco, aveva rovinato tutto. Come al solito avrebbe dovuto pensare prima di parlare, invece dalla sua bocca era uscita una sciocchezza. Inaspettatamente il bambino era scoppiato a ridere: «Lo so che sembra un cavallo, una volta ci sono salito sopra ma mi ha buttato a terra! Secondo me non gli piace sembrare un cavallo.». A quel punto era intervenuto il bambino col cappello da cowboy: «Io vuole cane big as it! Poi salire sopra come cavallo e… Bang! Bang! Shoot con pistole contro indiani!». Parlava con uno strano accento e diceva alcune parole che non avevano alcun senso. Ancora paura dentro di lui. Paura che l’incantesimo si stesse per spezzare, rivelando la vera natura dei bambini che a lui sembravano tanto perfetti, così desiderabili ai suoi occhi. Si aspettava che lo prendessero in giro perché parlava male, come un bambino dell’asilo. Era certo che lo avrebbero umiliato, e lui sarebbe stato il prossimo. Non c’era spazio per quelli come loro. Quelli che facevano a botte con le parole. Invece la ricciolina era stata al gioco, sparando proiettili immaginari contro il cowboy. La bimba col caschetto biondo era scoppiata a ridere e aveva finto di cavalcare verso di loro roteando un lazo. Era rimasto un po’ in disparte, stupito dalla facilità con cui riuscivano a essere felici. Teste bionde, rosse, ricce, bambini così belli da sembrare finti, così diversi da ogni cosa che avesse mai conosciuto. O che ricordasse di conoscere. Aveva rimuginato su quei pensieri per un momento, poi il rosso gli aveva sparato contro, ed era stato costretto a rispondere al fuoco.

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Carlotta Striolo
Verona, classe 1989. Cresce in una casa piena di racconti. I racconti del nonno e della guerra, quelli del padre e delle adolescenze tempestose, quelli di una famiglia che si è trasferita dal Sud e che ha bisogno di ricordare le proprie radici. Intraprende gli studi classici, poi si appassiona all’arte, e resta sempre in bilico tra due mondi: letteratura e storia dell’arte. Collabora alla cura di mostre e alla redazione di libri. Continua a scrivere storie perché non sa vivere una sola vita per volta. Cresciuta fra i racconti, ha sempre sentito forte la necessità di trovare la propria voce. Come un filo di fumo, il suo primo romanzo, narra proprio di questo: di voci perse e di voci trovate.
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