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Un melo per un cuore

Un Melo per un Cuore
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Consegna prevista Settembre 2022

È una storia, una normalità di abitudini e una canzone allegra, ma cantata con tristezza.
È una vita, un cuore onesto, mani terrose e occhi sognanti.
Un racconto di pensieri, un racconto di fatica e lealtà a un nome che solo il terrore della morte può far conservare con tale devozione.
Una casa e una collina, un generale venuto a mancare e una radio che gracchia, una madre che s’è fatta austera e una nobile contadina che attende, aspetta e prega.
Sotto la luna piange e alimenta la rugiada.
Al sole canta di lacrime e di pomodori freschi, che la stagione porta a maturare e alla stalla trascorre il tempo in trepidazione.
È l’attimo a cambiare la vita,
a infrangere una promessa e a decretare vittoria o
..un’infida conclusione.

Perché ho scritto questo libro?

Mi sono chiesta se avessi potuto costruire una favola dalla miseria più aberrante che la guerra lascia dietro di sé, ebbene la Luna mi ha narrato di questa storia e così io l’ho scritta esattamente come mi ha sussurrato di fare.
Un principe e una contadina, la quale attende dietro la gelida collina assassina e poi il drago, che soffia il freddo sull’animo volubile della contadina.
Dunque, questa è la mia favola.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Sarebbe parso un tremito di immobilità quel ronzio che si diffuse veloce nell’aria fresca, un leggiadro idolo di vita che ardito si mosse vibrante nel vento e poi sfiorò la morte intrinseca di rugiada. Non ebbe il tempo di fingere di essersi beffato della trappola, costruita dal mago tessitore che albergava nella casetta campagnola e campagna era tutto intorno, le colline brulicanti e il verde che serpeggiava alla carezza d’un vento già estivo a Marzo.
Il profumo del sole si mischiò a quello dei tenui colori, che s’erano soffusi nelle ore notturne e adesso luccicavano briosi.
Campagna, e i suoni vennero accolti con languore dalla stabilità che aveva preceduto l’alba e il silenzio fu onorato di sentirsi libero dalle sue stesse imposizioni e nacque il giorno, tacque l’avvoltoio che nei sogni torturava le carcasse dei desideri più angoscianti e il suo gracchiare si risolse nell’abitudinario canto d’un gallo.
Erano le sei, sì o poco più di quell’ora: perché il nobile orologio di carne e piume non era mai puntuale e dunque imbrogliava la campagna, le colline e lo stesso sole, che talvolta arrossiva per l’errore e così l’aurora diventata più vivace del tramonto.
Pur conservando sempre il tenue e dolce sospiro d’una madre che guarda il figlio saltellare lontano da lei.
Era suonata la sveglia che già a scaldare il latte si trovava la bambina, che più fanciulla non poteva essere, apprensiva come la madre e affranta come se stessa, ogni mattina, ogni dì che il gallo la importunava nella veglia.
Chi più tardi e chi prima raggiunse la tavola per inzuppare un pezzo di pane raffermo nel latte tiepido. L’allegria infestava l’aria più al risveglio che in altro momento del giorno: perché s’aprivano prospettive dissimili e ben sperate.
E dopo che anche la madre si fu accomodata ad usufruire della interrotta veglia del Venerdì della giovinetta, questa poté lasciare la sala e permettere al sole di macchiare ulteriormente la sua pelle compatta e incolume da ogni rastrellata del tempo.
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Lasciò la porta aperta che invasori non v’erano a tormentare la collina, solo qualche cornacchia e belve mai acciuffate.
Forse cani divenuti selvatici.
S’apriva la vista della collina, erano più d’una in realtà, ma a lei importava solo di quella ad Ovest. Per coincidenza, la stessa che era vista dalla finestrella della sua camera.
Il primo pensiero era per quella terra rigogliosa e ricurva, l’ultimo uguale e ogni altro istante fuggiva oltre, ma solo con la mente perché adesso stava raggiungendo i pomodori e i cavoli e le patate e la zucca; che ancora non cresceva.
Sbuffava, ma senza impazienza, come vizio inconscio. Raccoglieva il rastrello e s’accomodava vicino la terra, umida.
«C’era una vecchia e questa filava,
la filastrocca di note stonava,
c’era un castello remoto, cantava,
e una principessa al violino suonava,»
Iniziò dunque a lasciarsi trasportare sulle note di una canzonetta che aveva udito chissà dove o che forse aveva creata lei stessa nel suo essere canterina, attendendo dietro la collina.
«poi venne il drago e tutto gelò,
scintillante ed intrepido il principe urlò,
la vecchierella dunque s’addormentò e
dal violino il suo pianto vibrò.»
Se ne rimase a guardare i tondi e appena maturi pomodori fin quasi il mezzogiorno. Ripeteva la canzonetta cambiandone la velocità e la melodia, ma non eludendo le parole e associandovi il significato che più quel mattino riteneva opportuno. Colpì un poco la terra e la massaggiò quando una ciocca di capelli le ricadde davanti agli occhi e, prima che potesse sistemarsi dal disordine, una manina grinzosa e tenace le tirò la gonna celeste, annerita dalla stufa e dalla terra.
«Che? Mamma ti ha detto di venire qui? Dimmi allora» si rivolse alla bambina, ché quasi si scordò dell’orto. Nessuno le aveva spazzolato i capelli e aveva dei rimasugli di latte al lato destro della bocca un poco imbronciata. Ella guardò a lungo la sorella che era divenuta la maggiore e poi indicò un punto sul suo abito e urlò di spavento, quindi versando qualche lacrima che le arrossò gli occhi scuri.
«Cosa? Oh..»
Vide ciò che aveva terrorizzato la bambina che, modesta amante della natura qual era, non poteva che essere spaventata dalle sue stranezze. Ci pensò un poco e poi prese tra le mani la creatura che si contorceva ed era d’un verde brillante, qualche macchiolina marrone, nera e bianca decorava la sua pelle di innocuo abitante della collina.
«Vieni Barbara, avvicinati» disse guardando la bambina che restava ferma nella sua paura, che fosse divenuta improvvisamente fobica delle cose più strane e naturali?
«È brutto!» Lo indicò e scosse il dito, i suoi occhi avrebbero potuto incenerire il piccolo bruco se ne fossero stati capaci.
«Sì lo è, ma ora non fare capricci e dammi retta.»
Si teneva impegnata e cercava di non far fuggire l’esserino più spaventato della sorella.
Ella, esitante e in disappunto per la rigidità con cui la fanciulla l’aveva apostrofata, si diede coraggio e s’avvicinò cauta alle mani tenute a conca dalla ragazza matura e ormai adulta.
«È brutto, bleah!»
Fece la linguaccia e colei che chiameremo contadina, perché lei stessa si identificava come la contadina della gelida collina, sorrise divertita e annuì.
«Sì, hai ragione, ma sai lui ha solo bisogno di essere libero.»
Lo fece vedere meglio a Barbara, la piccina non indietreggiò, iniziava a trovare carine le forme e i movimenti goffi dell’animale.
«Lo vedi, è innocuo.»
Così lo adagiò nel suo orto ed entrambe lo fissarono che se ne andava, sudicio nella forma e nobile nell’animo.
«Dove va?»
«A casa, al riparo dai corvi sicuramente» rispose candida e con il calore che la fece arrossire, il sole era alto e tra poco ci sarebbe stato il momento in cui la campagna dorme.
«Brutti! brutti!»
«E Gilian? l’hai già scordata? Che offesa per lei, poverina.»
La bambina chinò le spalle e incrociò le mani sulla gonna.
Così malleabile, fluida e corruttibile è la memoria d’infanzia che ci si può svegliare un giorno curanti degli orsi e l’altro cacciatori incalliti.
«No no, è andata via però. Via e-e uffa!»
«È ora di pranzo B, raggiungi la mamma» disse e si alzò poco prima che la bambina trotterellasse in casa, già il suo umore era mutato.
Chi le avrebbe mai detto che Gilian era stata uccisa dal fratello nell’esercitarsi con una fionda? Nessuno e non sarebbe stato necessario, già l’aveva dimenticata e quindi sarebbe cresciuta senza sassi e corde.
«..s’addormentò e dal violino-» si interruppe e camminò intorno alla casa, puntò lo sguardo sulla collina e con una mano coprì la fronte dal sole.
Si stagliava superbo e già il riposo stava avvolgendo la calura del primo pomeriggio, ché quelle ore avessero più sonno della notte e lei era sempre più convinta che la notte non fosse fatta per sognare. Vegliare e pregare, dormire anche, ma i sogni li conservava il suo orto e dietro la collina un melo maturava un frutto ogni qual volta che lei perdeva la speranza e sognava al buio.
«Eva! Mamma ha detto che devi entrare!»
Sentì la squillante voce dell’altra sua sorella.
«Muoviti che ho fame!»
«Arrivo Tom!» rispose al fratello, che spostava malamente la sorella minore dalla porta e lei lo insultava come suo solito.
La nostra contadina, o Eva, un nome che richiama ancor più forse l’essenza del suo cuore, non poté che dare ascolto alle voci dei suoi fratelli e accontentare la severità materna, salutando la collina. Mentre lei rientrava in casa e il bruco trovava riparo dai raggi troppo caldi all’ombra del suo orto, la campagna si silenziava; anche i grilli lenirono il loro rumore, il loro modo di incombere invisibili tra le colline e il fruscio del vento ne alimentava il vociare. Ora però era quiete, riposo dolce e faticoso.
Il sole invece lavorava.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Mjla Phoral
Umilmente mi definisco una nobile ancella della voluttuosa Luna, la quale, nel tepore delle mie giornate, mi irradia con bisbigli e sussurri di quel mondo oltre il là. A lei devo il mio canto libero, espresso nel giorno e invidiato dalla superbia del Sole.
Docile amante del mare, ascolto le sinfonie che dedica alla sua amata a ogni mutare della marea.
La passione per la scrittura è intessuta nella mia anima ribelle, e intanto sono una lettrice ossessiva.
Un giorno una bambina guardava la Luna e voleva la giostra, voleva ridere e danzare finché i piedi non si fossero consumati.
Un vecchio le disse che si può sorridere anche contemplando il cielo.
Così la bambina si innamorò del firmamento e dedicò la sua impacciata danza alla Regina del Buio, eterna ed eterea.
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