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Un momento di chiarezza

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«Secondo me ha avuto un momento
di chiarezza. Ha cominciato a ballare quando aveva sei anni. All’inizio si divertiva…
poi è arrivato il peso del talento.
Ha cominciato a mangiare poco e si è allenata fino a svenire dalla stanchezza.
Poi tutti i pezzi del puzzle si sono finalmente incastrati. Non sarebbe mai stata una ballerina. Non poteva esserlo. Non voleva esserlo. Un momento di chiarezza.»

Daisy non ha ancora capito qual è il suo posto nel mondo. Ha buttato all’aria una promettente carriera come chimico e ora vive di lavoretti saltuari. Non ha rapporti con nessuno, neanche con la sua famiglia, di cui non si è mai sentita davvero parte, e abita in un monolocale che la nasconde come una tana dal resto del genere umano. Finché un giorno entra in una strana caffetteria e si avvicina a un ragazzo con lo sguardo triste. Improvvisamente il meccanismo della vita si rimette in moto.
Un prete comprensivo, una vicina di casa con un brutto segreto e un cane intuitivo irromperanno nella fortezza di solitudine in cui Daisy ha vissuto negli ultimi dieci anni, portandola a confrontarsi con i genitori e la sorella e, soprattutto, con la persona che vede riflessa nello specchio ogni mattina.

PARADOSSO DI VERGINITÀ

L’avevo tenuta in un cassetto per anni. Trentatré, per la precisone.

Stanotte l’ho fatta sparire, senza pensarci troppo. E con lei, se ne va l’ultimo barlume di romanticismo della mia vita. Era tempo, ormai; l’ondata di cinismo che si era abbattuta sulla mia esistenza aveva risparmiato poche cose. La mia verginità era una di queste.

Mi ero ostinata a rimanere vergine perché tutti dicevano che non avrei dovuto esserlo ancora. O forse no. Quelli che analizzano tutte le situazioni come me, cercano sempre una spiegazione e questa era quella che avevo scelto per il mio “paradosso di verginità”.

Per un po’ aveva funzionato ma, ora, sembrava assurdo tenere un punto che nessuno vedeva più, nemmeno io.

Così, l’ho tirata fuori dal cassetto. L’ho accompagnata a un vestito nero e a un paio di stivali alti. L’ho portata a una festa. L’ho fatta bere. E poi l’ho fatta divertire.

La mia ex collega Cristina ci aveva invitato in un locale per festeggiare il suo addio al nubilato e, stranamente, io ero nella lista degli invitati. Di tutta la serata, mi ricordo solo il barista con cui sono tornata a casa.

Avevo aperto la porta invitandolo a entrare. Non avevo accennato al fatto di essere in un nuovo territorio.

Lui aveva accettato senza pensarci troppo e mi aveva dato un bacio lungo, delicato, diverso dagli altri.

«Sei bellissima» mi aveva sussurrato in un orecchio.

Falso. Interessante, probabile. Carina, forse. Bella no. Bellissima, non esiste.

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Avevo sentito il bisogno di staccarmi da lui per un minuto dopo quel finto complimento e lo avevo lasciato lì a guardarsi intorno. «È piccolo questo posto!»

«Vuoi parlare di dimensioni proprio ora?»

Aveva sorriso. «Non ho mai incontrato una come te!» Questo era, probabilmente, vero e mi aveva ridato lo slancio necessario per raggiungere l’obiettivo che mi ero prefissata.

«Allora, facciamo sesso?» avevo chiesto.

«Diretta, mi piace!»

E poi aveva ricominciato a baciarmi. Mi ero spogliata goffamente e avevo fatto il resto ancora peggio.

Ho avuto paura che si accorgesse che ero una novellina e che mi chiedesse qualcosa a riguardo. La gente fa sempre domande strane a riguardo.

«Guarda che tanto la prima volta fa schifo per tutte» mi ripetevano. Ho smesso di dirlo in giro; quando si parlava di sesso, annuivo senza commentare.

Una volta mia sorella mi chiese: «Ma hai paura di qualcosa?».

«Da un punto di vista fisico, no. L’intimità emotiva, quella che nasce dalla vicinanza fisica… quella sì che mi Paradosso di verginità Un momento di chiarezza 11

terrorizza!» Ma questo era tento tempo fa. Non si era accorto di niente. Avevamo fatto e poi si era addormentato, senza dirmi altro. Avevo passato la notte distesa accanto a lui, guardando dalla finestra. Per tutto il tempo, non l’ho mai sentito emotivamente vicino.

Mi sono alzata all’alba e l’ho lasciato dormire.

Alle otto me lo ritrovo davanti, in mutande.

«Ehi, buongiorno.»

«Buongiorno…» rispondo titubante.

«… Marco.»

«Sì, Marco… e io che pensavo che il tuo nome fosse Vodkalemon!»

«L’avevo immaginato… è la cosa che mi hai ripetuto tutta la sera!»

È simpatico. L’avevo sottovalutato.

Ora, però, deve andarsene.

Tutto a un tratto, il mio corpo ricorda quello che è successo prima del sesso. Ogni cocktail che ho bevuto. Una fitta mi squarcia le tempie.

«Io dovrei…» comincio, indicando un punto imprecisato nel minuscolo spazio in cui ci troviamo. «Farmi una doccia e andare a lavoro.»

«Sì, certo» dice rivestendosi in fretta e furia.

Io, nel frattempo, cerco disperatamente un’aspirina in cucina. Niente.

«Be’, allora io vado» dice.

Annuisco. Mi si avvicina e cerca di capire come salutarmi. Davvero? Abbiamo fatto sesso e ora è imbarazzante un bacio, un abbraccio? Sì, lo è.

Allungo la mano. Lui mi guarda, confuso. Poi me la stringe.12

«È stato…»

«Non è necessario» taglio corto.

«Ciao, allora.»

«Ciao.»

Ed esce senza voltarsi. Niente numero di telefono, niente cognomi. Era così che lo volevo.

Fanculo al paradosso di verginità.

Rimango in cucina per un po’; la giornata non promette bene, sembra voglia piovere. Mi faccio una lunga doccia, mi vesto ed esco.

Cammino per ore per Milano, senza una meta precisa. L’aria è fredda ma è uscito il sole. Mi stringo nel cappotto e vado avanti. Non devo lavorare oggi. Mi sento uno schifo.

Entro in una farmacia e mi perdo, guardando un bambino dentro un passeggino che afferra ogni cosa che si trova davanti.

È davvero brutto! Chi l’ha detto che tutti i bambini sono belli?

Alla fine, compro una barretta ai cereali, il filo interdentale e due scatole di aspirinetta. Infilo tutto in borsa ed esco.

Mi accorgo che il cielo si è coperto di nuovo, sta davvero per piovere e io devo prendere qualcosa prima che la mia testa esploda.

Apro una porta senza neanche guardare.

Ma dove caz… è una sala da tè? Da quando qui c’è una sala da tè?

Tavolinetti rosa in un tripudio di tende e pizzi mi provocano un lieve mancamento.

«Buongiorno!» I decibel eccessivamente alti di una cameriera in tinta con il locale mi costringono a riavermi. Sorrido male e annuisco.

«Come posso aiutarla? Un tavolo?»

«No grazie, mi siedo al bar. Sarà una cosa veloce!»

Mi accomodo sullo sgabello più scomodo del mondo e ordino una soda e un bicchiere d’acqua. Apro tre aspirinette e le guardo affogare, scoppiettanti, nel bicchiere luccicante.

Osservo il posto. È come essere in uno di quei film dell’orrore dove, a un tratto, una deliziosa bambola con i capelli biondi e lo sguardo inquietante comincia a far girare la testa a trecentosessanta gradi e poi uccide tutti con un’ascia.

Il pensiero è quasi consolante.

Noto un quadro perché è storto; allora, nel Paese delle Meraviglie, c’è ancora il Cappellaio Matto.

Mi soffermo a guardarlo meglio: è il disegno di una ragazzina con il tutù, sulle punte. Ha lo sguardo rassegnato.

Come ti capisco…

Poi, sul vetro, vedo il riflesso di un ragazzo seduto al tavolo dietro di me.

Sta bevendo. E non sembra il primo bicchiere. Da quando vendono anche alcol nelle sale da tè? La mia teoria del film horror diventa sempre più plausibile.

Abbasso lo sguardo. È carino, alto anche da seduto e sotto la giacca sembra avere dei bei muscoli. Sicuramente va in palestra. Non mi sono mai piaciuti i palestrati.

E allora perché mi alzo? Perché sto per andarmi a infilare nella vita di questo palestrato e sconosciuto ubriacone?

Mi avvicino al suo tavolo e lui non mi nota neanche. Poco male, non è la prima volta che succede.

«Il tuo umore nero è un pugno in un occhio in mezzo a tutto questo pizzo rosa!»

Lui alza lo sguardo su di me, ha gli occhi rossi, sembra abbia pianto. Mi osserva, confuso, per un paio di secondi. Poi chiede: «Ci conosciamo?».

Io ripeto: «Ci conosciamo?». Ci penso un secondo. «No, non credo.»

Mi siedo di fronte a lui.

Ha l’aria disperata e affascinante allo stesso tempo; noto i capelli spettinati, la cravatta allentata e quell’ombra di barba di chi non si rade da un paio di giorni.

«Senti…» comincia lui, sperando che io lo aiuti dicendo il mio nome.

«Ti ascolto, dimmi.»

Lui rimane spiazzato. Finisce il bicchiere tutto d’un sorso e chiama la cameriera per ordinarne un altro.

«Io non sono interessato… non che tu non sia carina però…»

«Pensi che io ci stia provando?»

Mi guarda con la faccia da non è così?

Nel frattempo, arriva la cameriera.

Lui dice: «Un altro, grazie».

E io: «Anche per me, quello che beve lui!».

«Fantastico» bisbiglia.

«Sono curiosa, perché ubriacarsi in una sala da tè?»

«Sembrerà strano ma qui puoi bere prima delle quattro del pomeriggio senza essere guardato male… E posso capire il perché. Guarda questo posto, saranno ubriachi anche loro. La ragazza con la voce super acuta deve essersene scolati almeno cinque dietro il bancone.»

Annuisco.

«E poi io cercavo il pub che c’era prima…»

«… l’Olive pub» diciamo in coro.

«Ecco perché non me la ricordavo questa sala da tè…» aggiungo, ma sto parlando più con me che con lui.

Arriva la cameriera e ci lascia i drink. Lui fa per pagarli entrambi ma io allungo i soldi e le dico: «Tieni il resto, te lo meriti!».

Lo vedo sorridere con la coda dell’occhio.

Lei mi guarda senza capire ma afferra la banconota e ringrazia.

«Non sono venuta qui a sedermi con te per farmi offrire da bere.»

«Perché sei venuta qui, allora?» mi chiede leggermente esasperato.

«Perché hai lo sguardo più triste del mio. E io sto avendo proprio una giornata di merda!»

Lui guarda il tavolo e annuisce, sconsolato.

«Se però ti do fastidio me ne vado…»

Lui alza lo sguardo verso di me. Io mi sento un po’ in imbarazzo. Cosa sta guardando?

«Se resti continui a bere con me?»

«Ovviamente» dico io, come se la risposta fosse scontata. Mi chiedo, per un secondo, come riuscirò a uscire da un post sbronza continuando a sbronzarmi ma, in fondo, chi se ne frega? Dobbiamo o no dare un degno funerale al mio paradosso di verginità?

«Andata, allora» dice e avvicina il bicchiere al mio.

Li facciamo toccare appena.

«Non dire cin, odio quelli che dicono cin quando brindano» lo anticipo.

«Non l’avrei fatto. È interessante come scegli chi odiare però…»

«Ne ho fatto una scienza» dico bevendo.

«Tu invece perché stai avendo una giornata di merda?»

«Eh no, non funziona così!»

«Cosa?»

«Due sconosciuti s’incontrano in un bar o in una sala da tè in questo caso, si ubriacano, si raccontano la loro vita… è un po’ un cliché, no?»

Lui mi guarda per un secondo.

«E come funziona allora?»

Mi giro verso il bancone. «La vedi la ballerina nel quadro?»

Lui deglutisce con fatica. Forse ho toccato un nervo scoperto. «Sì, la vedo» risponde con un filo di voce.

«Perché pensi sia triste?»

Lui ci riflette un minuto. «Non ne ho idea, forse perché è appesa qui?»

«Sì che lo sai. Avanti, non ci sono risposte giuste.»

Scuote la testa. Poi fissa il quadro. «Si è fatta male a una gamba, cadendo durante le prove. Doveva essere il suo momento, il suo grande debutto. Aveva lavorato tanto e poi, in un attimo, la sua vita così come la conosceva è stata spazzata via. Non è triste, è… arrabbiata.»

Lo guardo ma lui non si volta; comincia a mordersi il labbro inferiore.

«Secondo te?» mi chiede.

Respiro. «Secondo me ha avuto un momento di chiarezza.»

«Un momento di chiarezza?»

«Ha cominciato a ballare quando aveva sei anni. All’inizio si divertiva, il tutù col tulle, lo chignon, le scarpette di raso… poi è arrivato il peso del talento. Poteva essere una ballerina, una ballerina vera e si è data da fare. Aveva la responsabilità di diventare chi poteva diventare. Ha cominciato a mangiare poco, ha sperato che il seno smettesse di crescere quando si è sviluppata, e si è allenata fino a svenire dalla stanchezza. Poi, un giorno, si è alzata e ha visto. Tutti i pezzi del puzzle si sono finalmente incastrati. Non importava quante ore ballasse, quante calorie tagliasse dalla dieta, quanto sangue avesse sui piedi quando si toglieva le scarpette. Non sarebbe mai stata una ballerina. Non poteva esserlo. Non voleva esserlo. Un momento di chiarezza.»

Ci passa davanti la cameriera. «Eh sì lo so, un quadro più deprimente non potevano sceglierlo!»

Ci guardiamo.

«E come funziona ora?» mi chiede.

«Funziona che beviamo ancora.»

«Mi sembra un piano perfetto!»

IL PIANO PER IL DOLORE

«Cosa stavo dicendo?» biascica lui.

«Non stavamo dicendo niente. C’è una parte di questa conversazione in cui abbiamo detto davvero qualcosa?»

Il mio compagno di bevute sta diventando teatrale con le mani; accompagna ogni parola con gesti vigorosi, quasi a sottolineare la convinzione in quello che dice.

«È colpa tua…» si blocca «come hai detto che ti chiami?»

«Non l’ho detto!»

S’incupisce, velocemente. Gli sbalzi d’umore dovuti all’ubriachezza sono così, repentini e comici. Si scorda dove voleva arrivare. Dice: «Oggi è il giorno peggiore della mia vita!».

Probabilmente è vero. L’alcol amplifica le sensazioni ma l’emozione di fondo è vera.

«E perché sei qui?»

«Qui si può bere il pomeriggio senza…»

«Sì, sì, l’ho capita questa parte. Voglio dire… cos’è che volevo dire?» In fondo, ho bevuto quanto lui.

Scoppia a ridere di gusto.

Io introduco il gettone e faccio ripartire la canzone. «No, aspetta. Volevo dire… non hai qualcuno con cui stare adesso? Una famiglia? Un amico? Una ragazza? Un ragazzo?»

Ci circondiamo di persone che dovrebbero esserci di sostegno nel momento del bisogno, ma quando veniamo chiamati alle armi ci ritroviamo, spesso, soli.

Torna serio. Lo sguardo si perde nel vuoto come se stesse cercando di ricordare qualcosa.

«No» risponde deciso e tranquillo.

Vorrei non lo avesse detto, non a me almeno. «Oh be’, chi se ne frega?» esclamo.

Lui alza la mano.

«A me, a me frega» dice come un bambino che vuole impressionare la maestra.

«Oh, e allora dobbiamo continuare a bere finché non te ne fregherà più!»

«Va bene, ragazza pazza senza nome.»

«E abbassa la mano, ok?»

Si guarda il braccio ancora alzato e dice: «Sì… ok!».

«Ora so che non ci stai provando con me…» dice, sospirando.

«Te l’ho detto sei ore fa!» ribatto io, avvilita. «Aspetta, te lo ricordi vero? O forse hai un problema di memoria a breve termine? Com’è che si chiamava…»

«Alcol. Si chiama alcol e me lo ricordo. Dico solo che se ci stessi provando, non ti mostreresti così. Cercheresti di farmi vedere la tua parte migliore.»

«Chi ti dice che non sia questa la mia parte migliore?» Mi fingo offesa. Cade, di nuovo, nel suo pensiero.

Non rimuginarci troppo, è così. Non c’è una parte migliore e una peggiore. Sono tutta un casino, uniforme e compatto.

«E io che ne so? Ti conosco da…» si guarda l’orologio ma l’alcol gli sta appannando la vista. «Sei ore?» E scoppia a ridere.

«Sai, conoscevo uno che diceva l’esatto contrario. Stavamo discutendo di come le persone, all’inizio, s’ingannino tra loro, mostrandosi come vorrebbero apparire. Lui diceva che, invece, faceva vedere subito “lo schifo”, lo chiamava proprio così e se la ragazza restava, allora poteva funzionare. Tanto, prima o poi, tutti i difetti sarebbero venuti fuori comunque…»

Ci pensa un secondo.

Ma quante pause si prendono gli ubriachi per elaborare i concetti? Quello che, normalmente, il nostro cervello recepisce in un nanosecondo, ci mette una vita a nuotare fino al neurone più vicino. E, a volte, non ci arriva neanche.

«E funziona?»

Qualcuno deve aver lanciato un salvagente.

«No, non esiste. Tutti vogliamo vedere il buono prima, no? Il vero si accetta solo perché la barca è già salpata!»

Sorride. Si passa la mano sul viso, sul mento. Mi guarda. «Puoi dirmi una cosa sola che sia vera, per favore.»

«Era tutto vero, più o meno…»

«Una cosa di te, vera.»

Il mio povero pensiero sta nuotando controcorrente in una tempesta. Lo sento sbattere dappertutto sulle pareti del cervello.

«Io non ho più niente da perdere.»

Mi guarda fisso, forse crede che stia per piangere.

«Grazie» dice.

«Ragazzi, stiamo chiudendo!» c’interrompe la voce della cameriera.

«Ti accompagno» mi sussurra.

E poi dicono che la cavalleria è morta.

«No. Vuoi che ti accompagni io?»

Ride. «Perché dovresti?»

«Per essere sicura che non ti butti sotto un treno o da un ponte mentre torni a casa!»

Mi guarda come se si fosse appena ricordato qualcosa d’importante. «Non mi butterò né sotto un treno né da un ponte, promesso» dice, appoggiandosi una mano sul petto. Credo che volesse mettersela sul cuore per giurare.

«E come faccio a saperlo?»

«Non puoi, a meno che… non ci rivediamo.»

«Non mi sembra una buona idea.» Per un istante, mi assale il pensiero di essermi esposta troppo.

«Non vuoi dirmi né come ti chiami né dove abiti, non vuoi lasciarmi il tuo numero di telefono e non vuoi i miei recapiti, come potrei comunicare con te?»

«Forse è perché non voglio rivederti.»

Si tocca, di nuovo, il petto. «Che tatto! Il mio orgoglio non ne uscirà bene ma ti propongo una cosa: io sarò qui mercoledì, verso le cinque, se sei curiosa di sapere se sono ancora vivo, vieni anche tu.»

L’ultima frase la dice come una supplica.

In che casino mi sono infilata? D’altronde, io pretendo di entrare nel giorno peggiore della vita di una persona e di uscirne senza creare neanche una lieve increspatura nell’acqua.

Questo è decisamente da me ma lui non lo sa. Medito sulla possibilità di dirgli di no e di chiudere definitivamente la faccenda ma, per qualche arcano motivo, la scarto. Annuisco e rispondo: «Io non tratterrei il respiro, però!».

Non ci andrò, è ovvio, ma lui non sa neanche questo. Provo un’appagante sensazione di potere nell’occultare tanto di me. Tra il far vedere la parte migliore o lo schifo, io ho scelto la terza via: nascondere tutto, senza eccezioni.

Mi rimetto il cappotto. Lui indossa il suo, si mette a posto la cravatta e si sistema i capelli con la mano. Ora sembra un pezzo grosso, il manager di qualche compagnia che vende titoli in borsa.

Usciamo e io infilo la mano in tasca e tiro fuori le sigarette. Me ne accendo una e faccio un bel tiro. Espiro. Il fumo si confonde col freddo.

L’alcol mi tiene al caldo ma la temperatura deve essersi abbassata di parecchi gradi da quando siamo entrati.

Quando siamo entrati? Che ore sono? È vero che non sono più vergine o è stata solo la mia immaginazione? Mi sembra di aver visto un altro film ora. Come essere finita in altro mondo, fatto di pizzo rosa e ballerine tristi. E quello che è successo solo stanotte, in realtà, è accaduto anni luce da qui.

«Cerca di non ammazzarti, ti prego» dico senza guardarlo.

«Anche tu» risponde lui.

Mi sfiora l’idea che anche lui non sarà qui mercoledì, che sia tutto un inganno, che in realtà mi abbia odiata perché voleva godersi il suo dolore, sbronzandosi da solo in sala da tè e che io abbia rovinato il piano.

Ognuno di noi ha un piano per vivere il dolore, qualcuno più efficace di un altro ma tutti ugualmente degni di rispetto.

Non percepisco neanche il movimento; mi ritrovo tra le sue braccia, impietrita. Mi sta stringendo come se fossi la sua famiglia, il suo amico, la sua ragazza, la sua ancora. Io non mi muovo, il braccio ancora piegato per tenere la sigaretta sopra di noi impedisce ai corpi di aderire completamente, ma io sono così minuta che lui non ha difficoltà a cingermi interamente. Per un istante, mi appoggio a quella spalla sconosciuta; sento l’odore della sua pelle sotto tutti gli strati, mischiato a quello della vodka.

È un addio, ora ne sono certa. Il secondo di oggi. Va bene così, è solo un altro giorno. Un altro terribile giorno. E finirà anche questo.

Rientro a casa e mi stendo sul letto. Il tintinnio dell’acqua nel lavandino mi culla dolcemente verso un’isola meravigliosa. Eccolo qui, il momento migliore delle mie giornate. Quell’ultimo istante in cui la coscienza è ancora vigile ma nessuno lo sa. Non puoi fare, aggiustare o incasinare niente; il sonno sta venendo per te. Un ultimo rumore, un sacco di patate che cade lassù, ai piani superiori. Poi più niente.

02 aprile 2019

Aggiornamento

Ancora una nuova recensione che potete trovare a questo link e anche su Instagram!
04 marzo 2019

Aggiornamento

Una nuova recensione positiva di "Un momento di chiarezza". Potete leggerla qui.
03 luglio 2018

La Fenice Magazine

Sul blog La Fenice Magazine Rose Caruso parla di bookabook e recensisce Un momento di chiarezza di Silvia Trevisone. Bookabook un sogno che si realizza!
29 Novembre 2017
Il 3 dicembre non perdete il nuovo appuntamento a Milano con Silvia Trevisone! https://www.facebook.com/events/1920112774970171/
24 Novembre 2017
Su Il blog di Eleonora Marsella Silvia Trevisone parla del suo "Un momento di chiarezza"" https://bit.ly/2iNYoJS
17 Novembre 2017
Su paeseroma.it un'altra bella intervista a Silvia Trevisone! https://bit.ly/2mBoBzG
15 Novembre 2017
"Sono affascinata dall'idea di vedere i miei personaggi e le mie parole attraverso gli occhi degli altri". Così Silvia Trevisone spiega le ragioni che l'hanno spinta a scrivere "Un momento di chiarezza" a Polinews: https://bit.ly/2zGwuZG
26 Ottobre 2017
Una bellissima intervista a Silvia Trevisone! E non perdete l'appuntamento di questo sabato al Lets' Feel Good! https://bit.ly/2gIktMc
16 Ottobre 2017
Non mancate sabato 28 ottobre alle 18 alla presentazione di "Un momento di chiarezza" con l'autrice Silvia Trevisone! Dove? Al Let's Feel Good di Milano!
31 Luglio 2017
Una storia da raccontare e l'ironia che serve per farlo! Silvia Trevisone e "Un momento di chiarezza" su Polinews: https://polinewsblog.altervista.org/aiutiamo-silvia-trevisone-pubblicare-un-momento-chiarezza/

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Silvia Trevisone
Silvia Trevisone è nata a Milano nel 1982. Ha conseguito la laurea in Sociologia all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Ha svolto vari lavori, tra cui la selezione del personale e la gestione di un sito Internet per un’associazione dei consumatori. Ha scritto articoli per il web ed è co-fondatrice di un blog di racconti. "Un momento di chiarezza" è il suo primo romanzo.
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