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Un sentiero si illumina tra le nuvole di Alabrea

Un sentiero si illumina tra le nuvole di Alabrea
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Consegna prevista Gennaio 2022
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In un passato remoto, che pochissimi abitanti del Regno di Alabrea ricordano, i folletti solcavano i sentieri dei cieli a bordo di vascelli trainati da lanterne incantate. Dopo diverse battaglie per il predominio sull’incantesimo che permette di volare, tali conoscenze cadono nell’oblio finché non vengono riscoperte per caso da Lucilla, una folletta in cerca di vendetta.
Una delle dimore del villaggio di Riva dei Salici, misteriosamente abbandonato da tutti, diventa la nuova casa di Willard e della sua famiglia di folletti erranti. Will stringe amicizia con Blueberry, una gatta dal carattere spigoloso, e con Milo, un folletto che vive dall’altra parte del fiume Profondacque.
Di fronte all’inspiegabile e suggestivo scenario di una grotta piena di lanterne fluttuanti colme di lucciole, Milo è costretto a superare le iniziali ritrosie e svela i terribili fatti che lo hanno portato a diventare l’ultimo abitante di Riva dei Salici.

Perché ho scritto questo libro?

La natura “fantastica” di scenari e personaggi che si muovono in queste pagine scaturisce da esperienze personali e desideri profondi. Dalla ricerca di sentieri nascosti e dalla necessità costante di lasciarmi la realtà alle spalle, nella speranza che non tutto si esaurisca nella quotidianità e che ci sia una “dimensione altra” in cui librarsi su mondi incantati, magari trainati da lanterne magiche.
Forse qualcuno, oltre me, spera di trovare (o ritrovare) un po’ di questa magia?

ANTEPRIMA NON EDITATA

Nella tana di Lucilla
Risalendo il fiume, arrivammo in una grande vallata: i faggi ai lati avevano lasciato spazio a un bel prato rigoglioso. Rocce di ogni dimensione erano sparse sul terreno e, quasi nel centro, un grande buco nel terreno dava un tocco suggestivo a quello che poteva sembrare un normale panorama di montagna.
– Blue, fai funzionare il tuo sesto senso felino, per favore: annusa l’aria e cerca di capire se la padrona di casa è in zona -. La gatta mi guardò e senza dire nulla attivò quell’istinto che le permetteva di cogliere cose invisibili ai nostri occhi. Annusando con cura, studiò il territorio: i grandi occhi gialli erano socchiusi, le orecchie ben tese e i baffi protesi verso tutto ciò che la circondava. Era intenta a “leggere” l’aria intorno a noi, probabilmente in una realtà nota solo a lei… E a Macchia forse, se non si fosse nascosto dietro a una roccia: gli occhi tondi erano diventati quasi completamenti neri, la corposa parte posteriore del suo corpo si scuoteva lentamente, una delle due zampe anteriori era alzata e ripiegata. La tipica posa del gatto pronto a fare un agguato.

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Seguendo il suo sguardo vidi in lontananza, tra i cespugli, un piccolo roditore intento a rosicchiare una bacca per fatti suoi. Rabbrividì al pensiero di Macchia che tornava con un moscardino sanguinante tra le fauci e con un piccolo balzo fui da lui appena in tempo per fermarlo. Mi avvinghiai a una zampa poco prima che si lanciasse nella corsa predatoria cogliendolo di sorpresa.
– Ma che fai? C’è la mia merenda lì! -, disse con un’aria veramente delusa.
– Ehm, Macchia mi dispiace, so che è nella vostra natura ma ti chiedo la cortesia di sfamarti di piccoli animaletti dagli occhi dolci lontano da noi. Sai, conosco bene i moscardini, ne abbiamo ospitati un paio in casa per un periodo e sinceramente preferirei non vedermene uno smembrato sotto gli occhi -.
Macchia, deluso, borbottò qualcosa sul fatto che la “sua merenda” non poteva essere così simpatica fino al punto di lasciarlo a stomaco vuoto, ma aveva buon cuore e così lasciò perdere il sanguinoso assalto.
Il moscardino ci guardò ignaro del pericolo scampato e con una zampetta ci fece un saluto gioioso lasciando entrambi molto perplessi. La mia esperienza precedente con questi roditori pelosi mi aveva insegnato che sono assai allegri e spensierati. Mio padre li metteva in guardia continuamente dai pericoli dei boschi, ma loro rispondevano sempre con grandi sorrisi comprensivi e disarmanti. Sta di fatto che riuscivano a oltrepassare indenni qualsiasi pericolo, sempre con il loro serafico buon umore, strappandoci grida di stupore per la fortuna che sembrava non abbandonarli mai. Come in questa circostanza.
Nel frattempo Blue aveva completato la sua ricerca.
– Nella fossa non ci sono né un folletto, né un gatto. Sento un riccio, due lepri, quattro rospi. Ragni in quantità, forse un serpente…No aspetta, i ricci sono due -, disse leccandosi una zampa con fare indifferente.
– Caspita Blue, complimenti -, disse mio padre guardando Macchia con aria di rimprovero. Il gatto paffuto si limitava a piagnucolare guardando il moscardino che se andava via felice imbracciando un’enorme noce.
Ci avvicinammo alla buca: sporgendoci dall’alto non si vedeva un granché, ma noi fortunatamente potevamo affidarci ancora una volta alle facoltà dei nostri amici felini. Dalle pareti, stretti alberi si alzavano verso il cielo facendo le curve più improbabili per cercare la luce del sole. Le rocce, di un insolito bianco, erano di natura calcarea, ci spiegò Elia: notammo che una di esse sembrava più levigata delle altre, come se fosse stata lavorata da qualcuno, più sotto altre sembravano seguire la prima, quasi ad abbozzare una serie di gradini che rozzamente ci invitavano a scendere nel buio. Nessuna torcia era appesa alle pareti.
– È normale – esclamai – ora Lucilla vede al buio esattamente come Blue e Macchia! Ecco perché adesso la nostra gattona arancione ci farà strada! -, aggiunsi strofinando il muso della mia amica che mi ricambiò con uno sguardo non altrettanto affettuoso.
– Pulce, questa missione vi costerà più biscotti di quanti possiate mai cucinarne in tutta la vita, lo sai? -.
– L’intero villaggio, cara Blue, passerà le sue giornate a sfornarne per te quando li avremo salvati! -, risposi io ostentando una convinzione che in realtà dentro di me vacillava. Era difficile immaginare folletti che impastavano biscotti per una gatta scorbutica che li guardava impaziente dall’alto in basso.
Blue e Macchia si avvicinarono all’ingresso e i loro grandi occhi divennero quasi luminosi raccogliendo la poca luce che filtrava all’interno.
– Devo entrare a dare un’occhiata al suo nascondiglio, forse troverò qualche indizio. Voi ragazzi restate qua fuori, e non è un invito ma un ordine -, disse mio padre tirando fuori dalla borsa una lanterna con alcune lucciole. Avevamo introdotto alcune lucciole nel lume vuoto che avevamo ritrovato sperando che si alzasse in volo come le altre ma, con nostra relativa sorpresa, non era successo nulla del genere.
– Ma papà siamo venuti qui solo per questo! Vogliamo aiutarti! -.
– Non se ne parla, è troppo pericoloso, scenderò da solo con Blue se lei ne ha voglia -.
– Papà folletto, sarà un piacere scendere a snidare qualche piccolo roditore in letargo! -, rispose il felino.
– No Blue, per favore, non siamo qui per uccidere animaletti indifesi. Cerca solo di evitare che Elia possa diventare a sua volta una preda -, dissi.
Rassegnata, chiesi a mio padre di afferrare la coda del felino perché la discesa era troppo ripida per affrontarla a dorso di gatto.
– Blue cerca per favore di non farti prendere dall’istinto e porta giù Elia con attenzione, conto su di te! -.
La gatta, scoccando uno sguardo attento, annuì e cominciò la discesa con prudenza. Mio padre la seguiva stringendo la pelliccia dell’estremità della mia fidata amica.
Milo era rimasto a controllare che dai cespugli non arrivasse la temibile Lucilla. Non aveva detto molto dalla nostra partenza, sembrava distante e allo stesso tempo teso: forse era preoccupato di averci messi tutti in pericolo o aveva paura di scoprire che gli abitanti di Riva dei Salici fossero finiti in un guaio che noi non avremmo potuto risolvere.
Passò diverso tempo, avevo cominciato a preoccuparmi tanto che stavo pensando di chiedere a Macchia di scendere a controllare, il gattone bianconero però non sembrava darsi grossa pena. Giocherellava allegro con le foglie secche lanciando ogni tanto qualche “Mauuu” accorato per richiamare la nostra attenzione.
Stavo per rimproverarlo quando Blue balzò fuori dalla buca: – Ragazzi, il folletto avanti con l’età ha trovato qualcosa di interessante, dice di raggiungerlo. La tana è tranquilla, nessun pericolo in vista -. Milo e io allora afferrammo la coda della gatta e ci addentrammo al buio. Macchia nel frattempo si muoveva adagio dietro di noi, timoroso di entrare in una grande buca piena di cose sconosciute.
Blue ci scortò muovendosi con sicurezza: noi ci limitavamo ad annusare, almeno da quel punto di vista potevamo vantare una certa capacità innata, non paragonabile a quella dei felini comunque, di cogliere odori per sopravvivere nei boschi. Scendemmo nel sottosuolo e camminammo a lungo in tortuose gallerie che tagliavano il terreno in modo orizzontale. Un po’ ricordava la tana dei tassi in cui eravamo andati alla ricerca della chiave della volpe petulante, anche se molto più estesa.
Un pertugio che attirava l’attenzione per via di alcuni segni scolpiti nella roccia che lo sovrastavano, ci introdusse nell’ampia sala in cui ci aspettava mio padre. La lanterna illuminava appena, ma ci permise di scorgere uno scenario affascinante. Ogni cosa presente – sedie, tavoli, panche, nicchie nel muro per i lumi – era scolpita nella roccia bianca e levigata. Il soffitto non era visibile, ma dall’eco delle nostre voci sembrava come se non ci fosse. Poi la luce fioca svelò pian piano nella penombra, la cosa più sorprendente che si stagliava in rilievo sulle pareti: immagini di alberi, fiumi, cieli e grandi vascelli volanti carichi di folletti! Rimanemmo tutti a bocca aperta.
Elia era seduto a terra e sfogliava pergamene ingiallite dal tempo, sul frontespizio si poteva leggere: “Nella Luce, tra i Salici”.
– Ho trovato quello che cercavamo in uno dei cunicoli che mi hanno condotto fin qui. Era avvolto in un vecchio panno, nascosto sotto al terreno. Ma un lembo era rimasto scoperto. Questi scritti danno indicazioni precise per incantare le lucciole e per costruire navi che possano solcare i cieli! Le storie di Ondino non erano solo leggende, i folletti volanti esistevano sul serio e Lucilla ha trovato per caso questo posto che nei secoli ha conservato un segreto così grande ormai scomparso dalla memoria di tutti -.
Noi ascoltavamo le parole entusiaste di mio padre ma non riuscivamo a smettere di guardare i disegni fantastici che mostravano nostri simili mentre volavano spavaldi nel cielo azzurro. Persino Macchia smise di giocare per perdersi in quelle immagini fantastiche.
– Dobbiamo prendere queste pergamene e portarle con noi! Purtroppo alcune parti sono scritte in lingue che non conosco… Le studieremo, costruiremo una nave e andremo alla ricerca dei tuoi amici, Milo. Ma prima abbiamo davanti a noi un’altra missione: ritrovare Ondino, ci serve un vero capitano in grado di pilotarla! -.
Su quelle ultime parole, un tonfo sordo ci scosse con forza dagli ambiziosi progetti che stavamo elaborando. Alle nostre spalle, una pesante porta di roccia che non avevamo neppure notato si chiuse, mentre un essere alto due volte noi, ci guardava con sorriso beffardo e lunghi baffi bianchi.
– Ben arrivati amici, così siete venuti a trovarmi alla fine! -, disse con voce nasale lo strano essere che ci si parava davanti. Aveva grandi orecchie pelose con macchie di colore grigio, marrone e nero. Stava in posizione eretta ma al posto delle mani aveva grosse zampe pelose dello stesso colore delle orecchie: gli occhi grandi, avevano il tipico taglio dei felini ma le pupille erano rotonde come quelle dei folletti. Una sottile peluria ricopriva il viso che aveva fattezze a metà tra le due razze. La grossa coda batteva nervosamente a terra. Il tutto era parzialmente coperto da un ampio mantello scuro munito di cappa. Nell’insieme, era l’incubo che temevo.
– Avevo notato la vostra presenza al villaggio e speravo di conoscervi presto -, aggiunse con un tono particolarmente spiacevole. L’ostentata cortesia mal celava un’evidente ostilità.
– Ciao Milo, come stai? Mi dispiace molto che ti sia perso il viaggio che ho organizzato per gli abitanti del villaggio. Sei stato l’unico errore di un piano perfetto, ma rimedieremo -.
– Lucilla, quello che hai fatto è terribile! Hai condannato tutti – la mia famiglia, i miei amici e il villaggio intero – ad affrontare chissà quali pericoli a bordo di quell’assurda nave volante solo per vendicarti. Oggi ci dirai qual era la destinazione finale di questo tuo piano di vendetta e ci aiuterai a trovarli, se vuoi sperare di avere un briciolo di pace nell’eternità di pentimento e di solitudine che ti aspetta! -.
Milo era davvero furioso e non si era per nulla spaventato nonostante la situazione non volgesse esattamente a nostro favore.
– Piccolino non agitarti, io non farò nulla del genere. Sono stata condannata ad avere questa forma spaventosa solo perché volevo rendere il Consiglio dei Luminosi un luogo più giusto! Avevo diritto a esercitare il mio potere sulle scelte del villaggio, le mie capacità sono superiori a molti dei membri che voi sciocchini continuate a eleggere solo per paura di dare spazio a nuove conoscenze. Un manipolo di codardi spaventati dal futuro che, invece di ringraziarmi, mi ha maledetta trasformandomi in questa misera creatura -.
– In effetti avrebbero potuto fare un lavoretto completo, lasciarti qualche fattezza da folletta è stato scortese – disse Blue uscendo dal buio di un angolo dove si era nascosta. La gatta aveva evidentemente sentito l’arrivo di Lucilla e si era acquattata, forse per misurare il grado di pericolosità del suo potenziale avversario. Macchia invece, che era stato in disparte a giocare con le pergamene ancora arrotolate, se ne stava attonito come tutti noi.
Lucilla probabilmente non aveva notato Blue perché quando la vide emergere dal buio, trasalì. Evidentemente i suoi parziali sensi felini non erano così affinati e temeva che lei potesse essere, a differenza di tutti noi, una nemica pericolosa. Ma quel breve istante passò e Lucilla riprese a parlarci con tono minaccioso.
– Oh bene, c’è anche la gatta randagia del villaggio, felice di vederti Blueberry -.
Il felino interruppe la conversazione e si sedette arrotolando l’elegante coda intorno alle zampe senza rispondere.
– Immagino che adesso vorreste mettere in atto il vostro ardito piano di recupero. E dopo tutti i miei sforzi per liberare questa bella terra dai noiosi folletti pensate che ve lo permetterò? -.
– Esimia Lucilla – intervenne Elia, che aveva nascosto furtivamente l’antico testo nella sua bisaccia – Le comunico che non siamo venuti qui con cattive intenzioni. Inoltre le chiedo di lasciarci andare subito e se non vuole liberarci tutti, almeno i ragazzi e il gatto più… Innocuo -, aggiunse con voce esitante, mentre la gatta folletta allargava il suo sorriso non proprio conciliante.
– L’ “esimia Lucilla” si sposterà e ci lascerà passare senza alzare un artiglio, ne sono certa – disse Blue – soffro un po’ nei luoghi chiusi e posso assicurare a tutti che sono nella fase in cui se non esco da questo posto subito, mi farò strada senza badare a chi ho davanti -.
Lucilla era molto più alta di un folletto medio e sicuramente più possente, ma la sua stazza era comunque inferiore a quella di un vero gatto, così quando Blue cominciò ad avvicinarsi, tutti pensammo di assistere a una zuffa che avrebbe comunque visto la vittoria della gatta arancione. Ma appena le si avvicinò col suo fare baldanzoso, Lucilla che evidentemente aveva capito che in uno scontro fisico avrebbe avuto la peggio, lanciò una polverina scoppiettante che riempì la sala di piccole scintille, spiccò un balzo improvviso sulla parete alla sua destra ed entrò in un cunicolo su quella opposta attraverso una porticina che poi si richiuse di scatto. Il tutto accompagnato da una sonora risata, come nelle peggiori storielle di maghi cattivi che mi raccontava mia madre prima di andare a dormire.
– Bè tutto sommato mi sembra più gatta che folletta, ragazzi. È astuta. Mi rimangio quel che ho detto -, disse Blue con una notevole faccia tosta.
La guardai furibonda: – Se invece di fare la spaccona le avessi dato subito una bella zampata, adesso saremmo già fuori di qui! Invece ora, nella migliore delle ipotesi, moriremo di fame e di sete mentre quell’orribile mezza gatta continuerà a seminare zizzania nei boschi! -.
– Eccola qua la mia piccola amica che condanna sempre l’aggressività. Adesso invece li apprezziamo questi artigli e queste fauci, eh? -.

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Claudia Montoneri
Sono nata a Roma nel 1980 e il mio immaginario è impregnato di tutte le fantasmagorie che caratterizzano questo decennio.
Passo le giornate a scrivere per mestiere, alimentando il web con i fatti della contemporaneità.
Non ho i cassetti pieni di racconti e romanzi, questa è la prima storia che tiro fuori dalla mia penna.
“Trovare” questo racconto è stato difficilissimo e facilissimo al tempo stesso. Una ricerca incessante di equilibri e alchimie in un sistema fantastico quanto più possibile coerente, in cui però potesse trovare spazio parte del mio sentire. Come riscoprire per caso un incantesimo dimenticato, le cui parole si nascondevano tra le pieghe dei miei trascorsi e dei miei pensieri.
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