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Un succo naturale, grazie

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Un libro per chi cambia orizzonti. Letteralmente.
Dalle albe livide di San Donato alla Samba.
Dall’Italia al Brasile.

Un’odissea moderna verso un’Itaca raggiungibile, ma non per questo meno inafferabile. È il prezzo da pagare per ricominciare, o forse per cominciare per davvero.

Tra racconti, avventure, cadute e successi, lezioni tenute e lezioni imparate, una storia come tante, ma non tantissime: quella di un italiano emigrato in Brasile.

Il bar

Sono seduto in questo bar da dieci anni. Non ricordo la prima volta. Le cameriere sono cambiate. Ce n’era una… Che importanza ha?

Il tempo non è cambiato. Tendenzialmente caldo. Con qualche giorno piovoso. E vento, molto vento. Siamo a Barra da Tijuca, Rio de Janeiro. E io sono un professore di italiano. A questo tavolo, segnato dal numero 13, mi raggiungono i miei alunni. Sono tavoli all’aperto. Mentre io spiego a loro la grammatica (ormai a memoria e senza più guardarli in faccia) fisso gli avventori, mia vera attrazione. Questo è un centro imprenditoriale… Mi è già venuto a noia quello che sto scrivendo. Meglio erano i sette romanzi che ho già scritto in questo bar, sei in italiano, uno in portoghese. Adesso ve li racconto… Anzi, adesso vi presento Marilia, l’attuale cameriera, la più simpatica. È bianca, viso piccolo, capelli corti, maglietta chiara con lo stemma del bar sopra, grembiule marrone con lo stesso stemma. Vive in un gruppo di favelas qui vicino. Oggi non sono più favelas, ma quartieri poveri. Meno malfamati di un tempo, controllati dalla polizia, spesso corrotta. La violenza però è diminuita e Marilia è più tranquilla. Non so se è sposata. Con me è sempre gentile: quando ha saputo che mi piace cantare e che ho inciso a livello amatoriale due canzoni, le ha volute ascoltare e mi ha fatto i complimenti. Oggi mi chiama per nome, prima mi chiamava professore. Quasi tutti mi chiamano professore, qui. Sono rispettato e io mi sento un po’ un imbecille, ma è il mio lavoro. Sono un professore. Da più di vent’anni. Lezioni private, principalmente; ho avuto anche qualche classe, ma preferisco le lezioni private, mi coinvolgono meno. E mi lasciano più tempo per pensare e per scrivere.

In questo bar ho avuto diverse crisi di diarrea. Anzi, forse è il cibo mangiato e i troppi caffè che mi hanno causato un’infiammazione cronica intestinale che spesso mi fa stare male. Tante, troppe volte mi sono alzato dal tavolo 13 e sono corso verso il bagno (che è dall’altra parte del centro). Le crisi mi lasciano un po’ depresso e sognante. E fatalista: è stata la diarrea a trasformarmi in un fatalista. Oggi non ho più paura di niente, e la morte è l’ultimo dei miei problemi.

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L’arrivo

Chiesi al tassista di portarci dove stavano festeggiando. Quello mi capì e si diresse verso il Pelourinho, il centro storico. In macchina girava lo sguardo verso me e verso Fabio, seduto dietro. Parcheggiò davanti a un mini market; ci chiese uno sproposito e noi pagammo senza battere ciglio. Lui uscì dall’abitacolo gridando di felicità. Entrò nel mercato, poi riapparve con la spesa fatta; ricordo che comprò vari cartoni di latte Parmalat per i figli.

Ed eccoci io e Fabio Savoldelli, davanti all’ostello. Pousada Jô. C’era una luce strana, forti odori. Il vento muoveva le cime delle palme. Molta gente ci guardava, era pieno di neri e io non ci ero abituato. Era il 2003 e l’Italia era diversa, meno meticcia di quella attuale.

Io non avevo la carta di credito, era il primo viaggio intercontinentale. Tenevo una busta con mille dollari sopra alle mutande. Non mi fidai della proprietaria che ci indicò delle piccole casseforti, in fila sulle scale. Se avessimo voluto, lei ci avrebbe dato un lucchetto… Fabio era il mio specchio, io ero lo specchio di Fabio. Famelici, pieni di vita, di ansie, di desideri ma anche di tensioni, venivamo da situazioni definitive, eravamo alla frutta. Lui s’era separato dopo anni di convivenza, io facevo l’insegnante in una scuola privata in centro a Milano, mi ubriacavo quasi tutti i giorni, prima di entrare in classe mi facevo uno o due bicchieri di rosso… Il Pelourinho è un quartiere di casette colorate, in stile coloniale, circondato da favelas. Molti turisti, poliziotti e povera gente… in lontananza il mare maestoso e un ascensore, l’Elevador Lacerda che permette di accedere al Mercato, con gli odori di acarajé, di olio di cocco, di olio di dendê e le grida, le donne vestite di bianco con i foulard attorcigliati attorno alla testa; bambini, mocciosi dappertutto… Il mio primo approccio si chiamava Icaro, aveva nove anni, parlava italiano, la faccia da scugnizzo.

Zio, vuoi che ti vado a comprare dei sandali?

Beh, in effetti, pensai, avrei proprio bisogno di un paio di…

Ho solo una banconota da cinquanta, quanto ti serve?

Non ti preoccupare, la vado a cambiare.

Mi fidai, gli porsi il denaro e lui sparì tra i vicoli.

Io nemmeno mi arrabbiai. Ero intontito dal viaggio, dagli odori, dai neri, dalle nere… C’era una certa agitazione e Jô, la proprietaria della pousada, ci aveva detto che eravamo arrivati nel giorno della festa di San Giovanni. Ed eravamo nel Pelourinho, il centro di Salvador, dove venivano portati gli schiavi e, dopo essere stati esaminati, venivano venduti. Alle volte venivano frustati e uccisi in piazza, in quella stessa piazza che adesso ci riconosceva come turisti in cerca di emozioni. Molti baracchini vendevano bibite e io volevo provare la caipirinha. Ne bevvi quattro o cinque di seguito. Il sole tramontò e noi seduti ai tavolini ci stavamo ubriacando come facevamo in Italia. Dopo il settimo bicchiere io mi alzai, raggiunsi un baracchino colorato pieno di frutta, lessi i nomi delle bibite e decisi che avrei sperimentato il capeta, che allora non sapevo significasse demonio. Ma non avevo più soldi in tasca, allora misi la mano sotto alla maglietta, estrassi una banconota da dieci dollari e, veloce come il vento, una bambina si intromise e mi portò via i soldi. Anche questa volta non me la presi.

Adesso era buio e l’oscurità in Brasile è più nera che in Europa. Quando mi accorsi che Fabio stava comprando dell’erba, era troppo tardi. Il mio collega di viaggio, il bel Savoldelli dai capelli neri, figlio unico come me, viziato, coccolato, come me al limite della tossicodipendenza o della psicosi, aveva fatto amicizia con Junior e Puma.

Io faccio capoeira e sono buono— affermò Junior (dopo tutta quella caipirinha, ormai capivo il portoghese!), — Lui invece è cattivo.

Parevano usciti da un fumetto. Puma col berrettino di lana, la barba, i pantaloni sporchi della tuta dell’Adidas; Junior grassottello, in bermuda. — Non vogliamo niente, grazie.

Niente, un cazz…— Fabio parlava in dialetto. — Io mi voglio sballare!— E allora sballiamoci! pensai e cominciò una lunga trattativa tra il mio collega e i due. Eravamo nella piazza centrale, quella con la casa di Jorge Amado e il museo, tra i baracchini, i negri festanti, le donne con i foulard bianchi, i mocciosi, gli odori di spezie… Fabio entrò in una via laterale, era sorvegliata dalla polizia ma forse c’era un accordo tra le parti; quando tornò, credo che ci sedemmo in un tavolino e fumammo assieme ai nostri due amici.

Io sono buono, faccio capoeira— gli offrii da bere perché mi stava simpatico; Puma invece non diceva niente, ci fissava, chi eravamo, cosa eravamo per lui? In quel momento non ci pensavo, eravamo appena sbarcati e ci stavamo sballando da matti…

Ricordo io e lui in macchina, a Pesaro; passando sotto il cavalcavia Fabio disse: — Dopo questo viaggio, non saremo più gli stessi—, e io non sapevo che pensare… Stessa reazione quando un comune amico, Bolo, in spiaggia, aveva profetizzato: — Per me, tu non torni.

E poi i numerosi amici, conoscenti di Fabio e Bolo, quando avevano saputo che andavamo in Brasile, ci avevano preso in disparte tra i lettini e ci avevano raccontato le loro esperienze a Copacabana con le puttane.

Non ricordo quando ci separammo da Junior e Puma. Quello con la tuta però aveva cominciato a infastidirci chiedendoci altri soldi per l’erba che Fabio gli aveva già pagato. E io mi innervosivo e invitavo il mio amico ad andarcene.

Alle tre entrammo in una discoteca con musica reggae vicino al Pelourinho e bevemmo ancora, stavolta della birra. C’erano delle ragazzine con le borsette, parevano prostituirsi. Fabio trovò una donna e le chiese di venire con lui nell’ostello, ma Jô gli proibì di portarla in stanza.

Al mattino, con un mal di testa terrificante, stavamo mangiando frutta e pane e osservando la luce, i colori; tutto pareva strano, un’incredibile energia nell’aria, una forza spirituale fatta di lacrime, sesso, poesia e istinti di morte, grida disperate piene di vita, canzoni, un’impossibile leggerezza…

Avrete dei problemi— affermò Jô, la bella Jô, amorevole come una mamma. Fuori dall’ostello ci aspettavano Puma e Junior, vestiti come la sera precedente (e forse avevano dormito per terra).

Te l’avevo detto, cazzo!— imprecai perché io ero un drogato, un alcolizzato, ma mantenevo sempre una candela accesa, un filo diretto col mio angelo custode…

Puma vuole che gli paghiate l’erba.

E tu digli di non romperci i coglioni!— Fabio s’era innervosito.

Io sono buono, ma lui…— replicò Junior.

Eravamo in strada, in mezzo ai rifiuti, ai camion della spazzatura e Jô ci osservava. Era una donna sulla trentina, capelli corvini, corpo da ballerina.

Se volete vi faccio da guida turistica, voi mi pagate quello che potete— questa fu la proposta di Junior, quasi un compromesso.

Andammo così in spiaggia, al Forte, io, Fabio e Junior. Puma a cinquanta metri, seduto sulla sabbia, ci fissava.

Finché resterò con voi, non vi succederà niente…—. Provai a rilassarmi, a non pensarci. Il mare era bello, calmo, si vedevano gli scogli sotto. C’erano delle famiglie come a Pesaro, persone che correvano, in molti mangiavano piatti di pesce appena pescato e fritto sul posto… Ma Puma, senza mangiare, senza bere, impassibile, voleva i suoi soldi. Prendemmo l’autobus e lui si sedette dietro, negli ultimi posti. Ricordo dei ragazzi, forse drogati, che battevano sulle sedie e gli usciva la bava dalla bocca mentre cantavano. Ricordo una piazza, un mercato, strapieno di gente, molte grida, gli odori e la luce erano diversi, erano strani; a Rio de Janeiro non trovai quegli odori, quella luce e nemmeno quell’energia. Pareva che tutto il male e tutto il bene del mondo potessero realizzarsi in quella piazza in qualsiasi momento. Mangiammo del pesce, del riso e dei fagioli. Junior ci ringraziò per il pranzo, io ogni tanto lo guardavo indicandogli l’amico seduto a pochi metri da noi, muto, senza sete, senza fame, che aspettava i soldi dell’erba.

Fabio, dagli i soldi e mandalo a fanculo.

Poi ce ne chiederebbe degli altri!

La sera non uscimmo dall’ostello e io cominciai a sentire nostalgia dell’Italia, pensai che il Brasile non era fatto per me e ipotizzai di telefonare a mia madre. Ero alla frutta, di nuovo.

Sono sempre al capolinea, in Italia come in Brasile. Lo spettro della depressione divenne realtà quando, la mattina, dopo aver bevuto il caffè ed esserci preparati per incontrarci con Junior che ci avrebbe mostrato le chiese della città, scorgemmo Jô con il viso preoccupato. Fuori dalla porta della pousada, davanti alla scalinata piena di bambini che giocavano con delle specie di biglie e gridavano e parevano aver dormito per strada tanto erano sporchi, vidi Puma e Junior. Io ero ansioso e pieno di rabbia verso Fabio che aveva provocato quell’inconveniente e non era capace di risolverlo e verso Puma che avrei voluto affrontare. Ma la candela della ragione (il filo diretto col mio angelo custode) consigliava di rimanere calmo, almeno di fingermi calmo. Non volli parlare nemmeno con Junior perché era chiaro che anche lui non era buono, nonostante la capoeira, i valori del maestro e tutte quelle stronzate. Nel tragitto verso l’ascensore Lacerda credo di aver visto anche Icaro, il bambino dei sandali, che mi salutò, senza preoccuparsi di avermi fottuto cinquanta reais. In prossimità dell’ascensore Fabio il pesarese si avvicinò all’edicolante (poi scoprii che a Salvador come a Rio la maggior parte dei proprietari di un’edicola sono discendenti di italiani) e gli chiese un pacchetto di Marlboro. Quello, magro coi baffi, ci fissò, capì al volo che eravamo italiani e disse qualche parola sull’Italia. Io non replicai, anzi lo scrutai. Lui notò, dietro di noi, gli individui.

Sono vostri amici?— chiese e io rimasi muto, con lo sguardo da cane bastonato. L’uomo mise la mano vicino alla cassa, estrasse una P38 e la puntò verso i due mulatti. — Andate via, figli di puttana!— gridò e i due compari finalmente ci lasciarono in pace.

Ritornammo a Salvador un mese dopo perché dovevamo prendere il volo per Bologna. Io mi ero rotto una spalla a Rio, mi ero innamorato di una carioca che pensavo non avrei più rivisto e Fabio aveva incontrato una baiana, Gisele, con la quale anni dopo avrebbe convissuto a Pesaro. Dormimmo nella stessa pousada e, durante la colazione a base di mango, papaya, prosciutto, pane, burro e caffè, chiesi a Jô notizie dei nostri amici. Lei disse che Puma non l’aveva più rivisto e Junior, quello buono, che seguiva i consigli del maestro di capoeira, era in prigione perché aveva tentato di uccidere la madre.

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Matteo Gennari
Matteo Gennari è un poeta, scrittore di romanzi e di canzoni che è stato reporter, giornalista freelance, cantante di una rock band, ma anche lavapiatti, cameriere, addetto alle pulizie e operaio. Insomma, un professore di italiano di 40 anni, nato a Milano, residente a Rio de Janeiro, in Brasile.
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