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Una domenica qualunque

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Chiedere il divorzio: non è quello che Elena intendeva fare, ma una volta pronunciate quelle parole si rende conto che è proprio quello che vuole. E così una domenica qualsiasi trascorsa nella casa di sempre e circondata dai suoi affetti diventa il giro di boa di un’esistenza dedicata fino a quel momento interamente alla famiglia. Nel suo viaggio alla ricerca di qualcosa che nemmeno lei conosce non mancheranno colpi di scena. La vicenda di un’amica sparita da anni nel nulla e le vite dei tre figli che ancora riescono a tenere stretti i loro segreti si intrecceranno con la sua fuga. Quando tutto sembra scivolare liscio verso la serenità, un uomo dilaniato dai tarli del male si frapporrà tra lei e la ricerca di un nuovo cammino, mettendo in grave pericolo la sua vita.

CAPITOLO UNO

Il pranzo della domenica è quasi pronto.

Sono accaldata, la cucina è satura del calore proveniente da forno e fornelli accesi, ma oggi è troppo freddo per aprire le finestre. Nonostante sia quasi la fine di febbraio, la temperatura è decisamente invernale. Accade spesso che quando ci si avvicina alla primavera, arrivi il colpo di coda dell’inverno.

Tolgo la teglia con le lasagne fumanti dal forno. È pesantissima e la tengo male in equilibrio perché scotta, ma sono soddisfatta: il profumo che emana è meraviglioso e stuzzicante. Due dei miei figli saranno contenti, adorano le lasagne alle verdure fatte dalla loro mamma; invece Silvia avrà da dire la sua, lei le preferisce al ragù, come suo padre. Non è semplice accontentare tutti in un colpo solo.

Mentre giro l’arrosto con le patatine do un’occhiata compiaciuta in salotto. È proprio una bella tavolata: tre figli, Franco con la moglie Agostina, Silvia con il marito Stefano e la piccola Claudia, Giorgio invece è da solo come sempre. Mi preoccupa un po’ questo ragazzo che non riesce a trovare una donna, anzi mi sembra proprio che non la cerchi nemmeno. Ha quasi trent’anni e temo che più passa il tempo più sarà difficile che si innamori.

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Mio marito siede a capotavola e sta parlando in modo vivace con Silvia. Lei è un avvocato rampante o, come si dovrebbe dire oggi, un’avvocata. Che nome strano. Io sono per la parità dei sessi, ma i nomi femminilizzati di certe professioni mi sembra che stridano. Sarà che quando andavo a scuola le parole avevano un genere preciso ed erano immutabili.

Comunque, non credo che un nome cambi veramente qualcosa. Sono sicura che Silvia abbia grinta sufficiente per tenere testa a qualsiasi uomo con una laurea equivalente. Una volta sono andata in tribunale, nascosta tra il pubblico, per vederla ma soprattutto per ascoltarla, e mi sono sentita veramente orgogliosa.

Era una causa difficile: si decideva se togliere la patria potestà di una bambina a un padre che alzava troppo spesso le mani e il gomito; l’alternativa era affidarla ai servizi sociali o a una famiglia adottiva, visto che la madre era morta. Lui stravedeva per la figlia e probabilmente non le avrebbe mai fatto del male, ma c’era un’aggravante: prima di morire, la madre della bambina era stata ricoverata diverse volte per ecchimosi e fratture varie che solo troppo tardi erano state imputate a quel marito violento. Ero sicura che mia figlia stesse soffrendo, mentre spiegava le ragioni per cui la piccola doveva essere tolta al padre, ma non avevo dubbi che la sua fosse la decisione giusta.

Mio marito, che di legge non ne capisce niente, ha spesso discussioni con lei riguardo ogni tipo di argomento; del resto, fra i tre figli lei è l’unica che gli tiene testa. Si sa, i padri solitamente stravedono per le figlie femmine.

Comunque è difficile discutere con Mario, lui ha sempre ragione a prescindere. Un tempo ci provavo, dicevo la mia, ma venivo zittita quasi subito; allora ho capito che non aveva senso proseguire, e ho imparato a chetarmi e a mantenere le mie idee tenendole ben strette. Difficilmente ho voglia di affrontare qualsiasi argomento con chi è totalmente cieco e sordo.

«Chi stai difendendo è indifendibile, io non farei mai l’avvocato difensore di chi commette reati del genere.»

«Babbo, ma che discorsi fai! Tutti hanno diritto a una difesa, qualsiasi cosa abbiano fatto. È il mio lavoro, non posso rifiutare un incarico solo perché non mi va a genio la persona o il reato che ha commesso. Lo sai, è uno dei princìpi della nostra costituzione.»

«No, non mi convinci nemmeno se parli fino a domani. Non possono esserci attenuanti per chi uccide o fa del male a un bambino o a una persona indifesa. Ti rendi conto che un avvocato molto bravo potrebbe far mettere in libertà un delinquente incallito che continuerebbe ovviamente a fare del male, forte del fatto che la giustizia non l’ha punito? No, non posso accettarlo. Ehi, guarda la bambina, ha preso un pezzo di pane. Stai attenta, potrebbe soffocare!»

«Sempre ottimista, eh?»

Agostina sta seduta impettita. Franco le tiene una mano di nascosto, sa che suo padre lo prenderebbe in giro se lo vedesse indulgere in simili svenevolezze, come le chiama lui. La guardo, un po’ preoccupata. Ha le borse scure sotto gli occhi, non deve aver dormito stanotte.

Da quando suo padre si è suicidato – l’hanno trovato che penzolava come un burattino attaccato a una trave, nel suo stabilimento – non riesce a riprendersi. Teme che possa essere colpa sua, perché avevano litigato poco prima. Lei sapeva che il padre era fragile e indifeso dopo essere rimasto vedovo, era a conoscenza delle sue serie difficoltà con il lavoro, ma nonostante questo gli ha sputato in faccia cose che pensava di lui da un sacco di tempo e che non aveva mai avuto il coraggio di buttare fuori. Non aveva mai avuto un buon rapporto con lui e tutto era esploso dopo la morte della madre, che aveva sempre fatto da cuscinetto tra i due. Avrebbe potuto risparmiargli qualcosa, tanto le parole non cambiano la gente. Le era servito solo come sfogo.

Forse era stata troppo diretta, o magari anche troppo cattiva e vendicativa, comunque non credo che il litigio sia stato la causa del suicidio. Anche se ovviamente deve esistere un motivo scatenante al di fuori, penso che la vera causa sia la fragilità di una persona incapace di affrontare le difficoltà, e a quel punto ogni cosa, anche la più banale, potrebbe diventare la scusa per farla finita.

Non so, sarà per il dolore che ha sopportato, ma in questo momento Agostina è quasi brutta. Non è mai stata una bellezza, ma ora sembra addirittura vecchia. È uno di quei tipi che non appaiono mai giovani, ma hanno la fortuna che, quando diventano veramente anziani, danno l’impressione di essere sempre uguali, come se fossero imbalsamati. O almeno questa è la mia opinione. Evidentemente Franco la pensa in modo diverso, si vede quanto è innamorato.

Oltretutto lei non ha un gran bel carattere, anzi ultimamente ha spesso scatti di rabbia immotivata che rasentano l’isterismo. Io stessa in questi ultimi giorni sto attenta a tutto quello che dico, perché a volte tende a interpretare male le mie parole e si offende; sto in tensione anche per ciò che scappa di bocca a Mario, che non possiede il mio tatto e non vede le cose a meno che non ci sbatta contro.

Povero Franco… lui è così buono, disponibile e attento, sempre calmo e tranquillo, anche troppo. Forse si meritava qualcosa di meglio. Ha un carattere veramente stoico, non reagisce mai al nervosismo della moglie. Non capisco come possa sopportare di trasformarsi in un burattino tra le sue mani. Oddio, sto facendo la suocera, cosa che non vorrei; ho sempre affermato di essere diversa dalle altre donne, ma qualche volta scivolo nella tentazione. Ovviamente lo faccio solo con me stessa, non posso parlarne nemmeno con Mario: a lui Agostina non è mai piaciuta, figuriamoci se mi mettessi io a dirgli quello che penso! Non farei altro che soffiare sulla cenere ancora calda. Anzi, quando lui fa qualche battuta poco piacevole sul carattere della nuora, io svicolo e sdrammatizzo, insistendo che è lui che non è mai contento, che è vecchio e non capisce i giovani di oggi.

Sta diventando faticoso stare nel mezzo e mediare tra tutti, io sono l’unica che non può mai dire la sua, perché comunque ogni parola può avere delle conseguenze impreviste.

Stefano sta spippolando al telefono. Per essere esatti, visto che ha un cellulare touch, sta strusciando il dito sullo schermo in modo quasi compulsivo. È uno di quegli uomini che non lasciano il loro apparecchio nemmeno per un minuto, ma quali cose avrà mai da farci! Quando c’è lui ogni poco si sentono squilli, campanellini, squittii; tutti i suoni hanno un significato diverso, si passa dal messaggio di WhatsApp a notifiche di Facebook o Twitter e chissà cos’altro, e ogni volta si precipita a prendere quell’aggeggio infernale.

Io sarò anche all’antica, ma mi disturba sentire ovunque intorno a me il risuonare di tutte quelle strane musichette. Almeno togliessero il volume, ma no, devono far capire a tutti quanto sono impegnati. Prendi una persona adulta, dalle un cellulare in mano e si sentirà importante. Mah!

Mi rendo conto che sto diventando insofferente ogni giorno di più, ma si possono tollerare certi disturbi della quiete pubblica? Quante volte mi è capitato, per esempio, di stare sdraiata e rilassata a prendere il sole in riva al mare, cullata dal movimento delle onde che si frangono sulla battigia fin quando il telefono del vicino comincia a squillare insistentemente, mentre il disgraziato che pisolava tranquillo fino a quel momento balza a sedere, lo cerca dentro un borsone enorme, strapieno di qualsiasi cosa, e poi risponde e grida i fatti suoi a tutta la spiaggia, e il nostro momento magico svanisce all’istante. E poi questo fatto che non si può più avere un attimo di privacy, e che chiunque ti può trovare in qualsiasi momento, è veramente assurdo. Eppure il cellulare è diventata una droga. In fondo anch’io che mi lamento non ne posso fare più a meno, con la scusa che almeno se succede qualcosa posso essere rintracciata o che posso controllare le mie e-mail continuamente, quasi che da queste dipendesse la mia vita. Ma riguardo a Stefano, io ho un altro sospetto: temo che abbia un’altra donna. In fondo lo capirei, non deve essere facile andare d’accordo con mia figlia. Lei crede di avere la verità in mano, chissà da chi avrà preso, certo non da me. Non è facile fare il marito di una donna in carriera. Lui ci prova, sopporta le sue sfuriate, il fatto che torni a casa tardissimo, che deleghi tutte le faccende familiari agli altri, che voglia avere ragione in ogni occasione…

Io dubito molto di chi non si arrabbia mai. Come si dice, l’acqua cheta rovina i ponti. Con la bambina però è un tesoro, uno di quei padri che non esistevano ai miei tempi, quando gli uomini si vergognavano a cambiare pannolini e a portarsi i piccoli dentro un marsupio come i canguri. Mario non l’ha mai fatto e, quel che è peggio, se ne vanta come se fosse un pregio.

Giorgio sembra un po’ spaesato, si guarda intorno perplesso, come se non capisse cosa ci stia facendo qui. Però è bello, decisamente bello, anche troppo per essere un uomo: ha lineamenti regolari, occhi scuri con lunghe ciglia, una bella bocca carnosa e capelli castano chiaro leggermente mossi. Sta attento al suo aspetto e si mantiene in perfetta forma, gli piace essere avvenente. È socio in un negozio di abbigliamento e so che uomini e donne lo cercano per essere serviti da lui, ha un gusto innato per l’eleganza e sa dare ottimi consigli.

Qualche volta l’ho spiato dalla vetrina. Ne ho osservato i modi un po’ leziosi e complimentosi con le clienti e mi sono fatta tante domande sul suo vero orientamento sessuale. Sarà che sono abituata a considerare gli uomini più machi, anche se ho sempre disprezzato chi mette in particolare evidenza muscoli e bicipiti gonfiati solo per apparire più virile, perché il torace a tartaruga non serve a niente se non è supportato da un cervello. Mi sono accorta che si è anche sistemato le sopracciglia e che probabilmente si depila, ma anche questo non significa niente, molti uomini ormai lo fanno. Si dice che adesso spendano più delle donne nei centri estetici e nell’acquisto di prodotti di bellezza.

Comunque non posso negare, almeno con me stessa, di essere un po’ preoccupata. Non solo perché non ha una ragazza e non mi ha mai parlato di nessun amore, ma c’è qualcosa di indefinibile nel suo modo di muoversi, di camminare e in certi abbigliamenti un po’, come dire, colorati e qualche volta esageratamente eleganti. Non che questo significhi poi granché, è solo una mia sensazione e non ne ho mai parlato con nessuno, anche perché se fosse vero dovrei digerirlo io per prima. Forse è per nasconderlo anche a me stessa che non gli ho mai fatto domande dirette. Qualche volta è meglio non sapere. Non ho niente contro gli omosessuali, mi turba solo il fatto che nella nostra società un po’ ristretta di idee, qualsiasi tipo di diversità porta sofferenze a causa dell’intolleranza di tanta gente.

Qualcuno dice che l’omosessualità si sviluppi nell’adolescenza, che sia dovuta anche a comportamenti e ambienti familiari e mi chiedo quali potrebbero essere. Io sono un po’ scettica, anche se non mi sono mai soffermata troppo sull’argomento. Mah, la questione è dibattuta a livello sociale e religioso, c’è addirittura chi la considera una malattia da curare. Io non ne sono convinta e non credo troppo nemmeno nel fattore educativo, ciò di cui sono sicura è che amerò mio figlio sempre e comunque.

Non so se Mario abbia le mie stesse sensazioni e preferisca nascondere la testa sotto la sabbia. Sicuramente però non ha notato il fatto della depilazione, lui non vede mai niente. Lo prende un po’ in giro per quel suo modo di vestirsi, ma lo disapprova apertamente solo per il fatto che non ha voluto studiare pur essendo molto intelligente.

Non so nemmeno io la ragione, ma non andava volentieri a scuola. Qualche volta ho avuto il sospetto che fosse oggetto di scherno tra i compagni, oppure semplicemente non gli interessava quello che studiava. Un giorno un’insegnante mi fece capire in modo velato che Giorgio non si trovava bene in quella classe di ragazzi rozzi e volgari; io gli chiesi se volesse cambiare sezione, ma lui ha sempre rifiutato. Se davvero era oggetto di bullismo, forse pensava che cambiare rappresentasse una sconfitta e facesse capire che era intimorito da qualcuno, e questo non l’avrebbe mai accettato; o magari pensava che fosse inutile, la storia si sarebbe ripetuta. Forse avrei dovuto fare qualcosa di più, ma non ne sono stata capace, mi sono accontentata dei suoi “va tutto bene, mamma”.

Un giorno o l’altro glielo devo chiedere, mi piacerebbe capire. Ma ho anche sempre pensato che i figli debbano fare la loro strada e compiere gli errori inevitabili e affrontare la loro vita, qualunque essa sia, e qualsiasi ostacolo possano incontrare.

Spero solo che mio marito non si faccia venire i miei stessi dubbi, altrimenti non ci camperemmo più, o che non ricominci con la solita solfa del: ma quando ti decidi a portarci una ragazza a casa? Giorgio è a disagio quando si affronta l’argomento. Ma saranno fatti suoi, no? vorrei dire a Mario.

Comunque, il fatto che Giorgio sia andato a vivere per conto suo ci toglie dagli impicci. Ha un bellissimo appartamento, piccolo ma arredato con un gusto molto raffinato. Riesce a fare miracoli anche con arredi dozzinali, ed è sempre in ordine, cosa che non posso certo dire della casa di Silvia, che sembra perennemente sul punto di un trasloco.

«Mamma, è pronto? Abbiamo fame.»

Non mi ero resa conto, persa nei miei pensieri, che stavano battendo sui bicchieri con le forchette per richiamarmi al dovere.

«Arrivo!»

Le mie stupende lasagne strappano un applauso. La mia famiglia si avventa vogliosa sulla teglia.

«Elena, hai fatto le lasagne con le verdure? Lo sai che le preferisco al ragù.»

«Mario, non esisti solo tu. La prossima volta le farò come vuoi.»

«Non sono un po’ morbide? Guarda, si sfanno.»

Vorrei sapere dove si sfanno, il quadrato resta fumante e integro nel piatto. Sto per rispondere male, ogni volta cado nel tranello. Quando metto il pranzo in tavola c’è sempre qualcosa che non va, o è salato o cotto così e così o qualsiasi cosa gli venga in mente, e io mi arrabbio. Magari non mangiasse, viste tutte le critiche, ma no, mangia eccome! Da quando siamo sposati si è messo all’ingrasso come un maiale e si lamenta che niente è mai abbastanza buono.

I miei figli mi guardano un attimo in attesa dello scoppio, ma questa volta sorrido e tiro avanti. Li ho stupiti, non ho reagito, penso che sia una delle rare volte. Queste scaramucce (all’inizio anche piacevoli, poi un po’ meno) sono sempre state all’ordine del giorno, è diventata quasi una sfida tra noi due. La pasta peraltro è eccellente e non ne avanza nemmeno una porzione, visto che Mario, al quale le lasagne alle verdure non piacciono, ne ha preso due bei pezzi.

Tolgo i piatti sporchi e porto in tavola l’arrosto. È croccante e saporito. Mangiano tutti in religioso silenzio, mi fa piacere vederli affondare i denti nella carne con tanta soddisfazione. Ma non è finita, ho preparato anche la macedonia e una torta che è venuta meravigliosamente. È risaputo che le madri italiane preparino sempre pranzi enormi per le famiglie riunite, e io non sono da meno.

Gozzovigliamo a tavola mentre Claudia comincia a piegare la testolina sul seggiolone, è l’ora della sua nanna.

«Mamma, la porteresti sul tuo letto? Ho mangiato così tanto che non ce la faccio ad alzarmi.»

Prendo la bambina in braccio, comincia a essere pesante. Appoggia immediatamente la guancia sulla mia spalla, è già addormentata. Mentre passo dietro Agostina noto uno sguardo doloroso; mia nuora non guarda me, ma Claudia. In un attimo credo di capire che non è solo il dolore per la morte del padre che la rende così triste, forse vorrebbe un bambino che ancora non arriva. Non ci avevo pensato perché non ho l’abitudine di fare domande così intime nemmeno ai miei ragazzi, ma sono sposati da quattro anni e mi sembrava di aver capito che avrebbero voluto presto dei figli. Sono sempre stati amanti delle famiglie numerose, soprattutto lei, che forse risente del fatto di essere figlia unica. Mi dispiace per lei, anzi, per loro. Ma sono ancora giovani, non devono perdere le speranze e nemmeno fissarsi sull’idea di un figlio, otterrebbero il contrario.

Deposito la mia adorata nipotina sul letto, le tiro la coperta addosso e resto qualche istante a guardarla: è bellissima. Somiglia a Silvia, ma c’è qualcosa anche dello zio Giorgio. Per il momento pare non aver preso molto da suo padre, ma i bambini cambiano, si sa. Poi si dice che i maschietti somiglino alle madri e che, al contrario, le bambine prendano più dal padre, quindi Stefano ha buone speranze di rivedersi in lei nel futuro.

Le voci in salotto si sono quietate, si sente solo in sottofondo il mormorio della televisione. La tavola è un caos, piatti sporchi, posate abbandonate, bicchieri mezzi vuoti, briciole di pane sparse dovunque che farebbero la gioia di uno stormo di uccellini.

Sospiro. Questo è il momento peggiore di queste belle domeniche familiari. Vorrei avere la bacchetta magica e far sparire tutto con un semplice movimento del polso.

«Mamma, ti devo aiutare?»

«No, Silvia, riposati, faccio io, tanto finisco alla svelta.»

Certo, lei è stanca, lavora tutto il giorno, è giusto che la domenica si riposi. Io sono la mamma, quindi ce la faccio sempre. Chissà perché i figli si stupiscono se le madri accusano stanchezza, per loro dobbiamo essere inossidabili.

Viene Giorgio in cucina con me: io sistemo i cocci nella lavastoviglie, lui pulisce la tavola. È sempre stato disponibile a dare una mano, fin da quando era appena più alto del bordo della tavola, che sfiorava continuamente con la testa senza mai picchiarci.

«Giorgio, vieni qua a vedere le corse di Formula 1, alle faccende ci pensa la mamma.»

A Mario dà un po’ noia vedere nostro figlio così disponibile ad aiutare, secondo lui l’uomo non si deve abbassare a fare lavori femminili. Per lui la separazione è netta. Non ha importanza se io mi occupi anche dei lavori da uomo, come tagliare l’erba o lavare la macchina, non mi dice “lascia che lo faccia io”. Per lui ci sono due pesi e due misure, sempre.

Quando lavorava come ingegnere in Comune lo giustificavo perché aveva un impegno; mi ero immaginata di vederlo cambiare dopo la pensione, pensavo di poter condividere le piccole cose quotidiane, ma mi ero illusa: continua a non fare proprio niente in casa e a sminuire qualsiasi mio impegno.

«Tutto bene, Giorgio?»

«Certo, perché?»

Vedo che la faccia gli si oscura. Dai, Giorgio, parla, dimmi cosa ti disturba, fa bene parlare. Non fare come me che ho sempre preferito tacere, anche se non stavo bene.

«Niente, è tanto che non parliamo un po’. Sai, per una mamma è sempre un po’ triste quando i figli se ne vanno, e tu sei stato l’ultimo. Saperti solo, senza una ragazza, senza nessuno… almeno, se convivessi con un amico sarei più tranquilla.»

Gli ho gettato l’amo, cosa farà?

«Mamma, tranquilla, me la posso cavare. Poi non sono mai da solo, ho un sacco di amici che vengono a trovarmi. Se non ti serve altro vado un po’ di là dal babbo. Più tardi ho un appuntamento.»

Non sono convinta, Giorgio ha qualcosa che non va; conosco troppo bene i miei figli perché riescano a ingannarmi. Sono quasi sicura di avere ragione, anche se non ha raccolto la mia sfida, anzi è fuggito. Forse per lui non è ancora il momento. O magari mi sbaglio.

Vado un attimo in camera a controllare se Claudia stia dormendo ancora; ho sempre paura che voli dal letto se si sveglia. No, sta dormendo serenamente con le manine in alto sul cuscino, sembra un angioletto. Non avrei mai creduto che l’amore e la tenerezza di una nonna fossero ancora più grandi di quelli che prova una madre per i figli, eppure è così.

Dal salotto continuano ad arrivare le voci che a tratti sono sovrastate dal rombo dei motori delle corse in televisione. A me le corse non piacciono, ma la domenica è quasi un rito, come la messa della mattina, anche se io non vado nemmeno lì. Raggiungo comunque gli altri e mi siedo sulla poltrona.

Mario guarda la televisione mentre ascolta Silvia che continua a parlare del suo ultimo caso. Non so se mio marito l’ascolti veramente o se si limiti a fare piccoli cenni con la testa quando lei si aspetta una risposta. Spesso si perde dietro altri pensieri, come se non fosse più lì. Vorrei gridargli che deve stare a sentire quello che sua figlia sta dicendo, ma sto zitta. A volte ho la sensazione che l’unica persona che Mario riesce ad ascoltare sia se stesso.

Franco ha gli occhi fissi sullo schermo, quasi incantato, mentre Agostina continua a stringere la sua mano, ma tiene la testa appoggiata allo schienale e ha le palpebre abbassate. All’improvviso la risata di un bambino interrompe il silenzio, un grande pannolone sta invadendo lo schermo.

«Babbo, perché hai cambiato? Stavano per tagliare il traguardo!» Le parole di Franco scoppiano sdegnate facendo scuotere Agostina e chetare per un attimo Silvia. Giorgio è rassegnato, è abituato ai cambi repentini di canale. Io no, dopo tanti anni ancora non ce la faccio. Sembra un gesto compulsivo, Mario non riesce a tenere fermo il telecomando per più di tre minuti alla volta, l’ho cronometrato. E non ha importanza quello che stanno trasmettendo, deve cambiare. Il guaio è che non gli interessa neppure sapere cosa vorrebbero vedere gli altri, il televisore è solo suo.

«Ma era ovvio che vincesse la Ferrari, è scontato.»

«Ho capito, ma volevo vedere la fine.»

«Eccotela» cambia di nuovo ma, ovviamente, la corsa è già finita e sul podio il pilota della Renault sta brindando con un’enorme bottiglia di champagne che spruzza bollicine brillanti tutto intorno.

«Visto che non ha vinto la Ferrari? Vorrei sapere che senso ha il tuo continuo cambiamento di programma.»

«Franco, ma ti stupisci ancora? Se vuoi vedere qualcosa dall’inizio alla fine, devi andare in un’altra stanza.»

Io scappo sempre. Quando voglio vedere una trasmissione o un film devo andare a cercarmi un angolo in un’altra stanza e, se non ci sto attenta, Mario viene anche lì a rubarmi il telecomando. All’inizio la prendevo a ridere, adesso mi dà veramente noia.

Sto diventando una vecchia bisbetica, ma anche se sono in un altro posto mi dà uggia sentire il continuo cambiamento dei toni alla tele, mi provoca una specie di isterismo, seguito quasi subito dalla voglia di scaraventare qualcosa per terra. Comunque, è l’ora di chiedere se qualcuno vuole un altro caffè. Approfitto di un attimo di silenzio.

«Voglio il divorzio.»

Mi risponde un silenzio improvviso e totale, interrotto solo dalle pubblicità che si susseguono sullo schermo. Soltanto quando vedo sei paia di occhi che si voltano verso di me sbigottiti mi rendo conto di non aver chiesto affatto del caffè.

«Non sto scherzando.» Le parole sembrano uscire dalla bocca indipendentemente dalla mia volontà. Non le controllo, sono autonome e sono anche estremamente sincere. I sorrisi e poi le risatine un po’ nervose che all’improvviso risuonano nella stanza mi urtano. Come si permettono di non credermi?

«Mamma, che cavolo stai dicendo? Non c’entra niente.»

«Con cosa non c’entra niente? Io non c’entro niente con voi. Ho bisogno di aria.»

«Vai sul terrazzo.»

Ecco Mario che mi guarda ancora stranito. Forse lui è l’unico che ha capito che non sto scherzando.

Mi conosce da troppo tempo ormai, ma cerca di buttarla sullo scherzo, spera che lo tranquillizzi.

Cerco di riportare le cose su un binario tranquillo: «Volete un caffè?».

«Mamma, ma ti senti bene? No, ho capito, ci stai prendendo in giro.»

La mia Silvia. Probabilmente la sua mente razionale sta valutando cosa ne sarebbe di lei se me ne andassi: non avrebbe più nessuno che corra a tenere Claudia quando lei non c’è; dovrebbe interessarsi del babbo in caso di bisogno, magari invitandolo a cena o a pranzo la domenica, invece di venire a tavola apparecchiata; chi le farebbe gli orli ai pantaloni che sono sempre troppo lunghi o troppo larghi? Chi le farebbe la spesa quando lei è al lavoro?

Anche Agostina si è sollevata dalla sua posizione rilassata e sposta lo sguardo a turno su tutti i presenti, sperando di capire cosa stia succedendo da chi conosce meglio questa suocera che oggi appare un po’ stramba.

L’unica serena sono io. Anche se la frase mi è sfuggita di bocca involontariamente, so finalmente che cosa voglio.

«Ho intenzione di andarmene. Mario, mi dispiace, ma ho bisogno di un periodo di solitudine. Una pausa di riflessione, mi sembra che si dica. Forse sarà prematuro parlare di divorzio, ma ho bisogno di andare via per un po’ di tempo.»

«Mamma, ma noi come faremo?»

Noi, noi, non le interessa sapere perché, non mi chiede di me, ha solo un pensiero: se stessa.

«Tesoro, tu hai la tua famiglia, un marito, una figlia… non hai più bisogno di me. Se la tua preoccupazione è solo materiale, non preoccuparti, quando avrai bisogno di lasciare Claudia troverai tante ragazze alla ricerca di occupazione come baby-sitter per guadagnare qualcosa.»

«Elena, basta con questa storia. Cosa significa?»

«Solo quello che ti ho detto. Ho bisogno di aria, di respirare, di stare sola, di riflettere.»

«Mamma, ma ti rendi conto? Farai ridere mezzo paese! Hai più di cinquant’anni! Quanti sono, cinquantacinque, cinquantasei? Comunque non sei più una ragazzina piena di sogni e illusioni, sei una donna sull’orlo della vecchiaia. E voi, Giorgio, Franco, non dite niente?»

«Sono rimasto totalmente spiazzato. Mamma, ha ragione Silvia, ma cosa credi di fare? Ma cosa dirà la gente?»

«Ma chi se ne frega della gente. Non devo niente a nessuno, io.»

«Elena, c’è un altro, vero? Chi è? Non si arriva così di punto in bianco a dire di voler andare via se non c’è una ragione dietro. Dimmi chi è, lo voglio sapere.»

Le voci stanno diventando sempre più alte e nella mia testa riesco a pensare soltanto che non ho ancora fatto il caffè e che devo prepararlo, come se fosse la cosa più importante in questo momento. Invece mi interrompono. Mario mi sta pressando perché è sicuro che ci sia un altro di mezzo, niente di più assurdo.

«Mi fate ridere… mi libero da un giogo per buttarmi tra le braccia di un altro. Vorrei sapere perché pensate che ci debba essere per forza un altro, quando una donna decide di prendersi un momento per sé. No, Mario, non c’è nessun altro, puoi credermi. Poi Silvia ha appena detto che sono sull’orlo della vecchiaia, non ho tempo per gli amori, non più. Andrò via stasera stessa.»

«E dove andresti?»

«Se ve lo dicessi non mi lascereste in pace.»

Il resto della giornata mi appare avvolto in una specie di cortina. I miei figli che gridano contro di me, contro se stessi, Giorgio che cerca di prendere le mie difese, Franco che a momenti mi sostiene e poi mi condanna senza appello. Silvia è la più accanita, Mario è il più colpito. Mi guarda e, come sempre, non capisce. Dentro la sua testa sta cercando di immaginare chi potrebbe essere quel fantomatico amante che secondo lui esiste da qualche parte. Come al solito si focalizza su un’idea e non si smuove più.

Se non fossi al centro di questo girotondo mi verrebbe da ridere. Invece mi allontano in silenzio e vado in camera a preparare le cose essenziali da portare via per la notte, perché non resterò un giorno in più qui dentro. Parlare ha stappato una bottiglia chiusa da tempo, ormai la mia decisione non può più attendere.

«Mamma, per favore, ragiona: cosa stai facendo? Cos’è successo?»

Mia figlia non demorde, mi ha seguito in camera, probabilmente ha detto a Mario “lascia, ci penso io”. Lei che sa sempre tutto, che trova la giusta soluzione a ogni problema. Ma questa volta nemmeno lei ha la risposta.

Mi fermo, la guardo, la invito a sedersi accanto a me sul letto. Nell’altra stanza sento le voci alterate della mia famiglia.

«Silvia, ascolta: tutto questo non ha niente a che vedere con voi o con tuo padre e nemmeno con la presenza di un amante che non c’è. È una cosa mia. Ho bisogno di andarmene per qualche tempo. Non so come finirà questa cosa, non ne ho idea, per adesso non mi pongo 28

problemi per il futuro. Una volta tanto voglio pensare al mio presente, e in questo momento ho bisogno di stare un po’ sola.»

«Mamma, non capisco, non puoi farlo! Ci deve essere per forza una ragione, e deve essere anche maledettamente importante per arrivare a questo. Poi non pensi, per esempio, alla nonna? Cosa direbbe, cosa penserebbe…»

Meschina, cerca di agire sui miei affetti, ma non ce la farà. «C’è zia, non sono figlia unica, può pensarci un po’ lei visto che finora me ne sono occupata io.»

«Ma cosa diranno?»

«Se ne faranno una ragione. Ho passato una vita a essere quello che tutti volevate da me, non credi sia il momento che mi riappropri della mia esistenza?»

«Mamma, siamo seri… non sei una bambina, sei una donna adulta, anzi anche più che adulta, hai delle responsabilità. Se sei arrabbiata per qualcosa parlacene, cercheremo di capire, ti aiuteremo, ma, per l’amor di dio, lascia quella valigia.»

Stavolta non rispondo nemmeno, continuo a mettere le mie cose alla rinfusa nel trolley. Non mi riconosco. Quando preparo le valigie sto bene attenta a mettere tutto in ordine; adesso invece non mi interessa, getto dentro pantaloni, maglie e biancheria alla rinfusa senza fare i consueti ragionamenti su ciò di cui potrei aver bisogno, i miei indumenti confusi e spiegazzati riflettono la condizione mentale del momento.

«Mamma, parliamo da donna a donna… dimmi la verità, hai un altro? Posso capirlo, sei sposata con babbo da quanto, trentatré, trentaquattro anni? Ti è venuto a Capitolo uno Una domenica qualunque 29

noia, hai trovato uno più giovane, ti ha fatto la corte… non sei poi da buttare via, ma sicuramente ti sta prendendo in giro e…»

Mi verrebbe voglia di tirarle uno schiaffo, quello che non ho mai fatto in vita mia, nemmeno quando era piccola. Mi limito a guardarla, disgustata.

«Ma che cretinate stai dicendo? Ma ti senti? Come ti permetti di pensare che io stia scappando con un ragazzino presa dalle fregole di una donna in menopausa, ma stai scherzando! Non vedo perché non vogliate capire, non c’è nessun altro! Ma cosa parlo a fare, siete tutti così ottusi, è tempo perso.»

«E dove andresti?»

«Secondo te lo direi a voi? Per avervi tutti alle calcagna appena esco di casa? Non ci penso nemmeno.»

«Mi fai paura, mamma, sembra che ci odi, cosa ti abbiamo fatto?»

Vedo l’espressione triste e incredula di Silvia. Mi dispiace. L’abbraccio e si fa cullare come una bambina, anche se la sento rigida e tirata. Non riesce a capire, pensa che sua madre sia impazzita all’improvviso. Cerco di parlare con una calma che nemmeno io sento in questo momento.

«Non è per nessuno di voi, credimi, vi voglio un mondo di bene e ve ne vorrò sempre. E non mi perderete, datemi solo un po’ di tempo. All’improvviso mi stanca tutto… la routine quotidiana, le cose che sono obbligata a fare anche se non ne ho voglia, tutti quegli impegni che mi pesano e mi tolgono l’aria. Non ho più nemmeno il mio lavoro e mi sembra di essere in galera, di non essere più utile a nessuno. Vivo sensazioni strane… forse devo semplicemente abituarmi a fare la pensionata, non lo so. Sento un senso di vuoto dentro che mi opprime. Non pretendo che tu capisca, ma almeno lasciami la libertà di fare quello che voglio. Non giudicatemi senza sapere, vi ho dedicato molti anni della mia vita, sono sempre stata vicino a tutti voi, ma adesso voglio un po’ di spazio solo per me. Siete grandi, non avete più bisogno di me, e babbo… be’, non sarà il primo uomo a restare da solo. Forse capirà che non era poi così facile gestire una casa e magari apprezzerà quello che ho fatto in tutti questi anni.»

Silvia mi guarda. Adesso capisce che sto facendo sul serio, anche se sicuramente non le sono chiare le motivazioni, ma non mi stupisce: come può capire lei, se in definitiva non ho le idee chiare nemmeno io? So solo che ho il desiderio di andarmene.

Mi sento un po’ in colpa, una piccola parte di me vorrebbe riavvolgere il nastro e tornare al momento del caffè, quando sembrava che tutto andasse bene, ma ormai non posso tornare indietro. Non devo permettere al mio senso del dovere di schiacciarmi ancora una volta, so che non avrei più il coraggio di tagliare di nuovo questo enorme cordone ombelicale che mi lega alla mia vita attuale.

«E secondo te quanto dovrebbe andare avanti questa storia?»

Sospiro. Silvia vorrebbe dare una parvenza di razionalità a qualcosa che per il momento non ne ha.

«Non posso saperlo, non ancora. Potrei tornare fra tre giorni come invece sparire completamente. Sto scherzando sullo sparire… non lo so, è stata una decisione così improvvisa che devo cominciare a farci i conti anche io.»

«Okay, va bene. Cercherò di farlo capire anche a babbo, ma ricorda che continuo a essere molto perplessa.»

Una domanda di mia figlia mi ha colpito. Dove andrai, mi ha chiesto. Appunto, dove? Ma la mia testa si sta muovendo vorticosamente e trova presto la risposta.

«Ti lascio la chiave del mio appartamento a Porto Azzurro, all’isola d’Elba. Se un giorno avrai bisogno di evadere un po’ dalla tua routine quotidiana puoi andarci, anzi, potresti passarci le ferie con la tua famiglia, se vi piace, così lo apri anche un po’. Una volta la settimana ci va una donna a fare le pulizie, ma se lo usate voi mi fate un piacere.»

La mia amica Fernanda è partita tanti anni fa per il Canada, dove ha trovato lavoro come ricercatrice all’università. Non avevo mai approfittato prima della sua offerta, anzi l’avevo quasi dimenticata. Ma è una bella idea: ecco dove andrò. Devo solo arrivare a Piombino e prendere il traghetto, ce la posso fare, è ancora presto. Inoltre conosco l’isola, ci sono stata tante volte in ferie e mi è sempre piaciuta. Ma la cosa più importante è che nessuno sa dell’esistenza di quell’appartamento, mi sembrava di approfittare troppo della disponibilità di un’amica e non l’ho mai usato per le vacanze, anche se l’Elba è stata spesso la nostra meta estiva.

Adesso sono tranquilla: carta d’identità, bancomat, carta di credito, chiave dell’appartamento, trolley e sono a posto. Passo dal soggiorno dove sono tutti ancora seduti, sbigottiti. Franco è in piedi davanti alla finestra e guarda tutti noi come attori su un palcoscenico; non capisco cosa stia pensando, la sua espressione è indecifrabile. Agostina invece mi fissa con gli occhi spalancati, sembra che abbia paura di qualcosa.

Il silenzio è quasi irreale, dopo la confusione di poco fa, solo la televisione sta ancora borbottando sullo sfondo. Mario si alza interrompendo quel senso di immobilità forzata e mi viene incontro con uno sguardo che non riesco a interpretare, è sicuramente molto arrabbiato.

«Dove credi di andare?» mi afferra per un braccio e mi strappa il trolley di mano. Scarica la sua aggressività sulla borsa per non toccare me.

«Lasciami andare.»

«Non ci penso nemmeno. Adesso ti siedi qui, mi dici da chi vorresti andare e mi racconti anche da quanto va avanti questa tresca.»

«Non c’è nessuna tresca e non c’è nessun altro. Lasciami, stai solo peggiorando le cose.»

«Tu di qui non ti muovi, dovessi spaccarti in due.»

Non gli avevo mai visto quell’espressione in faccia, mi fa paura. Cerco di liberarmi e lui alza una mano che parte come un proiettile verso la mia faccia. Ma lo schiaffo si ferma, bloccato dal braccio di Giorgio.

«Che cazzo fai, babbo? Smettila. Mamma, vai, a lui ci penso io.»

Gli mando un bacio e corro fuori, mi precipito per le scale temendo che Mario provi a inseguirmi; trovo la chiave della macchina dentro la confusione della mia borsa, scaravento tutto dietro e, finalmente, salgo a bordo e metto in moto. Mi tremano le mani al punto che il motore si spegne due volte e parto con uno scatto in avanti come se non avessi la patente da decine di anni. Prima di partire lancio un ultimo sguardo alla finestra: vedo alcune ombre che si muovono concitate dietro le tende, ma io ormai mi sto allontanando.

Quello che accade non mi riguarda più, almeno per il momento. Raggiungo Piombino in tempo per prendere l’ultimo traghetto della giornata. La mia fuga è iniziata.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    L’ultimo coinvolgente romanzo scritto da Laura Fantozzi intitolato Una domenica qualunque racconta la storia di Elena: una donna normale, proprio come tante, che ingabbiata dalla pesantezza della routine quotidiana, dal marito e dai figli, vede la propria vita cadere in un apatico grigiore di inutilità. A fronte di ciò, durante il consueto pranzo domenicale con tutti i familiari decide -improvvisamente e senza alcun motivo- di prendersi una pausa di riflessione,fuggendo di casa. Si trasferisce pertanto all’Isola d’Elba, nell’appartamento disabitato della sua cara amica Fernanda, che non vede ormai da molti anni; qui incontra un uomo che sotto falsa identità, la irretirà conquistandola fino a tenderle una trappola mortale :da questo momento in poi il romanzo assumerà sempre più i contorni di un giallo avvolgendo il lettore in un alone crescente di souspance….

    Lasciatevi coinvolgere ai tanti colpi di scena finali e lasciatevi trasportare nel turbinio della vita di Elena che inizialmente sembrava iniqua è normale

    Ritengo questo romanzo entusiasmante e allo stesso tempo ricco di spunti per la riflessione. L’autrice ha affrontato con estrema chiarezza e semplicità temi scottanti e complessi. Gli ultimi capitoli poi mi hanno fatto stare con il fiato sospeso per la sorte di Elena,avrei voluto accelerare la velocità del mio lettore vocale per scoprire al più presto la soluzione e man mano che le pagine scorrevano mi trovavo sempre più immersa nel romanzo che si è trasformato in un giallo.

    Consiglio vivamente questa appassionante lettura

    Voto 10

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Laura Fantozzi
Laura Fantozzi, nata a Santa Croce sull’Arno (Pisa), ha conseguito la
laurea in Lingue e Letterature straniere presso l’università di Pisa. Oggi
insegna inglese al liceo scientifico Marconi di San Miniato e vive a Castelfrando di Sotto (Pisa) con il marito e i due figli. Ha iniziato a scrivere nel 2010, pubblicando prima la raccolta di racconti Sapore di sale, poi i romanzi "La verità nel cassetto" e "Ifisia: storia di una donna qualunque".
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