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Una Stella da amare

Una Stella da amare
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Consegna prevista Ottobre 2021
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A Stella, una giovane donna in carriera non manca nulla: ha un lavoro, degli amici, una famiglia e una casa tutta sua. Forse le manca solo l’amore, ma l’amore di una persona vera, genuina e “normale”. Stanca della sua vita da eterna single malfidente nei confronti di tutti gli uomini che le si presentano sulla strada, Stella molla tutto e vola nella città che non dorme mai. New York la accoglie fin da subito travolgendola con tutta l’energia e l’euforia facendole incontrare per caso Adam, un belloccio che anche se le fa girare la testa sin dal primo drink, per farla sognare proprio come lei ha sempre voluto ci metterà un po’. Riuscirà Stella a fidarsi, ad approfittare e a viversi tutte le belle cose che le stanno per accadere? O ancora una volta l’illusione da eterna sognatrice le rovinerà tutti i piani romantici che mai avrebbe pensato di provare realmente in vita sua?

Perché ho scritto questo libro?

Era il 2016 e volevo raccontare sotto forma di mini guida turistica la mia New York. Poi ho pensato che forse, intrecciando l’itinerario con una storia romantica, poteva nascere un racconto piacevole. Ho preso un po’ di spunto dalla mia vita, dai miei viaggi, anche se la storia comunque non è autobiografica; la città invece ho cercato di raccontarla nella maniera più reale possibile in quanto i posti descritti li ho visitati realmente e spero di trasmettere le stesse emozioni che ho provato io.

ANTEPRIMA NON EDITATA

UNO

Questa storia è la storia di Stella, trentatre anni, single. E Stella sono io.

Avevo un master con il massimo dei voti, una laurea in lingue e tanta voglia di fare qualcosa di costruttivo che non si limitasse nel dare da mangiare ad un gatto tre volte al giorno (cosa che avevo tenuto come ultima spiaggia per non rischiare di morire sicuramente sola). Lavoravo per una azienda vitivinicola che esportava vino italiano in tutto il mondo ed io mi occupavo dei calorosissimi acquirenti russi che, nonostante tutto, pagavano profumatamente litri e litri di vino senza batter ciglio. Mi piaceva il mio lavoro, quando arrivavano i clienti stranieri per visitare la cantina io ero sempre in prima fila. Mi divertivo con loro soprattutto perché poi alla fine compravano sempre casse su casse di bottiglie e il mio grande capo tornava sempre a ridere nonostante il suo carattere fosse molto burbero e odiasse tutte quelle degustazioni che alla fine gli portavano solo che grosse entrate per la sua azienda.

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Lo stereotipo della zitella 2.0 ero io: cittadina al cento per cento, griffata da testa a piedi, dopo il lavoro vagabondavo per la città e andavo a fare aperitivi in cerca di anime gemelle che a quanto pare non esistevano, facevo viaggi solitari destinati a soli single che nel programma sotto la voce “la quota non comprende” ormai per me era già stampata l’opzione “storia d’amore con fotografo giramondo laureato in giurisprudenza”, partecipavo a corsi di cucina dove speravo vivamente che lo chef stellato perdesse la testa per me, e frequentavo locali e circoli molto bohemien nella speranza che il CEO di qualche azienda, piuttosto che un SM o un HR si innamorassero perdutamente da prendermi e portarmi a Parigi con il loro jet privato per una scappatella amorosa.

Mi è sempre piaciuto catalogare gli uomini con cui uscivo per sigle o professioni, non li chiamavo mai per nome e per non confondermi quando raccontavo le mie avventure rocambolesche alle mie amiche li riconoscevo come ingegnere, architetto, medico, avvocato, economo, professore, editore. Puntavo sempre molto in alto, mi piaceva l’idea di avere un uomo bello e sicuro di sé che mi girasse intorno, uno di quelli che va sempre al lavoro in giacca e cravatta e che le camicie non-iron sono una manna dal cielo per non perdere le serate sull’asse da stiro. Oltretutto ormai per le mie amiche sentire le mie storie era come leggere un Harmony in versione audiolibro, loro che ormai erano accasate, con figli, passeggini e ciucci al seguito che tiravano fuori al posto del portafoglio esclamando “eh sai, ormai è abitudine.” La mia unica abitudine era quella di tenere in mano il telefono per controllare le mail, si sa mai che il corso di cucina non venga annullato per numero minimo di partecipati non raggiunto.

Ero la zia acquisita perfetta per loro, quella che ammiravano come la zia che viaggia tanto, che ci porta sempre i regalini dal Vietnam piuttosto che dalla Patagonia e che imbastivo storie su storie raccontando di come queste donne piccole e scure in viso lavoravano la terracotta o la lana o il legno solo per loro con gli occhi che luccicavano di vita (perché sì, ero una specie di “milanese imbruttita” fuori, ma dentro avevo un cuore da turista responsabile che sostiene i piccoli negozietti di donne locali, dalla Grande Muraglia alle Ande, e boicotta le grandi aziende di merchandising). Gli abbracci che ricevevo mi riempivano di gioia, emanavano un calore così tenero e sincero che ogni volta facevo fatica a staccarmi e la lacrima scendeva sempre. Quando uscivo dall’ufficio in preda a crisi isteriche spesso andavo a casa della mia amica Emma che abitava due vie più in là della mia. A causa delle due gemelle appena nate era sempre chiusa in casa ad allattare e quando non allattava era in bagno a mettersi unguento sui capezzoli già distrutti dalle due piccole belve.

“Prova con del gelato”, le dissi un pomeriggio con una vaschetta in mano appena comprata.

“Stella, ma sei folgorata? Vuoi che le gemelle non si stacchino per i prossimi 17 anni?”, mi rispose posando un barattolo e prendendone un altro per le smagliature.

“Magari sperimenti una nuova terapia, è pur sempre a base di latte anche questo”.

“Si certo come no, si vede che non hai figli”.

Eccola qua, la fatidica frase che mi urtava tutti i nervi possibili e immaginabili presenti nel mio corpo. È proprio per questo motivo che ho deciso di prendere il via, di fare un passo forse più lungo della mia corta gamba, di lasciare un lavoro sicuro (per lo meno momentaneamente) per andare verso il nulla, il buio più totale dall’altra parte del mondo.

“Emma, io parto”, le dissi prendendo coraggio.

“Ah strano! E dove vai questa volta? Tibet in tenda?”

“New York”, le risposi.

“Ancora? Ma ci sei già stata sette volte.”

“Si ma sempre di sfuggita, due settimane al massimo, e l’ho usato spesso come base per spostarmi di qua e di là. Ci resto per almeno sei mesi.”

“Sei mesi? Scusa e il lavoro? E i tuoi? Il tuo loft? Le mie gemelle? Come faranno tutti senza di te?”

“Ne usciranno tutti vivi. Al grande capo ho chiesto sei mesi di aspettativa, ha sottolineato un centinaio di volte che non sarà chiaramente retribuita e che non sa cosa potrà accadere in questi sei mesi di mia assenza. Perché d’altronde si sa che l’importazione del vino all’estero sta subendo una forte crisi”, le dico sarcasticamente.

“Tu sei pazza, ti piace il tuo lavoro. Hai studiato molto per avere quel posto, ti sei data al russo per tenertelo, sei completamente fuori di te”, continuava a ribadire seduta questa volta sul water chiuso.

“La casa l’ho già messa in affitto su Airbnb, sai così i miei hanno qualcosa da fare mentre io non ci sono. Andare a prendere i turisti in stazione, accompagnarli a casa, fare le pulizie quando se ne vanno. Li tengo impegnati così non pensano ai nipotini che ancora non hanno. Ho già le prenotazioni confermate per i primi venticinque giorni, non è fantastico?”

“No Stella, è una catastrofe!”

“Grazie del supporto Emma, lo sapevo che potevo contare su di te, sei veramente un’amica”.

“Quando parti?”

“Domenica prossima, ho il volo la mattina alle sette e trenta”.

“Dammi un po’ di gelato per favore, che la vodka ancora non la posso bere.”

“È rimasto solo pistacchio, che a te non piace”.

“Dammi quella maledetta vaschetta o non ti faccio vedere le gemelle via Skype”.

“No ti prego! Le gemelle non puoi togliermele!”, le risposi con una lacrima che stava per scendere sul mio viso e che riuscii a trattenere grazie a qualche miracolo divino.

DUE

Passai l’ultima settimana cercando di sbrigare le cose più burocratiche e noiose. La mia piccola casa l’avevo letteralmente lasciata in mano ai miei genitori che, pensionati quali erano, non vedevano l’ora di occuparsene e di andare a prendere i primi turisti spagnoli in stazione. Al lavoro invece ho spiegato innumerevoli volte alla nuova stagista Veronica il lavoro che doveva fare durante la mia assenza e nel frattempo mandavo mail per spiegare ai clienti più affezionati che la loro piccola Stella “Star” per i prossimi sei mesi non si sarebbe occupata di loro. Credo di aver ricevuto una decina di chiamate dove mi chiedevano se stavo bene a livello di salute, se era successo qualcosa di grave in famiglia o se finalmente fossi in dolce attesa.

Non avevo nulla di tutto ciò, avevo solo voglia di cambiare aria, di vedere cosa offriva veramente il mondo al di fuori della mia città. Sia a livello di vita in generale che di uomini. Si perché alla fine quello era uno dei motivi della mia partenza. Ero delusa, delusa da tutti, dai loro comportamenti, da come ero stata trattata, del perché non riuscissi a trovare qualcuno anche io. Ero arrivata a pensare che il problema fra i due fossi io. Ero io che cercavo sempre l’altro, io che organizzavo le serate fuori o che cucinavo sempre qualcosa di nuovo, dalla cucina fusion a quella tipica a seconda dei gusti dell’altro. Perché alla fine ero io che cercava di andare incontro, di provare a sperimentare le cose che piacevano a lui e mai loro che sperimentavano le cose che piacevano a me, alla fine cambiavo io per farmi piacere e non era giusto. Non mi sentivo me stessa e mi sentivo sempre poco all’altezza di questi uomini che alla fine si rivelavano essere molto vuoti e noiosi. Una gita al mare in una domenica d’inverno no, era troppo per loro, loro che dovevano sempre lavorare a qualsiasi ora del giorno, che non avevano tempo di divertirsi liberamente, sembrava quasi che avessero paura di lasciarsi andare a nuove emozioni.

E poi ero stufa di farmi scaricare per donne più giovani di me, donne straniere, donne bionde, o peggio ancora, donne mute. Perché quelle volevano, la bella statuita che stesse sempre zitta e non avesse diritto di scelta perché erano loro a dover scegliere e non potevano di certo farsi mettere i piedi in testa da una donna che magari li sorprendeva e loro subìvano e basta e restavano scioccati da questo potere che solitamente avevano in mano loro.

Era per questo che volevo partire, volevo abbandonare tutte queste umiliazioni che mi seguivano ovunque, cercare di ripartire togliendo tutti i brutti pensieri che mi gironzolavano in testa. Per farmi conoscere per quello che sono veramente senza fingere o senza sentirmi poco all’altezza. Era per questo che avevo scelto New York, la città che non dorme mai, la città dove i primi appuntamenti sono così veloci ma così intensi, e dove tutti vanno in giro da soli perché a volte è proprio nelle città più grandi che alla fine si pensa di non essere soli anche se lo si è veramente. Si è circondati da migliaia di persone ferme per attraversare ma nessuno di questi è accompagnato, sono accompagnati dalla folla che gli gira intorno ma alla fine nessuno parla.

E poi New York era la città di Carrie, sapevo tutte le serie di Sex and the City a memoria, le avevo guardate in tutte le lingue disponibili e non mi stufavo mai di sentire i loro problemi rendendomi conto che, alla fine, dagli anni Novanta ad oggi i problemi amorosi non sono per niente cambiati, anzi la società umana di genere maschile stava solo che regredendo indietro al paleolitico anziché andare avanti. E questa cosa mi spaventava un sacco.

2021-03-04

Aggiornamento

Ciao a tutti! 💕 Con tanta felicità vi lascio l’articolo che è uscito oggi, mercoledì 3 marzo, sul quotidiano L’Arena di Verona! A presto, Silvia
2021-01-27

Aggiornamento

Ciao a tutti! Ad una settimana dal lancio del libro avete già pre-ordinato 111 copie 😍 mai avrei pensato di iniziare così! Grazie a tutti per il vostro supporto! A presto, Silvia 💕
2021-01-23

Aggiornamento

Ciao a tutti! Insieme abbiamo già superato il primo traguardo e abbiamo raggiunto quasi i 100 pre-ordini. Non riesco ancora a crederci 😍 Per vedere il libro nelle librerie la strada è ancora lunga, ma grazie a voi che credete in me e nel mio sogno, raggiungere la meta sarà sicuramente più facile. Un grosso abbraccio a tutti. Silvia 💕 PS: Visto che la data di fine campagna é prevista per ottobre approfittatene per suggerire il libro per i vostri regali di...Natale 😂

Commenti

  1. Una storia coinvolgente e divertente, capace di trasportare il lettore tra le strade di New York e di far vivere, anche a chi non ci è mai stato, l’atmosfera e le bellezze che questa metropoli ha da offrire

  2. (proprietario verificato)

    Libro letteralmente divorato in poche ore. É finito desiderando di continuare a seguire la vita di Stella a New York. Per chi ama la Grande Mela o semplicemente desidera andarci, questo racconto trasporta il lettore a Manhattan facendogli vivere alcuni degli scorci più noti della città e quelle piccole chicche che solo un viaggiatore che desidera perdersi nella metropoli può scoprire. Il tutto condito da una storia divertente in cui molte ragazze potrebbero immedesimarsi.

  3. (proprietario verificato)

    Di base non sono un’amante di libri tipo Harmony, ma Stella è coinvolgente e tenera, spiritosa e curiosa, non si può lasciarla girovagare senza seguirla… Aspettando già una nuova meta!

  4. (proprietario verificato)

    Un libro energico, frizzante, romantico ma anche divertente. Consigliato per evadare dalla realtà divertendosi insieme a Stella e le sue avventure di vita quotidiana.

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Silvia Biondaro
Mi chiamo Silvia Biondaro, ho 31 anni e sono nata e cresciuta a Verona. Mi sono laureata a Padova in Mediazione Linguistica e Culturale nel 2014 e ora lavoro come commessa in un grosso negozio di abbigliamento. Mi è sempre piaciuto viaggiare da sola e conoscere sempre nuovi amici provenienti da tutto il mondo. Mi piacciono i film e i libri romantici.
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