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Una vera favola

Una vera favola
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Consegna prevista Luglio 2021

Succede anche nelle migliori famiglie e succede soprattutto alle donne.

Succede dietro alle belle facciate che spesso nascondono le rovine dei  veri sentimenti che aleggiano tra i muri di casa.

Questa è la storia di un tradimento, con  profonde radici misogine e spietate. Ci sono molti mostri ma anche tanta capacità di amare e tutta una vita per capire.

Vincerà lo sguardo comprensivo o la  vendetta che consuma? Basteranno ironia e consapevolezza a fare di una vita ad ostacoli un orgoglio e non un rimpianto? Allontanare il veleno ci salva  o ci rende solamente più soli?

Olivia si fa sempre tante domande, ma una cosa è certa: desidera sopra ad ogni cosa scrivere lei stessa il finale della sua storia, che non sarà proprio una vera favola, ma sicuramente è un racconto pieno d’amore e di struggente desiderio di vivere.

Perché hai scritto questo libro?

Ho scritto questo libro soprattutto perché vorrei che chi è padre e madre oggi possa prenderne spunto ed educare i propri figli alla realizzazione di loro stessi, all’analisi e al riconoscimento delle proprie inclinazioni e dei propri talenti, al di là delle convenzioni legate al genere. Vorrei bambini prima e adulti poi, felici, realizzati  e ugualmente amati.

Mi piacerebbe che ogni donna fosse riconosciuta per le sue capacità e sui luoghi di lavoro remunerata e considerata al pari dei colleghi maschi. Questo cambiamento, che è iniziato nel lontano, ma non tanto lontano, 1968, è ancora tutto da scrivere, e da dove iniziare se non dal cuore delle  famiglie? È lì che ancora, dietro alle belle facciate, proliferano spesso le differenze, più o meno ben celate.

Vorrei che ogni donna trovasse dentro di sè la forza e le proprie ali per volare e mi piacerebbe tanto che il personaggio di Olivia fosse un aiuto per il raggiungimento della propria consapevolezza.

 

ANTEPRIMA NON EDITATA

Quando ho compiuto sessanta anni, mio padre mi ha fatto “IL” regalo.

Io avrei voluto con tutta me stessa che quel traguardo passasse inosservato e, da un po’ di tempo, cercavo scappatoie per non dover organizzare feste o viaggi o cene con amici e parenti. Avrei voluto solo ed esclusivamente vicino a me i miei due spettacolari figli .

Ma ecco che mio padre ha deciso di morire proprio quel giorno, il 19 febbraio 2016, facendomi l’unico e generosissimo regalo della sua vita.

L’unico modo per sopportare l’idea di avere sessant’anni era di spostare l’attenzione su qualcos’altro. Ed è successo.

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Per me, sessanta, era quel numero che nelle scelte “a tendina”, era uscito dalla fascia “da quaranta a cinquanta” ed era piombato in quella più vicino ai settanta. Era l’inizio degli sconti di Trenitalia o dei biglietti del cinema; era l’età che in cronaca ti fa descrivere non più come un uomo o una donna sulla cinquantina, ma un anziano o un’anziana sulla sessantina.

Non c’è nulla da fare: a sessanta anni sei vecchio.

Ho conosciuto quel dolcissimo ragazzo dai capelli ricci e inusualmente pepe-sale ,in un bar.

Io giocavo a puck-man e lui e il suo amico mi guardavano giocare.  Tra uno sfottò e l’altro ci siamo presentati e piaciuti subito. In quella regione del sud dove ci trovavamo, io per studiare medicina all’università e loro per giocare a basket, i nostri accenti ci hanno legato e incuriositi subito. Il suo amico Sergio, di recente scomparso (su internet si trova tutto), era un vulcano di simpatia e molto innamorato della sua ragazza che era rimasta a Milano e che gli mancava molto. Quando, in occasione delle sue visite, uscivamo in quattro, guai a chi solamente la nominava, una canna! Sergio non voleva che la sua ragazza lo sapesse ma, appena lei ripartiva, ci dava dentro di brutto.

Credo che sia stato lui il trascinatore, l’incipit di tutti noi. Ricordo quel giorno che ci ha voluto a tutti i costi far provare a tirare della cocaina. Io ho opposto molta resistenza. Poi, per farlo contento, ho fatto finta di tirare. In realtà ho trasferito nel mio naso una dose omeopatica di quella robaccia ma Sergio era soddisfatto. Invece, le canne andavano alla grande e non passava giorno in cui noi tre non fumassimo  e ce ne andassimo in giro a cazzeggiare. Non so se era anche il fumo a legarci ma noi stavamo alla grande insieme. Io volevo bene a tutti e due i miei giganti, o i miei “angeli custodi”, come li chiamavo.

Ovviamente, la domenica ero in prima fila in tribuna numerata e, al contrario delle altre compagne sedute vicino a me, io ne avevo due da sostenere quando la ragazza di Sergio non poteva venire. Poi Dan s’è portato a Milano il mio ragazzo, rompendo per sempre quel simpatico sodalizio. Sergio non l’ho più visto e mi è mancato molto, mentre io prendevo spesso il treno per Milano e andavo a trovare “picci” (soprannome col quale ci chiamavamo  vicendevolmente). Ma “picci” da solo mi annoiava, mi annoiava la sua pigrizia (non c’era Sergio a trascinarlo fuori dal divano), mi annoiava passare tanto tempo sola a casa mentre lui faceva i lunghi allenamenti che l’importante categoria richiedeva, ma soprattutto mi annoiava la sua voglia di provare droghe di tutti i tipi e i tentativi che faceva per coinvolgermi.

Quando una persona se ne va, si cerca di stare vicino a chi sta soffrendo per la sua perdita. Si dicono cose, si stringono mani e con il viso serio, cambiando forse le parole ogni volta, i concetti che si esprimono sono sempre i medesimi: “Lui (o lei) è sempre vicino a te”; “Rimarrà sempre nel tuo cuore”; “Coloro che amiamo non se ne vanno mai veramente” e così via… Pensavo facesse parte di un protocollo di formalità che si metteva in moto solo perché di fronte al dolore degli altri, per quanto ci sforziamo di essere loro vicini, anche con la più profonda empatia possibile, non sappiamo mai cosa dire.

E invece hanno un senso, sono consuetudini che hanno una base molto concreta e le persone che hanno perso qualcuno lo sanno bene. Sono cose assolutamente vere.

E lo so bene anch’io quando penso al padre dei miei figli o quando, passando distrattamente davanti ad una sua fotografia mentre sorride vicino a me o a loro, lo guardo e mi rendo conto di quanto lui sia presente.

Poco prima di accorgersi di essere ammalato, c’eravamo temporaneamente separati. In realtà, era stata una separazione anomala perché continuavamo a frequentarci insieme ai nostri figli e da ottimi amici. Era, la nostra, una famiglia vera, di quelle che, al di là dei nomi che si vogliono dare a certi rapporti, mantengono forti e indissolubili i legami d’amore.

Eravamo sempre presenti l’uno per l’altro; ci telefonavamo spesso e ci confidavamo anche sulle nostre nuove avventure. Finché morte non ci separi.

Sempre e comunque.

La sua mancanza è la presenza più forte e immensa che possa esserci. E non parlo di quella mancanza struggente, quella dei primi tempi che ti annebbia la mente e ti attanaglia lo stomaco; parlo di una normale presenza quasi fisica che io avverto ogni giorno. E’ come quando uno esce di casa e tu sai che non è lì, ma esiste e non basta la morte a cancellare ogni cosa. Quella infame non ce la fa, con chi amiamo. Così continuiamo a vivere come se “quella nostra persona” fosse ancora su questa terra, magari solo un po’ più in là ma neanche tanto lontano. Impariamo a convivere con questo rapporto platonico, senza mai sfiorarci, ma vivendo sempre la nostra vita che conserva il medesimo significato, quello che ha sempre avuto. E la cosa più spettacolare è che ora riesco anche a ridere insieme a lui, delle cose che ci facevano ridere. E parlo di lui senza cambiare voce. Come facevo prima.

E riesco ancora a incazzarmi per le cose che ci facevano incazzare tanto. E se la mia famiglia pensa di essersi liberata di lui, si sbaglia di grosso, perché lui è sempre qui con me. A volte mi consiglia bene, a volte meno, ma mi ha accompagnato sempre quando andavo agli incontri con i miei avvocati, o nelle mie notti insonni quando la testa andava a mille e il cuore batteva all’impazzata. Mi ha sempre sostenuta e  ricordato ogni istante che non dovevo mollare, ma andare fino in fondo per me e per i nostri figli.

Da dov’è, sta facendo ancora tante cose per noi e le farà sempre.

E quando mi chiedono come mai da così tanti anni ancora non ho un compagno, io mi schermisco dietro ai miei chili di troppo o ai miei capelli grigi, ma in cuor mio so perfettamente che il motivo è solo uno: non c’è posto per qualcun altro.

Quando si aggredisce una donna con arroganza o facendo uso del proprio potere,sia esso fisico o sociale, o quando la s’intimidisce con gesti violenti che la fanno sentire in pericolo e vulnerabile, quando le parole contro di lei diventano armi che la feriscono profondamente o quando la si mette all’angolo, derisa perché calunniata, spogliata delle proprie capacità , umiliata e sminuita nel suo lavoro perché la sua intelligenza minaccia di mettere in luce la misera pochezza di qualcuno, c’è QUEL qualcuno che crede di avere vinto.

C’è qualcuno che crede di aver spento per sempre quella fiamma vitale.

Ma si sbaglia di grosso, perché tutto quel dolore e quel male che quella donna ha ricevuto, sono diventati benzina per la sua rinascita e la sua forza di combattere, per lei e per le altre donne che hanno subìto o subiscono lo stesso trattamento. Quindi si cade ma ci si rialza, si volta pagina, si curano le ginocchia sbucciate e si cambia capitolo ma non si perderà mai più di vista, da quel momento in avanti, l’obiettivo.

Adoro l’acqua. Ho ricominciato proprio da lì. E’ sempre stato per me il mio habitat ideale. Ha sempre curato tutte le mie inadeguatezze. Mi ha sempre dato un senso di protezione e libertà, anche in mezzo alle acque profonde di un mare aperto, non mi sono mai sentita in pericolo. E anche oggi, la mia goffaggine da attempata signora sovrappeso con ginocchio dolorante, dentro ad un paio di metri d’acqua diventa,nella mia percezione, grazia allo stato puro, volo e danzo lì dentro mentre mi scordo anche di respirare tanto mi sento a mio agio. Mi sento gnocchissima e dentro a quell’abbraccio bagnato, la forza di gravità si annulla, niente pesa e diventa tutto luminoso e azzurro. Per questo motivo cerco di andare in piscina almeno due volte a settimana. Mi fa tornare a casa felice.

Il momento più brutto è la doccia prima di entrare perché poi non puoi rimetterti l’accappatoio che s’inzupperebbe inutilmente e devi fare una buona decina di metri prima di immergerti nel liquido magico al riparo da occhi indiscreti.

Oh! Sia chiarissimamente lampante che nessun occhio indiscreto guarda una vecchia signora cicciotella coi capelli grigi che gira in monopezzo nero.

Ma io sì.

Perciò, pancia in dentro e petto in fuori, faccio quella minisfilata che neanche Naomi Campbell.

Poi nuoto come se non ci fosse un domani, con solo il rumore dell’acqua e del mio respiro nelle orecchie… Nei periodi di minor frequentazione, il corpo non sta dietro alla tecnica e mi fanno male le braccia e altri muscoli in qua e in là e il cuore mi scoppia nel petto ma basta riprendere con regolarità che dopo poco mi scordo anche gli anni che ho (in acqua). Può capitare anche di vedere corsi “di qualcosa” nelle corsie vicine e spesso, presa dall’entusiasmo, mi aggrego e chiedo di poter provare. A parte quella volta che ho chiesto di aggregarmi a un corso pre parto, ma le pance erano sott’acqua e non le potevo vedere, è capitato anche di fare acquagym o acquapilates e poi di iscrivermi.

Quando arrivo a fine vasca e riprendo fiato per qualche minuto, appoggiata al bordo, con lo sguardo protetto dagli occhialini, posso guardare chi mi pare e farmi i miei viaggi su qualcuno che m’incuriosisce. Soprattutto gli elementi di sesso maschile. A parte il fatto che non mi spiegherò mai perché alcuni si ostinano a comperare le già orrende mutande da nuoto, di colori assurdi come il giallo canarino o il verde fluo, devo constatare che più sono mollicci e bianchi più osano con i colori, al punto che mi sembra di nuotare in mezzo a dei muffin. A volte, invece, ci sono i bronzi di Riace che dal fondo del mare mi vengono incontro ed è un gran bel vedere.

Tra muffin e bronzi, passa velocemente il tempo che dedico alla gioia delle mie articolazioni e, solo uscendo dalla mia personale pozione incantata, mi ritornano sul groppone tutto il mio peso e la mia goffaggine insieme alla fisiologica forza di gravità.

Essere vecchi è una schifezza, è vero. Non poterlo essere è molto peggio ed è l’unica realistica alternativa. Fino al momento in cui si diventa nonni, è veramente l’unica consolazione: essere vivi e stare ancora decentemente per godere di quest’ultima fetta di vita.

Poi è arrivato lui.

Ed ha cambiato, ribaltato, disintegrato, ogni convinzione precedente. Essere vecchi è diventato all’improvviso meraviglioso perché è l’unica condizione che ti dà il privilegio di essere nonno.

Paolo è nato un po’ prima del previsto e ci ha colto di sorpresa così come fa oggi quando, senza che nessuno glielo abbia mai insegnato, fa cose inaspettate. Come fare un’addizione con gli alberi del Lego a due anni, o salutare con un “bye bye” il suo compagno di giochi in riva al mare quest’estate, dopo aver fatto un castello di sabbia insieme senza parlare, perché, in effetti, era irlandese e si chiamava Ethan.

Paolo è così. Strabiliante. E’ anche un grande osservatore,attento ai dettagli,cauto e riflessivo,tant’è che , prima di uscire dalla sua confort-zone prenatale, ci ha pensato due giorni e due notti con grande disappunto della sua mamma che quest’attesa, diciamolo pure, non l’ha vissuta allegramente.

Lui non fa finta di agire ed essere come gli altri. Non si butta nelle situazioni nuove. Se ha timore di qualcosa, te lo dice ma non si ritrae. Osserva. Capisce poi se ne ha voglia o meno, e agisce di conseguenza. Il suo primo sguardo me lo ricordo come fosse ieri così come il suo odore e le sue manine.

E da quell’istante ricordo ogni cosa di lui.

All’inizio avevo quasi paura di toccarlo. Sembrava quasi che non avessi mai cresciuto due figli,così come ho fatto. Sembravo una ragazzina alle prese col primogenito. Il primo cambio di pannolino è stato una conquista. Così come la prima volta che mi si è addormentato fra le mie braccia mentre gli cantavo “Il coccodrillo come fa” in un bar a Giulianova lido.

E le pappe e i primi passi.

Oggi, quasi parliamo di filosofia tanto, a nemmeno tre anni, è sveglio e intelligente. Soprattutto abbiamo un legame così forte che a volte, quando si sveglia a casa sua, mi cerca e, se è il giorno in cui lo vado a prendere io all’asilo e me lo porto a casa mia, lui dalla mattina sfinisce tutti perché racconta che viene la sua nonna a prenderlo e va con lei nella sua casa. Nessuno può sapere ciò che provo io per quel pezzettino di uomo e ciò che sento che prova lui per me.

E con questa enorme gioia nel mio cuore, di certo tutta la mia vicenda aziendale si è ridimensionata e allontanata. Come quando si mette un binocolo a rovescio. Ho cambiato il mio modo di pensare e ho sentito l’esigenza di allontanarmi dalle persone tossiche e dedicarmi solo alle cose meravigliose che la vita in quel momento mi stava regalando.

Alla mia età, fare i conti con certi fallimenti non è proprio una passeggiata di salute. E, anche se questi patatrac hanno risvolti positivi come, per esempio, i tanti insegnamenti che ho ricevuto da questa vicenda, dopo aver lavorato con dedizione per tanti anni, ricevere uno schiaffo così forte in piena faccia mi ha messo in ginocchio.

A trent’anni puoi ricominciare da capo, a quaranta la prendi come una grande opportunità per fare scelte diverse,ma alla mia età posso solamente prendere atto di aver subìto una grande ingiustizia che posso unicamente impacchettare, ben infiocchettare e portare a casa.

Nei momenti peggiori mi si riproponevano ,come i peperoni, le possibili alternative che avrei potuto mettere in atto e ancora oggi mi do la stessa identica risposta.

L’alternativa unica e possibile, sarebbe stata quella di continuare a testa bassa a lavorare lì ,con le mani sugli occhi,sulle orecchie e sulla bocca,come le tre famose scimmiette: “Non vedo, non sento e non parlo”. In bella armonia con tutto il resto della famiglia che mi voleva così: remissiva e un po’ rincoglionita. Femminile insomma, secondo i loro parametri.

La conclusione di questo ragionamento sta diventando col tempo sempre più graniticamente unica:

In quel preciso momento del mio percorso , della conoscenza di me stessa e della mia consapevolezza, se avessi voluto andare avanti con la mia vita senza morire dentro, non ci sarebbe stata nessun’altra possibilità che indossare quel vestito a pois ,mettere i miei tacchi alti e andare a quella riunione a leggere quella lettera.

Mi sono guardata con i suoi occhi e ho analizzato i miei comportamenti.

Si sono create nella mia mente tante fotografie: di chiacchierate notturne e risate insieme agli amici da ragazzini; il suo matrimonio, gli abbracci con mia cognata; la sala parto con il mio primo nipote appena venuto alla luce, alberi di Natale, viaggi sui sedili posteriori della macchina dei miei genitori. Ho sempre avuto solo grande amore per lui e credo di non avergli mai fatto, anche se involontariamente, nessun bernoccolo. Oggi ho smesso di tormentarmi e, se veramente avrò sbagliato io e me la sto solo cantando e suonando da sola, la vita mi chiederà il conto. Altrimenti lo chiederà a lui.

Lei, la vita, i suoi conti vuole che tornino sempre pari.

Era la prima volta nella mia vita di ultra sessantenne che facevo bungee jumping: ero lì con le mani attaccate alla ringhiera sul vuoto. Avevo tentato di immaginarmi le emozioni forti che avrei provato durante ogni fase di quel salto e avevo cercato di prepararmi ad affrontarle, ma non mi decidevo a mollare la presa, illudendomi che stare lì, attaccata a una ringhiera, fosse più rassicurante che saltare.

In realtà, scavalcando quel parapetto, essendomi messa l’imbragatura e guardando nel vuoto davanti a me, io avevo già saltato, avevo già lasciato dietro di me le cose ingannevolmente rassicuranti. E avevo deciso.

Prendendomi il mio tempo, mi ero data modo di lasciarmi dietro la paura. Ho capito che ciò che mi spaventava di più non era rimanere senza lavoro a sessantaquattro anni. E non erano nemmeno le rinunce che avrei dovuto affrontare ma era solo il chiaro, limpido, inequivocabile e ufficiale taglio netto con le mie pur discutibili radici.

2020-10-15

Aggiornamento

....Ed ecco a chi spero di assomigliare un po’ io, oggi, nella mia terza vita. In realtà, fino ad ora, mi sono sentita più il gatto spelacchiato senza un nome di Holly Golightly. Invece, mi piace pensare di assomigliare alla nonna Francesca. In realtà, fisicamente le assomiglio davvero e questa cosa mi gratifica molto perché sentire di appartenere a qualcosa, a qualcuno, come ad una famiglia per esempio, ti fa sentire come “Gatto” quando Holly lo trova fra gli scatoloni nel vicolo sotto la pioggia e lo prende in braccio. In fondo, siamo come dei grandi alberi con le chiome che accarezzano il cielo, più o meno maestosi, ben saldi sui loro tronchi ma, soprattutto, tanto dipendenti dalle loro radici. E questo ci permette di non essere semplici arbusti. (tratto da "una vera favola")

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Lucilla Casali
Nasco a San Marino nel 1955, cresco tra Cervia e Ravenna dove frequento il liceo classico dal 1968 al 1972.
Mi laureo in medicina e chirurgia nel 1981 e insieme al mio futuro marito apro uno studio nell’entroterra Riminese.
Mi sposo nel 1982 a Rimini.
I miei figli nascono il primo nell’83 e la seconda nel 1987.
Nel frattempo svolgo l’attività di ortognatodontista nell’ambulatorio mio e di mio marito, e faccio consulenze in giro per l’Italia.
Dopo una temporanea e anomala separazione, mio marito si ammala gravemente e muore nel 2009.
Dopo la sua morte mi trasferisco nella repubblica di San Marino.
Scrivo poesie e racconti e un libro pubblicato nel giugno del 2013, INFINITO SINGOLARE.
Ora vivo ancora a San Marino, ma sono in procinto di tornare nella mia amata Emilia Romagna, e mi dividerò fra Rimini e Roma dove vivono i miei figli e i miei nipoti.
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