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Una vera favola

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Le favole sono un motivo ricorrente nella vita della protagonista, Olivia, che scorre come un percorso a ostacoli, tra sogni e traumi, illusioni e duri scontri con la realtà.
Olivia racconta con ironia la propria storia struggente ma anche piena di amore, come per esorcizzare un passato popolato da mostri e persone tossiche. La vicenda si snoda tra rapporti sbagliati, commenti misogini e truffe di famiglia: da qui, Olivia si arma di nuova consapevolezza e può finalmente riscrivere il finale della propria favola.

 

UN COMPLEANNO SINGOLARE

 

Come spiegherò più avanti, quando ho compiuto sessant’anni, mio padre mi ha fatto il regalo.

Io avrei voluto con tutta me stessa che quel traguardo passasse inosservato e, da un po’ di tempo, cercavo scappatoie per non dover organizzare feste o viaggi o cene con amici e parenti. Avrei voluto solo ed esclusivamente avere vicino a me i miei due spettacolari figli.

Né torte con candeline da spegnere, né canzoncine stonate e sorrisi stiracchiati. Niente di niente.

Ma ecco che mio padre decide di morire proprio quel giorno, il 19 febbraio 2016, facendomi l’unico e più generoso regalo della sua vita.

L’unico modo per sopportare l’idea di avere sessant’anni era di spostare l’attenzione su qualcos’altro. E così è successo!

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Per me, sessanta era quel numero che nelle scelte “a tendina” del computer era uscito dalla fascia “da quaranta a cinquanta” ed era piombato in quella più vicino ai settanta. Era l’inizio degli sconti di Trenitalia o dei biglietti del cinema; era l’età che in cronaca ti fa de-scrivere non più come un uomo o una donna, ma un anziano o un’anziana. Non c’è nulla da fare: a sessant’anni sei già vecchio.

È stato un passaggio molto difficile. E non parlo della morte di mio padre, perché per me era già morto parecchi anni prima e, quindi, avevo avuto modo di metabolizzare il mio essere diventata orfana. Era solo un dettaglio, il funerale tardivo di chi era morto qualche anno prima.

Era però anche il funerale dei miei cinquant’anni, come se fosse stato il funerale delle mie aspettative, dei miei progetti, dei miei verbi coniugati al futuro. Una pesca quando matura diventa saporita, si completa nella sua struttura e nei suoi colori, ma io in questa mia maturità non ho niente di meglio degli anni passati. O forse sì, ma veramente poche cose: un po’ di consapevolezza in più; mi sento più diretta e anche coraggiosa; un pizzico di gentilezza e selezione maggiore delle persone che mi stanno intorno. Il tutto, però, condito amaramente dalla perenne insoddisfazione del mio aspetto esteriore. Non mi riconosco più. La ragazzina dentro di me e la sessantenne che vedo nello specchio – e sento nelle ginocchia – si scontrano ogni giorno. E sogno, spesso, di fare la cosa che mi manca maggiormente e che questa vecchia carcassa non mi permette più: in sogno riesco con leggerezza e fiato infinito a correre all’impazzata in riva al mare, d’inverno.

Poi è arrivato quel pensiero buio: la morte.

A sessant’anni aumentano considerevolmente le probabilità di morire o di ammalarsi gravemente per poi morire. La morte comincia a farsi sentire un po’ più vicina. È un killer spietato che comincia a far fuori i tuoi coetanei, alcuni conoscenti o le persone che ami. È ovunque.

Potresti essere il prossimo o scoprire che non lo sei, ma quel sollievo dura pochi istanti perché sei di nuovo sotto tiro. Ed è per allontanare dai miei pensieri questa minaccia, che ho cominciato a pensare a ciò che mi piace: mi piace svegliarmi con il sole sul letto e fare progetti; mi piacciono le fotografie e le cene con le amiche. Mi piacciono i viaggi e atterrare in un paese lontano con la musica nelle orecchie. Le brioches e l’autunno. Le luci lampeggianti dell’albero di Natale che si accendono, così come i nomi dei miei figli sul telefono che squilla. L’odore delle zampe dei miei cani e sentirli respirare vicino a me la notte. L’avocado e l’avambraccio di un uomo. I ricordi dell’infanzia che arrivano all’improvviso, in seguito a un profumo. Place de Vosges a Parigi, le saline di Cervia. Ridere delle battute di mio figlio, l’odore dei capelli di mia figlia. Il vino bianco ghiacciato, le partite a burraco. Viaggiare da sola. L’acqua e il sapore del mare, i ricci e Pantelleria. La musica, la flemma della parlata siciliana e la voce di Biagio Antonacci. Stare scalza e spettinata, lavarmi i denti. Spegnere tutte le luci e stare col naso in su a guardare un cielo stellato.

Credo che quando morirò, mi mancherà tutto questo. Quindi, voglio iniziare da qui a vivere questa nuova vita. Non importa quanto durerà. O forse no, certo che importa! Ma cercherò di non pensarci e assaporerò tutto come se ogni giorno fosse l’ultimo. La consapevolezza della morte sta allungando ogni istante di questa mia Terza vita che per questo motivo, indipendentemente da quanto durerà, sarà lunghissima e bellissima. Mi manca qualche progetto da terminare per potermi concedere qualche sogno, ma è solo una questione tecnica e la sbrigherò il prima possibile.

Ora sono qui e basta con le favole. E cambiamento sia!

2020-10-15

Aggiornamento

....Ed ecco a chi spero di assomigliare un po’ io, oggi, nella mia terza vita. In realtà, fino ad ora, mi sono sentita più il gatto spelacchiato senza un nome di Holly Golightly. Invece, mi piace pensare di assomigliare alla nonna Francesca. In realtà, fisicamente le assomiglio davvero e questa cosa mi gratifica molto perché sentire di appartenere a qualcosa, a qualcuno, come ad una famiglia per esempio, ti fa sentire come “Gatto” quando Holly lo trova fra gli scatoloni nel vicolo sotto la pioggia e lo prende in braccio. In fondo, siamo come dei grandi alberi con le chiome che accarezzano il cielo, più o meno maestosi, ben saldi sui loro tronchi ma, soprattutto, tanto dipendenti dalle loro radici. E questo ci permette di non essere semplici arbusti. (tratto da "una vera favola")

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Lucilla Casali
LUCILLA CASALI nasce a San Marino nel 1955. Cresce tra Cervia e Ravenna, dove frequenta il liceo classico. Si laurea, successivamente, in Medicina e Chirurgia e per anni svolge la professione medica, anche insieme al marito, da cui ha avuto due figli. Una vera favola è il suo secondo romanzo, dopo Infinito singolare (2013).
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