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Uomo Lacustre
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Consegna prevista Marzo 2022
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Due fratelli rappresentano due diverse possibilità di approccio alla vita: il dinamismo vincente di Francesco, sportivo e elegante, a suo agio nel mondo, e l’immobilismo di Edoardo, musicista di successo, ma emotivamente fragile, tanto da vivere il suo talento quasi come una condanna.

Il lago è presente, con il suo fascino, in tutto il romanzo. Le vicende dei due fratelli si alternano e accompagnano il lettore in un viaggio, fatto di alti e bassi. Terreno comune dei due, la pratica delle discipline olistiche, che per Edoardo, colpito da una devastante depressione, sembrano essere l’unica via d’uscita da una situazione che lo soffoca al punto di isolarlo da tutti e, cosa per lui ancora più grave, di paralizzarne il lavoro creativo.

L’Uomo lacustre si regge su un continuo gioco di contrari, in un racconto fondamentalmente drammatico, che però a tratti si stempera nell’ironia

Perché ho scritto questo libro?

Questa è la pubblicazione postuma di un romanzo di Davide, mio fratello, scomparso prematuramente. Con questo gesto vorrei fare un regalo alla sua creatività che ha sempre espresso in vari campi. Nei due fratelli, Francesco e Edoardo, c’è tanto di lui e delle sue esperienze e dell’ultima parte della sua vita. La cornice è quella del lago Maggiore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Domani me ne vado. Prendo i miei vestiti e via. Sono stanco di stare qui. A trentasei anni vivo ancora coi genitori e un fratello genio, Edoardo. Prendo la prima casa che trovo. Un lavoro ce l’ho. Cosa aspetto?

La vita inizia dove non c’è sicurezza.

EDOARDO

Ogni mattina Edoardo usciva e andava sul lungolago di Luino nei pressi dell’imbarcadero, dove i gabbiani attendevano i battelli, in stallo nell’aria di tramontana o svolazzando placidi a bassa quota. Quel luogo amico gli era di ispirazione. Si fermava all’edicola a prendere il giornale e ripercorrendo le consuete vie se ne tornava a casa.

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“Mi dia La Provincia e Il Giorno… al solito, Sebastiano, grazie. Tutta cronaca nera…”.

“Buongiorno Edoardo… Solo le cattive notizie sono buone notizie… una passeggiata prima di esercitarsi al pianoforte?”.

“Soltanto dopo pranzo, il pomeriggio carburo meglio. Sono abitudinario. Un altro omicidio passionale…”, e lesse a voce alta il titolo di prima pagina: Donna scomparsa: si fa strada l’ipotesi del delitto.

“Terribile… chissà cosa passa nella testa di certa gente… Ognuno ha le proprie inclinazioni e abitudini… Buona giornata Edo”.

Le abitudini sono rassicuranti. Non le follie d’amore e gli uxoricidi, e Edoardo era ormai una sorta di automa. Alternava la musica allo scrivere, che aveva qualcosa di musicale, un ritmo, un’armonia, una cadenza, e gli donava gioia. La scrittura e il giornalismo lo aiutavano a interessarsi al mondo, a staccarsi dalla propria solitudine creativa, per addentrarsi nelle spirali del quotidiano, nella vita culturale, perché i suoi articoli parlavano di etnografia e antropologia, alle radici della nostra storia. “Vediamo di che parlare oggi, direi dei pirati del Lago Maggiore, i Mazzarditi. Spadroneggiavano nel Verbano, assatanati di sesso e sangue, i cinque terribili corsari cannobini… erano ghibellini, poi sconfitti da un assedio, arresisi per fame…”.

Non era facile trovare ogni settimana idee per argomenti nuovi, senza cadere nella banalità e nel già detto, occorreva spremersi per andare alla ricerca della qualità della scrittura, in cui per certi aspetti la forma prevalesse sui contenuti.

“Dovrei parlare anche della povera Cristina De Vittani, che per sottrarsi alle voglie di uno dei Mazzarditi, il Carmagnola, si gettò dalla torre ed affogò nel lago…”.

La parola, come la musica, possedeva uno strano potere. Muoveva le emozioni, risvegliava i sensi.

“Cristina de Vittani era la moglie del Vicario di Cannobio… si rifugiò nel convento delle Umiliate, ma inutilmente. Il Carmagnola la raggiunse e la riportò ai Castelli, dove lei si lasciò cadere nel lago, per sfuggire alle sue sgrinfie. Malvagio-maschio-arrazzato!”.

A Edoardo piaceva questa idea di essere un uomo lacustre. La possibilità di trovare una rappresentazione per il proprio stato d’animo, singolare, malinconico e difficilmente condivisibile, come quello di Hermann Hesse, il suo scrittore preferito, che amava appartarsi dalle sue parti, sul Verbano o a Montagnola, in Canton Ticino. Ma mentre il mare riporta, il lago inghiotte.

“Siamo entrambi uomini lacustri. Hesse amava dipingere quadri naïf con il figlio, ma per stare solo aveva lasciato la famiglia. Non poteva tradire se stesso…”, pensava Edoardo.

Ogni tanto si fermava a bere un caffè o una birra al Clerici, un tempo frequentato da Piero Chiara, o al Sottosopra, pullulante di fresca gioventù, così per scambiare quattro parole, sentire la vita che pulsava nel cuore della cittadina, ridere e giocare con la goliardia degli altri maschi, sentirsi parte del branco.

“Caffè liscio e una brioche alla marmellata. Ah… anche un bicchier d’acqua frizzante, grazie”.

“Due Euro e cinquanta, prego”.

Si sedeva all’esterno, anche d’inverno. Dal bar lanciava uno sguardo all’orizzonte. “Ma perché i giovani ignoravano il lago?”.

“Il lago ha uno strano odore. Puzza”, aveva detto una ragazzina. Loro, i giovani, non vivevano l’acqua e i più anziani, percepivano il lago forse con maggiore intensità? Suo nonno era noto per aver attraversato il Verbano dalla sponda lombarda a quella piemontese a nuoto. “Avanti e indietro” precisava la madre. Suo zio era stato campione di canottaggio. Il padre gli raccontava di nuotate e tuffi, di gite in barca e sul lungolago in Vespa e Lambretta, con le ragazze radiose, alloggiate sul sedile posteriore, le gambe entrambe da un lato, gesti antichi di un candore e un contegno che nel tempo si erano un po’ perduti.

“Che bello doveva essere andare in Vespa con la ragazza scanzonata sul sedile dietro. La dolce vita… un po’ retrò”, pensava. Ma era un’illusione. Chissà che tempi! Duro lavoro, qualche semplice svago. Troppo semplice… una volta da ragazzo, Edoardo aveva perso il controllo della Vespa sul bagnato e la ragazzina dietro era volata via… per fortuna era finita nel bosco e non si era fatta nulla.

Ora, per i ragazzi il lago sembrava un luogo trascurabile, che andava bene giusto come sfondo per godersi al bar dell’imbarcadero il tardivo aperitivo, o per farci qualche puntatina nei mesi estivi e il più delle volte installarvi un improvvisato barbecue al Ronco della Monache o alle Fornaci di Caldé, ambiente spettrale, pieno di graffiti, e cucinarsi luganega alla brace in compagnia, godendosi il fuoco del romanticismo adolescenziale fino oltre il tramonto, magari schitarrando il solito repertorio, da Battisti al Liga.

Il lago aveva perso, almeno per i nativi, il proprio fascino e un senso d’appartenenza che andava ritrovato. Anzi, sembrava essere maggiormente apprezzato dai milanesi pacia-aria1 e dai tedeschi ubiqui e rispettosi, chiamati poco amabilmente crucchi. Quanti residenti in fondo ne ignoravano l’esistenza? E sottovalutandolo non si erano preoccupati di preservarlo dai guasti della società maldestra, che vi aveva riversato fiumi di scarti e di liquami. Tanto che, quando da piccolo Edoardo andava a pescare al molo, poi regalava le alborelle ai suoi due gatti perché nessuno osava mangiarle. Dentro erano nere.

ACQUA DULZA

Quando Edoardo andava a suonare all’auditorium di Maccagno, prima del concerto faceva una passeggiata fino al porticciolo o uno spuntino all’Acqua Dulza, punto di ristoro nella zona della Gabella, e si fermava a guardare le barche in porto che beccheggiavano al quieto dondolio della montiva2 della sera, buttando lo sguardo a Nord, verso la verdeggiante Svizzera, dove Hermann Hesse e Jung si erano conosciuti. Chissà se anche Jung era stato un uomo lacustre?

Poi, eccolo Edoardo di nuovo nella sua stanza alle prese con gli esercizi del metodo Pozzol o con qualche nuovo articolo da pubblicare sui giornali con cui collaborava.

Anche la scrittura poteva coinvolgere come la musica, aspirare il lettore in una sorta di vortice, condurlo in un luogo inimmaginabile. Questo era il valore della parola, come aveva detto il cantautore Roberto Vecchioni durante lo speciale dedicato al decennale della morte di Fabrizio De André, a proposito della canzone “La guerra di Piero”: “Se di Piero ce ne fossero stati due,

uno contro l’altro, forse nessuno dei due avrebbe sparato e si sarebbero messi a parlare della vita, perché la parola è vita”. Vero! E’ trasformazione, premessa di un percorso e di un cambiamento, contro il silenzio dell’omertà e della rinuncia, contro la morte. Certo non era facile resistere alla forza schiacciante del conformismo e all’abitudine di non indignarsi più, che gravava come un macigno sulla debolezza dei tanti, alimentando l’estensione dei poteri e delle loro implacabili spire persuasive, ma in qualche modo Edoardo e suo fratello Francesco non si erano rassegnati e avvertivano intimamente il bisogno di occuparsi della loro parte ferita, che chiedeva di essere curata. O forse era meglio sanguinare e non nascondere la propria sofferenza, perché come disse qualcuno: le ferite rimarginandosi chiudono in sé stessi?

Cammino per le strade, guardo i palazzi e i negozi, desidero entrarci e cambiarmi d’abito. Un vestito di lino bianco. Voglio freschezza, un’avventura con una ventenne, frizzante, piena di vita, bella come si è belli a vent’anni, senza troppi pensieri, solo emozioni e desideri.

Nostalgia degli anni verdi.

IL DONO

Edoardo amava passeggiare nei pressi del camposanto. Vi erano degli aspetti della sua personalità a dir poco funerei. In uno dei suoi pochi viaggi era stato a Parigi al Père Lachaise, il cimitero monumentale delle star, dove erano sepolti Jim Morrison e Chopin.

Francesco sembrava più solare.

Francesco e Edoardo Alsini erano fratelli, unici due figli nati dal matrimonio quasi felice di Eugenio Alsini con Ersilia Brandi. “Perché la gente si sposa?”, si domandava Edoardo.

“Per abitudine”, replicava Francesco.

“Ma perché ci si sente in dovere di fare le stesse cose che fanno tutti? Che rabbia. Non c’è mica un copione! Io non voglio una moglie e figli. Voglio abitare su una spiaggia. Sul porto, come il protagonista de “Le parole che non ti ho detto”. Comunque, vicino all’acqua. Che senso ha abitare sul lago e non vederlo neppure? Punto”.

Erano rimasti in pochi a coltivare l’antica passione della pesca, solo in due, da Zenna e Luino. E i pochi pescatori avevano abbandonato le barche in legno, per affidarsi alla vetroresina, che non necessitava di manutenzione.

“Buongiorno Mario, preso qualcosa?”, salutava Edoardo al rientro delle barche.

“Sì qualche lavarello… da fare in carpione, ma poca roba”.

Sulla sponda lombarda i pescatori erano ormai soltanto quindici, mentre su quella piemontese se ne contavano una trentina. Che malinconico disagio provocava vedere quelle poche barche tirate in secco tra i pedalò. L’unico pescatore sembrava Caronte lungo il Lete.

Edoardo aveva un talento innato: la musica. Ed era un grande dono, tanto che Francesco, nonostante avesse imparato anche lui in giovane età a suonare il pianoforte, non se l’era mai sentita di competere con il talento del fratello, e aveva precocemente rinunciato, chiudendosi a volte in uno strano silenzio, un mugugno oscuro. “Non ci riesco, non sono alla sua altezza. Ma come fa… il talento non lo si apprende, è solo un dono. Mannaggia, io non ce l’ho. Che devo fare, uccidermi?”, pensava.

I genitori all’inizio non avevano dato molto peso al suo essere assorto, senza comprendere come forse proveniva dal profondo dal suo cuore il taciuto lamento per non essere stato, come il fratello, baciato dalla musa, ed era preso dallo sconforto e da un visibile, malcelato, nervosismo quando parenti, vicini e amici ammiravano le mani di Edoardo scorrere su e giù per la tastiera del vecchio Seiler nero.

La sua musica, nonostante non fosse di immediata comprensione, toccava emozioni profonde, coinvolgendo anche coloro che erano abituati a note di più facile consumo. Edoardo riconosceva

ad alcuni musicisti come Einaudi, Cacciapaglia e Allevi – anche se ve ne erano di più interessanti, ma meno conosciuti – il merito di aver sdoganato un gusto musicale colto, che rientrava in quel vasto genere definito dagli americani minimale. Einaudi era persino entrato nelle classifiche dei dischi più venduti in Inghilterra, segno che un certo tipo di musica era ormai stata finalmente accettata. Ma lui sapeva che si poteva andare oltre, che anche certa musica cosiddetta di ricerca in realtà era piuttosto commerciale.

Invidia, provava Francesco, ma difficilmente avrebbe ammesso una tale debolezza. In fondo era stato solo un macabro scherzo del destino, il dono avrebbe potuto toccare lui, invece aveva baciato Edoardo sulla fronte.

“I miei hanno sempre preferito lui, perché è più bravo. Bene e allora? Devo subire la triste condanna di essere eternamente gregario e secondo? Io sono io e lo affermo. Ho il diritto di esistere nella mia piatta semplicità!”. Francesco aveva sempre lottato, cercando un qualche modo per rifarsi, soprattutto con lo sport, la palestra e la piscina, le sue grandi passioni.

“Non ho nient’altro che la performance. Solo qui posso vincere e giocare in casa”. D’altra parte, con la musa non si può competere, neanche sforzarsi più di tanto. Francesco era invidioso, ma provava anche tenerezza e stupore per il dono di Edoardo, che dal nulla sviluppava splendide armonie. “Chissà da dove arriva l’ispirazione: è una magia… Edoardo avrà fatto un patto col diavolo, come il Faust di Goethe…”.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Davide Rota, grazie a Patrizia Rota
Davide è nato a Luino, il 21 febbraio 1959, e ci ha lasciati a Castelveccana, il 23 ottobre 2014.

Questo libro, di cui è autore, esce postumo, per ricordare mio fratello e regalare ai suoi tanti amici un’opera ancora inedita di un grande artista poliedrico.
Io sono sua sorella, Patrizia, mi occupo di questa campagna di crowdfunding per ringraziarlo per la passione per la scrittura e l'ispirazione che mi ha sempre trasmesso.

Oltre alla scrittura, si è dedicato allo spettacolo come assistente alla regia e attore per Franca Rame e Dario Fo e ha lavorato a Mediaset, come autore. Ha partecipato a trasmissioni radiofoniche, programmi televisivi e spettacoli teatrali, in qualità di autore e di attore.
Ha avuto anche diverse esperienze in campo musicale, tastiere e piano.

Le sue pubblicazioni sono:
Curs de lumbard per terun – Mondadori 1995
Padania fai da te – Mondadori 1996
Il Pirla del 2000 – Mondadori 1997
Il mio angelo custode si é suicidato
con Jacopo Fo - Ed. Nuovi Mondi – 2000
Star Tresh – Nuova pratica editrice 2000
Usa e Jetta – Ed Zona 2007
Se il pianeta si ribella – Ed. Zona 2009
Curs del Lumbard per baluba – Mondadori 2010
D'uomo sapiens – De lumbardi eloquientia- UR editore 2012
No money no Cry - Mondadori - 2012.
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