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Lei, lui, gli altri e le loro vite che si intrecciano, inconsapevoli di essere così fortemente connesse.
In un nevoso week-end prenatalizio, amore, passione, menzogne e tradimenti trasformano le esistenze di un gruppo di persone accomunate tra loro dal peso di un passato difficile e da un desiderio incontenibile: sentirsi desiderati e amati. Hanno solo una manciata di giorni per imparare a fare i conti con il dolore delle verità svelate e per riscoprire l’amore… soprattutto quello verso se stessi.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo romanzo iniziando a raccontare, in parte, la mia storia, non solo dalla mia “prospettiva” ma anche da quella dei coprotagonisti. Calandomi nei panni di chi stava “creando” il mio dolore come di chi lo stava vivendo con me. L’intento di questo libro, che attraverso diversi personaggi, parla di amore, fragilità e tradimenti, è quello di indagare nell’animo umano cogliendone debolezze e ambiguità. Ponendo l’attenzione sulle conseguenze, spesso sottovalutate, di ogni nostra azione.

Lei
L’acqua bollente scrosciava da diversi minuti, sparendo nel piatto
di pietre di fiume della loro doccia zen, tanto spaziosa quanto essenziale

come da dettagliato progetto del loro architetto di fiducia.
Il vapore si impadronì del box in cristallo per poi espandersi in
tutto l’ambiente, ma la sua pelle era ancora completamente asciutta.
A parte il volto.
Lei stava seduta, nuda, sul pavimento color fumo del bagno. Stringeva

con entrambe le mani un cellulare e frenetica faceva scorrere
lo schermo premendo i tasti con il pollice destro.
Lui bussò alla porta, chiedendole in quanto tempo avrebbe finito.
Lei non rispose subito, posò il cellulare a terra, si infilò nella doccia

e lo avvertì di aver quasi concluso. L’acqua le scivolava addosso,
veloce e copiosa come i suoi pensieri.
Il trucco pesante, usato per mascherarsi da angelo nero, le colò
dal viso sul resto del corpo, seguendo la pelle e le sue forme con

numerosi rivoli scuri. Prese un po’ di sapone liquido dal flacone

quasi vuoto e si strofinò con violenza le guance, poi versò lo shampoo
direttamente sui capelli e, senza massaggiarli né districarli, prima
che la schiuma iniziasse a lievitare, sciacquò via tutto velocemente.
Si infilò svelta l’accappatoio e recuperò dal pavimento il cellulare,
nascondendolo nell’asciugamano che si avvolse sulla testa come un
turbante.
Continua a leggere
Continua a leggere

Girò quindi la chiave nella serratura e lasciò alle sue spalle la
stanza da bagno con il suo calore umido.
Lo trovò vicino alla porta, agitato nonostante il goffo tentativo di
non sembrarlo, lo oltrepassò con un tiepido sorriso e si avviò

verso la
camera da letto. Lui la seguì e, sfregandosi con i polpastrelli

la fossetta sul mento, le chiese soltanto: «Hai visto in giro il mio cellulare?».

Lui che
Quel sabato mattina lui si alzò molto presto, con la voglia

di caffeina e gli occhi gonfi di chi non li aveva chiusi per tutta la notte.
Anche lei, che solitamente nei fine settimana invernali amava
restare il più a lungo possibile fra le coperte, si svegliò prima delle
otto e, cosa che di solito non faceva a quell’ora, portò Paco a fare una
passeggiata nel parco.
Un cambio di routine che a lui, già in ansia per le congetture della
notte appena trascorsa, risultò davvero strano.
Approfittò dell’inaspettata uscita di sua moglie per continuare le
ricerche, gettando all’aria tutti gli indumenti e gli accessori lasciati
in giro la sera prima e setacciando come un segugio ogni angolo del
loro appartamento: dalla festa di Halloween non aveva

ancora ritrovato il suo cellulare.
Provò a comporre il numero utilizzando il cordless di casa,

maledicendo l’abitudine di tenere il telefonino costantemente

in modalità “silenzioso” con la sola vibrazione attiva, per

evitare di dover
giustificare eventuali chiamate fuori programma da parte

di qualche amica troppo intima.
Spense la televisione e ogni possibile fonte di rumore,

nella speranza di percepire il ronzio che l’avrebbe sollevato da quell’ansia.
Nulla.
Ormai, pensò sconfortato, le probabilità che lo avesse trovato lei
durante la festa divenivano ogni minuto più alte e con

esse si facevano strada i pensieri e le paure legate alle conseguenze.
Cercò di convincersi che non poteva essere andata in quel modo,
che non poteva essere veramente così sfigato e che, soprattutto, non
sarebbe stato da lei trovarlo senza dir nulla.
Senza renderglielo immediatamente.
Senza guardarlo? E senza scorrere tutta la rubrica?
Senza leggere gli eventuali messaggi che probabilmente, come

temeva, quella sera non aveva ancora cancellato?
«Porca puttana, no! Quel messaggio no!»
Improvvisamente avvertì un tuffo al cuore, immaginando

l’effetto che avrebbero potuto avere quelle conversazioni nelle mani sbagliate.
La sua mente iniziò a formulare grovigli di possibili e improbabili
giustificazioni.
Con le mani fra i capelli si sedette sul coperchio del water del

bagno di servizio. Si accorse di essere sudato e, passandosi

un asciugamano sul viso, sospirò con lo sguardo perso nel vuoto.
Avvertì la gamba destra dondolare con un movimento

incontrollato, come gli capitava soltanto nei momenti di particolare stress o
tensione.
Cercò di fermarla appoggiando con forza una mano sul ginocchio.
Inutilmente.
In quel momento si rese conto che non riusciva più

neppure a dominare la sua mente e le terribili

conclusioni che ormai stava traendo.
Il suono improvviso del citofono lo fece sobbalzare sul gabinetto
con il cuore che pulsava in gola.
La rabbia nel sentirsi così esposto e impotente lo fece alzare di
scatto per dirigersi verso la porta.
Fu un attimo: inciampò nella scodella del cane; il suo sguardo si
abbassò istintivamente sul pavimento, nel punto esatto

in cui brillava la ciotola in alluminio di Paco, e proprio

vicino a essa, nella cesta dei giochi, vide una flebile

lucina a intermittenza che riconobbe
all’istante come quella del suo Nokia blu metallizzato.
Sospirò profondamente, sentendo un sollievo di quelli

che si provano soltanto al risveglio da un terribile

incubo così ricco di dettagli
da uscirne fradici di sudore e paura, e all’improvviso

si sentì leggero, in pace, come appena rinato.
Non si soffermò troppo a pensare a come fosse finito

lì il cellulare.
Se gli fosse sfuggito dalle tasche la sera prima; se fosse

stato scambiato da Paco per uno dei suoi giocattoli e trasportato così nella sua
tana; se fosse stato nascosto per scherzo da un invitato

particolarmente stronzo.
O se magari, proprio in quel punto, lo avesse riposto volutamente
lei per chissà quale strana ragione.
Quest’ultima ipotesi però, si disse rassicurando se stesso,

in fondo, non aveva davvero senso.

Lui (e non solo)
Dopo aver percorso a piedi corso di Porta Romana, tagliò per via
Baracchini e, passando per piazza Diaz, sbucò sul lato del Duomo;
sentiva l’aria fredda, che odorava già di caldarroste, pungergli il viso.
Camminava compiaciuto nella luce pulita di quella splendida mattina

assolata e tersa di novembre, perfetta come raramente accadeva di

vederne, pensò, in una città grigia e lattiginosa come Milano.
Si sentiva di ottimo umore nonostante si stesse recando in agenzia

per uno di quei lavoretti saltuari che non amava granché, ma che
gli permettevano di arrotondare il suo budget sempre poco consistente.
Si trattava di un servizio fotografico per creare un book e dei composit

per un’altra delle mille ragazzette dalla bella faccetta, bel culetto

e belle tette, con la non molto originale ambizione di sfondare
nel mondo dello spettacolo.
Sinceramente, questo ambiente che mai aveva apprezzato lo a

veva annoiato, ma amava la fotografia e, per coltivare la passione che
avrebbe desiderato trasformare presto in una vera professione,

sapeva che era indispensabile accettare anche quei piccoli compromessi.
Arrivò in studio con venti minuti di ritardo ai quali nessuno fece
caso, perché lui non era certo una di quelle persone che potevano
spaccare il minuto: la puntualità, si divertiva a sostenere, non

faceva parte del suo DNA.
La “velina di turno”, come usava chiamare queste sfaccendate, era
già vestita, truccata e tesa al punto giusto per fargli perdere un sacco di tempo.
Ipotizzò che potesse avere al massimo sedici anni, nonostante il
trucco gliene aggiungesse almeno otto e la presunta zia nell

a liberatoria avesse dichiarato fosse quasi maggiorenne.
Ovviamente indossava ben poco: minigonna, stivali al ginocchio e
un top nero che lasciava intravedere un reggiseno a balconcino che,
per regalarle una misura in più, le strizzava la presumibile seconda
taglia fino al limite della sopportazione.
Era minuta e non abbastanza alta per fare quel tipo di lavoro, ma
aveva splendidi lineamenti e capelli nero corvino lucidi come seta
che le conferivano carattere al volto.
Per metterla a suo agio le disse le solite frasi di circostanza e le
chiese il suo nome, e lei rispose imbarazzata: «Martina Bonello».
Ci aveva visto giusto: avrebbe dovuto faticare più del solito.
Sistemò l’attrezzatura e fece qualche prova con le luci, poi,

cercando di utilizzare un tono tranquillizzante, le disse: «Ora faremo
qualche scatto di preparazione, giusto per scioglierci un po’. Non ti
preoccupare, ti suggerirò io posizioni ed espressioni, tu devi solo
seguire le mie indicazioni e stare il più rilassata possibile».
«Va bene» si limitò a dire la velina, con quelle che lui ritenne una
voce e una convinzione troppo fragili per i suoi gusti.
«Allora iniziamo, Martina!» aggiunse scandendo il suo nome nel
tentativo di sbloccarla. «Ora prendi quel foulard rosso, mettiti al
centro del telo e prova a muoverti lentamente guardando in camera,
gioca con il foulard spostandolo a tuo piacimento, non preoccuparti
di ciò che stai facendo, cerca soltanto di divertirti.»
Lei iniziò a muoversi a scatti, alternando gesti innaturali e rigidi a
pause vuote e interminabili in cui lo fissava con sguardo perso e

dilatato. Lui non riusciva a scorgervi il disagio dovuto all’inesperienza

e neanche quello legato al fatto di non posare per un fotografo
vecchio e barbuto, come lei aveva invece immaginato.
Bensì, dai suoi occhi, si evinceva l’imbarazzo di essersi trovata di
fronte un ragazzo giovane e carino che, con quell’aria schiva e fuggente,

la metteva in difficoltà sia come modella alle prime armi sia
come ragazzina con gli ormoni in rivolta.
Cercando di non spazientirsi, provò a incoraggiarla dicendo:

«Brava, le pose vanno bene, ora però cerca di essere un po’ più sciolta e
di non fermarti, sorridi e spostati i capelli con la mano». La velina
iniziò a darsi da fare.
Fecero una decina di cambi d’abito e finirono il servizio mezz’ora
prima del previsto perché Martina – inaspettatamente, considerate
le sue catastrofiche previsioni – era riuscita a rilassarsi, collaborando

e posando piuttosto bene per essere una ragazzina così giovane e priva di esperienza.
La salutò senza darle quel briciolo di importanza che lei, dallo
sguardo zuccheroso con il quale lo fissava, si intuiva avrebbe desiderato.

Velocemente raccolse tutta la sua attrezzatura e, senza troppi convenevoli,

si congedò dal resto della troupe dell’agenzia.
Uscì di nuovo all’aperto e, nonostante l’aria insana di Milano, respirò

a pieni polmoni godendosi la restante mattinata di sole.
Decise di passeggiare senza meta per le vie della città come spesso
adorava fare per rubare qualche scatto suggestivo volto a liberarlo
dalla noia delle foto preconfezionate tutte culi e ammiccamenti che
di nuovo si era ritrovato a realizzare.
Camminò a passo spedito fino a raggiungere i giardini di piazza Vetra,

e lungo la strada ripensò alla festa a casa di Giulia la sera prima.
Lei adorava quel genere di cose e aveva insistito parecchio perché
lui partecipasse portando con sé la macchina fotografica per immortalare

gli assurdi travestimenti degli invitati.
A lui, invece, non piacevano affatto questi eventi e le feste in generale,

ma non riusciva mai a dire di no, o meglio non riusciva a dirlo
a lei. E poi, c’era qualcosa di intrigante nel poterla spiare protetto
dall’obiettivo, mentre lei si muoveva a suo agio in mezzo al caos nel
quale adorava confondersi per non fermarsi a pensare, almeno questa

era l’idea che si era fatto, all’inconsistenza della sua vita dentro
quella casa.
Prima di andar via dalla festa, però, aveva colto negli occhi di Giulia

un’espressione cupa che non le apparteneva e una sorta di inquietudine

che su di lei non aveva mai visto.
Questo pensiero gli fece venir voglia di farle una telefonata o mandarle

un SMS per accertarsi che stesse bene, ma ripensando alla serata

movimentata, attribuì la colpa alla stanchezza e soprattutto ai
numerosi bicchieri di sangria che le aveva intravisto bere.
Comunque, al di là di ogni scusa, aveva considerato che fare quella
chiamata, sentire la sua voce, semplicemente parlarle gli sarebbe piaciuto.

Ma come spesso aveva dovuto fare con lei, anche in quell’occasione

trattenne l’istinto e ogni suo impulso, imponendosi di non farlo.

Altri
Da quando era rimasta incinta, Elena si svegliava sempre presto
al mattino.
Per ora solo i suoi genitori, lui e la sua più cara amica Giulia sapevano

tutta la verità a riguardo e, loro malgrado, l’avevano accettata
perché Elena non forniva alternative: quel bambino lo voleva.
Per tutti gli altri, invece, il padre del bambino era un presunto militare

dell’esercito attualmente in missione che, al momento giusto,
lei avrebbe fatto eroicamente “morire” o dal quale si sarebbe, molto
più semplicemente, separata per la sua insostenibile assenza.
In realtà, il vero padre era molto più vicino di quello delle sue colorate

fantasie e lei, che ormai aveva trentanove anni, sentiva che a
quel piccolo non poteva rinunciare e soprattutto che la sua nascita
li avrebbe uniti definitivamente. Tutto ciò noncurante del fatto che
lui, di eredi, ne avesse già due: il soggetto in questione infatti – o
“l’individuo”, come l’aveva soprannominato Giulia – oltre a essere
il proprietario dell’azienda per la quale Elena lavorava, era già provvisto

di moglie e figlio, ed Elena ufficialmente era soltanto la sua
segretaria.
Giulia lo detestava e non lo aveva certo nascosto, ma da buona
amica l’aveva sempre sostenuta. Ovviamente – a causa del punto di
vista che aveva riguardo a questo tipo di cose, e spinta dal senso di
protezione che nutriva nei confronti degli affetti più cari –, non aveva

mai approvato la loro relazione, ma non l’aveva neppure contrastata.

Del resto, tutti sapevano che lei, Elena Capatosta, così come
suggeriva il suo cognome, non era certo tipo da accettare consigli.
Lei si diceva felice così e molto più appagata di tante donne sposate

e insoddisfatte che conosceva. In fondo, sosteneva, lo vedeva
tutti i giorni: ogni mezzogiorno pranzavano insieme e lui passava
indubbiamente molto più tempo con lei che con la moglie ufficiale.

Inoltre c’erano tutti i viaggi di lavoro in cui era sempre Elena a
seguirlo, coccolarlo e viziarlo, e quelle trasferte, raccontava senza
celare una certa malizia, si rivelavano sempre delle esperienze di
totale piacere, trasporto e godimento.
E poi – di questo ne era certa e non voleva che nessuno al mondo
la contraddicesse – lui non amava affatto sua moglie e stava ancora
con lei soltanto per quel figlio che avevano insieme.
Certo, ogni tanto, quando un nuovo matrimonio di qualche vecchia

amica la gettava in un temporaneo sconforto, si rendeva conto
che i fine settimana da sola a volte le pesavano un po’, ma lei sapeva

gestire il suo tempo libero e ne approfittava per rinchiudersi in
qualche centro benessere a “rigenerarsi” oppure se ne andava a far
shopping in via Condotti o al cinema con qualche belloccio romano.
Le cose da fare a Roma, per fortuna, non mancavano mai.
E quel sabato mattina di sole era proprio uno di quelli interamente

dedicati a se stessa: aveva prenotato per le nove e trenta un
massaggio ayurvedico nel centro benessere più in voga della città e
aveva ancora un’ora di tempo per farsi una doccia e vestirsi prima
di uscire.
Il telefono di casa squillò nel momento esatto in cui si mise sotto il
getto dell’acqua. Poiché le risultava strano che qualcuno la cercasse
così presto, si infilò l’accappatoio e corse a rispondere.
«Pronto» disse allarmata.
Dall’altra parte udì la voce di Giulia, che disse: «Ciao, Elena. Perdonami

per l’orario, ti ho svegliata?».
Elena avvertì subito il tono agitato dell’amica.
«No, tesoro, tranquilla. Stavo per farmi una doccia. Dimmi tutto, è
successo qualcosa?»
Alla sua domanda seguì un breve silenzio, poi Giulia con voce
scossa rispose: «Ho trovato le prove, è tutto come temevo».
Elena si sedette a terra sul tappeto accanto al divano, con il cordless

incollato all’orecchio, pronta ad ascoltare una lunga telefonata
che da tempo sapeva che prima o poi sarebbe giunta.

29 Agosto 2019

Aggiornamento

Nuova recensione di Urlami su DentroCasa.
08 Maggio 2019

Aggiornamento

Qui la recensione di Urlami a cura di Valeria Mariani

27 aprile 2019

Evento

Sabato 27 aprile dalle ore 19.00 alle ore 21.00 "Prima presentazione di Urlami"

Luogo? “Nel loft di Laura” - Zona NoLo - Milano

Durante la presentazione ascolteremo la lettura di qualche capitolo del romanzo (e non solo) con la strepitosa voce di un bravissimo attore.

Seguiranno domande, risposte e dediche ai libri.

Per chi ancora non avesse il libro e fosse interessato, sarà possibile acquistarlo nel Loft.

Per chi lo avesse già… portatelo con voi se desiderate una mia dedica!

Per l’occasione mi farebbe piacere offrirvi qualche stuzzichino e un bicchiere di prosecco per brindare insieme.

L’evento è gratuito ma è richiesta la prenotazione.

Per informazioni, prenotazioni e indirizzo, scrivetemi a: laura.fortugno@gmail.com

Vi aspetto!

13 marzo 2019

Aggiornamento

Su Smart Week un'intervista all'autrice sul libro Urlami, a questo link.
07 febbraio 2019

Aggiornamento

Oggi, giovedì 7 FEBBRAIO, alle ore 20.00 sarò ospite per parlare di Urlami a Lombardia TV nella rubrica “Voci di Moda Eventi e Cultura”. Conduce Sergio Manzoni, regia di Marcello Bertoni.

Seguitemi su Lombardia TV (Canale 99).

Per Lazio ed Emilia Romagna canale 890, Piemonte canale 219, Liguria canale 665, Veneto canale 674.

La trasmissione sarà trasmessa in replica anche giovedì 14 febbraio alle ore 20.00 e sabato 9 febbraio alle ore 18.00 su Lodi-Crema TV (canale 111) oltre allo streaming su Smart TV.

Buona visione a tutti!
18 luglio 2018

Radio Senise Centrale

Radio Senise Centrale: Confronti: INTERVISTA A LAURA FORTUGNO
13 luglio 2018

La Nazione

Laura Fortugno ospite con il suo libro "Urlami" edizioni Bookabook su Radio Versilia (fm 103.5) nella rubrica "Versilia Libri" a cura di Demetrio Brandi. Il programma si può ascoltare in diretta streaming su www.tgregione.it

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    dopo aver “gustato” il libro di Laura Fortugno , credo di aver scoperto la ricetta della buona scrittura..si, perché per scrivere un buon romanzo bisogna essere anche una buona cuoca. bisogna essere capaci di dosare un ‘approfondita caratterizzazione dei personaggi, saper descrivere le loro emozioni, aggiungere un pizzico di sexy, creare il giusto mix di pezzetti di vita vissuta dalla scrittrice e vita di fantasia, condire il tutto con una prosa veloce e moderna, infornando il tutto in uno spazio temporale di un week end milanese.. Ne risulta un romanzo moderno, profondo, interiore, mai banale, da ” divorare” nello spazio di un week end.
    come opera prima direi che é cosi ben riuscita che lascia nell’ attesa del prossimo romanzo.
    brava Laura Fortugno!

  2. mieledirovo

    (proprietario verificato)

    Ho letto questo romanzo tutto d’un fiato in preda alla curiosità di scoprire le vicende dei vari personaggi che sono narrate, alternate fra loro in capitoli intitolati “lei”, “lui” e “altri”, tra lo scorrere incalzante di un fine settimana invernale.
    A ritmo serrato vengono raccontate le loro storie e vicende personali, fino a svelare al lettore ciò che li accomuna o tiene legati da un “filo rosso”.
    Non svelo nulla ma consiglio la lettura!

  3. (proprietario verificato)

    Ho trovato il libro intenso, “vero”, molto ben scritto. Il rimbalzo continuo della narrazione da un personaggio all’altro rende bene l’idea delle vite che si sfiorano e nello stesso tempo si intrecciano. Pennac diceva che quando una persona ci regala un libro, la prima cosa che facciamo è cercare quella persona tra le righe del libro. Ho provato a trasferire questo concetto all’autrice, e sono sicuro di aver trovato un tratto distintivo del suo carattere: Passionale. Vale assolutamente la pena leggere il suo racconto.

  4. (proprietario verificato)

    Una storia dalla trama fitta e ingarbugliata, di quelle che costringono il lettore a rileggere indietro per non perdere il filo. Una storia fatta di infelicità e anche di emozioni che sanno colorare di nuovo la speranza.
    Laura cattura l’interesse parlando di nascosto e garbatamente di sè stessa come di tutti noi, raccontando con il cuore e ottenenedo un risultato difficilmente eguagliabile.

  5. (proprietario verificato)

    Un racconto che scorre molto piacevolmente, nel quale il lettore viene accompagnato, ad un ritmo serrato, tra tre storie di amore, sesso, tradimenti, illusioni, delusioni, speranze e bugie, che si intrecciano tra di loro.
    I personaggi sono descritti in maniera accurata e fanno trasparire le loro debolezze e le loro insicurezze, con un filo conduttore unico che accomuna, nel bene e nel male, tutti i protagonisti.
    L’ho letto in due giorni, tutto d’un fiato.

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Laura Fortugno
Laura Fortugno è nata a Lodi ed è fundraiser presso l’Istituto dei Ciechi di Milano. Nel 2014 ha vinto il premio letterario “Racconti nella Rete” con Guardami pubblicato nell’antologia di racconti edita da Nottetempo nello stesso anno.
Urlami è il suo romanzo d’esordio.
Laura Fortugno on FacebookLaura Fortugno on Instagram
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