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Ventuno mesi

Ventuno mesi
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Consegna prevista Luglio 2021
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Ventuno sono i mesi in cui si può passare dall’adolescenza alla piena maturità. In un’Italia non ancora disillusa e tragicamente ferita dal terrorismo, un ragazzo timido e visionario incrocia la vita di due coetanee che segneranno in modo indelebile la sua esistenza. Lucia, che incarna lo spirito trasgressivo e illusorio degli anni Settanta, lo condurrà nel mondo impervio della lotta politica e condividerà con lui l’ineffabile scoperta del sesso. Ilaria, la ragazzina magra e dalla pelle scura che era stata la sua compagna di banco alle scuole medie, riappare improvvisa in un afoso pomeriggio d’inizio estate. Trasformata nell’aspetto e ormai consapevole della sua bellezza, la ragazza gli confessa l’amore acerbo che aveva sempre provato per lui. Questa duplice storia di sentimenti sovrapposti gli consentirà di fare luce su alcuni momenti opachi e annebbiati della sua adolescenza e lo accompagnerà, tra passione e incertezze, fino agli ineludibili esami di maturità.

Perché ho scritto questo libro?

Questo romanzo è figlio del deserto e di una notte insonne. Il Cairo, Egitto, inizio del mese di agosto di qualche anno fa. L’unico rumore che percepivo era il perenne sibilo del condizionatore dell’aria. Le emozioni e i timori che mi tenevano sveglio si dissolsero in una nostalgia opprimente. Accesi il computer, afferrai ricordi lontani e lasciai che le parole fuoriuscissero da sole.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Facemmo l’amore per la prima volta in un assolato pomeriggio di inizio agosto. I suoi erano andati in Sicilia per una settimana e lei era rimasta in città con la nonna per non interrompere le lezioni di greco. In realtà questo era stato solo un pretesto, Ilaria non voleva più andare in vacanza con i genitori e aveva preferito restare con gli amici e sentirsi libera.

Quella mattina non andammo al mare. Lei era rimasta a studiare dalla nonna, poi, dopo pranzo, le aveva detto che sarebbe tornata a casa sua per annaffiare le piante e per altre piccole incombenze.

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Furono parole non dette quelle che nei giorni precedenti prefigurarono il nostro incontro di quel pomeriggio, una silenziosa complicità che accentuò la percezione di un evento ineluttabile. Mi resi conto che la fiducia e l’intesa che avevamo consolidato negli anni passati erano rimaste intatte e ci avrebbero permesso di costruire una relazione importante e forse duratura.

Era ciò che desideravo di più in quel momento.

Ilaria abitava in un condominio costruito di recente ai margini di un quartiere sorto in fretta dove pochi anni prima c’erano soltanto campi incolti e alcune masserie isolate.

Il silenzio irreale della città svuotata e il caldo soffocante sembravano accentuare l’agitazione che mi accompagnò fino a casa sua. Bussai al citofono, un gesto ripetuto centinaia di volte in passato ma che quel giorno mi apparve insolito e carico di tensione.

Ilaria aprì il cancello senza rispondere. Salii le scale fino al secondo piano e trovai la porta già aperta. Entrai esitante ma subito lei mi venne incontro sorridendomi. Indossava un vestito giallo molto corto che lasciava ampiamente scoperte le cosce e aveva ai piedi un paio di sandali infradito. Chiudemmo la porta alle nostre spalle e ci baciammo a lungo.

Poi, allargando le braccia in segno di accoglienza, mi disse: «Te la ricordi la mia casa? Qui sei sempre stato il benvenuto».

Conoscevo bene quell’abitazione e, a un primo sguardo, mi sembrò che nulla fosse cambiato. L’arredamento, moderno e di dubbio gusto, era lo stesso di qualche anno prima: il grande specchio rettangolare con la cornice di alluminio e il portaombrelli di ottone lucido erano al solito posto accanto alla porta di ingresso. Anche la cassapanca di legno scuro era sempre lì e i pochi quadri che ricordavo avevano mantenuto la stessa, identica posizione.

Il tempo qualche anno prima si era fermato e aveva aspettato il mio ritorno per riprendere a camminare. Forse.

«Andiamo nella mia cameretta, non la riconoscerai» disse orgogliosa.

Mi prese per mano e, tirandomi con discreta forza, cominciò a correre lungo il corridoio che portava alle camere da letto. Era un gioco che facevamo da ragazzini: correvamo per alcuni metri e poi, scivolando sul pavimento che sua madre manteneva sempre pericolosamente lucido, finivamo direttamente nella sua stanza. Tornai indietro nel tempo e mi sentii a mio agio come se solo in quel momento avessi riagganciato la mia vita alla sua.

Entrai e mi fermai poco dopo l’uscio. Lei mi osservava attenta e la mia espressione meravigliata non dovette sfuggirle; quel luogo era completamente trasformato, nulla più ricordava l’Ilaria di una volta.

Sulla parete di fronte alla porta, accanto a un grande armadio laccato di bianco, campeggiava una locandina del film Ultimo tango a Parigi che, in quello spazio abbastanza ristretto, mi sembrò molto più grande di quella che avevo visto esposta al cinema pochi anni prima.

«Questa me l’ha regalata mio zio Peppe» disse.

Lo zio Peppe era il fratello di suo padre e io lo ricordavo come un personaggio eccentrico. Dipendente comunale di giorno, la sera faceva il cameriere in una pizzeria e il sabato e la domenica la maschera durante gli spettacoli pomeridiani in un cinema del centro.

Nell’angolo oltre la finestra c’era il suo letto, che una volta era sul lato opposto della stanza e, accanto, una nuova libreria, anche questa bianca, che occupava tutta la restante parete.

Una cosa non era cambiata: il disordine. I libri erano accatastati alla rinfusa sui ripiani, c’erano molti romanzi e grandi classici della letteratura, i testi del liceo e quelli delle medie che lei aveva conservato. Nella confusione riconobbi un volume di storia dell’arte con la copertina verde scuro che utilizzavo anche io allo scientifico. Su un ripiano più in basso c’era un piatto giradischi con un grosso amplificatore stereo che prima non aveva e molti trentatré giri dei miei cantautori preferiti. Sbirciando tra i dischi ne notai anche uno della Premiata Forneria Marconi registrato dal vivo in America qualche anno prima, un album mitico che io non possedevo. Sulla parete alla quale era accostata la nuova scrivania, fissate con delle puntine colorate, c’erano diverse fotografie che ritraevano Ilaria da bambina e poi da ragazzina: foto scattate durante le vacanze o in occasione di qualche ricorrenza in famiglia, e anche foto di gruppo con amici e compagni di scuola.

Quella stanza mi era stata molto familiare ma, nel rivederla, provai uno strano disagio. Quel luogo testimoniava i cambiamenti di Ilaria che da bambina era diventata donna. Pochi, velocissimi anni, splendidi o forse tormentati che io non avevo vissuto con lei. Mi mancava il passaggio più significativo della sua vita proprio ora che credevo di amarla e mi sentii fuori posto come se stessi violando la sua intimità senza averne diritto.

Continuai a guardarmi intorno cercando qualcosa che mi rimandasse all’adolescenza che avevamo condiviso e che mi desse la continuità che mi mancava. Riconobbi un vecchio orso di peluche che di solito lei teneva sul letto e che ora era su un ripiano alto della libreria, schiacciato tra alcuni testi di letteratura e un dizionario di latino. Sul comodino c’era ancora la sua sveglia con i numeri che si illuminavano al buio e, su un tavolino basso sotto la finestra, una scatola di latta dove lei un tempo conservava le matite colorate. Mi soffermai allora a guardare più attentamente le fotografie sul muro sperando di ritrovarmi in qualcuna.

A quel punto Ilaria si avvicinò e, indicandomene una più in alto, mi disse: «Te la ricordi questa?»

Era una foto scattata al mare cinque o sei anni prima che ci ritraeva in piedi sul bagnasciuga, mano nella mano, entrambi magrissimi e con le facce da bambini. Era l’estate tra la prima e la seconda media o forse l’anno dopo.

«Eravamo davvero piccoli, guarda come siamo cambiati in così pochi anni» commentai.

Quella foto, che sprigionava affetto e tenerezza, anziché confortarmi accentuò il mio imbarazzo.

«Ti sei rattristato, non ti piace più questo posto?» disse scrutando il mio umore.

«Sì, mi piace molto ed è anche più accogliente di prima, solo che non c’è più la ragazzina che ricordavo io, ora ci sei tu e qui è passata la tua vita in questi anni. Qui ci sono tutte le gioie, le tristezze, le delusioni e gli amori con cui sei cresciuta, ma niente mi appartiene di tutto questo, io non ci sono stato. Adesso mi sento un intruso e anche colpevole di avere interrotto un’amicizia sincera.»

Ero inquieto ma le mie parole fuoriuscivano calme e irreali senza alcun controllo.

«Ilaria, parlami di te, delle cose che facevi, di quello che pensavi. Raccontami come hai vissuto quegli anni, dimmi quali erano i tuoi desideri di ragazzina. Io ti immagino qui mentre ti muovevi tra le tue cose, mentre studiavi, leggevi i tuoi libri o disegnavi, oppure mentre ridevi felice il giorno del tuo compleanno. In questa stanza ci sono i tuoi ricordi, le confidenze che facevi alle tue amiche e forse anche le lacrime che hai versato. Di me invece c’è solo quell’unica fotografia. Ilaria, io non ho saputo capire quanto era importante la nostra amicizia e non ti sono stato vicino mentre stavi diventando la donna che ora sei.»

Aveva gli occhi luccicanti, si avvicinò a me e accarezzandomi la faccia mi disse: «Io ho pianto molte volte guardando quella foto ma ora non dobbiamo pensare al passato. Anche io non so più nulla di te ma avremo il tempo per raccontarci ogni cosa. Ti dirò tutto quello che vorrai sapere e sono sicura che tu farai lo stesso. Adesso voglio solo amarti e sentirti finalmente mio».

Ci abbracciammo strettissimi, cercai la sua bocca, trovai l’avida umidità delle sue labbra. Lentamente le tolsi il vestito e lo lasciai scivolare sul pavimento. Poi ci adagiammo sul suo letto e ci immergemmo nel silenzio torrido di quell’estate avvolgente, oltre il tempo.

La mattina seguente ci trovammo verso le dieci davanti al bar Donnarumma, un’antica pasticceria a due passi dal mare. La vidi arrivare con la sua Vespa che cercò di parcheggiare alla meglio davanti all’ingresso del locale, in uno slargo già pieno di moto e di scooter.

Il bar aveva sul retro uno spazio all’aperto contiguo ai giardini comunali, un posto molto ombreggiato e tranquillo con dei tavolini tondi di metallo e delle comodissime poltroncine in plastica verde intrecciata. Ci sedemmo e ordinammo due caffè e due sfogliate frolle. C’era poca gente in giro, molti erano al mare o fuori città e approfittammo di quella quiete per goderci qualche ora di legittima euforia.

Ilaria era bellissima e aveva un’aria serena e appagata che la rendeva ancora più attraente.

«Ieri è stato il giorno più bello della mia vita» disse a voce bassa guardandomi negli occhi.

«Ilaria, ho rischiato di perderti per sempre e invece siamo qua, non mi sembra ancora vero.»

Restò per qualche attimo in silenzio poi mi disse con l’aria complice di chi sta per svelare un segreto: «Voglio confidarti una cosa».

La guardai senza aggiungere niente.

«Io non ho mai smesso di amarti fin dai primi giorni della scuola media. Tu non ti accorgevi delle mie attenzioni, mi ignoravi e guardavi le altre ragazze. Io ne soffrivo e ti odiavo, e poi detestavo me stessa. Ero convinta di non piacerti ma questo non bastava per soffocare i miei sentimenti. La cartolina che ti spedii dalla Sicilia fu solo l’ultimo tentativo che, come sai, non ebbe nessun seguito. Non ti incontrai al mare, non ricevetti alcuna telefonata da te e non riuscii nemmeno più a parlarti. Poi iniziarono le scuole superiori e ci separammo definitivamente. Allora decisi di non cercarti più. Anche mia mamma si stupì del tuo comportamento e spesso mi domandava dove fossi finito. Forse non mi crederai ma in tutti questi anni ho continuato a pensarti anche quando ero certa di essere innamorata di qualche altro ragazzo. Ero delusa e arrabbiata e qualche volta sono stata anche sul punto di telefonarti, ma poi non l’ho mai fatto, forse per paura di essere rifiutata oppure perché sapevo che ormai indietro non potevo tornare e la tua amicizia soltanto non mi sarebbe più bastata.»

Era molto pacata, non c’era alcun risentimento nelle sue parole e questo non fece che aumentare la mia frustrazione. Perché non l’avevo più cercata? Che cosa era realmente successo che non riuscivo a mettere a fuoco? La risposta che le dovevo sarebbe servita anche a me, ne ero certo.

«Ti sembrerà strano, forse assurdo, ma io non so perché è andata così. Finite le medie molti dei miei amici sono spariti e non li ho più rivisti, molti altri ne sono arrivati, sono cambiati i ritmi di studio, non so, forse mi sono lasciato prendere troppo dalla nuova vita che stavo affrontando. Comunque non è vero che non mi piacevi.»

Così le dissi mentre sentivo la vuotezza delle mie parole appiccicarmi la lingua al palato.

Poi notai lo sguardo pungente di Ilaria su di me.

«Adesso ti faccio ricordare un fatto successo qualche anno fa così ti sentirai davvero in colpa» aggiunse.

Per un istante temetti che volesse raccontarmi qualcosa che avrebbe rovinato le suggestioni di quella irripetibile mattinata.

Poi, mostrando un’espressione dispettosa e infantile, mi disse: «Eravamo in terza media, verso la fine del secondo trimestre, quando un giorno a casa mia ti facesti male battendo la testa contro l’armadio».

«Sì, ricordo, sentii un dolore fortissimo, poi arrivò tua madre con la borsa del ghiaccio.»

«E non ricordi più nulla?»

Fissai per qualche istante il posacenere sul tavolino come per concentrami e riportare alla mente un ricordo nitido e doloroso che non voleva affiorare.

Quel pomeriggio a casa sua, dopo aver fatto i compiti, stavamo giocando a lanciarci i cuscini e altri oggetti e, per schivare un grosso gorilla di peluche, feci uno strano movimento e andai a sbattere contro un’anta dell’armadio che era rimasta aperta. Avvertii un dolore molto forte e mi sedetti a terra con le spalle appoggiate alla parete. Ilaria mi guardò preoccupata e andò subito a chiamare sua madre. Dopo qualche minuto arrivò la signora Elvira con un sacchetto di tela bianca contenente del ghiaccio e me lo appoggiò sulla tempia. Provai subito sollievo e rimasi con gli occhi semichiusi e una smorfia sul volto mentre cercavo di tenere fermo il ghiaccio sulla testa. Ilaria era in piedi accanto a me e mi osservava premurosa. Appena la madre uscì dalla stanza, lei, appoggiandosi sulle ginocchia come in una posa di devozione, si avvicinò a me e mi baciò leggermente sulle labbra. Io chiusi gli occhi e, non sapendo assolutamente cosa fare, restai immobile. A quel bacio ne seguirono altri due o tre ma io rimasi rigido e impassibile. Pensai di fingermi morto o almeno svenuto poi, invece, riaprii gli occhi e la vidi ancora lì inginocchiata che mi guardava attenta con lo sguardo compassionevole.

«Ti fa molto male?» mi chiese.

«Va meglio» risposi mostrando un’espressione sofferente.

Lei mi lanciò un sorriso affettuoso, si rialzò e, prendendomi per una mano, mi aiutò a rimettermi in piedi.

Finsi di essere stordito per mascherare l’imbarazzo e andai a sedermi alla scrivania.

«Guarda questi» mi disse mostrandomi alcuni disegni a carboncino che aveva fatto pochi giorni prima.

Mentre li osservavo attentamente, mi accorsi che lei mi fissava, poi distoglieva lo sguardo e riprendeva a spiegarmi la tecnica che aveva usato. Poi cercava ancora l’incontro con i miei occhi smarriti.

Mi mostrai, senza volerlo, più interessato ai disegni che ai suoi baci e ciò dovette sembrarle incomprensibile. Forse si sentì offesa, sicuramente amareggiata, ma restò impassibile. Le emozioni non riuscirono a trapassare il suo stupore.

La riempii di complimenti esagerati e mentre lei, con movenze lente ma sicure, riponeva i cartoncini in una cartellina rigida, mi soffermai a guardare le sue mani: non erano più quelle della bambina che tante volte avevo toccato e accarezzato con affetto, erano le mani sconosciute di una donna, della donna che lei, senza che me ne rendessi conto, stava diventando.

Lei stava andando senza di me verso la dimensione affascinante e pericolosa della vita dove non ci sono più le gioie innocenti e le certezze dell’infanzia ma dove inizia la vera ebbrezza dell’esistenza. Aveva provato con coraggio a portarmi con sé ma io non avevo voluto capire e, occhi chiusi e spalle al muro, l’avevo ignorata. Potevo ancora vederla e toccarla ma lei era già lontanissima e ormai irraggiungibile. Mi sentii solo e frustrato.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Gennaro Aiello
Sono nato a Napoli il giorno di Natale del 1958. A metà degli anni ’80 mi sono trasferito in Brianza dove vivo tuttora. La mia attività lavorativa si è svolta interamente nel mondo fluido del gas e del petrolio e mi ha permesso di conoscere una buona parte del mondo. Dai tempi della scuola media coltivo la passione per l’arte ma il piacere di scrivere e raccontare è rimasto latente per molto tempo e si è concretizzato soltanto durante un lungo soggiorno all’estero. La stesura del mio primo romanzo, "Ventuno mesi", ha riempito molte notti insonni e ha lasciato emergere ricordi lontani ed emozioni che pensavo smarrite.
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