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Il vestito di lino bianco

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Consegna prevista novembre 2019
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Paola convive con un passato ingombrante e vuole spogliarsi di quella “pelle” provata, segnata in maniera indelebile da eventi traumatici che l’hanno messa a dura prova. Decide di prendere in mano la sua vita e, all’insegna dei buoni propositi, cerca di vivere ogni giorno al meglio. Ma una tranquilla vacanza viene sconvolta da un tragico avvenimento: Paola, sequestrata e portata lontano dall’Italia, si troverà ad affrontare qualcosa di inaspettato, di sconvolgente; incontrerà Amal, una donna che farà di tutto per salvarle la vita. Bellissima, colta, la donna dal volto coperto e dagli occhi meravigliosi si prenderà cura di lei e del suo compagno di sventura, chiedendo in cambio qualcosa di molto importante e che nello stesso tempo le costerà la vita. La musica, tanto amata da Paola, sarà il cibo per la mente durante quei giorni di prigionia, l’aiuterà ad affrontare le giornate e a riempire il suo cuore con i ricordi. Speranza e determinazione si intrecceranno con tragedia e coraggio

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro vuole essere un contributo alle “donne della porta accanto”, che incontriamo ogni giorno e che nelle difficoltà quotidiane, tra famiglia, casa e lavoro, vanno avanti instancabili e con coraggio, nel loro piccolo fanno grandi cose. Sono una colonna portante della società in cui viviamo.
Ho sempre amato scrivere, la mia mente è sempre affollata di pensieri, di personaggi che prendono vita e che fanno vibrare le corde della mia anima, spero di regalarvi le stesse emozioni affrontando temi attuali.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Mater artium necessitates

 

1 – La Campanella di List, Étude S.140 No. 3 (Grandes études de Paganini)

Sulle note de La Campanella, rincorrevo le lettere sulla tastiera del mio computer. Guardavo lo schermo come fosse uno spartito. Più i suoni arrivavano alle mie orecchie, più le mie dita si animavano, e facevano più o meno così:

 

“Mater artium necessitates”, recita un vecchio proverbio latino, la necessità è la madre delle virtù, in caso di necessità si riescono a fare cose inaspettate. Come le donne che ci circondano ogni giorno, donne come me, come te, che ce la fanno, che riescono a portare avanti impegni di lavoro, gestire la casa, prendersi cura dei figli, fare quadrare i conti, affrontare problemi di ogni genere ed entità.

Sono vere, le incontriamo per strada, nell’ascensore, nel quartiere, al supermercato, sono quelle della porta accanto, per intenderci. Questo vuole essere un incoraggiamento a tutte quelle donne che a volte sentono un macigno sulle spalle, fagocitate dai problemi che sembrano risucchiarle come in un vortice. E spesso questo vortice prende il sopravvento e ti rende incapace di prendere in mano la situazione e di dire “basta, ce la farò!”. È come trovarsi sott’acqua, in apnea, e cercare di risalire a galla, con la corrente che t’impedisce la risalita. Per tutte le donne che hanno un lavoro ma non è esattamente il massimo della soddisfazione e si ritrovano ogni giorno a sospirare aspettando che qualcosa possa cambiare, e cambiare in meglio.

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Per quelle che al mattino lasciano i loro figli, ogni giorno, e si perdono le piccole gioie quotidiane, la colazione tutti insieme, o anche solo il piacere di spazzolare i capelli alla loro piccola per farle una treccina e darle un bacio sul nasino.

Ma c’è forse un segreto? Una pozione magica? Fare di necessità virtù?

Quali sono le loro rinunce, le loro conquiste, quali i compromessi e i loro consigli?

Prendiamo da loro energia positiva e guardiamo oltre e con un pizzico di lungimiranza.

La mattina, a passeggio per il quartiere, quando le scuole aprono i cancelli, il traffico scandisce i minuti trafelati e la giornata prende vita, incontri loro: un violino in spalla che profuma di legno pregiato e vernici miste a olio e resina, che al solo pensiero chiama il cuore ad aprirsi, a spalancare le finestrelle e far entrare suoni armonici e melodiosi. Una shopping bag zeppa di libri per Cristina che corre a prendere la metro, ci sono le prove anche oggi. Lei, poco più di vent’anni, ha dato vita ad un’orchestra di piccoli musicisti (dai quattro anni in su), e puntualmente ogni anno realizza insieme a loro concerti dal sapore d’altri tempi; faccine emozionate nelle loro camicine bianche candide, un nastrino rosso nei capelli delle bimbe, un papillon rosso per i maschietti, gli strumenti in spalla, e dopo aver studiato, provato, giocato con la musica, portano a compimento un miracolo d’eleganza, dolcezza, sonorità, raffinatezza: un concerto degno del Teatro dell’Opera!

Lei così paziente, così unica nel dirigere questi piccoli musicisti, lei così avveduta riesce a regalare emozioni e a far sognare ai nostri piccoli qualcosa di non troppo comune.

Al giorno d’oggi, rincorrere un sogno come la musica è una gran bella cosa…

«Mamma, da grande vorrei diventare primo violino…» non so voi ma a me dà qualche brivido, ecco diciamola così!

Cristina ha iniziato a suonare il violino a sei anni, un amore tormentato dagli impegni scolastici e dal desiderio di un lavoro sicuro, stabile, ben strutturato che le permetta di mantenersi; la musica, al giorno d’oggi, dà poche certezze! Poi l’incontro con l’amore della sua vita, Giacomo, giovane direttore d’orchestra talentuoso, con una passione per i bambini e con un progetto in mente: portare la musica anche nei quartieri di periferia. Insieme hanno fondato due orchestre giovanili. Cristina, una laurea in lingue straniere, una testa piena di ricci, un sorriso dolcissimo, una grinta da leonessa! Eh sì, perché far suonare insieme questi piccoli scalmanati che si sono avvicinati allo strumento magari da solo pochi mesi… credetemi, non è facile.

 

Maria Luisa lascia le ragazze al liceo e parla contemporaneamente su due telefonini, sempre di corsa. Lavora come medico competente autorizzato: la sorveglianza sanitaria e la sicurezza sul lavoro sono fondamentali, oggi più di ieri. Si reca a lavoro tra una telefonata e l’altra, la centrale nucleare richiede un livello di attenzione altissimo. Le strutture sanitarie, la salute di medici e infermieri le stanno a cuore.

Mamma super impegnata, plurititolata, ricercatrice. Spesso di guardia presso i presidi di primo soccorso, alle prese con i problemi adolescenziali delle figlie e che riesce a dire “sì” alla spedizione italiana in Antartide, e non so se mi spiego! Un mese a temperature abbondantemente sotto lo zero, dopo adeguato e duro addestramento, con tutto ciò che ne consegue, si mette in gioco verso una nuova avventura, e lo fa sicuramente non all’insegna della comodità e del massimo del comfort, ma noi donne siamo molto versatili, vero?

 

Anna, sulla sua carrozzina motorizzata, attraversa pericolosamente la strada e si avvia al centro di riabilitazione fisioterapica. A stento riesco a salutarla, sempre di fretta. Ci sono donne coraggiose, donne meno fortunate ma con una grande ricchezza da offrirci, la forza e la voglia di vivere. Sì, la forza, perché ne serve davvero tanta.

Meno favorita dalla sorte, Anna fa i conti tutti i giorni con una grave disabilità che l’ha colpita a pochi giorni dalla nascita del suo bambino, Luca, e da poco si è aggiunto il dolore di aver perso il suo sposo. Sorridendo sulla sua carrozzina, ogni giorno aspetta all’uscita della scuola il suo cucciolo di quattro anni, con grande fatica e dignità.

Un esempio di grande forza interiore e di lotta contro l’ingiustizia, che le ha cambiato il corpo, le prospettive, la vita. Il suo corpo trasformato, affaticato, sconosciuto; nella sua testa e nel suo cuore tanto amore per suo figlio.

 

Silvia, con la sua bicicletta carica di attrezzature, ha lasciato i bimbi a scuola e trova il tempo per darmi un pacchetto con le golosità del Sud che ha portato dopo una vacanza.

Pronta ad andare in studio a Testaccio, dove si dedicherà al montaggio e alla realizzazione del suo nuovo documentario (parla della sua tata d’infanzia, immigrata all’estero, ecco che salta fuori ancora una storia di donna).

Realizza filmati, documentari. Spesso la vedo arrivare con il suo trolley dopo settimane di viaggio in Canada o in Cina, e racconta d’imprese incredibili. In oriente si era imbattuta ni una cultura completamente diversa da ciò che siamo abituati, raccontava di un certo degrado ambientale soprattutto in alcune zone della Cina. Aveva fatto esperienza nelle terre “calde” colpite dalla guerra, raccontava di come era rimasta per settimane bloccata in albergo, mentre fuori i bombardamenti continuavano incessantemente e di come non era possibile neanche affacciarsi ad una finestra per via degli spari.

 Stava realizzando un documentario storico, dove gli argomenti trattati in qualche modo l’avevano portata a correre dei rischi, spostandosi in varie zone dell’Est europeo, dove la censura è predominante e cercare storie, persone, eventi in “casa d’altri” non era gradito. Poi tornata a casa eccola di corsa che scappa per riabbracciare marito e figli e preparare la festa di compleanno della sua piccola.

 

Incontro Lorella, ha un appuntamento con le insegnanti per discutere un programma personalizzato per un bimbo con DSA che segue da mesi, una sfida: aiutarlo a sbloccare la sua paura di scrivere e far sì che le sue giornate a scuola non si trasformino in ore di ansia e frustrazione a causa delle sue difficoltà. Lei affronta il problema da un altro punto di vista: non esclude la scrittura a mano, è infatti una “rieducatrice della scrittura”. Un’altra grande donna: 75 anni e non dimostrarli affatto. Chimica, ricercatrice, insegnante, esperta di disgrafia e disortografia, grafologa, mamma, nonna, moglie di un chimico che ha prestato il suo sapere anni e anni all’estero, lontano dalla famiglia, nella Guyana Francese a preparare propellente per i veicoli spaziali. Una missione: trasmettere ai ragazzi la capacità di cercare in se stessi le proprie doti e peculiarità e utilizzarle al meglio, ah… e soprattutto a non darsi mai per vinti! Mai!

 

Quante mamme adottive sulla mia strada, con storie incredibili, mamme con la “M” maiuscola, piene d’amore per un figlio desiderato come si desidera l’aria che respiriamo!

Mamme come Francesca, che ha accolto due bambini meravigliosi, adottandoli e prendendosi cura di loro anche se con qualche piccolo problema di salute, magari non risolvibile nel Paese di nascita. Lei scalpita perché aspetta la chiamata per partire per Bujumbura e correre a prendere Marie Magnifique, che aspetta tutto il suo amore. Ci sono gravidanze che durano un po’ più di nove mesi, a volte anni. Un lungo “travaglio”: come per tutti i primi figli, poi un secondo più veloce, con qualche piccolo intoppo come spesso capita con il secondo… infine arriva l’abbinamento con un altro bambino o bambina, e sarai di nuovo incinta! Meraviglioso… e non importa se il tuo semino sta crescendo lontano dalla tua pancia, in un’altra terra, dissetato da un’altra acqua. Il vento presto lo porterà da te e con te metterà le sue radici; crescerete insieme donandovi ogni giorno l’uno per l’altra… e tu sarai di nuovo mamma! In cinque saranno una famiglia al completo, cercata, desiderata, voluta con tutte le forze.

 

E la maestra che insegna in ospedale? Come posso non parlare di colei che meriterebbe un capitolo intero; con amore fa fronte alle difficoltà di salute dei piccoli pazienti, dei bambini che ogni giorno combattono con le malattie più debilitanti, e che riescono a fare con naturalezza e impegno un qualcosa come la scuola, con gli occhialini per l’ossigeno al naso, nel corpo il dolore, una cannula nel braccio ed una grande dose di coraggio. Pronta a soddisfare ogni desiderio dei “suoi” cuccioli… una coppa di fragole di stagione o un violino pronto per essere suonato per la piccola Aurora, ricoverata per problemi respiratori, così che possa esercitarsi durante la lunga permanenza in reparto.

 

Mariagiovanna, bella, intelligente, pragmatica, alla guida della Direzione delle Professioni Sanitarie di un grande ospedale. Oltre 1300 professionisti tra infermieri, tecnici e personale di supporto, afferiscono alla sua direzione. Sappiamo tutti che la sanità italiana è in ginocchio: mille difficoltà, carenza di personale e dinamiche politiche difficili da comprendere. Per Mariagiovanna, le difficoltà sono all’ordine del giorno, donna e dirigente, corretta e dinamica, tutti requisiti poco confacenti al resto della classe manageriale.

Due bambine, una casa, un marito, niente di più normale. La sua famiglia vive a Bolzano e così con l’aiuto di tate, colf e tantissimo buonumore, lei, con il suo sorriso sempre in volto, si prende cura di quelle persone che vivono l’ospedale ogni giorno dell’anno. E oltre ai pazienti c’è tutto il suo personale.

Lei, sempre “sul pezzo”, anche quando qualcosa non va come vorrebbe, anche nei momenti più bui. Una task-force di donne al suo fianco, piene di energia, e non perché non abbiano problemi, ma perché è l’entusiasmo, la voglia del cambiamento e di fare bene il proprio lavoro, è ciò che le accomuna.

 

Pronta ad indossare i guanti sterili, prepararsi a strumentare per un altro intervento, iniziare una nuova giornata di lavoro e poi correre per tuffarsi in un altro impegno.

Bibi, si impegna in prima persona nell’organizzazione sindacale a tutela dei lavoratori, salvaguardare diritti e doveri, nel rispetto delle regole aziendali; sempre pronta ad ogni evenienza, sempre pronta ad ogni domanda che le viene rivolta. Con fermezza, grinta e tantissima voglia di fare è attenta ad ogni richiesta, ogni problematica che richiede il suo intervento. Forte, come una roccia, e tenera con i suoi riccioli ribelli, eccola pronta per ottenere un altro traguardo, un passetto in più per i lavoratori. Un impegno difficile, lei ci mette l’entusiasmo, la grinta, la rabbia, le lacrime e tanto altro, ancora c’è tanta strada da fare. Manifestazioni, riunioni, tavoli di trattative, casa, compagno e un matrimonio da organizzare.

 

No, non è un film, sono proprio loro le donne della vita reale! Loro ce la fanno a far tutto? Non esattamente, ma ci provano e lasciano spazio a ciò che è importante, selezionano, stabiliscono le priorità. Insomma, a qualcosa devono per forza rinunciare, hanno trovato un equilibrio, ecco tutto! Ogni giorno, uscendo da casa mi rendo conto di quante siano le donne che incontro sulla mia strada e di quante vite eccezionali girano nel mondo che ruota intorno a noi: e non è un gioco di parole, ma una realtà che vivo ormai da tempo.

Mi confronto sempre più con contesti in cui le amiche – mamme, “donne della porta accanto” – dimostrano la loro eccezionalità nel fare grandi cose nella vita quotidiana, e spesso non ce ne rendiamo conto. Non serve andare lontano per conoscere personalità di grande valore e spessore culturale.

Come tanti mattoncini, danno forza e vigore alla grande macchina della vita, della quotidianità. Anche in un quartiere popolare, colorato, variegato, difficile per certi versi, oggetto periodicamente di articoli di cronaca, sono trascorsi pochi giorni dall’ultimo omicidio davanti all’uscita di un asilo nido. Una zona che di sicuro non rappresenta per eccellenza quella residenziale dei vip, loro, le donne che incontro sulla mia strada, sono una grande risorsa per tutti.

Ognuna di loro che ruota in questo mondo, ha qualcosa di unico, di speciale: come te, donna! Le loro storie si muovono in un mondo vero, che ci appartiene, che non è quello della tv, quello che viene imposto dagli spot o dal gossip, ma che semplicemente s’impone a noi come il motore delle nostre giornate, come la freschezza della semplicità, la straordinarietà dell’essere femmina e anche mamma, in barba al presidente Macron!

 

Ecco fatto, avevo passato la notte sveglia a terminare il mio piccolo “articoletto”, come lo chiamavo io. Cercavo di realizzare il mio sogno, vedere una mia creatura pubblicata sulla carta stampata. Quando credi ardentemente in qualcosa, vorresti comunicare a tutti il tuo pensiero, ed io avevo nella testa e nel cuore tante idee da realizzare e così poco tempo a disposizione. La mia passione per la scrittura risale a tanto, tanto tempo fa, più o meno da quando avevo imparato a tenere la penna in mano. Per questo motivo avevo ripreso seriamente a scrivere, a studiare e documentarmi e il mio progetto era quello di mettere su carta una serie di storie di donne “comuni” e raccontare il loro punto di vista, il loro modo di vedere la società, capire e scrivere i sogni di ognuno di loro e confrontare il tutto con la realtà attuale, che sempre più spesso impone e non lascia spazio alle scelte, ai propri desideri.

Avevo voglia di finire un romanzo che ormai da tempo giaceva nel cassetto e che per vari motivi avevo preso e poi lasciato più volte. Insomma era rimasto incompleto.

Il mio umore era altalenante. Passavo da momenti come questi, durante i quali, incoraggiata dalla forza di chi mi circondava, cercavo di prendere esempio e convincermi che nonostante tutto ce la potevo fare ad altri in cui invece ero un po’ sottotono, meno “frizzante”, diciamo così! Ma l’importante era contrastare il peso dei problemi e, facendo a gomitate, riuscire ad emergere.

Ancora un altro inverno era trascorso e guardavo alle giornate a venire lasciandomi scaldare dall’aria tiepida primaverile, da quel profumo di fiori appena sbocciati e da quell’energia che mi dava la carica per affrontare giornate faticose. Mi lasciavo alle spalle un inverno duro, rigido e non per il clima, ma per tutto quello che avevo attraversato sulla mia pelle, un altro intervento chirurgico, numerose terapie, esami diagnostici. Giornate scandite da visite mediche, farmaci, ricoveri ripetuti, lontana dai miei figli e da mio marito. Ormai era una consuetudine, ormai erano anni che alternavo periodi di discreta salute ad altri marcati da eventi traumatici, eventi che mi segnavano in maniera indelebile.

Tante piccole tacche sul mio corpo.

Il mio fisico, nuovamente provato, nuovamente suturato, nuovamente privato di qualcosa. Questa volta di qualcosa di molto prezioso, che non avrei mai dimenticato, neanche per un istante. Mi sentivo svuotata, quasi come se mi avessero strappato il cuore e lasciato un fiore, solo quello e nient’altro. Una buca enorme in un frutteto fitto di alberi rigogliosi e dai frutti maturi, una nave lasciata in acqua senza mai salpare.

Ecco, mi sentivo così, priva di un senso, a guardare intorno, con distacco e senza più riuscire a respirare la vita davanti a me.

Riuscivo anche a scherzarci su, a volte, undici interventi erano quasi un “record”: come dire, cercavo di prenderla con filosofia!

Ero arrivata alla conclusione che dovevo davvero prendermi cura di me stessa, che dovevo darmi una scossa e evitare quanto più possibile di incorrere nelle urgenze ospedaliere. Ero arrivata a realizzare che l’unico modo per continuare era raggiungere una qualità di vita accettabile e su misura per me. Così, per quanto possibile, cercavo di stancarmi poco, di ottenere la collaborazione dei miei piccoli e di Lorenzo per alleggerire il carico portato da famiglia, casa, scuola.

Tutte le volte, dopo un evento doloroso, ricominciavo, azzeravo tutto e ripartivo. Mi guardavo intorno, scoprivo una grande forza di volontà nelle donne che mi circondavano e così cercavo di prendere la loro forza ed impegnarmi sempre. Nel giorno del mio quarantesimo compleanno avevo fatto a me stessa una promessa, quella di impegnarmi a trascorrere il nuovo decennio in maniera meravigliosa, cercando di regalarmi un tripudio di serenità, di piccole concessioni, e perché no, anche di gioie futili, di viaggi. Di cose belle, ecco! Una sorta di dono a me stessa, come riscatto a tutto ciò che negli anni non avevo mai avuto, o meglio, che mi era stato tolto.

Invece no.

Di anni ne sono poi trascorsi tre, e non erano certo stati gratificanti, sereni, pieni di viaggi. Poche coccole, pochi doni per me stessa.

Ma la vita m’insegna che è bene curarsi di ciò che abbiamo nel presente, di chi ci circonda, viverlo a pieno e di prendersi cura di chi ci ama, di chi vive per noi e che di noi non può fare a meno, di approfittare di ogni singolo istante senza pensare a quello successivo.

La gioia di veder crescere, cambiare, i loro abbracci, il loro odore, i sorrisi, le lacrime, i loro sogni, mi incoraggiavano a non mollare mai, per non deluderli, per non lasciarli soli, come lo ero stata io.

Sola.

Voglio essere per loro un bel ricordo.

Non era facile “non mollare”, a volte mi sembrava di non vedere luce. Mi sentivo il peso di un masso sulla testa che mi schiacciava. Sognavo spesso di avere una lunga corda collegata ad un sasso e legata al mio piede, nel sogno mi trovavo sott’acqua, scendevo lentamente, una sensazione angosciante.

Ad aggravare il tutto erano i miei dolori, le mie difficoltà di salute, non avevo un cancro, no, ma le malattie degenerative, le patologie rare, proprio perché tali, sono difficili da diagnosticare, da tenere sotto controllo, da gestire. A volte sottovalutate, poco conosciute, dalla sintomatologia atipica e spesso così “diversa”, imbarazzante, complicata, tanto da farci diventare riluttanti nel raccontare. O forse è meglio dire propensi a “occultare”.

Forse per vergogna, forse per paura di non essere creduti.

Forse perché quando sei relativamente giovane e apparentemente non hai una disabilità visibile, manifesta, per tutti sei “una che sta bene”. Difficilmente qualcuno capiva il mio malessere; difficilmente sto lì a spiegare le mie difficoltà, i miei problemi.

Così chiusa dentro la mia capsula, nel mio mondo, con la mia bambina che mi guardava piangere quando uscivo dal bagno o dopo essermi alzata con molta fatica dal letto o quando dopo una giornata di lavoro tornavamo a casa senza neanche più la forza di arrivare all’ascensore, vedevo nei suoi occhi la comprensione che solo una figlia, una bambina sensibile come lei può possedere. E quando, presa dallo sconforto e dalla mancanza di forze per svolgere anche le attività più banali, pensavo a quanto avevo già affrontato, e con quanta fatica, allora mettevo su un po’ di musica, mi concedevo un po’ di riposo e ricominciavo.

2 – Chopin, Walzer La minore n.19 Op. post.

Il cd suonava Chopin.

E mentre uscivo dalla doccia, l’occhio cadde sullo specchio, sembrava incorniciarmi tutta. Erano mesi che evitavo lo sguardo sul mio corpo, su quelle forme segnate dagli interventi. C’erano segni, cicatrici, su quella che era stata la pancia, e ora non c’era più.

Ecco, ora vedevo un’immagine diversa.

Alzai la testa, lasciai scivolare lentamente, piano piano, l’accappatoio lungo la schiena, quasi a scoprire un quadro, un oggetto tenuto nascosto, come si fa per svelare un segreto custodito sotto un telo. Mi fermai ad osservare l’ immagine riflessa e imprigionata dentro quella cornice dorata.

Ero cambiata, ero diversa, vedevo il mio fisico asciutto e tonico, e la pancia, appena un accenno. Quella pancia, o meglio quei resti di un duro conflitto, una battaglia fra me, le malattie e le gravidanze, ora, erano appena percettibili.

Guardai, sì, si mi guardai come non lo facevo da tempo, tirai in dentro il fiato per appiattire l’addome, mi misi in posa e come sempre, intransigente con me stessa, pensai a tutte quelle mamme, blogger, fighe sui social, con il ventre ultra piatto e il vitino da vespa… e ragionai tra me e me. Io non sarei mai diventata una così; o meglio, non avevo nessuna intenzione di fare la fame, di sottopormi a una dieta rigidissima, né avrei potuto stressare il mio fisico tanto fragile con un’attività sportiva intensa!

Prima accennai un sorriso, poi, con la mano destra sfiorai l’addome e di colpo sentii gli occhi riempirsi di lacrime, ne cadde una sul pavimento, e un nodo alla gola mi assalì.

 

Però, quel giorno, riuscii a tenere lo sguardo su me stessa, a fermarmi sulla linea delle mie forme, sui chili persi e sul fatto che, tutto sommato, nonostante i quarantatré anni e le cinque gravidanze – di cui tre portate a termine –, be’, non andava poi così male. Mi rincuorai.

La era pelle liscia, e il seno né troppo grande né troppo piccolo, giusto e tornito, era tornato come prima e mi faceva una linea morbida e leggera nell’abitino che avevo indossato. Fasciato, con disegni arabescati sui toni del bianco e blu, un piccolo drappeggio all’altezza della vita e una bella scollatura a “V”.

Sexy ma non troppo, al punto giusto, non provocante, io non volevo provocare, volevo solo sentirmi a mio agio; camminare sicura tra la gente, senza farmi notare.

Così, tirai un sospiro lungo, molto lungo, mi asciugai gli occhi con un Kleenex e guardai di nuovo, dritto e decisa sullo specchio.

Così, con aria compiaciuta e soddisfatta, seduta sul bordo della vasca, mi infilai i sandali dalle sfumature che andavano dal blu al verde, i sandali che adoravo, mentre pensavo all’immagine di quella donna riflessa. Erano trascorsi nove anni da quando li avevo acquistati in occasione del battesimo di Lisa; erano come nuovi e non volevo dismetterli, al diavolo la moda e la tendenza. Ero così convinta delle mie idee, del mio modo di essere contro corrente, orgogliosa di ragionare con la mia testa.

Una spruzzata della mia acqua profumata di Dior, ed eccomi pronta per il colloquio. Eau svelte, acqua sottile, leggera, come mi sentivo io in quel momento.

Non mi vedevo bella, eppure riscuotevo sempre molti consensi, e comunque facevo molta fatica a crederlo.

Mio marito me lo ripeteva sempre, le ripeteva ogni giorno. Mi diceva che ero stupenda, che mi trovava sexy, affascinante. Ma io niente, non ne ero affatto convinta, anzi. Ero sempre intransigente con me stessa e soprattutto insoddisfatta, raramente clemente come in quella giornata.

Ci eravamo conosciuti in una fresca sera di marzo; amici comuni ci trascinarono in un locale, dove suonavano musica dal vivo, quell’atmosfera, quelle luci calde che si fermavano all’altezza dei miei occhi, l’avevano conquistato, ed era subito scoccata la scintilla. Sei mesi dopo annunciammo nello stesso locale il nostro imminente matrimonio.

 

3 – As time Goes By Ella Fitzgerald

 

Quella sera suonava una musica jazz, il quartetto si esibiva in una memorabile As time Goes By, come in Casablanca, e cosa chiedere di più!

Lorenzo mi aveva adorata sin da subito, lui con il suo fare protettivo, i modi gentili, galanti, un uomo d’altri tempi.

«Cosa fai?» chiese Chiara qualche attimo prima di salire in macchina, mentre Lorenzo mi  apriva la portiera.

Lui sorrise.

«Non siamo abituate a gesti così attenti!» disse Chiara sorridendo sarcastica. Poi si girò verso di me: «Non ti far abbindolare, Paola, poi diventano tutti uguali, a trascorrere parte del loro tempo davanti ad una partita di calcio e un boccale di birra, chiedendoti ogni due minuti il telecomando, o di porgergli un trancio di pizza. Tutti così, fidati».

«Ma io in realtà non amo il calcio! Anzi, raramente guardo lo sport in tv…»

«Ma dai…»

«E poi non bevo birra ma vino, e la pizza mi piace prepararla da me! Mi spiace deluderti, Chiara,» Lorenzo faceva l’elegante «alle partite preferisco le gite all’aria aperta e i sentieri di montagna, l’Opera e l’arte in generale.»

«Oh, abbiamo qui un intellettuale…» scherzò Chiara facendomi l’occhiolino.

«E poi immagino che la tua dolce amica, così affascinante, abbia già un cavaliere al suo fianco…»

Me lo ricordo ancora quel momento in cui i nostri sguardi si erano incrociati ed io ero arrossita alle parole di lui. In effetti, in quel periodo stavo frequentando un uomo, un uomo più grande di me, di cui ero pazzamente innamorata ma che non poteva e non voleva darmi ciò che io mi aspettavo.

Ero incuriosita da quel “ragazzo” che si vendeva bene, mio coetaneo, alto, occhi e capelli scuri, bel personale, elegante nel suo abito da manager e con gli occhi gioiosi, vivi, seppure piccoli e nascosti dietro gli occhiali. Lorenzo era alto e magro, con delle spalle forti e grandi, rideva, faceva sorridere. Sprizzava buon umore, e io ero rimasta un tantino spiazzata da tutto questo modo di fare brioso, da quel linguaggio colorito, da buon toscano.

Io non ero così. Portavo con me un bagaglio di sofferenze, di ferite che mi avevano segnata nel tempo. Ero sempre molto compita, e il mio sguardo spesso si perdeva nei ricordi di qualcosa o qualcuno.

Arrossivo, arrossivo nel vedere che un altro uomo che non era il mio, mi ammirava.

«Ops, piccolo problema!» dissi scendendo dall’auto, mentre Lorenzo mi porgeva la mano.

«Che c’è?»

«Il tacco della scarpa… oh mamma, si è bloccato tra i sanpietrini!» risi, imbarazzata.

Lorenzo si chinò per permettermi di appoggiare la mano sulla sua spalla. Prese dolcemente la caviglia per sfilarmi la scarpa. Ci guardammo, lui voleva infondermi sicurezza sostenendomi il piede con una mano, mentre con l’altra disincastrava il tacco.

A quel gesto, così delicato, mi sentii invece a disagio. Avevo provato un senso di protezione, di cura verso di me, che non provavo da diverso, troppo tempo.

«Eccola qui, bella la tua Chanel, adoro le scarpe con il tacco…»

«Ah sì?!»

«Be’, ingentilisce la figura di voi donne!» esclamò lui. «Tanto sono belli i tacchi, tanto non mi piacciono quelle scarpe che vanno di moda oggi!»

«Troppo gentile, troppo mieloso, troppo tutto!» le sussurrò Chiara in un orecchio. «Non fa per te! E poi ti confesso che è un gran donnaiolo…»

«Chiara! Da quando mi fai bella pubblicità in giro?!»

«Sai, ci conosciamo da anni ed ha cambiato una marea di donne… due, tre con Cristina, quattro, cinque, sei con Sara, sette… lascia perdere, ascoltami!»

Ridemmo tutti e tre risero di gusto…

Così passeggiammo lungo via Crescenzio, che si apriva sulla piazza dominata dal cupolone, ancor più affascinante di notte, sotto le luci dei lampioni.

Sorridevo e pensavo tra me e me a quei primi incontri, a quei primi appuntamenti, io così rigida e diligente e lui sempre pronto a rompere gli schemi, così fisico, affettuoso e felice… sì, sempre così felice.

Non c’ero proprio abituata.

 

4 – Dream a little dream of me, di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong

 

Ci abbandonammo alle parole di una canzone improvvisata, Dream a little dream of me, la musica di quella serata era rimasta nelle nostre teste, e passeggiando per le vie di Roma canticchiammo quel motivo, felici.

 Spesso il pensiero andava a quel pomeriggio di aprile, a lui che con galanteria sistemava la sua giacca sul prato di Villa Pamphili per poi sdraiarci a guardare il cielo e rubarmi quel primo bacio.

 

5 – Introduction and Tarantella – Pablo De Sarasate

 

Uscii di fretta, si era fatto tardi e il taxi aspettava di sotto. Nella mia testa suonava una musica dolce e nello stesso tempo giocosa, movimentata, Pablo De Sarasate, Introduction and Tarantella, la adoravo. Cercava di allentare la tensione, e quella musica così ricca di variazioni mi distraeva. Quando ero tesa, preferivo non guidare… volevo rilassarmi mentre qualcuno mi portava a destinazione, gustando e ammirando le bellezze di Roma. Il taxi attraversava il Lungotevere che affianca Santo Spirito in Sassia e guarda dal basso il Gianicolo. Sulle mie ginocchia, come un bambino, come un figlio, poggiava l’“articoletto” che una rivista locale mi aveva chiesto; volevo parlare di donne, di donne comuni, quelle che incontriamo ogni giorno sulla nostra strada per le vie della città.

Gemma, la caporedattrice, aveva predisposto uno spazio dedicato a chi ama scrivere pur non essendo un professionista. Avevo a disposizione un’opportunità a cui non avrei mai rinunciato. Una ovatio alle mie amiche, mi piaceva quel termine latino, un piccolo trionfo per rendere onore alle donne vittoriose nei confronti delle avversità di ogni giorno.

 

Un’altra primavera, un’altra estate stavano arrivando ed io ero pronta a prenderle di petto. A viverle appieno.

Al mattino presto uscivo di casa per andare a lavoro; una grande struttura ospedaliera, dove lavoravo da moltissimi anni, quasi venti. Con la morte precoce dei miei genitori avevo interrotto gli studi, per lavorare e mantenere fratellini e sorelline, per poi riprenderli in età adulta. Mi era sempre piaciuto lo studio e quando dovetti interrompere la scuola, ne soffrii non poco. Avevo assistito i miei genitori durante la malattia, vissuto l’ambiente ospedaliero e cresceva dentro di me, sempre di più, la voglia di studiare in campo medico. Avevo capito che quella era la mia strada, accanto a chi ne aveva bisogno. Mi laureai. Decisi di fare l’infermiera. Ero innamorata del mio lavoro, il contatto con le persone, promuovere la salute, insegnare ai giovani allievi, pianificare l’assistenza, prendermi cura di chi aveva bisogno, sia sani che malati. Avevo coraggio da vendere, mi sentivo forte per tutto ciò che avevo attraversato sulla mia pelle.

Ero orgogliosa di essere infermiera, un lavoro impegnativo, faticoso ma estremamente gratificante.

6 – Concert pour 2 violons et orchestre – Vivaldi
7 – Four Season – Vivaldi

Sfruttavo quel tragitto per ascoltare i miei brani preferiti. Quell’aria frizzante e il cinguettio degli uccellini mi suggerivano Vivaldi, Concert pour 2 violons et orchestre. Quel violino che suonava determinato e nello stesso tempo avvolgente, quasi un morbido foulard di seta, abbracciava la mia anima. Il resto della giornata era incorniciato da Four Season, sempre Vivaldi un sottofondo che risuonava nelle mie orecchie, che mi faceva da colonna sonora, che mi sembrava influenzasse il mio umore, in meglio ovviamente… soprattutto, allentava la tensione mentre guidavo lungo tutti quei chilometri.

Correvo tra un impegno e l’altro, i corsi di aggiornamento, le lezioni di violino di Lisa, la fisioterapia, i compiti, ed ero riuscita a ritagliare per me un po’ di tempo per vedere Katherine; ecco appunto una delle mie amiche, donne uniche della porta accanto.

Erano trascorsi mesi senza riuscire a vederci, lei sempre in volo su un aereo in giro per il mondo, io presa dai mille impegni come tutte le mamme di oggi. Questo vedersi poco non ci impediva di supportarci a vicenda, di sostenersi e di riempire i nostri incontri d’idee e buoni propositi e di nostri pensieri più “sottili”.

Eccola, potevo vederla mentre aspettava seduta nel nostro locale preferito, dove potevamo gustare un cappuccino in santa pace.

«Sono felicissima di vederti, mi sei mancata tantissimo.»

«Sono contentissima anch’io. Hai visto che giornata meravigliosa?!»

«Eh sì, è proprio arrivata la primavera, questo posto ha sempre il suo fascino.»

Un piccolo bistrot sull’Isola Tiberina dove potevi salire al piano superiore e godere di una splendida vista sul Tevere e i suoi ponti, seduta ad un tavolino accanto ad una altrettanto minuscola finestra, così piccina e nello stesso tempo così maestosa.

«Ho così tante cose da raccontarti…»

«Ti ascolto!»

«Sono appena tornata da uno di quei viaggi… sai, non ho resistito all’idea di sfruttare le ore di riposo per andare alla scoperta della città. Ti ho pensata tanto, ti sarebbe piaciuto molto.»

«Tu mi conosci bene…»

«I colori, i volti… ecco, guarda, ti ho portato delle foto! Sono sicura che ti daranno spunti nuovi per i tuoi scritti!»

«Sono meravigliose. Gli occhi di questi bambini… l’hai scattata dall’alto questa?»

«Sì, da un ponte! Dai, indovina dov’ero!»

«Allora… che contrasto, una città moderna e un corso d’acqua… con un traffico di barche enorme e tutte queste merci così varie! E quante bancarelle. Fammi pensare… questo lo conosco è il Tempio dell’Alba. Eri a Bangkok!»

«Mamma mia, non ti sfugge nulla, pur non avendo viaggiato molto, riconosci sempre i posti che vado a visitare! Non sei cambiata!»

«Lo sai che mi piacerebbe tanto conoscere questi posti e con la mia testa faccio sempre un sacco di viaggi immaginari! Posso tenerle? Le foto sono per me?»

«Certo, le ho scattate apposta. Sono contenta di vederti in forma.»

«Sì, è vero, mi sento meglio e ho la testa piena di idee, di voglia di fare, tanti progetti… sai com’è!»

«Dimmi di più!»

«Be’, vedi, soprattutto non voglio farmi sopraffare dalle sventure! Ma non voglio annoiarti…»

«Ma figurati, tesoro. Anzi, sai che ti dico? Brava, sono d’accordo con questo spirito! Allora cominciamo subito con il disdire tutti gli impegni della giornata perché oggi pranziamo insieme e poi ti porto in un posto!»

«Ma, veramente, i bambini…»

«Niente ma, niente forse, ho già avvisato Lorenzo, sa già tutto e ha detto di non preoccuparci! La giornata è tutta per noi.»

«Sei incredibile, ma dove andiamo?»

«Ti piacerà, lo so! E ti farà bene! Devi prenderti cura di te, devi pensare al tuo benessere ed è ora che i tuoi buoni propositi li metti in pratica, altrimenti non ha senso.»

Con uno sguardo complice e decisa ad andare fino in fondo, Katherine mi prese per mano e mi portò fuori da quel bistrot che custodiva le nostre chiacchierate, i nostri momenti di relax, e ci avviammo verso il centro, d’obbligo una passeggiata in via dei Coronari alla ricerca di qualche chicca per le nostre case. Rovistammo in un cesto dove erano arrotolate delle vecchie carte nautiche.

«Mi fanno impazzire, l’idea che il proprietario fosse un esploratore di terre e di mari, magari su di una grande barca a vela… affascinante, vero?»

«Sei unica, già ti ha ispirato una storia, ma come fai?»

«Per il momento la vedo molto bene nell’angolino del mio salone, accanto alla bussola, al sestante, al cannocchiale e ai distintivi della Marina.»

«Ti piace tanto quell’angolino, vero? Secondo me ti ricorda tuo padre!»

«Sì, hai ragione!»

La mia mente volò altrove, proprio come spesso accadeva, andavo con la testa in altri mondi, in altri luoghi e per un attimo sentii il mio viso teso, mi sentii malinconica.

«Eh no! Oggi no! È vietato essere tristi, getta quell’aria mesta nel Tevere! Forza, cerchiamo qualcos’altro.»

Andammo a spasso tra gli antiquari e i negozietti del centro, immortalando la giornata con qualche foto e qualche appunto sul quaderno. Era un’abitudine che non avevo mai abbandonato, prendevo nota di luoghi, profumi, colori.

Katherine era un tripudio di gioia per gli occhi, bella, un fisico molto esile ma scolpito. Lunghi capelli scuri e un grandissimo sorriso. Molto elegante nei modi e gentile. Sempre attenta alle esigenze di tutti, indossava tutto con charme e leggerezza, anche le cose più semplici.

8 – L.O.V.E. di Nat King Cole

Per le strade di Roma sul ponte, Pons Aelius, detto anche ponte di Adriano che porta da Castel Sant’Angelo alla riva sinistra del Tevere, un gruppo di giovani jazzisti suonava L.O.V.E. di Nat King Cole e ci fermammo a danzare in mezzo ad una decina di sconosciuti, non ridevo così da tempo, un momento memorabile, ballare con i turisti per le vie di Roma, semplicemente fantastico.

Velocemente si susseguivano i giorni e le notti e la voglia di staccare e andare in vacanza si faceva sempre più importante, un’esigenza. Niente di così straordinario, nessun posto gettonato. La paura che potesse accadermi qualcosa, di andare in un luogo lontano dove avrei potuto avere difficoltà a ricevere le cure per il mio caso, stroncava a monte ogni idea di diverso, di nuovo. Ormai la paura di stare male, l’aver rischiato la vita più di una volta, mi aveva colpito, ed io ero fin troppo spaventata per pensare e progettare viaggi in posti lontani, esotici e paradisiaci. Ci pensavano i sogni a farmi viaggiare, e anche Katherine, che tornava da ogni viaggio sempre con qualcosa che avrebbe poi ispirato le mie storie.

Nella stanza matrimoniale mia e di Lorenzo aveva finalmente preso il sopravvento la sua voglia di farmi felice con quanto desideravo ormai da anni. In bella vista uno scrittoio di legno e vetro, dal design curato e ricercato, che mi ero disegnato da sola. Era lo scrittoio destinato a sopportare le mie notti creative, il mio pc bollente consumato dai polpastrelli. Doveva custodire i miei appunti, i miei quaderni colorati e pieni di ricordi, la penna portafortuna che Mariagiovanna mi aveva regalato per Natale, la lampada che avevo ricevuto in regalo da Federica, con i colori del mare e del cielo, dalle mille tonalità di verde, d’azzurro e di blu.

Quello era il mio mondo, con la Lettera 32 sul piano, quel piccolo pezzo di storia della bisnonna, che come me amava scrivere, e che io ancora utilizzavo.

Quello era il mio angolo di paradiso, lì mi fermavo a riflettere, a sognare, ad immaginare emozioni, parole, colori, profumi e suoni.

Seduta su quella poltrona foderata dai colori del mare, me ne stavo lì per ore a pensare, a dipingere con i colori del mio cuore la tela bianca della vita che ancora mi si apriva davanti.

 

Capitolo 2

Il mare, ti dona quello che ha, ti toglie quello che hai

Il mare, sempre vivo, sempre in movimento, generoso a volte, senza pietà altre. Ti dona quello che ha, ti toglie quello che hai. Nasconde dentro di sé meraviglie, un mondo sommerso di colori, di vite silenziose, eppure, a volte, porta con sé paure e tragedie. Vomita spietato quello che più gli rincresce.

Il mare.

E poi le nuvole sopra la mia testa, nuvole leggere in una mattina d’estate; l’odore del mare mi riporta a tempi lontani, ricordo i gabbiani e quel luccichio sull’acqua, quelle che da bambina definivo “lucciole di sole”.

Mi ricordo ancora i pescherecci arrivare lungo l’orizzonte, la schiuma sulle onde appena accennate.

Nuvole come ricordi.

Provo ad alzarmi presto e fare una passeggiata, provo a dare un senso a questa che tutti chiamano vacanza. Sì, forse dovrei ringraziare Dio, come dice mia suocera, per la possibilità di trascorrere qualche settimana in questo posto, sulla costa abruzzese; ero innamorata dell’Abruzzo in generale, a due passi da Roma, mare e montagna nel raggio di pochi chilometri e quel paesino ci ospitava ormai da anni, piccolo ma ricco di iniziative culturali, concerti, mare pulito, tranquillo. Pensare che ero arrivata qui così arrabbiata, così satura di cattivo umore, mandando al diavolo tutti i presupposti di guardare avanti e di affrontare le giornate con serenità. Invece forse, ripensandoci, è la località balneare più tranquilla, non troppo ambita, ma sicuramente il luogo adatto ai bambini e ai nonni ormai non più tanto autonomi. Avevamo scelto un paesino silenzioso sull’Adriatico, tra le montagne e le coste dolci e quiete, l’ideale per i piccoli che ancora si dimenano insicuri tra le onde.

Una regione ricca di storia, di tradizioni, di bellezze naturali, ferita dalle continue scosse di terremoto che ne avevano messo in ginocchio l’entroterra. Rassegnato a un’economia che non c’era e a quel turismo che trent’anni fa era invece al culmine del suo sviluppo.

Quest’anno, per noi, le spese sono state all’ordine del giorno, troppe, e ci stavano portando allo stremo, ma i bambini avevano bisogno di mare, di sole, di vacanza, e così abbiamo deciso per un soggiorno più lungo ma meno trendy. E poco costoso. Un massacro per le ultime forze che mi restavano, organizzare la casa, pensare a spesa, pranzo, cena, occorrente per il mare, docce… tutto per otto persone.

Faceva molto caldo, solo verso sera e sul bagnasciuga si trovava un po’ di benessere. Insomma, non era per me il massimo della vacanza, avevo bisogno di qualcosa di più rasserenante. Avevamo preso in affitto un appartamento sulla spiaggia, in una zona quasi alla fine della cittadina, un po’ per questioni economiche, un po’ per cercare pace e tranquillità, stanchi della frenesia della città. Vedevo intorno a me tante case, molte sfitte e altre in vendita, abitate da gente che veniva da ogni parte del mondo. Quella popolazione multietnica, senegalesi che vendevano in spiaggia, nigeriani, operai dell’Est Europa, tanti visi diversi e di ogni etnia. Questo mondo così colorato, vario, che mi faceva visitare luoghi sconosciuti, mi incuriosiva; mi piaceva cercare sulle mappe i posti, le città, documentarmi, conoscere le tradizioni, le abitudini e perché no, imparare qualche vocabolo straniero. Ormai erano tanti gli amici che avevamo incontrato sulla spiaggia, che si fermavano a chiacchierare mentre cercavano di vendere ai bagnanti la loro merce. Mi raccontavano delle loro famiglie lasciate lontano, dei loro figli, delle mogli. Ci scambiavamo ricette, usi; rispolveravo ora il francese, ora l’inglese: pessimo, per carità! Ma ci provavo.

Cercavo di viaggiare con la mente ad ogni occasione, anche lo screen saver del mio computer ritraeva il rosso della terra d’Africa, il giallo e l’ocra delle piante, i verdi e gli azzurri delle maioliche marocchine… le mie preferite.

Le giornate trascorrevano lentamente, per lo più al mare con i bambini e a fare passeggiate sulla pista ciclabile che correva lungo la spiaggia. Erano ancora troppo piccoli, avevano voglia delle coccole, di giocare insieme a papà e mamma, andavano seguiti ed io ero un tantino stanca, non di loro, che sono la mia gioia, ma avrei voluto un po’ di tempo per me, quel tanto che bastava per riprendere in mano le mie passioni, per nutrire il mio cervello!

Al mattino mi svegliavo molto presto e la mia testa si metteva in moto, e viaggiava, e volava lontano. In effetti era di questo che avevo bisogno; di saziarmi di libri, di immagini, di discorsi con le persone a me care. Invece il tempo passava e un po’ le faccende di casa, un po’ il tempo fisiologico dell’andare in spiaggia, quello per le nanne, i compiti e tutto il resto si prendeva ogni spazio.

9 – Nessuno vuole essere Robin – Cesare Cremonini

Cuffie alle orecchie mentre mi incamminavo per andare in spiaggia a passeggiare, La musica di Cesare Cremonini, Nessuno vuole essere Robin, mi accompagnava…”ti sei accorta anche tu, che siamo tutti più soli? Tutti col numero dieci sulla schiena, e poi sbagliamo i rigori.

Ti sei accorta anche tu, che in questo mondo di eroi … nessuno vuole essere Robin”.

Eh già, tutti col numero dieci sulla schiena…

Eh già, spesso non ci si rende conto che,  nella vita, non è necessario avere e cercare sempre ruoli da protagonista. A volte per essere felici, bisogna esplorare quello che già si ha e imparare a coltivarlo, anche se dovesse trattarsi di un ruolo secondario come quello di Robin.

Era diventato il mio motto.

C’era poca gente in spiaggia e loro, i bambini, così socievoli, cercavano amicizie ovunque. Passavano le ore a chiacchierare con il pescatore Donato e la sua nipotina, gente del posto che viveva il mare come una vera e propria casa. Avevano legato con una bimbetta solare e piena di energia, anche se lei e la sua mamma sembravano molto sole. Erano passati molti giorni e ormai era nata una bella amicizia tra i bambini e piano piano la donna si era aperta per cercare qualche consiglio: non stava bene. Mi aveva raccontato di alcuni problemi che la preoccupavano da un po’ di tempo, il suo italiano non era granché. Le chiesi come mai non si era rivolta ai consultori della zona, agli ospedali. Lei, con l’aiuto della bimba che le faceva “da interprete”, mi disse che era arrivata in Italia come clandestina, che non aveva documenti, che il marito non le permetteva di uscire e che poteva solo venire in spiaggia con Angelina, la sua piccola, appunto. Presto si pentì di avermi parlato, di aver chiesto aiuto. Aveva paura e la tranquillizzai, non aveva nulla da temere con me.

È lei che mi faceva pensare al mare. Quella donna mi portava alla mente racconti di sofferenza: il mare che l’aveva portata qui, quello che le aveva tolto, la sua famiglia, la sua casa, i suoi fratelli, sua madre.

Veniva dall’Albania.

Soffriva molto.

Facevamo il bagno con i bambini e mi raccontava della vita che aveva a Durazzo, povera ma dignitosa. Mi diceva ogni volta che là era felice, povera ma felice. I suoi genitori anziani coltivavano l’orto ed avevano mucche, galline, conigli… insomma, quello che serviva per mangiare. Ancora mi raccontava che la sua mamma ed il suo papà piangevano perché avrebbero voluto riaverla a casa, godersi la nipotina. E poi aveva un fratello disabile che necessitava di assistenza continua, ed un altro che stava per sposarsi.

Sarebbe stato meraviglioso per lei e la figlia tornare a casa ma una volta lì non le avrebbero più fatte rientrare in Italia. Mi spiegò che le era costato molto ottenere il visto per pochi mesi e che i suoi genitori non avevano più denaro da metterle a disposizione. Il marito non le permetteva di vivere lontano da lui e così le lacrime le rigavano il viso pensando alla sua famiglia. Poteva solo scendere in spiaggia con la bambina e non poteva allontanarsi: lui non le permetteva di fare altro. Era un problema, perché lei aveva bisogno di cure, di essere visitata. La casa dove abitavano era accanto alla scuola elementare del paese, proprio lì, di fronte alla spiaggia, dipinta d’azzurro, appena ristrutturata, ed era strano per me pensare a quei bambini che d’inverno seguivano le lezioni ad un passo dal mare, eppure io ero nata in un posto di mare e quasi avevo dimenticato quella bella sensazione d’infinito davanti a me, la linea dell’orizzonte, l’aria salmastra e il luccichio dell’acqua.

Quella donna era imprigionata in poche centinaia di metri, circondata da tutto ciò che le era necessario.

«Mamma, Angelina mi ha detto che la sua mamma piange sempre e che si sente molto sola, facciamo qualcosa per lei, ti prego.»

«Potremmo invitarla a fare merenda da noi o a cena per una pizza, che ne dici?» proposi a mia figlia Lisa.

«Bellissimo, mamma! Questa è una splendida idea, saranno felicissime!»

Optammo per la pizza. Invitammo le nostre nuove amiche una serata; rideva Angelina, felice nel vedere la sua mamma in compagnia. Ci guardava mentre misuravamo un vestito davanti allo specchio, come due vecchie amiche, come se ci conoscessimo da tempo.

Come due donne, attraversate da un solco doloroso, come due sorelle di vita, come solo la solidarietà femminile, la sorellanza può far comprendere.

Ripenso a quanto, nonostante le mie disavventure, fossi comunque molto fortunata. Già, anch’io ne avevo passate tante, ma in qualche modo ora ero serena. Non era facile dimenticare quello che mi portavo dietro fin dall’età di quattro anni, era un fardello molto pesante che avevo imparato a gestire ma che aveva segnato in maniera indelebile la mia vita. Come una pietra scalfita dall’acqua, dal vento, che aveva preso una forma diversa da quella originale e che non potrà mai più tornare all’origine, ma pur sempre una pietra. Solida, robusta, salda a terra.

Avevo trascorso gran parte della mia infanzia con una coppia di prozii senza figli, lontano dalla mia famiglia, dopo la tragedia che aveva colpito tutti, mia madre si era chiusa in un silenzio che a me sembrava assordante, avevo più l’impressione di un grido d’aiuto.

Stare lontano dal resto della famiglia mi faceva sentire sola, venivo trattata come un’adulta, caricata di tante responsabilità di cui neanche ne afferravo il significato. Ero diventata un soldatino, pronta a dire sempre si e a non ribellarmi a nulla pur di non deludere o far star male qualcun altro.

Erano rapporti strani quelli che si consumavano all’interno della famiglia. Trascorrevo lunghi periodi a casa con i parenti, con una coppia di zii giovani appena sposati. Avevo moderato il mio modo di essere, sempre allegra, vivace piena di vitalità. Le botte e le urla avevano smorzato il mio entusiasmo e visto con gli occhi di mamma oggi, posso dire che ero solo una bambina, come tante e non ricordo di monellerie particolarmente gravi.

Poi quelle mani, mani che mi toccavano e che approfittavano della mia innocenza mi segnarono per sempre.

La zia Emma e lo zio Mario per quanto duri e severi, sapevano armonizzare il tutto con una buona dose di dolcezza e seppure non ebbero nessun sospetto di ciò che mi stesse accadendo, percepirono in me un certo disagio. La paura ormai era dentro di me e mi impediva qualsiasi cosa, come ad esempio cercare aiuto.

Poi gli anni passarono e tutto si complicò ancora di più.

Camminavo a passo svelto sulla battigia, a piedi nudi, le onde leggere che mi sfioravano le gambe. C’era già qualcuno che faceva il bagno, le barche che prendevano il largo, l’aria ancora fresca della notte, mi piaceva. Avrei dovuto farlo prima, avrei voluto concedermi più spazio per me e non assecondare marito e figli dormiglioni che scendono in spiaggia all’alba delle undici.

Mi piaceva la schiuma delle onde, le conchiglie che la notte aveva lasciato sulla riva, come Angelina, quella bambina vivace, socievole, dalle forme rotonde e morbide e gli occhi azzurro cielo. Bionda, come la sua mamma. Con gli stessi lineamenti dolci, con la stessa voglia di fare amicizia, di parlare, di scoprire il mondo. Mi piaceva vederla giocare con Lisa, felice e nello stesso tempo già preoccupata di quando, alla fine dell’estate, saremmo andati via e le nostre amiche sarebbero ritornate sole, come prima.

Tempi duri per gli immigrati, poca tolleranza, molta diffidenza e alla fine in spiaggia eravamo i soli a condividere i nostri momenti di gioco e di relax con quella mamma tanto sola e la sua piccola.

Avevo deciso, volevo fare qualcosa per lei.

Mi piacevano quei buoni propositi, quella speranza che fa capolino nella quotidianità, che si affaccia al mondo, quella nuova alba. Mi piaceva la mia testa che si ricaricava di energie positive per affrontare la giornata. Mi veniva naturale pensare agli altri e volevo rendermi utile.

Vado al bar, prendo la mia fetta di torta e il cappuccino e ritorno in spiaggia con la mia ricca colazione. “Me la merito” penso tra me e me. Poi il pensiero va a quella donna, sempre lei, e alla sua vita priva di senso; lei che fino ad un anno fa il mare non l’aveva neanche mai visto. Penso ai consigli che le ho dato, ai contatti presi con il consultorio, ha bisogno di una visita ginecologica urgente e delle cure. Penso a come l’avrà presa suo marito e a come per noi donne emancipate e figlie della libertà di pensiero, di azione, decisione, tutto sia scontato, fisiologico.

Io che sarò stata visitata da non so quanti ginecologi, io che avevo ventuno anni e fissavo il mio screening annuale con la precisione di un orologio svizzero ogni aprile. Io sempre super informata sul benessere della mia vita di donna, di parte della coppia, di potenziale mamma prima e super mamma ora, io che dei miei organi genitali ne ho sempre fatto un punto di forza, un punto cardine attorno al quale gira la ruota panoramica della vita di ognuna di noi. Ho sempre vissuto il mio corpo, il mio essere donna con molta disinvoltura, senza paure e alla scoperta, senza tabù. Ero un’ostetrica mancata. Sì, proprio così, per un soffio non ero rientrata nei quindici posti a numero chiuso ammessi all’università, non avevo tempo a disposizione per aspettare un altro anno e così intrapresi un percorso diverso. Mi sarebbe piaciuto tanto fare la levatrice, vuoi perché mi appassionava la materia, vuoi perché dentro di me avrei voluto essere d’aiuto prima di tutto a mamme e bambini, vuoi perché far venire al mondo una nuova vita la trovo una delle meraviglie dell’universo. Ho sempre pensato che il parto fosse un momento magico, quasi mistico. Ho sempre ritenuto che accompagnare la donna al compimento della sua realizzazione primaria fosse un privilegio. Forse perché è un momento di grande forza per la mamma e per il nascituro, qualcosa di unico, ogni volta provoca un’emozione diversa, irripetibile.

Ed eccomi ancora a lamentarmi, a pensare a quello che avrei voluto fare, ai sogni non realizzati, all’insoddisfazione; mi vergogno dei miei pensieri e penso agli occhi tristi di Angelina. Penso che dovrei smetterla di non sorridere alla vita. Per fortuna tutto passa, tutto scorre come l’acqua di un torrente che va, ed io ho imparato a guardare avanti, sempre.

Capitolo 3

La serata perfetta

Sembra proprio la giornata perfetta, mi sento in forma, piena di buoni propositi. È mercoledì e mi ricordo che devo passare in edicola, esce la mia rivista preferita, tutta al femminile. Porterò i bimbi in spiaggia, pranzeremo tutti insieme e poi in serata arriveranno gli amici da Roma: e tutti a cena fuori a mangiar pesce come di consuetudine. Tanti cari amici, più o meno, vabbè alcuni sì, alcuni no, ma voglio divertirmi. La mia pelle abbronzata, finalmente qualche chilo in meno e un vestito nuovo che mi piace da impazzire. Ce l’ho fatta finalmente a passare in centro e comprarlo; l’avevo visto in vetrina, di lino bianco candido con i suoi pizzi di una finezza sconcertante, quelle chicche di artigianato del posto che ti fanno sognare, ed era mio. Mi ricordava quello stile d’altri tempi. Ero lì davanti a quello specchio con il mio bellissimo vestito, lungo, con una profonda scollatura e la schiena scoperta, il lino leggero e morbido e il pizzo macramè lavorato minuziosamente con un disegno preciso e regolare. Amavo riscoprire quelle abilità di un tempo, il ricamo, il cucito su misura, quelle arti uniche che davano vita a pezzi altrettanto non replicabili. Mi sentivo piacevole, attraente, mi riportava alla mente quando da bambina avevo recitato la parte di Andromaca nell’Iliade. Quella figura mi aveva appassionato molto, e mi ricordo come se fosse ieri la mia interpretazione teatrale. Studiavo con passione ed entusiasmo la storia di questi sposi.

“Lei, moglie innamorata, che scongiurava Ettore a combattere dentro la linea difensiva contro Achille, lei che lo pregava di fermarsi all’albero di caprifico, nel punto in cui le mura di Troia erano più deboli. Ma Ettore riuscì a farla desistere dai suoi intenti. Andromaca era una sposa e una madre e non poteva entrare nelle faccende del giovane principe ereditario che era costretto a combattere, lasciando moglie e figlioletto”.

Divoravo le pagine del libro.

Andromaca era una delle figure femminili più commoventi e avvincenti per me, aveva perso tutti i suoi cari, moglie fedele, madre meravigliosa e donna coraggiosa. Mi aveva sempre affascinato.

Avevo faticato ad avere quella parte, non ero una bambina particolarmente bella e dovetti fornire prova della mia grande capacità di recitare a perfezione la parte sul palcoscenico. Eppure con quel vestito ero davvero una dea, quel peplo bianco, quei monili d’oro e i sandali impreziositi di pietre.

Fu davvero un grande successo e mi godetti anch’io il mio momento di gloria… e non solo per l’abito, ma perché ebbi, come tutti, la possibilità di recitare… e anche molto bene.

Come diceva sempre un famoso stilista: «La seduzione è l’abito che aiuta la testa», proprio così! Forse futile, forse superfluo, ma dovevo incoraggiarmi, convincermi a piacermi, ad avere più clemenza nei confronti di me stessa, ad auto criticarmi di meno e a spogliarmi di quella veste di bambina brutta, con i dentoni da coniglio, con le gambe storte. Quella ragazza che si guardava allo specchio e si trovava sempre orribile e non aveva mai il coraggio di indossare un abito diverso se non solo un paio di jeans ed una maglia nera. Eppure mia sorella era stata così brava in questo, mi aveva reso debole e fragile, aveva fatto sì che io mi convincessi che quella era la verità: così, anche quando ero diventata più bellina, ridevo coprendomi la bocca con le mani e mi vergognavo quando qualcuno mi guardava, pensando che forse in quel momento stesse ridendo di me e del mio modo di essere.

Lei era sempre così perfetta, impeccabile e piena di sé, attenta a ciò che indossava e a rifornire costantemente il suo guardaroba.

Lei era sempre pronta a trattarmi male, a sottolineare ogni mio sbaglio, a criticare i miei amici, a leggere la mia posta pasticciandola con commenti spiacevoli, a dettare legge su tutto ciò che mi riguardava.

Lei era sempre pronta ad alzare le mani, a colpirmi sul viso, ad affondare le sue unghie nella mia carne.

Non so perché tanta cattiveria.

Tanta violenza.

Mi piaceva pensare che sarebbe stata una serata magica, io e mio marito eravamo particolarmente in sintonia, stare insieme ci stava facendo un gran bene, ultimamente i problemi di lavoro e lo stress ci avevano portato sull’orlo di una crisi di nervi. Lui giocava a corteggiarmi ed io mi sentivo al centro di mille di attenzioni, riscoprivamo la nostra intimità, i nostri profumi. Sì, doveva essere una serata perfetta!

Continuavamo a pensare alla nostra bambina, ogni volta che in spiaggia incontravamo un neonato, pensavamo a quanto ci sarebbe piaciuto vivere un’altra gravidanza, vedere la gioia dei bambini al pensiero di un’altra sorellina, provare quelle sensazioni meravigliose di una vita in grembo. Ma sapevamo bene entrambi che non poteva e non doveva succedere, tutti i miei problemi di salute, i pericoli a cui sarei andata incontro: avrei rischiato di lasciare i miei figli senza una madre. Eppure questo desiderio ci univa molto, ci permetteva di ringraziare ogni giorno per la vita che era stata generosa e che ci aveva donato figli bellissimi.

Questo comportarci da fidanzatini, i pensierini, i bigliettini, gli sguardi, dare importanza ad ogni tocco, allo sfiorarci, era qualcosa di unico. Insomma questo gioco di seduzione che ultimamente ci vedeva protagonisti, mi faceva stare sempre meglio.

C’erano periodi in cui era un continuo litigio, dove tutto era difficile, passavano settimane in cui riusciamo a stento a vederci e ormai lo sapevamo da anni che per ritrovarci ci serviva staccare la spina e stare un po’ insieme, consapevoli che una volta ritornati alla routine quotidiana, tutto sarebbe tornato come prima.

Dopo la terribile vicenda che avevamo affrontato nel periodo natalizio e nei giorni a seguire, per lenire la ferita, o meglio per non pensare a quel dolore che mi portavo dentro, avevo iniziato un nuovo lavoro, mi ero buttata a capofitto nelle attività, avevo cambiato aria, colleghi, tutto, e vedersi diventava sempre più complicato.

Restava il fatto che quella storia ci aveva segnato, decidere per un figlio, una nuova vita, aveva cambiato tutto. Tutto era più difficile. Si era creata una spaccatura.

Mi assentavo con la testa per non pensare.

La malattia iniziava a farsi più evidente anche nei piccoli gesti e prendevo sempre più coscienza che mi aspettava un futuro difficile. Entrambi cercavamo di mettere insieme i “pezzi”.

La serata era particolarmente calda ma eravamo diretti in un posto molto carino e romantico in riva al mare e sicuramente la brezza marina ci avrebbe fatto respirare un po’. Sentire la pelle accarezzata da quell’impercettibile filo d’aria fresca mi dava sollievo. Erano giornate davvero torride, afose, ed io con la mia malattia ne risentivo parecchio.

Sistemai i piccoli, doccia, capelli a tutti e tre, feci cenare Riccardo, che con i suoi problemi di allergia non riuscirebbe a mangiare un granché fuori casa.

«Io non vengo, mamma, sono stanca e voglio restare a casa con i nonni» replicò Lisa, e così iniziò un litigio furibondo, perché nessuno dei tre – Alessandro compreso, l’altro nostro figlio – aveva voglia di uscire, stanchi della giornata al mare, delle nuotate e dei giochi sulla spiaggia. Io invece avevo voglia di uscire un po’, vedere gli amici, passare una serata diversa.

«Ma dai, lasciali con noi, sono stanchi e non reggono due minuti in macchina! Li tengo volentieri; non farne un problema e goditi la serata con tuo marito!»

Con queste parole quella santa di mia suocera mi diede la libera uscita, e in fondo in fondo ero contenta, avevo bisogno di un po’ di pace.

Diedi un’occhiata ad Ale sdraiato sul letto a leggere, come al solito, pensai tra me e me che forse lui si sarebbe offerto, usciva sempre molto volentieri; invece nulla, anche lui, fiacco della giornata appena trascorsa, preferiva, immerso nella lettura, viaggiare con la mente e sentirsi parte di una qualche avventura in mezzo al mare o su per aria, magari nello spazio intergalattico.

Ero pronta per uscire, soddisfatta del mio abito d’altri tempi che mi ricordava il corredo della nonna con i rametti di lavanda a profumarlo, quei merletti e quei ricami custoditi dentro un baule di legno d’ulivo; mi ricordava la biancheria candida stesa al sole in occasione delle feste di famiglia, le tovaglie ricamate a mano che svolazzavano sui fili tesi all’aperto; mi ricordava una sposa nel suo giorno speciale, emozionata sul portone della chiesa, al braccio di un padre che l’accompagna all’altare.

Io non avevo avuto un padre a portarmi all’altare, ma un fratello sì, bello come il sole, a non farmi sentire quel vuoto che mi portavo dentro.

«Mamma sei… sei uno schianto! Sei troppo bella, posso abbracciarti?» Alessandro si scaraventò giù dal letto per buttarsi tra le mie braccia. Io ero pronta ad accoglierlo.

«Profumi di mamma.»

«E che profumo è?» risposi strizzando l’occhio per cercare una delle sue risposte curiose.

«Il tuo, mammina.»

«Mamma, le tue scarpe mi stanno benissimo» così Lisa si guardava allo specchio con indosso le mie scarpe rosse, scimmiottando una sfilata di moda.

…….

…….

Capitolo 6

In fuga

Così dopo un salto nel vuoto, mi ritrovai su un cumulo non troppo morbido ma che mi aveva permesso di non rompermi l’osso, spaventata, frastornata, si guardai intorno. Vicino a me c’era Andrew. Eravamo precipitati giù, in fondo a qualcosa, una cantina, un magazzino, non so. Ci guardammo terrorizzati cercando di capire cosa stesse succedendo ma intorno vi era il buio e ancora il fumo, tanto fumo, e l’odore acre che continuava a spargersi e le urla che venivano da lontano.

Un giovane ragazzo, poco più che bambino, forse dodicenne, fece cenno di seguirlo velocemente. Andrew non perse tempo, sentì che doveva cogliere quel “consiglio” al volo, afferrò con forza la mia mano, nuovamente, e cominciammo a correre, correre sempre più forte, a seguirlo, senza guardarci alle spalle, con la speranza di arrivare lontano. Lontano da quell’incubo.

14 – Tzigane – Ravel

Sulla musica di Ravel, Tzigane, come in un rincorrersi di note, quella stretta di mano forte e decisa, ancora una volta, era la speranza di salvarci la vita. Forse era l’unico modo per fuggire da quell’inferno.

Ci eravamo fidati entrambi di lui, di quel volto ingenuo, quel ragazzino esile con occhi familiari, che ricordavano quelli della donna che portava loro il cibo. Lo stesso taglio, lo stesso colore.

Correvamo, a piedi nudi io e Andrew, correvamo, avevo lasciato le mie scarpe rosse lungo il sentiero che portava alla spiaggia, dove ero stata trascinata con forza, avevo deciso che era meglio farne a meno. Ancora una volta mi era lasciata guidare da Andrew, dalla sua mano ferma che non mi lasciava un attimo.

Correvamo veloci nei sotterranei di quel palazzo, corridoi lunghi e stretti, sembravano non avere una fine, le voci e il dolore sembravano sempre più lontani, fino a non sentirli più.

24 maggio 2019

Aggiornamento

Presentazione del progetto editoriale in Crowdfundig dal romanzo Il vestito di lino bianco
È un romanzo inedito, che vuole essere un contributo alle “donne della porta accanto”, che incontriamo ogni giorno e che nelle difficoltà quotidiane, tra famiglia, casa e lavoro, vanno avanti instancabili e con coraggio e che nel loro piccolo fanno grandi cose. Queste donne sono una colonna portante della società in cui viviamo. Nel romanzo la protagonista vive un’avventura inaspettata!
“Paola convive con un passato ingombrante e vuole spogliarsi di quella “pelle” provata, segnata in maniera indelebile da eventi traumatici che l’hanno nuovamente messa a dura prova. Decide di prendere in mano la sua vita e all’insegna dei buoni propositi, cerca di vivere ogni giorno al meglio. Ma una tranquilla vacanza, viene sconvolta da un tragico avvenimento, Paola, sequestrata e portata lontano dall’Italia, si troverà ad affrontare qualcosa di inaspettato, di sconvolgente; incontrerà Amal, una donna che farà di tutto per salvarle la vita. Bellissima, colta, la donna dal volto coperto e dagli occhi meravigliosi, si prenderà cura di lei e del suo compagno di sventura, chiedendo in cambio qualcosa di molto importante e che nello stesso tempo le costerà la vita. La musica tanto amata da Paola, sarà il cibo per la mente durante quei giorni di prigionia, l’aiuteranno ad affrontare le giornate e a riempire il suo cuore con i ricordi. Speranza e determinazione, si intrecceranno con tragedia e coraggio”.
“Il vestito di lino bianco” è un libro che sfiora all’interno della narrazione vari argomenti spaziando dalle difficoltà che il mondo femminile vive ogni giorno nella vita quotidiana, a un tema delicato come l’aborto, ai diritti della donna nella cultura islamica, all’immigrazione e, ancora, ai traffici illeciti.
Nella narrazione fanno da cornice luoghi meravigliosi, partendo dalla Costa dei Trabocchi fino ad arrivare alla Via della Seta, Bukhara con i suoi meravigliosi mausolei e minareti color turchese. In sottofondo, come una colonna sonora, la musica citata all’interno del libro, brani di musica classica Debussy, Chopin, Hoffenbach, Verdi (, Puccini, Mozart, Tzaikovsky, la voce di Maria Callas e molti, moltissimi altri autori, fino a brani jazz come As Time Goes By e più attuali come le musiche di Jovanotti e Cesare Cremonini.
Questo romanzo è stato selezionato dalla Casa Editrice bookabook, che pubblica libri in crowdpublishing. “Il vestito di lino bianco” è disponibile in campagna di crowdfunding sul link https://bookabook.it/libri/vestito-lino-bianco/ ed è alla ricerca di lettori che si innamorino del progetto e che, pre-acquistando il libro, lo portino in libreria. Venite a scoprire un libro che nasce dall’incontro tra storie e lettori.
Acquistabile anche su bookabook.it/libri/vestito-lino-bianco da Sabato 18 fino al 26 maggio in PROMOZIONE a 9 euro anziché 13 euro !
In questo Romanzo, la musica suggerita dall’autrice, avvolge il lettore durante la narrazione, dove, coraggio e determinazione si intrecciano con tragedia e speranza in una cornice di luoghi meravigliosi che partendo dalla Costa dei Trabocchi arrivano fino alla Via della Seta.
18 maggio 2019

Aggiornamento

Grazie a tutti, bellissima serata! Un grazie speciale a Bookabook per questo sogno che si sta realizzando!
18 maggio 2019

Aggiornamento

Caffè letterario-Roma
Bellissime emozioni anche in questa serata! Grazie a tutti per la partecipazione ed il sostegno a questo meraviglioso progetto!
18 maggio 2019

Evento

Caffè letterario-Roma
Francesca Recchini Cena presenta in pre-vendita il Libro IL VESTITO DI LINO BIANCO : storie di donne che s’incontrano in luoghi affascinanti ! SABATO 18 MAGGIO H 19:00 CAFFÈ LETTERARIO. In questo Romanzo, la musica suggerita dall’autrice, avvolge il lettore durante la narrazione, dove, coraggio e determinazione si intrecciano con tragedia e speranza in una cornice di luoghi meravigliosi che partendo dalla Costa dei Trabocchi arrivano fino alla Via della Seta.
07 marzo 2019

Evento

Casa della Cultura - Comune Roma municipio V
La comunità del Sud America mi ha coinvolto in questa bellissima giornata dedicata alla “Donna migrante tra i due mondi”, esperienza fantastica che mi ha arricchito ancora di quella forza unica che hanno le donne che mi circondano ogni giorno!
07 marzo 2019

Evento

Casa della Cultura Villa De Sanctis - Roma
Giornata Internazionale della Donna “Donne migranti tra i due mondi” - Felicissima di potermi confrontare con culture diverse e con tante, tantissime donne che, come me, vogliono esaltare l’impegno e la dedizione che le donne di tutto il mondo impiegano ogni giorno in quello che fanno!
28 febbraio 2019

Aggiornamento

Presentazione del libro Il vestito di lino bianco su Nea Polis Roma - Associazione culturale fondata nel 2010 tra le più attive e dinamiche del panorama romano. L’associazione muove i suoi primi passi nel campo della comunicazione creando una redazione ed editando la rivista mensile distribuita in migliaia di copie e la testata giornalistica online.
23 febbraio 2019

Evento

Cosarte, via Nicolò da Pistoia, 18 Roma
Un grazie speciale a quanti hanno partecipato e alle "amiche della porta accanto" Simona e Debora Gloriani che mi hanno ospitata con tantissimo affetto, professionalità e... tanta pazienza!
23 febbraio 2019

Aggiornamento

Bellissima serata per presentare il progetto in crowdfunding Il vestito di lino bianco, hanno partecipato tantissimi lettori. Meraviglioso

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Il libro ha una trama accattivante con molti colpi di scena. Nella storia che narra di donne coraggiose, forti che non si arrendono, vengono affrontate numerose tematiche profonde. Inaspettatamente il tutto è accompagnato da musica e colori. Dal testo si può evincere che l’autrice ha una grande sensibilità, e ha sicuramente effettuato numerose ricerche per potere descrivere le usanze di un altro popolo.

  2. è un libro che ti lascia senza fiato, coinvolgente, ti tuffi nella storia e ti sembra di vivere in prima persona le emozioni della protagonista. Da non perdere

  3. (proprietario verificato)

    Il libro si legge tutto d’un fiato. I protagonisti dopo poche pagine ti sembra di conoscerli da sempre. La storia ti coinvolge e ti sorprende, l’idea della “colonna sonora” è geniale.Vengono affrontate problematiche che toccano nel profondo e rivelano la tenacia e il coraggio, il dare la vita per l’altro che fa parte del dna dell’essere donna. Spero sia il primo di una lunga serie.

  4. (proprietario verificato)

    Un libro che ha una proprietà di linguaggio che permette al lettore di entrare direttamente nella storia.Gli argomenti trattati differenti e difficili vengono resi piu’ leggeri dai luoghi e dai personaggi descritti con eleganza e delicatezza.Le difficolta’ che la vita ha riservato alla protagonista prima e durante questo viaggio ci fa capire quanto le donne siano forti in situazione estreme possano fare fronte comune aiutandosi e prendendosi cura a vicenda nel rispetto della dignita’ umana. Un libro che lascia innumerevoli emozioni.

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Francesca Recchini Cena
Vive a Roma con il marito e tre bimbi. Sin da piccola ha viaggiato spostandosi da una parte all’altra dell’Italia, cambiando città, conoscendo persone e sperimentando tantissime attività che hanno arricchito il bagaglio di esperienze che porta sempre con sé.
Una serie di eventi traumatici hanno segnato la sua infanzia, ma con forza e determinazione è andata avanti senza smettere mai di sognare.
Ama il teatro, dipingere, leggere e scrivere.
Ha scritto il suo primo romanzo a tredici anni, ancora custodito nel cassetto dei sogni, e un racconto per bambini, “Natale e il quaderno rosso della mamma”, a cui è molto affezionata.
Adora la musica che è la colonna sonora alle sue giornate, generando emozioni, pensieri, suoni, colori e profumi, così nelle notti silenziose ha immaginato e dato vita a questa storia, partendo dalla nostra bella Italia fino a raggiungere le terre della via della seta.
Francesca Recchini Cena on sabtwitterFrancesca Recchini Cena on sabfacebook

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