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Victor - Il racconto delle madri

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Consegna prevista Settembre 2020

Stefania parte dal suo paese natio per arrivare in Italia, lì cadrà vittima del dominio di un uomo fino a che nel suo ventre non germoglierà un frutto che cambierà il corso della sua vita. Una storia fatta di viaggi, di sogni e di realtà. Un vissuto nel quale tutti possono trovare un po’ di sé grazie agli affetti, agli ordini e ai disordini che si intrecciano nelle parole della storia. Stefania sarà colei che accompagnerà il tuo cammino, colei che sarà forte e debole con te. Ma più di tutto sarà incantatrice, generatrice ed ideatrice dell’intera vicenda. Un percorso fatto al tempo stesso di radici scoperte e domande ancora non risolte, un vissuto pungente che graffia per sempre la giovane Stefania.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché rappresenta emblematicamente ciò che ho vissuto fino ad oggi. Una lotta alla scoperta di me stesso che ha portato a riconsiderare i luoghi, i contesti e le situazioni che mi porto dentro. Chi, in fin dei conti, non si è mai sentito in catene almeno per un momento? Oggi finalmente mi posso dire libero. Libero di essere chi voglio essere perché proprio come Stefania, protagonista della vicenda, so di poter contare su di me. Oggi grazie a questo romanzo io ci sono.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1. Velykyy bilyy budynok (La grande casa bianca)

Elena, lo vide scritto su un muretto a tinte gialle e rosse, il sole, l’amore. Decise subito che sarebbe stato quello il nome della sua bambina. Magari, avrebbe avuto i suoi capelli rossi, il suo nasino alla francese e una bocca che tutti avrebbero voluto baciare. Niente accenni a com’era il suo papà. La bambina cresceva dentro di lei, non sapeva con sicurezza che fosse una bambina ma una madre lo sente. Sentiva quell’odore di pulito, un odore che non aveva mai sentito prima d’ora. Quella bambina sarebbe stata una nuova strada, un nuovo inizio, una nuova vita.Continua a leggere
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Quanto vuoi per un’intera serata, bambola? — una voce forte, questo sarà un pezzo grosso pensò. Era ciò di cui aveva bisogno, un pezzo grosso. Avrebbe potuto provvedere al necessario per sé e la sua bambina, doveva solo farlo innamorare. E cosa c’è di più semplice? Sedurre un uomo non era mai stato un problema per Stefania. Aveva negli occhi l’innocenza di una vergine e nel corpo un ardore irresistibile.
“Salta su!” — Disse il pezzo grosso — e la donna salì nella sua auto. “E cosa abbiamo qui? Io pago per avere una bella donna, se volevo una massaia non avrei di certo lasciato mia moglie, scendi dalla mia auto prima che ti prenda a calci”.
A terra! Su un marciapiede. C’era molto freddo quella notte e nessuno se le filava le ragazze incinte. Stefania aveva un grosso problema, forse il marciapiede non era più casa sua.
Era partita dall’Ucraina e arrivata in Italia non aveva potuto fare altro che la prostituta, certo, se lo si vuol dire in modo carino.
L’Ucraina oramai non era posto per gente come lei, le aveva detto suo fratello Yura prima di darle una pacca sulla spalla e pochi spiccioli, consegnandola nelle mani del Hubernator, il Governatore. E’ così che lo chiamavano su in Ucraina, aveva preso la madre di Stefania non appena Stefania fu data alla luce, e prima di lei sua nonna, e così sarebbe dovuto accadere anche a Stefania, finché la sua generazione non si fosse istinta. L’Hubernator prendeva tutti i “Pervistok zhinka”, i primogenito femmina, le prendeva e le portava in giro per il mondo.. Ah, che bello scoprire il mondo! Viaggiare, esplorare tutto il pianeta.. Eppure.. Eppure il pianeta di Stefania era un marciapiede freddo e umido, quello era sempre stato il suo mondo, era tutto ciò che conosceva. E suo padre? Chissà chi era suo padre, i suoi tre fratelli non le avevano mai detto chi fosse, eppure lo sapevano! Stefania ne era sicura. L’unico ricordo che conservava di suo padre era un fazzoletto con su un incisione: Stefania aveva sempre pensato fosse quello il nome del suo papà. Igorek, Iocia e Yura erano sempre stati molto protettivi con Stefania, le avevano dato tutto il necessario per crescere bene, per diventare bella e forte, per sostenere gli inverni e le estati, per superare il gelo e il bollore del sole, puntavano tutto su di lei. La sua famiglia aveva avuto qualche problemino con l’Hubernator da quando sua madre era scappata al suo possesso, fu così che l’Hubernator si precipitò a casa di Stefania per comprarla prima che lei potesse dare alla luce una bambina destinata anch’essa poi al suo dominio.
E ora però, Stefania aveva un esserino nella sua pancia. Un esserino che non voleva dare a quell’uomo. Non voleva darlo a nessuno, era suo, lo proteggeva tenendolo sotto il suo cuore, a contatto con i suoi polmoni, lo sentiva proprio lì. Lo sentiva nel suo ventre, lo stringeva nella sua pelle fredda.. Chissà se la sua pelle fredda dava calore alla sua bambina! Passò quella notte lunga una settimana, un mese, il tempo per Stefania adesso passava col crescere del suo pancione.
“Sta andando tutto per il verso giusto?” – Chiese l’Hubernator al suo sicario – “Certo! Ma abbiamo un problema!” – “Un problema? Vedete di risolverlo, nel mio kruhlyy non ci sono problemi e se ci sono, vanno fatti fuori, buoni a nulla!” -“Ma signore, si tratta della figlia di Heroine!” – “Heroine? Che ha fatto quella stupida?” – “Signore! E’ arrivato quel momento!”.

“Portatela a casa mia, datela ad Adelaide, lei saprà cosa fare!” – Fu tutto ciò che sentì Stefania. Chi era Adelaide? Dove la stavano portando? E poi un grande casale, un portone bianco e rosso, le luci vive e le piante, i fiori, tutto quello sfarzo disgustarono gli occhi stanchi di Stefania, la portarono in quella casa e la misero in un letto bianco… Non aveva mai visto tutto quel bianco, Stefania! Si ricordò delle lenzuola di casa sua, erano sempre macchiate, segni del tempo li chiamava lei. La sua famiglia non aveva soldi per il pane, di certo non poteva comprare lenzuola bianche. C’era l’odore di nuovo in quelle lenzuola, un odore vergine e pulito… In quelle lenzuola c’era la sua Elena! Quella casa sarebbe stata perfetta per la sua bambina, sarebbe cresciuta nel bagliore di tutto quel bianco e non avrebbe mai saputo delle macchie sulle lenzuola, non avrebbe mai saputo la storia di sua madre, l’unica macchia sporca nella vita della candida Elena.
Una forte luce batté agli occhi di Stefania qualche ora più tardi, aveva perso la notte a pensare al bianco e adesso i primi raggi del sole le solcavano il viso. Decise di aprire le palpebre anche se il fastidio della luce le lasciò cadere qualche lacrima; era da tempo che non si sentiva così al sicuro. Il sole dei marciapiedi era un sole che bruciava il viso, questo era un sole che irradiava gli occhi. E poi un rumore fece sobbalzare Stefania dal letto, e un po’ stordita guardò la porta della grande stanza in cui era stata riposta. È così che iniziò a sentirsi Stefania, riposta in una stanza come fosse una bambola. Dalla porta poi iniziò ad entrare un vento fresco e due signore col capo e il collo coperti e con gli occhi che fissavano il pavimento entrarono nella camera. Stefania non capì subito cosa stava succedendo, intese però che le due donne erano lì controvoglia. Una delle due afferrò il braccio di Stefania e la tirò fuori da quel vento fresco e poi un corridoio imponente su cui si affacciavano porte su porte si aprì davanti allo sguardo perso di Stefania. Un salone, dei bonzai, i quadri, persino dei mosaici sui muri della grande casa. Una grande poltrona e su di essa una donna, “Heroine”.

2. Nevidoma maty (Una madre sconosciuta)

Era grassa, massiccia e dai capelli biondi, tanto che Stefania non riconobbe sua madre, la donna che l’aveva messa al mondo e che l’aveva lasciata alla nascita per portare piacere agli uomini, ora pareva trasformata. Le poche fotografie che Stefania ricordava di sua madre erano molto lontane dall’immagine che le si proponeva davanti. Heroine aveva uno sguardo assente, era così gonfia che pareva avesse ingoiato la stanza in cui aveva dormito Stefania tutta in un solo boccone. Quando Stefania capì che la donna era alquanto assente e inerme alla sua presenza iniziò a notare il dettaglio: aveva i polsi e le caviglie legate, aveva delle corde che la stringevano così forte che sembrava volesse scoppiare da un momento all’altro. Stefania si voltò indietro e fece cenno per tornare da dove era venuta, ma notò la presenza di un uomo sull’uscio del salone, era l’Hubernator.
Stefania cadde con le ginocchia sul grosso tappeto che copriva l’intero salone, l’uomo si avvicinò, le passo una mano tra i capelli tanto che Stefania per un attimo pensò che quella stessa mano potesse salvarla da così tanto sconforto. Stefania non voleva guardare ma in un attimo il grosso uomo le afferrò i capelli tirandole indietro la testa e “La vedi?” – esclamò – “È tua madre, una grassa e flaccida vecchia, ha dato vita a così tante puttane che oramai non serve più ai guadagni, il mondo è delle giovani, e tu sei giovane, solo che hai fatto un errore, dovevi essere una grande promessa e invece? Invece le puttane della tua famiglia portano solo problemi”. Stefania capì tutto d’un tratto che quella casa bianca era un’illusione, non c’era niente di sicuro per lei e per la sua bambina lì, quell’uomo che le stava urlando viso a viso non la spaventava, era abituata agli uomini che avevano bisogno di picchiare delle ragazzine per sentirsi potenti. Quell’uomo di cui aveva sentito parlare tutta la vita e da cui tutti parevano essere spaventati non scosse la piccola Stefania, le ricordava piuttosto un uomo come un altro, tutti gli uomini della vita di Stefania erano stati così violenti con lei, persino i suoi fratelli e il loro papà. Stefania sapeva che se Yura entrava in casa con della cioccolata non era di certo destinata a lei, sapeva che se il padre dei suoi fratelli tornava tardi ubriaco doveva sorbire critiche e lamentele sulla cura della casa. “Cagna, sei tutta tua madre!” – le urlava quando era sfinito dalle sue stesse parole vuote. In quella stretta ai capelli Stefania non ci trovò nessuna novità, rimase lì a guardarlo, a sentire il suo alito al rum che la stordiva. Quando l’uomo si accorse che la giovane donna lo fissava come se quello che stava dicendo non la riguardasse, lasciò la presa e si avvicinò ad Heroine. Prima a voce bassa e roca le chiese se avesse ancora fame e poi mettendole una mano sulla gola gonfia strizzò gli occhi e gridò: “Sarai tu il cibo stavolta, ti daremo ai cani, voglio sentirti urlare mentre ti fanno a pezzi”. Poi come se ancora avesse bisogno di imporre la sua forza su tutto il salotto si girò verso una delle due donne che avevano svegliato Stefania e la colpì sulla bocca. In quel momento si sentì una voce fioca e dolce, un suono bianco in tutto quello sporco. Stefania si toccò la pancia, voleva che Elena sentisse quella voce pulita. Era Adelaide.

13 dicembre 2019

Aggiornamento

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13 dicembre 2019

Aggiornamento

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Domenico Lubrano
Classe 1996, emergente scrittore napoletano, si confronta con il panorama letterario quando per la prima volta nel 2014 pubblica il racconto "Ancora non capisco perché ci odiano così tanto" e la composizione poetica "Salto nel vuoto" nella raccolta di prosa e poesia nominata "Campi Flegrei" grazie alla sua insegnante di lettere, la prima persona a credere nella sua penna. Dopo anni di silenzio, dediti allo studio in Culture digitali e della comunicazione e al lavoro, torna a scrivere grazie al desiderio di confrontarsi ancora con il grande pubblico lettore e punta sul suo primissimo romanzo dal titolo "Victor - Il racconto delle madri", una storia legata alla voce di una giovanissima donna che cerca di farsi strada in un complesso mondo moderno, burbero e sfacciato.
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