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Consegna prevista Agosto 2021
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Ciao, sono Annie. Lo so, non mi conoscete, ma assecondatemi per qualche secondo, ok?

Vi è mai successo di svegliarvi tristi senza motivo apparente? Vi è mai successo di sognare qualcosa che si è poi avverato? Ora la mia preferita: vi è mai successo di incontrare qualcuno che non avevate mai visto prima, ma che vi sembrava di conoscere da sempre? Vi siete mai chiesti come mai succedono certe cose? Gli scienziati classificano questi effetti come coincidenze, attività del sub conscio. Ma io vi assicuro che non c’è niente di più reale di ciò che avviene quando chiudiamo gli occhi.

Se c’è qualcuno che già non mi crede… può chiudere il libro in questo istante e rimanere un dormiente.

Chi invece ha intenzione di ascoltarmi, entrerà in un mondo che neanche ha mai immaginato, ma che non è mai stato reale quanto ora. Anche io ho ancora dei problemi a relazionarmi con questa nuova realtà, ma oggi più che mai posso dire di essere Sveglia.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre creduto che l’unico modo per rendere reale qualcosa fosse scriverlo.
Nessuno ha mai conosciuto Dorian Grey, Harry Potter o Frodo, ma sono reali quanto noi, proprio grazie alle opere che hanno scritto sulle loro vite.
Quando per la prima volta immaginai Annie, ho subito pensato che avrebbe meritato di esistere come tutti noi.
In fondo, tutto ciò che ha vissuto potrebbe succedere a ognuno di noi, basta solo chiudere gli occhi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Due settimane senza neanche un brutto incubo, senza eventi strani, senza svenimenti.

Non ho detto senza sogni, però.

Sì, perché sognai tanto, tantissimo. Ogni notte sempre uguale. Ero sempre in quell’ospedale, ma era diverso. Non c’erano medici che strillavano a destra e sinistra, né strane scosse sul petto. C’era solo quel ragazzo dagli occhi castani e la barba incolta che avevo visto quando stavo per bruciare viva.

Mi accarezzava con dolcezza, baciandomi il dorso della mano sul quale campeggiava l’ago di una flebo. Con lui ero tranquilla, non so perché. Era come se lo conoscessi da sempre e poi quegli occhi castani mi penetravano, mi attraversavano fin dentro, cullandomi nel sonno. Mi svegliavo ogni mattina sollevata, tranquilla, con la voglia di andare a dormire di nuovo, per cercare di vederlo ancora, quel volto così… così… non ci sono parole per descrivere ciò che mi trasmetteva la sua visione.

Avevo chiesto più volte a Mariella di indagare sull’identità di quel ragazzo che avevo conosciuto alla festa poco prima di svenire, ma Ottavio, il suo ragazzo, del quale avrebbe dovuto essere parente, non lo conosceva minimamente. Anzi, non aveva cugini né a Milano né in Lombardia. Ma poi, perché era sparito? Perché era rispuntato nel mio sogno?

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Lui era l’unico indizio per capire che fosse successo o chi fosse il ragazzo dei miei sogni. Chi sa come avrei potuto fare a trovarlo se sembrava non esistere. Eppure sentivo che c’era qualcosa che non andava nella mia routine giornaliera, era come se ci fosse qualcosa di diverso, come se fossi osservata. Tutto rimase un sospetto fino a quel giorno.

Era un venerdì, freddo come a Roma succede solo una o due volte l’anno. Mi svegliai turbata quella mattina, il sogno che mi cullava ormai da due settimane era cambiato improvvisamente, ritornando simile all’incubo che mi aveva torturato per più di un mese.

Il sogno era cominciato normalmente, come tutte le altre notti, con quel ragazzo che mi accarezzava dolcemente, senza mai dare segno di sonnolenza o stanchezza. Poi, a un certo punto, le convulsioni che mi scuotevano da dentro ricominciavano a turbarmi. La stanza si riempiva di medici e le scosse mi attraversavano il petto. Dietro tutte quelle persone in camice bianco il ragazzo, che era stato scansato a forza da me, piangeva, stringendo i denti e corrugando la fronte. I nostri occhi s’incrociarono per un istante, come se finalmente, dopo mesi, riuscissi a muovermi anche nel sogno, quindi lui si strappò un ciondolo che aveva al collo e sparì in un secondo, come se si fosse smaterializzato.

In quel momento mi svegliai, sudata come non succedeva da tanto, spaventata per l’incubo che ritornava a turbare le mie notti respirando affannosamente.

Mi alzai subito, nonostante mancasse quasi un’ora alla sveglia. Tanto sapevo che non sarei riuscita a prendere sonno con quell’ansia ritrovata. Decisi di fare una passeggiata. Faceva freddissimo per essere alle porte della primavera, ma ormai avevo deciso ed io non torno indietro neanche per la scelta di un panino. Chi sa se c’è qualcuno che guida le nostre scelte, le nostre azioni. Forse era destino che io quella mattina uscissi così presto per fare una passeggiata. Chi sa se tutte queste piccole decisioni in realtà sono parte di un disegno più ampio, una sorta di grande mappa della vita che deve stare attenta al millesimo di secondo per fare accadere ciò che serve. Ricordo di essermi imbacuccata come un rapinatore tanto il vento era tagliente.

Scesi in strada, ma con mia grande sorpresa notai che era ancora buio pesto. Guardai l’orologio sul lettore mp3, ma segnava le sei del mattino, come quello in camera. Eppure non erano le sei.

Anche se era ancora notte, mi feci coraggio e decisi di iniziare a correre. Quella sera non sarei tornata a letto per niente al mondo, volevo solo allontanarmi da quell’incubo a occhi aperti che stavo vivendo. E poi la corsa mi aveva sempre rilassato. Il muovermi mi dava l’idea che anche i miei pensieri si muovessero, che si allontanassero persino i problemi.

Senza accorgermene ero già arrivata alla fine della strada illuminata, ora mi restavano due scelte: tornare indietro e ripetere lo stesso giro, o proseguire sulla tangenziale, che di certo non era una delle strade migliori di Roma per una ragazza, per di più di notte. Ma come ho già detto, non volevo tornare a casa per niente al mondo.

Presi un lungo respiro e cominciai a correre. Ero stanca, ma le mie gambe non lo erano per niente, anzi, riuscivo a correre più velocemente di quanto avessi mai fatto. Sentivo dentro di me un’energia nuova, una potenza che quasi mi spaventava. Chiusi gli occhi, sentivo il mio cuore battere più forte, quasi mi sembrava di percepire le sue vibrazioni, la sensazione del sangue che scorre nelle vene. Era come se i miei sensi si fossero acuiti, riuscivo a orientarmi sentendo i rumori, la pressione sulla pianta del piede. L’aria che mi accarezzava il viso era carica di odori e significati nuovi, il fruscio delle foglie degli alberi attorno a me. Per la prima volta sentivo la vita che mi scorreva dentro, era come se avessi cominciato a sentirla solo in quell’istante.

Ma durò poco, smisi di sentire il fluire della vita attorno a me, tutto ritornò silenzioso, buio, morto. In un istante le mie gambe ritornarono deboli come al solito, il mio cuore ricominciò a battere alla sua velocità e non ce la feci più a sostenere quello sforzo. Mi sentì cedere, come se il mio corpo non rispondesse più ai miei comandi, quindi rovinai a terra.

Provai un dolore lancinante provenire dalla gamba destra, doveva essersi rotta, perdevo molto sangue. Provai muovermi, ma non vi era modo di comandare il mio corpo a fare niente. Mi sentivo intrappolata, impotente, come nell’incubo che mi torturava ogni notte. Anzi, per qualche momento cominciai addirittura a credere di essere in trans, pensavo seriamente di non essermi mai svegliata e che quello fosse un’altra finzione del sonno.

Sentì il rombo di un motore provenire da dietro di me. Mi girai e solo allora mi accorsi di essere finita in mezzo alla strada. Dalla curva sbucò un’auto ad alta velocità. Vedevo i suoi fari luminosi che quasi mi accecavano mentre si avvicinava, sembrava che non mi avesse visto, perché puntava dritto verso di me. Dovevo muovermi, trascinarmi lontano dalla sua traiettoria, o almeno gesticolare per farmi vedere, ma non riuscivo a controllore il mio corpo.

La macchina era quasi arrivata a colpirmi, potevo quasi sentire l’aria che spostava. Finiva quindi così la mia vita?

Ma all’ultimo istante mi sentii afferrare per la spalla e scaraventare lontano dalla strada, dritta sul marciapiede, sul quale impattai con la gamba destra, il che mi procurò un dolore che per poco non mi fece svenire.

Appena la macchina passò vidi colui che mi aveva salvato chinarsi vicino a me. Appena il suo viso entro nella cappa di luce prodotta da un lampione del marciapiede in lui riconobbi Giuseppe, il ragazzo che già mi aveva tirato fuori dal fuoco alla festa di Mariella.

«Come stai?» mi chiese senza guardarmi. Non staccava gli occhi dalla direzione in cui era sparita la macchina.

«Devi restare sveglia…dove abiti? Sono vicini…».

Presi un profondo respiro e provai a soffocare il dolore.

«Io abito…» riuscì a dire con un rantolo, ma prima che potessi completare la frase Giuseppe fu sollevato da terra da una figura misteriosa, che portava un cappotto nero molto lungo. La figura estrasse una siringa ripiena di un liquido rosso e la iniettò a Giuseppe che provò a ribellarsi con tutte le sue forze, ma, appena l’intero contenuto della siringa fu iniettato, il mio salvatore perse i sensi e venne gettato da quell’uomo misterioso tra i cespugli.

«Giuseppe!» gridai, quindi la figura si chinò su di me.

«Dobbiamo andare, arriveranno presto. Dove abiti? Puoi muoverti?».

La sua voce era stranamente familiare e molto rassicurante. Per un secondo quasi mi scordai che aveva appena ucciso un uomo davanti ai miei occhi.

Anche se tutto il mio cervello mi suggeriva di svenire e di non dirgli per niente al mondo dove abitassi, un’altra parte di me, una sorta di coscienza muta, prese il controllo delle mie azioni. Fu così che con l’ultimo filo di voce gli dissi:

«Il palazzo bianco nella via qui dietro, terzo piano…» infine svenni.

Mi risvegliai nel mio letto, molto sudata. Mi sentivo le coperte appiccicate addosso. Una luce fioca illuminava gli oggetti attorno a me. D’istinto pensai di aver vissuto un altro orribile incubo, ma appena avvicinai la mia mano alla gamba destra sentii un dolore immenso, come se un milione di aghi fossero conficcati nella mia carne. Era tutto vero.

Gettai le coperte al volo e vidi che era fasciata e steccata con un bastone da scopa. Non ricordavo per niente di averlo fatto.

Mi puntellai con i gomiti per alzarmi a sedere sul letto e a ogni sobbalzo la gamba mandava segnali di non muovermi, ma dovevo essere stata a letto parecchio, perché la schiena era intorpidita come quando non ci si alza da molto.

Alla fine vi riuscii con immenso dolore. Presi l’interruttore dell’abat-jour tra le dita e provai ad accenderlo, ma non successe niente. Feci per sporgermi dal letto e vidi che il filo era staccato.

«Non accendere nessuna luce, potrebbero essere nei paraggi…» disse una voce dal nulla.

Sobbalzai sul letto che scricchiolò. Mi guardai intorno spaventata, cercando chi potesse aver parlato e vidi una figura scura seduta davanti alla finestra, quindi ricollegai tutto quello che era successo, la caduta, Giuseppe, il suo assassino.

«Chi sei? Cosa vuoi da me?» chiesi quasi strillando, con la voce stridula che mi viene sempre quando sto morendo di paura.

L’uomo si girò lievemente, ma non abbastanza da permettermi di vederlo in viso, quindi mi rispose con la sua voce rassicurante e familiare.

«Calmati, la paura potrebbe velocizzare tutto il processo! Io non sono qui per farti del male… rilassati e sdraiati. La gamba è messa male e ci servirà che tu possa camminare al più presto…».

Calmati! Una parola, mi ritrovavo con una gamba rotta, senza possibilità di scappare e con un assassino in camera. Che cosa avevo fatto per attirarlo da me? Era un serial killer? Ero una testimone scomoda per qualcuno?

Ero confusa, ma prima di tutto ero terrorizzata. Che cosa poteva mai volere quell’uomo da me e perché mai aveva ucciso Giuseppe? Perché serviva che potessi camminare? Avrei voluto gridare, cercare aiuto, ma qualcosa dentro, qualcosa di prepotente, mi diceva di fidarmi. Tirai la coperta al viso, come fosse uno scudo, quindi cercai di restare calma, sentivo che la mia vita dipendeva dalle mie azioni, speravo di non farlo arrabbiare o di scatenare una reazione violenta. Forse mi avrebbe detto lui cosa voleva.

Infine, dopo alcuni interminabili minuti di respiri profondi gli chiesi con estremo timore:

«Tu chi sei?».

«Mi chiamo Luca, sono uno Sveglio…» disse senza girarsi.

Almeno era calmo, forse avevo un’altra decina di minuti di vita. Ma se voleva uccidermi, perché mai mi aveva fasciato la gamba? E perché aveva parlato di camminare? Dove dovevo andare e perché?

«Uno Sveglio? Che significa? Di quale processo stavi parlando?».

«Ora non capiresti, a suo tempo tutto sarà chiaro… ora rilassati e riposa… ti prego…».

Quel ti prego mi confuse. Ero sotto sequestro o forse lui era davvero lì per me? Più parlavo con lui, più ascoltavo la sua voce, più il fatto che avesse ucciso a sangue freddo un uomo davanti a me svaniva dai miei calcoli. Era incredibile quanto fosse melodica. Nel giro di pochi minuti ero passata dal terrore alla calma più assoluta. Capii che parlare di me lo irritava, quindi cercai di deviare l’argomento.

«Mi sembra di conoscere la tua voce…» gli dissi dopo qualche attimo di silenzio, cercando di intraprendere una conversazione con quella persona di cui stranamente mi fidavo, nonostante tutto.

Ma la sua reazione a quella domanda mi stupì. Si girò improvvisamente, distogliendo per la prima volta lo sguardo dalla finestra. Il suo viso entrò così nel fascio di luce che irrompeva dalla finestra, da cui venne illuminato.

Aveva una corta barba, dai riflessi rossicci e i capelli della stessa lunghezza, sul castano, che incastonavano un viso dai tratti molto mascolini. Ma la cosa speciale di quel viso erano gli occhi, castani e profondi, tristi, quasi malinconici a una prima occhiata, ma guardandoli bene nascondevano la pace. Era incredibile, in un secondo fui sicura, quello era il ragazzo che mi reggeva la mano nel sogno, ogni notte in ospedale. Quello era l’angelo dei miei sogni, non avevo dubbi, lui era lì per proteggermi.

«Io ti conosco, tu sei nei miei sogni, sei l’angelo che mi tiene la mano…» dissi emozionata, ma soprattutto impaurita che come al solito fosse l’ennesimo scherzo del sonno.

«Tu mi hai visto?» disse cambiando completamente tono. Sembrava che quella domanda gli fosse uscita a fatica.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Lucio Gioia
Sono nato in uno dei posti più belli del mondo, la Sicilia, in una piccola città dell'entroterra, uno di quei posti in cui la vita scorre ancora secondo ritmi diversi dal mondo moderno.
Fin da piccolo ho avuto una spiccata fantasia, ma non ho dovuto aspettare il liceo per scoprire, grazie alle mie professoresse, l'amore per la letteratura e la stima per tutti coloro che riescono a trasmettere attraverso una pagina le emozioni esattamente come le hanno vissute.
Purtroppo dopo il liceo ho dovuto fare i conti con la realtà del mondo del lavoro e ho scelto ingegneria, cosa di cui, con il senno di poi, non mi pentirò mai.
Dopo aver lasciato la mia isola ho girovagato un bel po', fino a stabilirmi a Pescara, dove lavoro.
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