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Virginia e l'Assassino

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Virginia è un’adolescente con una vita apparentemente normale e una sorella maggiore scomparsa nel nulla. Dopo cinque anni da quel tragico evento, la polizia non è ancora riuscita a dare una spiegazione all’accaduto. Rassegnata, Virginia affronta la sua esistenza con apparente distacco, no al momento in cui capisce che se vuole alleviare quel dolore e lasciarselo alle spalle, deve trovare l’assassino di sua sorella. Grazie a nuovi incontri e vecchi amici, nonostante i suoi esigui mezzi, Virginia comincia a indagare sul mistero per cercare di dare un volto all’omicida. Anche a costo di scontrarsi con un Male molto più grande di lei.

“Virginia e l’assassino” è un thriller e un romanzo di formazione allo stesso tempo, ma anche una storia di coraggio e di giustizia, una sincera ricerca della nostra più intima verità.

CAPITOLO UNO

La benda sugli occhi lo terrificava. Jacopo voleva toglierla e guardare quello che succedeva intorno a lui.

Gli avevano promesso la morte, e non potersi rendere conto di tutto quel trambusto aumentava la paura ancora di più.

Non capiva molto di quello che dicevano quei soldati, parlavano in tedesco e lui il tedesco non lo conosceva. Ma si stava pentendo sempre di più di quell’azione solitaria appena compiuta. Voleva apparire coraggioso agli occhi della resistenza, e invece era stato catturato.

Adesso il suo piano lo avrebbe portato a morte sicura. Non vedeva l’ora che quegli uomini compissero la loro vendetta. Quasi non vedeva l’ora di morire. Quell’attesa era snervante.

E anche se lui non ce l’avesse fatta, quella guerra i nazisti non l’avrebbero certo vinta. Ne era sicuro. La sfacciataggine dei suoi sedici anni gli dava quella sensazione. Il male non può trionfare. Ma nonostante quella vana speranza, sia di vittoria sia di morte, la paura aveva ormai preso il sopravvento. Respirò a fondo per mostrarsi forte, per cercare di scacciarsi di dosso tutti quei brutti sentimenti. Come se ogni respiro eliminasse il dolore.

La benda gli fu tolta e la luce colpì i suoi occhi. La vita rimase per lunghi secondi opaca, mentre quelle voci indecifrabili si susseguivano intorno.

Senza capire una parola, intuì benissimo che si stavano facendo beffa di lui.

La vista tornò alla normalità, anche se gli girava un po’ la testa e il respiro era sempre più corto. Scrutando l’ambiente confuso, notò un ragazzo insieme a loro. Era italiano.

Tutti quei tedeschi lo chiamavano la Iena, ma nessuno lo nominava mai con il suo vero nome. Jacopo capì subito di trovarsi di fronte a un suo coetaneo.

La Iena si appoggiò a un albero guardandolo come fosse venuto a godersi uno spettacolo. Come se fosse qualcosa da assaporarsi al cinematografo.

La Iena salutò beffardo Jacopo. Gli sorrise e gli fece un cenno ben preciso: si passò il pollice sul collo, da parte a parte.

Jacopo immaginò che gli avrebbero tagliato la testa. Guardando quel ragazzo, italiano come lui, che lo aveva venduto ai tedeschi, pensò all’assurdità di quella guerra, di quella situazione.

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Come si era potuto arrivare a questo?

Ma quel pensiero durò un istante. Sentì il rumore di alcuni fucili che venivano caricati e quando si voltò a guardarli, non fece in tempo a pensare a qualcosa che venne fucilato sul posto.

La Iena si avvicinò al cadavere insanguinato per vederlo meglio. Avrebbe tanto voluto assassinarlo lui.

Però è stato un bello spettacolo, pensò. È bello uccidere. Ti dà la potenza, il potere. Ti fa sentire invincibile.

Salutò quei soldati facendogli cenno che potevano contare su di lui tutte le volte che volevano, ma dietro quella facciata amichevole c’era il disprezzo: li avrebbe trucidati tutti se avesse potuto. Ma doveva tenerseli buoni finché erano più forti.

Mentre si incamminò per tornarsene dalle sue parti, sentì un rumore tra i cespugli. Come svegliato da un sonno, si avvicinò per vedere cosa avesse provocato quel fruscio.

Vide due occhi, ma solo per un attimo. Non era niente. I cespugli non hanno gli occhi.

Ma quello ce li aveva, eccome se ce li aveva. Erano occhi più pericolosi dei suoi.

CAPITOLO DUE

La benda sugli occhi lo eccitava. Jacopo voleva toglierla ma tenerla aumentava il piacere dell’attesa.

Virginia aveva finalmente deciso di spogliarsi di fronte a lui. Aveva resistito cinque mesi alle sue asfissianti suppliche, ma sembrava giunto il momento di accontentare le sue pressanti richieste intime.

Fino a quel momento si erano solo baciati, e Virginia si reputava fortunata perché molte sue coetanee avevano sperimentato il sesso già prima dei tredici anni. Lei a quindici anni non si era spinta oltre i baci con la lingua, e a volte le sembrava di aver passato chissà quale limite.

Ma era giunto il momento di smettere di fare la preziosa, e di dare a Jacopo quello che lui si aspettava e aveva sperato paziente. In fondo era stato carino con lei, dimostrandole rispetto in quella lunga ed estenuante attesa. Jacopo frequentava il primo anno di università e da quando si erano messi insieme le raccontava tutto quello che succedeva in quel mondo. Era tutta un’altra cosa rispetto al liceo: uscite in libertà, pasti in libertà, sesso in libertà.16

Virginia era rimasta incuriosita da quei racconti di sesso che cozzavano con l’idea dell’amore romantico con cui era stata cresciuta. Forse quell’idea non le apparteneva nemmeno, forse era di sua sorella. Sì, era di Arianna, sparita chissà dove quattro anni prima, senza lasciare traccia.

Un ragazzo lo devi amare, devi stare con lui perché lo ami. Non buttarti via per farlo contento.

Cosa significassero quelle parole per una ragazzina di undici anni era un mezzo mistero, ma le aveva pronunciate Arianna e le si erano come marchiate sulla pelle.

Virginia amava Jacopo e doveva accontentarlo. D’altronde lui aveva diciannove anni e poteva avere altre ragazze, poteva fare l’amore con loro, e Virginia sapeva che stare con uno più grande vuol dire crescere in fretta, a volte vuol dire anche fingere di essere cresciuti, anche se poi i sentimenti non sono così sicuri come si crede.

Virginia era preda di un forte dubbio: una volta tolta quella benda, doveva farsi trovare nuda o spogliarsi davanti a lui? Non sapeva essere disinvolta come quelle donne che vedeva nei film. Muoversi sinuosa la faceva sentire ridicola. Ma davvero bisognava fare tutta quella recita per essere sensuali per un ragazzo? Per farsi desiderare? Per farlo contento?

La camera era in penombra. Forse poteva permettere a Jacopo di togliersi quella benda, vista la sua impazienza.

«Quanto altro tempo la devo tenere?» le chiese.

Virginia avvampò in preda all’indecisione. Marzo sul calendario, luglio dentro di lei.

«Allora?» chiese ancora lui.

Che doveva fare?

«Sto aspettando, Virginia.»

Virginia era preda dell’esitazione mentre Jacopo della fretta. Voleva rallentare tutto ma doveva accontentarlo.

Vaffanculo ai discorsi sdolcinati di Arianna sull’amore e sulla sicurezza dei propri comportamenti. E poi Arianna faceva quei discorsi quando Virginia aveva undici anni: un’era ormonale fa, per intendersi.

«Virginia, ti ricordo che tra un’ora e mezzo ho il treno.»

Già quel maledetto treno per l’università! Doveva decidersi in fretta: farlo o non farlo? Era il momento giusto. Era pronta. Quando sei pronta te lo senti. Sì, però se ti senti qualcosa che si rivela sbagliata? Vaffanculo alle scelte sbagliate. Esistono solo scelte. Facciamolo. Che sia.

«Toglila.» disse Virginia.

Jacopo si tolse la benda dagli occhi, il cambio di luminosità gli diede un leggero fastidio fino a quando riuscì a puntare il suo sguardo su Virginia.

Era sempre vestita. Ma perché non si decideva?

Virginia sentiva lo sguardo di Jacopo addosso, come un’entità tangibile che toccava il suo corpo, che quasi la spingeva.

«Ma sei ancora…» cominciò a dire deluso.

Ma lei lo fermò. «Aspetta.»

Il cuore le martellava da sentirlo rimbombare per la stanza. Fece un respiro profondo. Jacopo era l’unica persona di cui si fidava dopo che Arianna era andata 18

via, inghiottita dal nulla. Fidandosi di lui, il mondo forse non l’avrebbe tradita. Jacopo le aveva detto un sacco di volte di amarla, di voler stare con lei, che era l’unica, la speciale, la sola.

Doveva accontentarlo.

Virginia abbassò lo sguardo verso il pavimento e si tolse la scarpa destra con la punta della sinistra. Poi ripeté l’azione con l’altra. Era freddo a terra. Ora se ne rendeva conto. Era una normale fredda giornata di marzo. Ma quella non era una giornata normale. Era la giornata in cui il suo rapporto con Jacopo sarebbe diventato un’altra cosa, in cui lei sarebbe diventata qualcun’altra. Non sapeva bene cosa, non riusciva nemmeno a immaginarselo. Ma sarebbe successo qualcosa di travolgente.

Virginia aprì la fibbia della cintura, sganciandosi a uno a uno i bottoni dei jeans.

Jacopo si mise a sedere sul letto, come per avvicinarsi e vederla meglio. Era eccitato ma non voleva darlo a vedere.

Virginia si tolse il maglioncino, rimanendo in canottiera e reggiseno. Era giunto il momento dei pantaloni, anche se non aveva fatto niente di quello che si era prefissata. Nessun ancheggiare per rendere quel gioco sensuale: era troppo impacciata. Come se si stesse spogliando davanti alla dottoressa per una visita generale. Ma ormai non si poteva tirare indietro.

Doveva accontentarlo.

Poi un dubbio la assalì: i calzettoni doveva toglierli? Ma Jacopo non era interessato ai suoi piedi. Lasciò perdere quella domanda e si sfilò la canottiera restando in reggiseno e mutandine. I piedi continuavano a non essere imporCapitolo due Virginia e l’assassino 19

tanti per lui. Poteva benissimo avere una gamba di legno, Jacopo non ci avrebbe fatto caso. Il suo sguardo si muoveva veloce facendo la spola tra il seno e l’inguine.

Virginia mise le mani dietro la schiena, tanto da far risaltare il suo piccolo seno, che Jacopo sembrava apprezzare nonostante non gli avesse mai permesso di toccarlo. Mise le dita sui gancetti e provò a toglierli. Provò perché non riusciva a farlo. Non le era mai capitato, tutte le volte era sempre stato facile. Ma perché adesso quel coso non si sganciava?

«Ti do una mano?» chiese Jacopo, sperando di poter far da solo.

«No. Ce la faccio.» rispose Virginia.

E ce la fece. Ma sganciare un reggiseno è un conto, toglierlo del tutto è un altro. Virginia lo capì quando rimase con il reggiseno aperto sulla schiena ma ben saldo sul davanti.

Poi successe una cosa che cambiò tutto.

Il cellulare di Jacopo sulla scrivania suonò e si illuminò.

Fu automatico per lei voltarsi verso quel piccolo schermo. Apparve un messaggio e Virginia ne lesse il contenuto. Le mie coinquiline non ci sono. Stasera possiamo scopare. Ti aspetto.

Virginia divenne una statua. Niente più luglio, neanche marzo, solo gennaio dentro di lei.

«Che succede piccola?» chiese con aria navigata lui.

«Niente. Ho solo sbagliato tutto.»

Virginia si rivestì in un attimo. Jacopo si alzò e le andò di fronte.

«Ma che ti succede?»

Virginia non rispose, tenendo gli occhi fissi a terra per evitare il suo sguardo. Jacopo non capì finché non lesse il messaggio che gli era appena arrivato.

«Piccola, ti posso spiegare. È uno scherzo. Mi volevano prendere in giro» disse Jacopo sbiancato.

Virginia lo guardò dritto in volto e capì che lui le aveva sempre mentito. I suoi occhi, quel pallore, quel viso contratto come uno colpevole che, pur colto sul fatto, continua a mentire per salvarsi la pelle.

Completamente rivestita, prese in mano il cellulare di Jacopo.

«Che fai? Non vorrai mica romperlo. È costato trecento euro.»

Virginia andò alla rubrica e cancellò il proprio numero.

Poi prese la sua roba e se ne andò senza dire una parola. Jacopo la seguì per tutte le scale, con frasi del tipo “Mi dispiace”, “Non volevo farlo”, “È stato un errore di una volta”. Arrabbiato dal non ricevere risposte, cominciò a insultarla in modi che lei nemmeno ascoltò.

Virginia arrivò al motorino, girò la chiave e spinse varie volte sulla leva di accensione. Quando si mise in moto, partì verso casa.

Si fiondò in camera, con sua madre che la guardò distratta da altri pensieri.

Chiuse a chiave la porta, si sdraiò sul letto guardando il soffitto e sorrise, fino a quando quel sorriso si spense per lasciare spazio a un pianto che le bruciò il petto.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Simone Pattavina
Simone Pattavina nasce a Piombino nel 1981 e sviluppa presto un’ammirazione verso la narrazione, con particolare attenzione agli audiovisivi. Si laurea al DAMS a Bologna e cerca di seguire la strada della scrittura per poi approdare al mondo della fotografia. "Virginia e l’assassino" è il suo romanzo d’esordio.
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