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Vita di Kirkos

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Consegna prevista Giugno 2020

In un futuro non troppo lontano una nube cinerea ha offuscato la terra dopo una sorta di apocalisse scatenata da una serie di incidenti. Sotto di essa l’umanità giace silenziosa, aspettando il momento di ritornare alla vita. Grazie alle macchine, che dopo un evento straordinario tornano in funzione adoperandosi per sistemare le risorse umane rimaste e iniziano la ricostruzione lenta delle poche zone ancora abitabili, l’umanità ritrova una sorta di vita comune. Il tornare alla vita svela, però, esseri umani senza più sentimenti ed emozioni. Dopo un periodo statico in cui le macchine prendono possesso del pianeta risolvendo i problemi pratici e riportando un minimo di civiltà in alcune zone specifiche, le Liste delle cose in cambio create per ridare speranza e voglia di vivere alla gente, inizieranno a diventare l’obiettivo principale degli esseri umani. Il mercato delle Liste delle cose in cambio è gestito da coloro che le forniscono, i Kirkos.

Perché ho scritto questo libro?

Avrei voluto scrivere che cosa succedeva dopo che l’ascensore si chiudeva e Deckard e Rachel scappavano non si sa bene dove. Insomma desideravo vedere ancora e ancora Blade Runner e sognavo di scriverne il seguito. Ma Blade Runner è storia del Cinema, inarrivabile. Nel mio cuore però c’era sempre questa fantasia. 3 anni fa è nato mio figlio, e si è riaccesa una luce sopita da tempo. Con travaglio infinito e molte difficoltà è quindi nato Vita di Kirkos.

ANTEPRIMA NON EDITATA

GRADOZERO

La prima cosa che notavi fissando l'orizzonte, era il colore delle nuvole. Era di un verde smorto, triste, che sembrava non aver voglia di essere osservato.
La landa che si affacciava sottostante era scura, fumosa e senza alberi. Qua e là gli E21 sistemavano i cumuli di vetture ormai dimenticate: portiere di alluminio malleabile ridotte a fondersi una con l'altra formando buffe sfere di composto molle; parabrezza a cristalli speculari proiettanti immagini controverse di vecchi incidenti automobilistici; volanti multifunzionali isterici e poltrone in tessuto rigenerante marcivano serafici, formando colline sparse a decoro del paesaggio. Sarebbero diventati materiale di riciclo urbano, grazie alle macchine preposte al riuso opzionale.
Dovunque si fosse cercato non si sarebbe trovata traccia di cimiteri, né di tombe, cui stare qualche momento fermi a riflettere fissando la foto di qualche caro ormai andato. I corpi, di qualsiasi soggetto senza eccezioni, erano trasformati in combustibile o energia.
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Il sole sembrava più vicino, ma meno autorevole, soffocato tra le esalazioni radioattive sempre presenti. C'era infine un silenzio ambiguo, interrotto soltanto dalla musica di Radio, trasferita nella testa del privilegiato mediante un sensore gassoso, sistemato per l'occorrenza a ridosso del nucleus accumbens. Proprio come duecento anni prima si credeva di poter asportare una soggezione eliminandone la parte del cervello associata, ora si aggiungeva una parte posticcia al tessuto cerebrale per fornirne una considerata privilegiata. Una piccola operazione semplicissima, e potevi ascoltare “Careful with That Axe, Eugene” venti volte di seguito; che tra le altre cose poteva benissimo essere la colonna sonora di quel panorama. Radio era il deejay di O, città prototipo di quella parte del pianeta che una volta era chiamata Europa, e trasmetteva musica speciale a chiunque se la poteva permettere. Radio costava un bel po', ed era forse la cosa più ambita dopo l'Immersione, ma c'erano anche associazioni e cooperative, e volendo si poteva usufruire di qualche suo passaggio a un prezzo accettabile. La musica di Radio ti arrivava dritta nel cervello, e questo cambiava le cose.
Le cose erano cambiate per colpa di un insieme di fattori concomitanti: le cattive politiche ambientali, il protrarsi di guerre spicciole e vane legate alla brama di possesso, oppure di conquiste religiose sempre più irrazionali. In pratica le stesse schifezze di sempre, ma arrivate all'ultimo capitolo.
La mancata lungimiranza delle società avanzate, ottuse fino al parossismo, conquistate dal bisogno sempre impellente della gratificazione materiale e tecnologica, aveva distorto le qualità necessarie all'equilibrio moderno.
Nonostante i segnali di pericolo fossero stati lanciati da più angolazioni e culture, e il tentativo di riassetto venisse mosso sottotraccia da varie fazioni più consapevoli, l'eruzione malata della negazione, l'incuria e l'indolenza degli esseri umani aveva prevalso. Quando, poi, una serie massiccia e ravvicinata d’incidenti mai chiariti, aveva causato alcune importanti fuoriuscite radioattive dalle centrali nucleari dei vari punti caldi del sistema, il panico aveva generato un'ulteriore perdita di quota delle capacità di gestione del pianeta.
Le sommosse derivate da quegli accadimenti, quasi involontarie e inaspettate, rivoltarono e sparpagliarono le persone una sull'altra, eludendo qualsiasi tentativo di fuga da un orrore che nessuno avrebbe potuto prevedere.
Gli ultimi tentativi di riorganizzazione razionale dei territori fallirono mestamente nel pieno della seconda metà del ventunesimo secolo, finché, quasi all'improvviso, il caos coprì come una nube cinerea, l'intero globo terracqueo. Stoccolma, New York, Roma, Londra e molte altre importanti metropoli implosero su se stesse lasciando solchi giganteschi colmi di grida inascoltate e detriti fossili, a monito di sacramento visivo.
Chiunque si fosse fermato a guardare quell'immagine nella sua pienezza, avrebbe capito. L'escatologia del male, inevitabile e quindi raggiunta, era diventata una realtà concreta.
Dovettero passare alcuni anni di buio quasi totale, affinché il sole riuscisse a filtrare in qualche modo sparando i suoi fievoli raggi sui resti crudi del paesaggio logoro. Quello che rimaneva dell'umanità uscì allora dalle tane, riversandosi nelle strade. Qualcosa sembrò riverberare di nuovo dagli occhi dei superstiti, e in qualche modo la vita riprese un suo percorso. Le necessità erano, però, cambiate in maniera irrimediabile. Nessuna forma di governo riuscì più a far breccia nella restante popolazione, come sparita, sembrava la necessità di relegare le proprie virtù a uno scenario spirituale. Quelli che erano rimasti, uniti a gruppi piccoli e disordinati, provarono ad avvicinarsi gli uni agli altri, creando piccole zone di vita comune. Si sorreggevano, con ogni tipo di mezzo conosciuto, grazie alla qualità di un sistema di macchine serventi coordinato e funzionale.
D'altronde l'evoluzione dello sviluppo robotico aveva accelerato le sue scoperte a un punto tale da diventare indipendente. Un solo imponente sistema di gestione bastava a garantire l'efficienza di migliaia di esemplari eterogenei, che venivano dislocati nei punti strategici per ovviare a qualsiasi necessità degli uomini. Le macchine riesumarono l'umanità, gratificandola di nuove strutture urbane rielaborate sulle ossa delle precedenti. Le città furono chiamate giusto con una lettera dell'alfabeto latino. C'erano D, M, Y, O, G e poche altre, sistemate a distanze di sicurezza specifiche rilevate con un algoritmo ideato dalla centrale dominante della vecchia Europa: la DAUBAUM. Pian piano gli E21 presero a sistemare le strade di transito principali, gli ARCHEON costruivano ponti e gallerie, e si occupavano dell'urbanistica delle varie zone ancora agibili. I MATAR K2, successori dei K1, da qualche mese erano stati messi in attività dai vari centri gestionali, con il compito di scovare zone sotterranee di acqua potabile, che era diventato uno dei problemi logistici più rilevanti.
Era l'anno 2084, ottobre. E in questo scenario il pianeta Terra, il cui vocabolo derivava dall'omologo latino, a sua volta originato dal termine Tersa: materia, cioè secca, arida, era diventata davvero asciutta, bruciata, nuda e spoglia.
Stepposa e sterile. Infeconda e gretta. Insensibile e meschina, monotona e indifferente.
Come l'umanità.

SYD

Dalle finestre del complesso residenziale a est dell'arcaica stazione ferroviaria, poco fuori la zona di classe protetta di O, giungevano rumori di sangue. Da alcune poi, dai vetri fracassati e gli infissi anneriti, arrivavano colpi di una luce stentata, come se l'impianto d'illuminazione fosse sul punto di morire. Insieme a quei balbettii di energia un grido soffocato di quella che sembrava una giovane donna, sbucò da qualche parte dell'architettura semi distrutta.
All'improvviso un corpo si mosse e quindi un altro lo seguì, spostandosi scomposto in quel luogo in disfacimento.
-Spacca i denti a questa troia!- pronunciò un tipo dalla faccia tirata e i capelli riccioluti neri lucidi, quasi unti. Questo era un bianco di discendenza Australis dal viso butterato e le spalle larghe di nome Sydney H., Kirkos di secondo Livello della città di O, che in quel momento appariva piuttosto nervoso.
Chi non lo conosceva avrebbe potuto pensare che avesse ingollato una quantità esagerata di merda sintetica del sistema B., oppure mandato giù un po' troppo Logoria d'importazione, ma dalla sua espressione era chiaro che odiava la ragazza, e volesse farla fuori il più in fretta possibile.
-Non facciamoci prendere dai nervi Syd, è merce di Lanegan, se le facciamo troppo male, ci si potrebbe ritorcere contro-.
Save non aveva lo stesso sguardo fisso del suo compagno di giochi, era lì che si sfiorava le dita quasi fosse sulla sua poltrona liquida intento a farsi massaggiare le tempie. Sembrava osservare la scena con distacco. Sapeva bene che doveva prendere una decisione, e magari l’aveva già fatto.
La ragazza intanto tremava terrorizzata, stesa in modo goffo sul pavimento chiazzato del suo stesso sangue. I suoi stivali nuotavano miseramente a vuoto, nel tentativo estremo di allontanarsi il più possibile da quei due.
-È pericolosa Save, dammi retta amico, so bene quello che può fare-.
Syd continuava la sua arringa esagerata. Saltava e fissava la ragazza sbavando accanto al suo socio d’affari, in preda a un’agitazione irritante. Le luci dell'ambiente andavano e venivano, il posto era umido e sulle pareti bluastre s'intravvedevano brecce annose, da cui crepitavano scaglie di una pittura che doveva essere stata, a suo tempo, di ottima qualità.
-Finiscila e andiamoci a bere una cosa al Concrete Island ti sta bene? O devo pensarci io?- minacciò Syd con uno sguardo duro, all'estremo della sua ira.
Allora Save ruotando veloce colpì, picchiando con tutta la forza che aveva in corpo. E il colpo scagliato finì sulla gola. D’altronde un calcio girato è sempre un’incognita. Se avesse bilanciato male l’altra gamba, avrebbe potuto fare un patetico ruzzolone in terra e mancare il bersaglio. In quel caso, invece, il calcio fu a dir poco perfetto, centrando con la velocità di una pala di un EliOne in volo, la strozza di Syd.
Quello rimase un istante basito, guardò la ragazza in terra con una smorfia, arretrò qualche centimetro e toccandosi la gola come se gliela avessero tagliata di netto, crollò poco distante.
-Ora alzati, dobbiamo andare via e di corsa- disse Save alla ragazza.
-Uccidilo! Lanegan lo vuole morto- riuscì a dire quella con una freddezza insospettabile.
Save prese la mano della ragazza tirandola su quasi di peso, avvertendo il suo corpo turbato e caldo, poi schiacciò la testa ancora tremolante di Syd con un colpo secco di stivale spargendola con disordine per la stanza.
E senza chiudere l’uscio, uscirono rapidi nella notte.
Fuori pioveva, erano le quattro di una mattina di ottobre. Il pianeta, nonostante tutto, respirava ancora; emanava un brivido di calore argenteo che sembrava voler seguire i due ragazzi, mentre attraversavano rapidi uno dei sobborghi malfamati di O, accompagnandoli verso un riparo.
Dopo un po' la zona si fece più pulita, le luci dei lampioni erano quasi tutte accese e le macerie addossate di solito alle strade erano sparite. Gli E21 avevano fatto, ancora una volta, un buon lavoro.
Sorpassarono un vecchio edificio color malva e videro l'entrata poco distante della palestra. Lì dentro, ad aspettarli, c’era Lanegan.
Era seduto nel buio di un tavolo del bar. Non era proprio un bar da palestra, c’era il bancone con decine di bottiglie in mostra, le migliori marche e anche un surrogato legale di StarSet, chiamato Logoria.
-Dammene un dito- Save pagò il suo Logoria e si mise seduto di fronte a Lanegan, dalla parte della luce. Poggiò il braccio sinistro sulla rifinitura rococò del lungo schienale dietro di lui, mentre con la mano destra giocava col bicchiere.
-Allora com’è andata?- domandò quasi distratto Lanegan, con una voce di caverna.
Alle loro spalle c’era la ragazza, seduta al bancone, con la minigonna sgualcita e le calze smagliate. Aveva la frangetta scombinata, un segno sullo zigomo destro e del sangue rappreso ai lati della bocca. Niente di grave insomma.
-E’ andata. Non ho più un socio, quindi devo trovarne in fretta un altro- lo informò Save.
-Non sarà un problema per te- ribatté l'altro.
Lanegan nella penombra davanti a lui sembra avere una maschera nera sulla faccia. Il suo sguardo era nascosto da un viso che non voleva mostrarsi: era gretto, scavato e pieno di rughe, come un disco di vinile.
-Forse hai ragione, ma non si sa mai, sai come vanno queste cose. Non avere un socio affidabile che ti guarda le spalle, è come essere un pivello- rispose Save.
-Ma tu non sei un pivello, sei il miglior Kirkos sul mercato e lo sai bene. Fra qualche giorno se non avrai trovato chi fa al caso tuo ti manderò qualcuno dei miei- propose Lanegan accendendosi una Masterblu.
-Preferisco fare da me- ribadì secco Save.
-Come vuoi, ti sono in debito allora- Lanegan parlava con un accento arcaico, la sua bocca nella penombra sembrava mangiarsi le parole mentre le riproduceva. I suoi occhi neri, severi, luccicavano.
-Grazie ma non devi sdebitarti oltre, mi hai già pagato abbastanza- continuò Save, piuttosto contrariato dall'insistenza di Lanegan riguardo quel suo problema.
-Ci vediamo allora- concluse quello alzandosi e stringendogli la mano.
Save si diresse verso l'uscita lanciando un ultimo sguardo alla ragazza bionda seduta al bancone, la stessa che qualche minuto prima avrebbe dovuto ammazzare a calci. Mentre sorpassò la porta del bar, come colpito da un ricordo improvviso, si girò a chiedere a Lanegan -che cos’è poi quella storia del suicidio?-.
Quello girò la testa dall’altra parte, come se non volesse essere guardato, e rispose -ci vediamo al locale di Niccheiv fra un paio di settimane, lì ti spiegherò tutto con calma-.

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Alessio Cassini
Una sera in macchina ascoltavo "Dazed and Confused" e mi dissi che avrei fatto lo scrittore, avevo 19 anni e avevo solo scritto qualche breve racconto a quel tempo. Nella testa avevo le immagini perfette di "Blade Runner" e la musica, tanta musica. C'erano con me Cobain e gli Iron Maiden, Michael Hutchence e gli Zeppelin, Dick e Ballard, Schiele e Gabriel von Max, Jan Saudek, Strindberg e la Scandinavia, mia madre e molto altro. Da quella cornucopia ho estratto idee per riviste, fanzine, giornali, e poi anche un romanzo per Manni Editore nel 2005, "l'Ultimo Libro". Mi strizzavo, come uno straccio passato su un pavimento molto sporco e uscivano fuori le idee, corrotte, per le mie cose. Poi, nel 2016, è nato mio figlio e ho aperto un'altra porta, la più incredibile, che mi ha regalato il coraggio e chiesto la tenacia per completare "Vita di Kirkos". Il mio "Blade Runner"...
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