Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Vita di Miranda

Svuota
Quantità

È il 17 novembre del 1907, l’arrivo nel mondo della piccola Miranda è annunciato da una lettera di Cristina al suo fidanzato: “Quando la mamma è rincasata, solo un’ora fa, ci ha dato la notizia che si attendeva da tanto: i conti Vallardi Malaspina sono stati allietati dalla nascita di una piccina… Post scriptum le hanno dato un nome ben strano, si chiamerà Miranda. La mamma sostiene significhi creatura da ammirare”.

Comincia così l’avventura di una bambina fortemente desiderata e molto amata. Intorno a lei ruoteranno personaggi diversi tra loro, alcuni appartenenti all’aristocrazia, altri al popolo. Da ognuno di essi, Miranda saprà distillare gli insegnamenti necessari allo sviluppo della sua personalità, la quale non tarda a rivelarsi determinata e per nulla disposta alla cieca obbedienza richiesta alle signorine del suo rango. Grazie anche al suo precettore, il Maestro Armando Sileni, liberale convinto, la ragazza riuscirà a esprimere la propria essenza anticonformista e, soprattutto, contraria agli obblighi dettati dal Fascismo. Lo scorrere degli eventi la vedrà, prima, spettatrice inorridita di crudeltà indicibili, poi, appassionata partecipante alla lotta partigiana.

I

Quella sera Achille Fassi, ciabattino di buona indole e cervello fino, disse a suo figlio Angelo di precederlo a casa e sprangò l’inferriata della sua bottega un po’ nascosta al passaggio, come aveva sempre fatto negli ultimi venticinque anni. Dopo un lungo sospiro e una veloce sistemata al berretto floscio, alzò il naso verso il cielo.

Stelle a milioni stasera, non c’è che dire… quando ti ci metti le sai fare bene, le cose!— bofonchiò con un abbozzo di sorriso ironico. Soddisfatto di sé, della giornata e di quel bestione di suo figlio, gran lavoratore, pregustando la zuppa calda che la sua Rosa aveva certamente già tolto dal fuoco, Achille s’incamminò senza fretta, gli occhi fissi sulle scarpe che a ogni passo gli rivelavano un dettaglio diverso ed esaltante: la forma, il lucore, le sfumature di colore che tanto amava: — Bel lavoro, vecchio! Bel lavoro!

I suoi vestiti potevano anche essere logori, di sicuro fuori moda, ma le scarpe no. Di quelle aveva cura personalmente, ogni giorno. E se Achille Fassi aveva cura di qualcosa, si poteva star sicuri che nulla sarebbe intervenuto a turbarne l’integrità.

La porta di casa si aprì pesante sotto la sua spinta e gli bastò un attimo perché il suo cervello registrasse che qualcosa non girava per il verso solito: il tavolo era ancora un tavolo, e non un desco. Uno dei preziosi centrini regalati a Rosa da una paziente che trascorreva intere giornate con il tombolo sulle ginocchia, sembrò rivolgere all’uomo un’occhiata arcigna di vittoria. Achille e quei “raccogli lerciume”, come li chiamava lui, avevano instaurato da tempo una tacita battaglia; egli non riusciva proprio a spiegarsene l’utilità: “Ché, un vaso di fiori non è capace di sostenersi da sé?” era una delle frasi preferite del suo repertorio.

Piantato in mezzo alla stanza stava Angelo, che scoccò a suo padre uno sguardo interrogativo. Non c’era un gran bisogno di dialogo tra quei due. Erano della stessa pasta: poche parole al mondo, molte a se stessi.

La lampada a gas che pendeva dal soffitto era l’unica fonte di luce, mentre avrebbe dovuto esserci il bel fuoco vivo e soprattutto avrebbe dovuto esserci sua moglie con i piatti pronti per essere riempiti.

Dov’erano finiti tutti?

Era normale che Roberto non fosse ancora rincasato, a quello era aduso: il sedicenne scatenato, che il Caso aveva voluto mandargli per figlio, doveva essere in giro a far bisbocce con i compari, poco ma sicuro. Ma gli altri?

Si spalancò la porta e, spinta da una folata di vento, avvolta in uno sciarpone di lana beige, fece il suo ingresso Cristina, terza figlia di Achille e Rosa, al mondo da diciotto anni ma curiosa e affamata di sapere come se ne avesse due. Con le mani a coppa davanti alla bocca, alitando per scaldarsi, fece scorrere lo sguardo dal padre al fratello, e poi di nuovo al padre. Aveva occhi veloci, Cristina, scuri come le castagne, vivissimi di curiosità e caldi d’affetto. Un viso minuto e delicato, il naso cesellato e la bocca facile al sorriso o al broncio; come suo padre si perdeva raramente in chiacchiere inutili.

Continua a leggere
Continua a leggere

La giornata di Cristina si articolava in modo abitudinario, ma il suo vero talento era scorgere un tocco d’incanto nel concatenarsi degli eventi. Credeva fermamente che nulla avvenisse per caso, ed era, questa sua sicurezza, fiamma inestinguibile della quale si alimentavano lunghe discussioni con suo padre. Ella sosteneva, ad esempio, di dovere all’incanto la vicinanza di un ragazzo come Alberto, suo fidanzato e unico figlio del tipografo più famoso del quartiere. L’atmosfera anarchica che Alberto aveva respirato fin dalla più tenera età, la si doveva proprio a suo padre. Il buon Beppe, infatti, tra la stampa di un volantino sovversivo e l’affissione di un annuncio mortuario, aveva partecipato attivamente ai moti insurrezionalisti di fine Ottocento, e la sua delusione era stata autentica quando una soffiata aveva causato l’arresto di Andrea Costa, nell’agosto del 1870. Ancora peggio si era sentito pochissimo tempo dopo, ai Prati di Caprara, quando gli attesi compagni romagnoli non si erano fatti vedere neanche da lontano.

Peccato davvero per quella notte!— mormorava con sguardo triste, da sotto in su, a chi poteva capire di che diamine stesse lamentandosi.

Prima di appendere l’ideale al chiodo, tuttavia, era riuscito a regalare alla Causa ben due dita della mano sinistra, l’indice e il medio. Se li era onorevolmente stritolati nel tentativo di sollevare un carro impantanato: il cavallo era riuscito a muoversi in avanti, la ruota a girare e lui a lanciare un urlo così potente da guadagnarsi gli sguardi ammirati dei compagni presenti.

Era riuscito con pieno successo a trasmettere al figlio Alberto la sua tendenza fortemente anarchica e il suo desiderio di giustizia e di uguaglianza, insieme al colore degli occhi: una gradazione di celeste che pareva presa in prestito all’acqua turbinante dei torrenti. Occhi che guardavano lontano, e che sapevano accarezzare un viso quando il caso lo richiedeva.

Era principalmente dello sguardo del ragazzo che Cristina si era innamorata, all’età di dodici anni, nel preciso istante in cui lui si era permesso di lanciarle contro una palla di neve, colpendola in pieno naso. Assecondando la sua indole appassionata, le era parso un preciso dovere avventarsi contro lo sconsiderato. Ma aveva incontrato quegli occhi, che in quel momento esprimevano un misto di sorpresa e mortificazione, e da allora non si erano più lasciati. Lanciare palle di neve in due sarebbe stato molto più divertente.

Alberto non aveva più la mamma. Quella bella ragazza che nel suo abito da sposa gli sorrideva dolcemente da una fotografia, l’unica in suo possesso, era morta dandolo alla luce. Molti erano i bambini nelle sue stesse condizioni e come loro, anche Alberto avrebbe preferito non dover crescere senza una mano da stringere mentre passeggiava mangiando un gelato, senza qualcuno che a gran voce lo richiamasse in casa dai suoi giochi in piazzetta. Suo padre l’aveva pasciuto a pane e manifesti, con qualche occasionale pacca sulla spalla e un buffetto sulla guancia riservato alle grandi occasioni. Nel ragazzo si era perciò radicata l’inconsapevolezza del vero contatto umano, dell’appoggiarsi a un altro essere che emanasse calore. Questo nonostante il suo cane, Pallo, di calore ne avesse emanato a non finire per quindici lunghi anni di vita, accompagnando Alberto con il suo ansimare felice lungo tutta l’infanzia, sia che questa si svolgesse all’interno della piccola casa sia che si scatenasse nei giochi all’aperto. Non era stato sufficiente, però, e quando Cristina, per la prima volta e con un ardire inaspettato, gli aveva preso la mano, il primo istinto del ragazzo era stato quello di ritirarla bruscamente, lasciando la povera bambina molto delusa. La piccola Fassi aveva allora capito, con la semplicità e la spaventosa tenacia dei bambini, che Alberto andava aiutato. Aveva preso a trattarlo come una delle sue bambole preferite, troppo fragile per essere strapazzata e bisognosa di delicatezza e attenzione particolari. La fiducia e l’affetto trasmessogli dalla ragazzina avevano pian piano scalfito la precoce scorza del giovanotto, gettandola infine alle ortiche.

E con lo stesso affetto e un’ombra di divertimento, Cristina guardava in quel momento padre e fratello, imbambolati in mezzo alla stanza vuota. Sorrise.

II

La mamma è dai Conti, l’hanno chiamata questa mattina verso le undici. La Contessa è al termine— annunciò la ragazza con una certa trepidazione.

Era ora!— fu il commento stizzito di Achille: il suo povero stomaco protestava per la fame.

Quella mattina, in effetti, nella Sala delle Tele di Palazzo Vallardi Malaspina, la contessa Paola Lavinia aveva sentito vacillare la propria imperturbabile alterigia ed era scesa a patti con la sua umanità, determinando un moto di sorpresa nel marito, intento a rifinire sulla tela le pagliuzze dorate dei suoi occhi nocciola. Con un semplice dilatarsi delle pupille e una mano delicatamente poggiata sul ventre ormai tesissimo del nono mese di gravidanza, si era profusa in un breve ma accorato “Oh!”, accasciandosi sulla chaise-longue che la ospitava per la posa.

Il conte Gaetano Maria, Tanone per gli amici più intimi, Mio caro per sua moglie, aveva, senza tanti complimenti, lanciato per aria il sottilissimo pennello ancora intriso di colore e si era precipitato ai piedi dell’amata consorte.

Mio caro— aveva sospirato la donna — chiama la mamma Rosa… credo sia giunto il momento. Dille di…— ma il Conte già si scapicollava per i corridoi, lasciando non udita la fine della frase. Completamente dimentico della presenza di un campanello in ogni stanza, che avrebbe concretamente risolto il problema senza troppe angosce, il conte Tanone urlava a squarciagola il nome di Emilio, primo maggiordomo del Palazzo e secondo figlio di Achille e Rosa. — Emilio! Emilio, boia d’un mondo! Emilio, dove sei?

Qui, Signor Conte! Signor Conte! Ma cosa succede? La signora Contessa si sente male?—. Il giovane aveva fatto capolino da una delle stanze non lontane dallo studio.

Corri, Emilio, come il vento! Chiama la Rosa, vai! La Contessa ha le doglie! E fai presto! Prendi un cavallo, se serve!

Signore, corro. State tranquillo, la mamma ha con sé la bicicletta! Tornate dalla signora Contessa e accompagnatela nella sua camera, fatela stendere sul letto! Pasquina! Pasquina! Metti dell’acqua a bollire e prepara strofinacci e pezze calde! Pasquina, sbrigati, per amor del cielo!

Pasquina, la domestica più giovane e sbadata di Palazzo Vallardi Malaspina, aveva impiegato un minuto buono a capire di cosa stesse cianciando quel matto trafelato, ma una volta chiaro il suo compito aveva messo, anche lei, le ali ai piedi.

Mentre la fronte della contessa si imperlava di sudore e lei prendeva coscienza di non aver mai sofferto in tal guisa, l’intero Palazzo si trasformava in un formicaio. Una folla di domestici si affrettava di qua e di là, ognuno indaffarato a partecipare all’evento tanto atteso, come se senza quel turbinio d’impegno ci fosse il pericolo che qualcosa andasse per il verso sbagliato. — Brrrr…— rabbrividiva Pasquina al solo pensiero, dando inizio a una sequela personale di preghiere affinché la contessa non avesse a morire nel dare alla luce il piccolo.

La signora non morì. Sopportò con eroica pazienza le dodici ore di travaglio che il destino aveva in serbo per lei e ascoltò ogni singola istruzione di mamma Rosa: spinse quando c’era da farlo, respirò forte quando fu necessario. Tra una contrazione e l’altra fu perfino capace d’indirizzare uno sguardo di gratitudine verso Cristina, presente anche lei per aiutare.

Il Conte, nel frattempo, aveva cercato ristoro in un bicchiere di cordiale, trascurando risolutamente il fatto che il liquore fosse prerogativa delle dame in procinto di svenire. Aveva misurato a lunghi passi nervosi l’anticamera di quella che era adesso una sala parto, passato e ripassato le mani nei folti capelli ondulati; ma appena compreso realmente che nulla sarebbe più stato come prima, aveva avvertito qualcosa di molto simile a un capogiro e si era arreso alla ricerca di una poltrona. Lasciandovisi cadere sopra, aveva acceso un sigaro e si era dedicato all’estatica osservazione di uno dei suoi quadri preferiti, posto sulla parete a lato della toilette in stile floreale di sua moglie. Occhi di Paola Lavinia in un giorno di sole era il titolo che aveva egli stesso scelto per uno dei suoi capolavori. Appena il suo impegno di Deputato del Regno glielo concedeva, infatti, amava scegliere uno scenario adatto, preparare tele e colori, modulare la luce e accompagnare la sua amata a prendere parte all’incanto, baciandole dolcemente la mano e pregandola di guardarlo come solo lei sapeva fare. Era così che cominciava tutti i suoi quadri, e il soggetto era sempre il medesimo: lo sguardo della donna della sua vita. Solo quello, nudo di altri particolari.

Quasi non si accorse del passaggio di Cristina, rispedita a casa dalla madre per sfamare il resto della famiglia. L’attesa fu rotta all’improvviso da un urlo lacerante e il suo cuore coraggioso mancò un battito; qualche secondo dopo, il pianto di un bambino riempì la casa e i suoi pensieri, e lui balzò in piedi. Fermo come una statua di marmo, bianco come un lenzuolo di lino. Era da poco passata la mezzanotte, era il 17 novembre 1907.

III

I componenti della famiglia Fassi, ora seduti intorno al tavolo mentre Cristina finiva di cuocere la zuppa, erano stranamente silenziosi. Ognuno immerso nei propri pensieri, ma tutti accomunati dalla curiosità: cosa stava succedendo a Palazzo? La piccola Margherita, tre anni e guance rosse come le fragole mature, cullava la sua inseparabile Dada; Lorenzo, penultimo figlio di Achille e Rosa, bimbo di “ormai cinque anni e mezzo”, come amava definirsi, guardava il fuoco ardere e si chiedeva se presto avrebbe avuto un nuovo amichetto al quale insegnare l’arte del lancio delle biglie. Roberto e Angelo, seduti rispettivamente al lato destro e a quello sinistro del padre, bersagliavano la povera Cristina con le loro domande.

Ma la mamma sa se è maschio o femmina? E come lo chiameranno? Lo potremo vedere anche noi?

Calma ragazzi!— rise Cristina agitando il mestolo. — La mamma pensa sia una femmina, per via della pancia tonda… ma non si sa per certo—. L’idea della pancia tonda gettò Angelo in una specie di stupore catatonico. Nonostante i suoi ventitré anni suonati, non ne sapeva molto di donne e fatti della vita; certo, le cose fondamentali non gli erano sconosciute, ma era talmente timido, impacciato e taciturno che dentro di sé dubitava fortemente di riuscire a crearsi una famiglia tutta sua e, di conseguenza, determinare se la pancia di sua moglie sarebbe stata tonda, oppure… oppure? —Ma la pancia è sempre tonda! — pensò ad alta voce.

Va bene, va bene— tagliò corto Cristina. — Quando torna la mamma vedremo. Avanti, i piatti. Margottina, metti via Dada, ché si mangia—. La piccola depose l’adorata bambola sulla vecchia poltrona vicino al focolare, dove Achille soleva finire le sue giornate fumando la pipa di schiuma e leggendo l’ultimo numero del Corriere Scientifico. Era, la piccola e vissuta Dada, un regalo di Achille e Rosa alla figlia minore: il corpo, i capelli di lana gialla e i vestitini azzurri erano stati imbottiti e tessuti da Rosa, ma il lucente paio di scarpine perfettamente risuolate che calzava era orgogliosa opera del capofamiglia. — È l’unica “dadina” che non soffrirà il freddo in inverno!— aveva detto Achille a una Margherita di appena un anno, mettendole in braccio la bambola. L’inizio di un grande amore.

Notte, ormai 17 novembre 1907

Amore mio,

questa sì che sarà una giornata da ricordare! Ti scrivo mentre gli occhi mi si chiudono per il gran sonno, ma l’agitazione è ancora tanta. E la felicità le fa compagnia da molto vicino.

Quando la mamma è rincasata, solo un’ora fa, ci ha dato la notizia che si attendeva da tanto: i conti Vallardi Malaspina sono stati allietati dalla nascita di una piccina. La mamma dice che è rosa e tranquilla come pochissimi altri neonati! Il parto della Contessa non è stato facile e per un po’ ho assistito la mamma per aiutarla, ma tutto è andato molto bene alla fine. È bello sapere che una nuova vita comincia oggi, non è vero?

So bene che non sei legato ai Conti come lo siamo noi, so anche che l’aristocrazia ti da il mal di pancia, ma anche tu sarai felice di questa notizia, ne sono sicura.

Quanto è successo mi fa sentire di più la tua mancanza. Conto i giorni che ancora devono trascorrere prima che ti possa di nuovo vedere! Quanti ancora? A che punto sono le tue ricerche? Scrivimi di quello che fai, delle persone che incontri e delle loro idee. Sai bene quanto io sia curiosa! E torna presto, amore mio, qui non è bello se non ci sei.

Tua sempre, Cristina

Post scriptum: i Conti hanno dato alla piccina un nome ben strano, si chiamerà Miranda. La mamma sostiene significhi “creatura da ammirare”.

IV

Tre anni più tardi, nel bel mezzo di un pomeriggio d’autunno eccezionalmente mite, due occhi verdi come i prati di maggio fissavano attoniti i movimenti eleganti del conte Tanone, intento a festeggiare il compleanno del suo piccolo tesoro con un evento molto particolare: l’ultima pennellata al quadro intitolato La luce delle candele gioca con Paola e Miranda. La bimba era dunque entrata in quel mondo fatato di sguardi e colori che erano i dipinti di suo padre.

Non era stato affatto semplice convincerla a star ferma per tutto il tempo necessario all’opera, e la contessa aveva più volte tentato di far capire al suo sposo che si trattava, in fondo, di una creaturina troppo vivace per obbedire devotamente all’ispirazione dell’artista.

L’unica cosa che pareva averla convinta erano state le parole di Cristina, spesso presente a Palazzo in veste di compagna di giochi: — Il papà sta creando una magia! Restate per un po’ ferma a guardarlo, Contessina— le aveva detto dolcemente — e vedrete come vi piacerà!

La piccola Miranda si era fidata e ora, appollaiata sulle ginocchia di sua madre, il luogo più sicuro al mondo, attendeva con ansia e insospettabile pazienza che la magia promessa le venisse svelata.

Ecco mie care,— annunciò un conte soddisfatto — ora potrete darmi il vostro giudizio!

Le signore si alzarono, l’una alta e flessuosa, l’altra paffuta e trotterellante, e lo raggiunsero.

Ho inteso rendere questa lieve ombra sulla vostra sinistra, in modo da far risaltare la sorpresa del colore dei vostri occhi…— spiegò pazientemente l’artista.

Mio caro, come sempre riesci a farmi emozionare— sospirò la donna con una mano poggiata lieve sulla spilla di opale appuntata sul corpetto. — Ma vediamo le impressioni di questa nuova protagonista!—. Così dicendo volsero entrambi la loro attenzione di genitori innamorati a quel cespuglio di riccioli castano chiaro accanto alla tela.

La bimba si mostrò da subito perplessa, come se non comprendesse la compiutezza del dipinto. Guardava quegli occhi sulla tela e le pareva senz’altro che mancasse qualcosa.

I Conti si divertirono a osservarla mentre tendeva la manina al quadro per portarsela subito dopo al viso e assicurarsi di avere ancora un naso e una bocca, sebbene suo padre non si fosse preso la briga di ricrearli con il pennello.

Si mostrò soddisfatta solo quando sua madre giocò a nascondersi naso e labbra con una mano, per mostrarle cosa in effetti avesse colpito l’attenzione del pittore. Lo fece anche lei, ridendo, comunicando ancora una volta con quella bellissima signora nel loro esclusivo linguaggio muto, che tanta forza dava alla loro intesa.

Ma lo sguardo della contessa si adombrò, come sempre da quando era sorto in lei e nel marito il tremendo sospetto che la piccola non fosse del tutto normale. Una mano si mise allora lieve sulla sua spalla: — Mia cara, non temere, sai cosa pensano i dottori. Non ne ha ancora voglia, ma un giorno ci sorprenderà.

Sì, certo, sì. Sarà senz’altro come dici tu.

Miranda aveva un problema. Il suo pianto era cristallino e forte, la sua risata faceva sobbalzare il canarino giallo nella gabbia di ottone lucido, ma nulla che somigliasse a un suono articolato aveva sinora allietato quella grande casa.

Il corteo di medici, professori e cerusici richiamato dai Conti preoccupati, aveva dato voce a diagnosi identiche: l’apparato fonatorio della piccola era in perfetto ordine, nulla che mancasse all’appello, nulla che evidenziasse difformità o infezioni. Era probabile che si trattasse di un semplice, lieve ritardo.

La sentenza più brillante era stata enunciata da Achille, con voce perentoria e sguardo tenerissimo: — Ma cosa volete che abbia, quest’uccellino! Ché, secondo i signori, quegli occhi lì non parlano già abbastanza?

Dal canto suo, Miranda si limitava ad ascoltare con la massima attenzione tutto quello che intorno a lei veniva detto, sussurrato e forse anche solo pensato. La sua concentrazione raggiungeva poi livelli altissimi quando era il momento di osservare. Nulla le sfuggiva e se avesse voluto parlare, avrebbe raccontato le miriadi di diverse espressioni dei visi che la circondavano. Le riconosceva tutte e si comportava di conseguenza a tutte.

Ce n’erano alcune che preferiva: quella di sua madre quando un ricamo risultava particolarmente accurato e riuscito, quella molto peculiare di suo padre mentre ascoltava musica fumando un sigaro, ma più di tutto amava il viso di Cristina quando le raccontava le bellissime favole del principe Alberto e le diceva quanto fosse bello e gentile e forte.

Con tutto quello che c’era da ascoltare, guardare, conservare nella memoria, di certo non era il caso di perdere tempo in parole.

Ciò che la bimba vide quella sera, per esempio, avrebbe avuto un forte effetto sulla sua fantasia. Il suo primo incontro con la morte era fissato per quel giorno, sebbene nessuno avesse avuto la delicatezza di avvertirla.

All’imbrunire, vestita di tutto punto, con il suo bel nastro verde tra i capelli, le scarpine di lucidissima vernice nera e all’indice della mano sinistra l’anellino nuovo di zecca, Miranda prese posto tra mamma e papà nella prima fila di poltrone al Teatro Olympia.

Il Circo Equestre Villaud prometteva meraviglie già dal variopinto cartellone pubblicitario e i Conti non avrebbero mai permesso che la loro piccina perdesse una tale occasione di divertimento.

Mentre beveva con gli occhi quelle danze colorate e si stupiva dei cavalli in grado di stare su due zampe proprio come lei, ecco che arrivò una bellissima acrobata in sella al suo elegante destriero bianco. Il sorriso della ragazza catalizzò subito l’attenzione di tutto il pubblico e il suo giro di saluto fu accolto da un applauso ricco di aspettativa.

Iniziò subito a esibirsi in esercizi di grande abilità circense dai quali traspariva la forte intesa con l’animale. Questo la assecondava in ogni movimento, in ogni capriola. E gli applausi scrosciavano con sempre maggiore entusiasmo.

Quel che doveva accadere, successe nel giro di pochi secondi: la ballerina in piedi sulla sella, le braccia aperte a mantenere l’equilibrio, un sorriso da palcoscenico ben stampato sulle labbra. L’impennata fu repentina, assolutamente imprevedibile. Ella si ritrovò per aria, senza capire come, e chi assistette alla tragedia giurò che il tempo si fosse dilatato: il tonfo sordo, il rumore di un uovo che si rompe, quella creatura così leggiadra per terra immobile, le braccia spalancate e lo sguardo fermo al cielo. In un primo momento ci fu il silenzio dei momenti più solenni, ma poi in tanti scattarono in piedi e in tanti urlarono.

Miranda restò seduta, con tutti i sensi concentrati su quella figurina immota sul pavimento, nell’attesa che si rialzasse e lo spettacolo così bello ricominciasse. Ma quando una donna seduta appena dietro di lei urlò più forte delle altre, si portò le manine alle orecchie e chinò il capo.

Ciò che sua madre le spiegò dolcemente, mentre, dopo averle protetto le spalle con la mantellina di lana verde, la riportavano a casa in carrozza, fu facile da capire: — Amor mio, quella bella signorina si è rotta come una bambola, ma un bell’angelo è già sceso dal cielo per portarla via con sé, nel posto dove tutte le bambole vengono guarite.

Miranda la guardava con occhi grandi e lucidi, annuendo. Diede anche uno sguardo a suo padre che, seduto di fronte a loro due, sembrava il più colpito dall’episodio.

Per lunghissimo tempo, la mente di Miranda restò fedele alla bizzarra teoria elaborata quella sera: le persone non morivano, semplicemente si rompevano.

V

La sera del 30 settembre 1912, il portone di Palazzo Vallardi Malaspina si aprì per rivelare uno spilungone sorridente e molto imbarazzato, fradicio dalla testa ai piedi.

Il maestro Sileni Armando, di anni trenta, scapolo, aveva avuto la cattiva fortuna di beccare in pieno il primo acquazzone autunnale di quell’anno.

Buona sera, buon uomo,— disse a Emilio che lo guardava con una punta di perplessità — sono stato quivi convocato dal conte Gaetano Maria Vallardi Malaspina per avere l’onore di impartire alla sua figliola i primi rudimenti d’insegnamento—. Così dicendo, tutto compiaciuto dalla sua stessa proprietà di linguaggio, aveva tirato fuori dalla borsa scurita dall’acqua la lettera di convocazione per mostrarla al maggiordomo.

Quando Emilio gli fece cenno di entrare, facendosi da parte, il maestro Sileni avanzò nell’enorme androne del Palazzo. Completamente dimentico di essere una spugna non strizzata, seguì Emilio a naso per aria, beandosi di tanta magnificenza e lasciando dietro di sé numerose piccole pozzanghere che più tardi avrebbero fatto infuriare Pasquina.

Vi prego di attendere qui, signore, mentre avverto il signor Conte del vostro arrivo— gli disse Emilio aprendo la porta della biblioteca e invitandolo a entrare.

Perdinci, buon uomo! Fate pure con calma! Potrei aspettare qui dentro per tutto il resto della mia vita!— era stato il commento del maestro.

Il maggiordomo lo guardò sbattendo le ciglia in segno di stupore: mai nessuno aveva usato quel tono a Palazzo! Chinò la testa e chiuse la porta dietro di sé.

Chissà, forse il Conte ha commesso un errore: non credo sia la persona adatta a istruire la piccola! E poi cos’è quel buon uomo? Buon uomo a chi? Ne vedremo delle belle!

Salendo lo scalone di marmo che portava al salottino, Emilio bofonchiava, detestando anche solo il pensiero di dover interrompere l’infervorata discussione musicale che suo padre Achille e il signor Conte stavano intrattenendo in quel momento.

Molti, tra gli appartenenti all’aristocrazia cittadina, si erano scandalizzati per quell’amicizia inconsueta tra un loro pari e un ciabattino, ma i due protagonisti del pettegolezzo non se n’erano mai curati.

Achille Fassi era entrato a far parte della ristretta cerchia di conoscenze di Palazzo Vallardi Malaspina decenni prima che il Conte potesse fare affidamento sui baffoni e i favoriti, che ora sfoggiava fiero.

Era stato il carbonaio addetto al riscaldamento del Palazzo e, lì dentro, i camini e le stufe sembravano non finire mai. Se a ciò si sommavano il pressoché inesistente senso di soggezione che la nobiltà aveva sempre suscitato in lui e l’irrefrenabile voglia del giovanissimo Conte di scambiare due chiacchiere con chiunque vivesse la vita fuori da Palazzo, il gioco era fatto. Il Conte, di natura per nulla liberale in quanto a semplici conoscenze o salde amicizie, si era ritrovato a considerare quell’uomo, sempre curvo sotto le gerle di carbone e nero di fatica, una delle persone più degne di rispetto mai conosciute.

La sera dell’arrivo del maestro Sileni, stava illustrando a un Achille ammirato il miracolo nascosto dentro la Pastorale di Beethoven: la potenza di quel temporale furioso, il fragore del tuono, il riaprirsi del cielo e le gioiose danze dei contadini.

Con gli occhi al cielo, Emilio bussò.

Prego, avanti— disse il Conte, restando comodamente seduto sulla sua poltrona.

Perdonatemi, il maestro Armando Sileni vi attende al piano di sotto, in biblioteca.

Mio caro Achille, temo che la nostra amabile conversazione dovrà essere rimandata— commentò il padrone di casa al suo ospite. — Aspettavo il nuovo precettore solo domattina, ma è evidente che qualche ragione deve avergli fatto anticipare il viaggio sin qui.

Achille si alzò, rivolgendogli un aperto sorriso. La sua esperienza e la profonda conoscenza del Conte gli avevano suggerito quali fossero i reali pensieri celati da quel modo di fare diplomatico.

Non dovete assolutamente preoccuparvi. Avremo tempo e, del resto, sono molto curioso di sapere come va a finire.

Sfilarono fuori dal salottino della musica, il Conte, Achille e in ultimo Emilio, soffermatosi un attimo in più per rimettere al suo posto la puntina del grammofono.

La porta della biblioteca si aprì e l’uomo, che davanti a una parete colma di libri fino al soffitto affrescato stava sfogliando un volume antico di duecento anni come se tenesse in braccio un delicatissimo neonato, fece un balzo e si voltò di scatto.

Buonasera, maestro Sileni, sono il conte Vallardi Malaspina e vi do il benvenuto a Palazzo.

Oh! Vostra Eccellenza perdonerà il mio anticipo, spero. Circostanze particolari mi hanno costretto a disturbare prima del previsto—. Rosso in viso e con un inchino che mise in primo piano una chioma incredibilmente ricciuta, il nuovo arrivato salutò il padrone di casa.

Ripeto che siete il benvenuto. Non vi nascondo la mia meraviglia nel trovarvi disponibile in questo periodo: con la maggior parte degli uomini al fronte, ho temuto di dover ripiegare su un’istitutrice—. Il Conte stava indagando, e il buon senso gli suggeriva di mascherare da sollievo la propria curiosità.

Sono stato in fila per giorni presso gli ambulatori medici di reclutamento, sperando di essere idoneo a partire per la Cirenaica insieme a mio fratello— spiegò il maestro. — Sembra però che vi sia una falla nel mio cuore. Nulla di grave, grazie al cielo, non dovrete preoccuparvi per me— si affrettò quindi a tranquillizzare un Conte per nulla preoccupato. — Ciò è bastato, però, a farmi recapitare una cartolina su cui poche, inequivocabili parole mi annunciavano l’impossibilità di essere parte dell’espansione dell’Impero.

Il maestro Sileni, le cui tendenze antimonarchiche e antimperialistiche erano ben note a chi lo conosceva meglio, rispolverò la propria attitudine alla recitazione, nella forte speranza di convincere il Conte del dispiacere legato all’accaduto.

Il conte Tanone scelse di credergli e si concentrò nuovamente sul vero motivo della presenza a Palazzo di quella strana figura d’uomo.

Bene, vi prego di prendere posto sulla poltrona di fronte alla mia, maestro. È necessario che siate messo a parte della condizione particolare con la quale dovrete misurarvi— disse sedendosi vicino al fuoco e lisciandosi il baffo destro, com’era solito fare nei momenti meno piacevoli.

Sono a vostra disposizione— replicò il maestro, e con andatura balzellante si diresse verso il suo sedile.

Orbene, siete stato convocato qui grazie alle ottime referenze fornitemi sul vostro conto da gentiluomini a me vicini, che hanno avuto modo di apprezzare il vostro operato— cominciò il conte.

Troppo buono, è per me un dovere riuscire a sodd…

Devo pregarvi di non interrompere il mio discorso fino alla fine— si intromise il Conte, con uno sguardo che fece raggelare il sangue nelle povere vene del maestro.

Con un brevissimo cenno di assenso, il maestro si preparò a tenere la bocca chiusa per un po’.

Le vostre referenze, dicevo… Temo, però, che sia qui richiesta una maggiore delicatezza. Vedete, la contessina Miranda, che incontrerete domattina alle dieci, come precedentemente concordato, è una piccina molto vivace e intelligente. Spesso penso che sarebbe perfettamente in grado di comprendere i temi di un Consiglio di Deputati Reali, nonostante i suoi soli cinque anni. Cinque anni neanche finiti, per inteso!— Il Conte aveva smesso di lisciarsi il baffo: tessere le lodi della figliola era uno delle attività che più lo appassionavano. — La Contessina ha però una particolarità, un aspetto che, sebbene possa sembrare molto peculiare, sappiamo si risolverà quanto prima—. Attaccò di nuovo il baffo. Il maestro Sileni si protese verso il Conte, con curiosità e timore crescenti.

Malgrado le ripetute sollecitazioni e l’impegno profuso da chiunque le stia vicino, ebbene, mia figlia non sembra voler imparare a parlare.

Il maestro Sileni batté ripetutamente le ciglia.

Sarà dunque così accorto da non volerla forzare in alcun modo— proseguì il Conte. — Le illustrerà l’Abbecedario come se lo sentisse da ella ripetere e le insegnerà tutto ciò che segue. Secondo il suo programma prestabilito.

Silenzio.

La signora Contessa e io siamo certi che la situazione non durerà ancora per molto.

Silenzio.

Potete parlare, adesso, maestro— concesse il Conte, reprimendo una risata: non si era accorto fino a che punto avesse intimidito il suo ospite.

Io non credevo… non ero stato avvertito…—. Il maestro sembrava propenso a non elaborare frasi di senso compiuto.

Non avreste potuto esserlo. Nessuno ne è a conoscenza.

È una sfida allettante per me, signor Conte…

Non lo è. Si tratterà d’instillare il sapere in modo diverso. V’invito a considerare le cose da questa prospettiva.

Sarò all’altezza del mio compito— terminò il poverino, chiedendosi in cuor suo come diamine avrebbe potuto mai portare a termine quella missione.

Molto bene. Avete la mia gratitudine e la mia fiducia. Per i primi tempi, le lezioni si svolgeranno ogni mattina, dal lunedì al venerdì, dalle nove a mezzogiorno. Sarete poi libero di spendere il vostro tempo come più vi aggrada. Più in là incrementeremo il programma e il tempo a esso dedicato.

Quella notte, il maestro Sileni Armando, di anni trenta, scapolo, non chiuse occhio e si preparò a fronteggiare, l’indomani, un muro inespressivo.

VI

Nulla avrebbe potuto essere più lontano dalla realtà delle angosce notturne del precettore.

La mattina del 1 ottobre 1912, la contessina Miranda si svegliò di buon’ora, appendendosi al campanello posto al lato destro del suo letto con una foga che spaventò Pasquina, giù nelle cucine.

Come ogni mattina lisciò con amore i capelli rossi della sua bambola preferita e le tirò addosso le coperte perché dormisse ancora un po’.

La bambola si chiamava Ballerina, ma nessuno, oltre a Miranda, poteva saperlo.

Pasquina giunse per gli abituali riti di toilette e vestizione della piccola, ai quali seguì la discesa dello scalone di marmo per una buona colazione.

La bambina trovò i genitori già seduti nella sala da pranzo, al tavolo che prediligevano per il primo pasto insieme: rotondo e non troppo grande, apparecchiato con una tovaglia di candido pizzo sangallo, tazze di Limôges con delicatissimi fiori azzurri, servizio da colazione in argento e un mazzolino di ciclamini freschi al centro.

La luce del mattino, ancora non accecante, filtrava dalle grandi finestre e dava all’insieme un senso di armonia e lindore.

Mia cara, ti sei svegliata presto stamani— sorrise la Contessa, accarezzando il visino della figlia. — Vai a dare un bacio a tuo padre. Pasquina, per favore, versa il latte alla Contessina e portale anche due biscotti in più. Oggi è un giorno molto importante, vero?

Miranda annuì con un sorriso radioso.

Quindici minuti prima delle dieci, il maestro Sileni, scortato da Emilio, fece il suo ingresso nello studio che lo avrebbe ospitato insieme alla Contessina durante le lezioni.

Le dimensioni della stanza non destavano timore, al contrario, l’atmosfera sembrava studiata apposta per invogliare alla lettura: due grandi finestre bevevano la luce dal giardino interno, tra di esse, e poggiato su un grande tappeto, stava il tavolo ovale di legno forte; di fronte al camino, incassato nella parete destra, due poltrone di medie dimensioni con in mezzo un tavolino basso in stile floreale. A sinistra, una piccola biblioteca occupava lo spazio fin quasi al soffitto. Le pubblicazioni che accoglieva erano del tutto differenti da quelle della biblioteca principale. Interamente rivolte a un pubblico dai quattro anni alla prima adolescenza, trattavano argomenti cari a quell’età: favole e fiabe a profusione, da Esopo, ai fratelli Grimm, a La Storia di Peter Coniglio della giovane scrittrice inglese Beatrix Potter; princìpi di aritmetica e geometria spiegati con semplicità; grandi atlanti della geografia mondiale e, infine, una piccola collezione di guide al bon ton.

Spero bene non si pretenderà da me l’insegnamento di come le signorine di buona famiglia prendono il tè!” pensò il maestro, sempre più agitato.

Non si pretese niente del genere, naturalmente, e dopo il primo anno, periodo durissimo in cui il maestro Sileni dubitò fortemente di essere la persona adatta allo scopo affidatogli, accadde finalmente quello che tutti attendevano.

La piccola Miranda seguiva le lezioni con attenzione e dedizione sconosciute alla maggior parte dei bambini della sua età. Ogni cosa intrappolava la sua attenzione, dal disegno dell’ape sul cartoncino che illustrava la lettera A, fino all’affascinante incastro per cui 2 più 3 è uguale a 5.

La parte delle lezioni che prediligeva era però quella conclusiva: il maestro Sileni era solito per allora alzarsi dalla sedia, avvicinarsi alla libreria ed estrarre un libro di fiabe. Miranda lo seguiva nei movimenti e pregustava l’avventura del giorno con occhi spalancati.

Lo trovava bravissimo nel leggere e le piaceva da matti ascoltarlo mentre cambiava voce a seconda del personaggio.

Solo nella parte della principessa risultava un po’ bizzarro, ma era così divertente vederlo atteggiarsi a damina, con quei suoi capelli ricci e gli occhialetti tondi!

I Conti approvavano completamente il metodo di insegnamento adottato dal maestro, convinti che la continua stimolazione della fantasia di Miranda le avrebbe presto reso insostenibile il suo stesso silenzio.

Il miracolo fu compiuto da un racconto di Oscar Wilde, tratto dalla raccolta Una casa di melograni presente in biblioteca a Palazzo in un’edizione rara e preziosa.

Miranda bevve tutto d’un fiato le vicende narrate ne Il compleanno dell’Infanta, con espressione presissima e la bocca semiaperta. Riusciva quasi a vedere il Regno di Spagna, tutti quei fiori e animali così deliziosamente descritti, e la colpì oltremodo la figura del Nano convocato a corte per il mero divertimento della piccola, spietata principessa.

Il maestro stava imitando una poco probabile Infanta dodicenne e sprezzante, nel momento in cui le veniva annunciata la morte del suo piccolo giullare: — In futuro fate in modo che coloro che vengono a giocare con me non abbiano un cuore!

Miranda lo fissò per un po’, abbassò poi lo sguardo e disse, chiaramente, come non fosse la prima cosa detta in assoluto: — Il Nano della principessa si è rotto come la mia ballerina.

Il balzo del maestro Sileni impietrì dalla paura il canarino arancio che da qualche tempo allietava le loro lezioni da una gabbietta vicina alla finestra.

Egli scattò in piedi, e in meno di un secondo fu fuori dallo studio, correndo come inseguito da Belzebù in corna e zoccoli, alla ricerca del Conte, o della Contessa; insomma, di qualcuno che potesse testimoniare all’accaduto.

Rintracciò Emilio nella cucina al piano di sotto, diede una fugace occhiata imbarazzata a Pasquina che spennava un pollo con vigore, e gli spiegò tutto. Per amor di sincerità è necessario precisare che l’unica parola da lui pronunciata fu un sorridente: — Parla!

Mi state chiedendo di esprimermi?— fu il commento di Emilio.

Ma no, Santo Cielo! È la piccola! Ha parlato, finalmente! E che vocina ha: una delizia!— si beò il maestro, come se gran parte del merito fosse suo.

Pasquina interruppe il turpe compito ed emise una risata di trionfo, battendosi un fianco con la mano libera. Il maestro la trovò molto bella.

Emilio mise le ali ai piedi, obbligandosi a ricomporsi solo quando fu davanti alla porta della stanza preferita della Contessa: la sua camera del ricamo. Bussò, attese risposta ed entrò.

Signora Contessa, perdonatemi, vi porto una meravigliosa notizia— esordì.

Che accade?— si preoccupò lei, mettendo da parte il piccolo telaio rotondo che teneva sulle ginocchia.

La contessina Miranda ha parlato! Al maestro Sileni, alla fine della lezione!

La contessa Paola Lavinia sentì il cuore fare una capriola, e quasi immediatamente il viso e l’elegante collo si ricoprirono di chiazze rosse, suo inequivocabile segnale di emozione molto forte.

Si alzò, una mano sul petto.

Portami da lei, Emilio, e vai subito a chiamare il signor Conte. Lo troverai al suo tavolo di lavoro— ordinò con voce calmissima.

La cena di quella sera fu una piccola festa. Per l’occasione, Cristina e il maestro Sileni furono invitati a sedersi al tavolo di famiglia, i piatti preferiti della piccola Contessa furono serviti uno dopo l’altro e il budino di cioccolato e panna montata per dessert le strappò un “Buono!” accolto come una benedizione da tutti i commensali.

26 Aprile 2016
la campagna della nostra autrice è partita molto bene! Online-news.it ha dedicato un interessante articolo a Vita di Miranda, al termine del quale troverete anche il podcast dell'intervista a Luigia Rovito. Buona lettura e buon ascolto!

https://www.online-news.it/2016/04/25/un-libro-da-leggere-vita-di-miranda/#.Vx40evmLTIU

https://www.italiastampa.it/audio/Rubriche/podcast/radio_20160424.mp3

11 Ottobre 2016
Grande successo di Luigia Rovito alla V edizione del Tropea Festival! Qui di seguito alcune immagini dalla presentazione di "Vita di Miranda":
rovito7


rovito


rovito2


rovito3


rovito4


rovito5

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Vita di Miranda”

503 Service Unavailable

ScrapeAZon could not connect to Amazon or was otherwise unable to retrieve data from Amazon. Please check your Internet connectivity, your ScrapeAZon settings, your country code, and your shortcode configuration.

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Luigia Pantalea Rovito
Ho due nomi, il primo sa di antico, il secondo di “come?!”.
A ogni modo, con questi due nomi sono nata il 26 maggio del lontano 1970, in una zona collinare che guarda sul Tirreno, in Calabria. Ho cominciato subito la mia vita di pallina da ping-pong: infanzia in Veneto, ritorno al Sud, in giro per l’Italia dopo il diploma di Traduttrice.
Scrivo da che ho memoria, poche cose mi danno la stessa sensazione di benessere e completezza. Sono attratta da particolari all’apparenza insignificanti, ma che nella mia testolina diventano storie fatte e finite.
Sono fortemente convinta che un congiuntivo messo al posto giusto arrivi in Cielo meglio di una preghiera, e che la nostra lingua vada protetta e difesa da neologismi decisamente antipatici.
Amo far sorridere gli altri, e la mia attività di volontariato come Clown di corsia me ne dà puntualmente occasione.
Luigia Pantalea Rovito on FacebookLuigia Pantalea Rovito on Twitter
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie