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Volere non è potere

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Consegna prevista Giugno 2021
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L’esistenza di Mattia è una forma vaga e ideale di nottate spensierate con belle bionde americane, avventure in capo al mondo e sci quattro giorni a settimana. Vive di viaggi, di profumi sottili, di ricordi di caldo e di freddo, di respiri affannati. Sempre al meglio, sempre superiore, Mattia è più forte anche degli imprevisti: quando si rompe, letteralmente, l’osso del collo, riesce comunque a rialzarsi e a ricostruire da zero il suo tempo.
L’incontro con Carla sembra completare il recupero: l’amore acerbo, controverso e totalizzante diventa il traguardo di una riabilitazione definitiva, e l’illusione di un cambiamento.
Carla tronca sul nascere la relazione. Abituato alla causalità e al controllo, Mattia non riesce ad accettare che non potrà fare nulla per riconquistarla. La sfida più difficile della sua vita, quella più ingrata, diventa contro se stesso.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché ci sono quasi rimasto secco.
Non ho imparato molto da quell’esperienza, a parte che alcuni sogni è meglio averli vissuti, continuare a viverli, o perlomeno scriverli.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Crepe

Per Emma era stata l’ora di tornare oltreoceano, di archiviare nei ricordi il bel ragazzo italiano che l’aveva sorpresa con una bottiglia di Metodo Classico nascosta nello zaino, dopo averla portata a nuotare in un laghetto lassù tra le pareti rocciose, rosse nel tramonto. Ci eravamo sentiti speciali a fare gli scemi con ventagli di banconote guadagnate troppo facilmente; già, perché in tutto ciò stavamo pure lavorando, e venivamo pagati bene. Come in un film scontato, eravamo stati gli unici a combinare in un viaggio per zitelle in cerca disperata di affetto, la prima volta che avevamo lavorato insieme. Insieme avevamo sparato cazzate in mezzo a distese di stelle alpine, ci eravamo ubriacati di aperitivi costosi, e da sbronzi avevamo cavalcato un gigantesco e pericolosissimo velocipede d’epoca dal valore inestimabile. Avevamo portato la bella stagione a letto con noi, per ascoltare la pioggia di settembre rintanati nelle piume silenziose. Eravamo scesi dalle stelle delle Dolomiti ed eravamo finiti per caso a lavorare nella stalla puzzolente della pianura grigia, che rallegravamo continuamente con un sesso bellissimo e sincero. Era incredibile come Emma fosse capace di liberare in me un desiderio potente, netto e vorace.

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Poco prima di portarla in stazione a Fidenza ci eravamo sforzati di fare l’amore un’ultima volta, con la sveglia puntata per non perdere il treno. Era stato bello, un momento dilatato da un velo di tristezza. Sapevamo entrambi che si trattava di un addio. Lei forse non aveva la crudeltà di ammetterlo, io forse non avevo il coraggio di accettarlo.

Per me sarebbe stata anche l’ultima volta a letto con una donna in assoluto per più di un anno e mezzo, ma questo non l’avrei mai potuto nemmeno immaginare.

Ero ben conscio delle nostre differenze: gli stili di vita, la cultura, i gusti e soprattutto i nostri valori erano così lontani, eppure c’era un bel magnetismo ad attrarci.

Emma tornava a casa, alla sua ricca vita sociale, alle tante possibilità della California. Non aveva senso sognare di noi, sarebbe costato un grande sforzo, e poi per cosa?

Io invece avevo bisogno di una prospettiva, di una fantasia. Mi piaceva pensare che sarei riuscito ad averla di nuovo, prima o poi, a portarla a fare l’amore in quella mia casa in ristrutturazione che mi stava costando tanta fatica e dedizione. Era una sfida impossibile, ma proprio per questo mi stuzzicava, mi tirava per il braccio tutte le sere, e non mi lasciava andare. La ricordavo mentre si preparava per andare a cena con me e il gruppo di clienti, l’ultima sera del nostro giro, in Valpolicella. Si truccava nuda in bagno, le parole di Frida tatuate su tutta la larghezza della schiena, indelebili; si legava di lato i capelli selvatici, mai curati in tutta la stagione, e poi si infilava dai piedi un vestitino elegante bianco e nero, senza mettersi le mutandine. A cena ero l’unico custode silenzioso di quella porta sapida e un po’ amara, che mi aspettava spalancata pochi minuti dopo il dolce.

Quanto era bello sognare? Quanto era grande questa sfida?

Le avevo scritto un paio di mail sentimentali prima di partire per l’Argentina. C’era voluto tempo a comporle. Erano curate nel dettaglio, erano dei piccoli capitoli eleganti, lirici e netti. Vivevo una sottile perversione in questa precisione. Le mie parole erano calcolate per sembrare spontanee. Erano un lavoro di convincimento prima di tutto verso me stesso, alimentavano le mie aspettative e la mia convinzione, ed erano uno sforzo che serviva ad esaltare la gioia ipotetica di averla ancora, di dimostrarle il mio valore.

Emma aveva lasciato raffreddare le righe per qualche settimana, e alla fine mi aveva risposto chiudendo tutte le porte.

Qualche tempo dopo era tornata in Italia per fare la barista in alla base delle piste da sci nel pieno dell’inverno, e non aveva fatto un solo passo per mantenere un contatto con me. L’eccezione era stata una telefonata sbronza e sconclusionata poco dopo capodanno. Mi aveva trovato di passaggio in aeroporto a Buenos Aires; le avevo risposto stizzito e polemico, anzi ero proprio incazzato. Non aveva molto da dirmi a parte il fatto che le mancavo, e non ero stato capace di essere sincero e dirle altrettanto. Ci eravamo salutati con un reciproco vaffanculo.

Mi mancava eccome. La mia illusione, per pochi attimi qualche mese prima, era stata di fare il viaggio in Sudamerica con lei. Invece ero partito da solo, un po’ controvoglia.

Non ci eravamo più parlati per settimane, tuttavia vedevo ancora un briciolo di speranza nei suoi confronti. Al mio ritorno in Italia a febbraio avevo messo da parte orgoglio, amor proprio e lucidità per farle un’improvvisata che non avevo mai tentato prima.

Cinque ore di macchina erano solo servite a trovarla trasandata, distratta e totalmente incapace di gestire le emozioni con sincerità. Sorridente e profumato, dopo aver attraversato le Alpi per lei, ero entrato di sorpresa nel bar dove lavorava. Ero convinto di ciò che stavo facendo.

Emma si era emozionata. Si era portata la mano alla bocca per fermare un grido di stupore ed era scomparsa veloce nel retro. Dopo qualche minuto era tornata con una birra in mano per me e mi aveva dato un appuntamento per poco dopo, a fine turno. Mi aveva portato nella sua stanza sfatta, intasata di progetti a metà. Non aveva voglia di uscire a cena, ma avevamo entrambi molta fame, così le avevo cucinato qualcosa con quello che aveva in frigo. Dopo cena si era prontamente fatta una canna gigante e si era rifugiata in un’apatia facile, al riparo dalle responsabilità e dai pensieri. Non mi ascoltava nemmeno. Era un fantasma pallido e smunto della ragazza dalla pelle dorata che avevo salutato solo qualche mese prima. Il suo sguardo era vuoto e sterile.

La beffa era che non aveva nemmeno voluto venire a letto con me. Così ero tornato in camera da solo, a contorcermi nella rabbia e nell’odio verso me stesso. Non riuscivo ad accettare di aver buttato via così tanti sogni e così tanto desiderio per una persona che non sapeva voler bene a se stessa, e tantomeno a me. Mi sentivo impotente per non averla saputa portare con me verso una situazione più felice.

Ma non avevo alcuna influenza su Emma.

Ero uno stupido.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    E’ un libro crudo, una storia sofferta, scritta molto bene, sincera e spigolosa allo stesso tempo. Un percorso in cui di personaggi positivi ce ne sono pochi, il percorso e’ in salita e i personaggi sono descritti senza pieta’, a partire dal protagonista. Bello, duro, ma davvero bello. Un po’ parla di ognuno di noi e di questo grande mostro che e’ l’ego.

  2. (proprietario verificato)

    VOLERE NON É POTERE è un libro che attira fin dalle prime pagine; cinico, profondo e a tratti malinconico. Un romanzo sulla vita, i dubbi e la Passione.
    Ci si immerge nella lettura senza accorgersene e si legge tutto d’un fiato.
    Davvero consigliato.

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Saverio Pasini
Sono nato e cresciuto sul Lago d’Orta. Per studio e lavoro ho trascorso lunghi periodi della mia vita in vari posti d’Europa, negli Stati Uniti e in Patagonia.
Studio e sport mi hanno dato molto, e tolto altrettanto. Intrattengo da tempo un ottimo rapporto con la fatica. Non so cosa voglio da lei, ma la inseguo in modi diversi: dai libri di fisica alla montagna.
Ho abbandonato presto la carriera in multinazionale per poter dedicare più tempo all’aria aperta, al viaggio, al vino. Come guida turistica in bicicletta ho avuto la grande fortuna di scoprire molti angoli d’Italia e del Centro e Sud America. Ho imparato a sciare, a nuotare, a volare, a coltivare una vigna, a cucinare un po’.
Dormo poco.
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