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Volevo essere una groupie

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“Il pubblico più bello del mondo”: così si definiscono. Sono tanti, e tutti diversi: c’è chi viene dal Nord, chi dal Sud, chi dalle isole; c’è l’appassionato della prima ora e quello appena arrivato; il nostalgico e il critico; chi preferisce i teatri e chi gli stadi; chi va ai concerti da solo e chi sempre in gruppo; chi ama i social; chi ha una cover band. Ma hanno tutti una cosa in comune: la passione per Ligabue.

Dopo Sette notti con Liga (Sonzogno Editore, 2010), Chimena Palmieri torna a parlare dei fan di Luciano, raccontando il loro mondo visto da una prospettiva nuova. Volete sapere come sono davvero i fan di Ligabue? Leggete: ve li presenterà.

Istruzioni per l’uso

Da dove nasce questo libro?

Volevo essere una groupie nasce dall’esperienza seguita alla pubblicazione del libro Sette notti con Liga. Un’esperienza bellissima, forte, che mi ha regalato, attraverso la conoscenza di moltissimi fan come me, amicizie e non, esperienze bellissime e non, soddisfazioni e qualche disillusione. E non è questo che andrò a raccontarvi, quanto il mondo, quello sì, il mondo dei fan visto da dentro.

Perché sì, il mondo dei fan è bellissimo, e io davvero ne ho conosciuti tanti. Così tanti e così speciali che mi è venuta voglia di fotografarli e fissarli in categorie: non sono tutte, sono le più eclatanti, quelle più visibili e riconoscibili.

Volete sapere come sono i fan? Venite, ve li presento.

Alla mia maniera però: ironicamente, e ridendoci su.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è nato in un modo, finito in un altro.

Parte da un progetto più ampio e ambizioso, che prevedeva un lavoro quanto più possibile vicino a uno studio sociologico sui fan.

Per realizzarlo, però, e soprattutto perché avesse un valore statistico effettivo, avrei dovuto procedere attingendo all’intero bacino dei fan, al loro campionamento, a un’estrazione di dati amplissima, spesso sensibili.

Alla fine ci si è chiesti se davvero fosse così indispensabile, e la risposta è venuta da sé.

Ma certi dati raccolti, certe conoscenze, mi hanno spinto a fare altro: ho iniziato a spulciare sui blog, le chat, i gruppi; ho iniziato a leggere che cosa si diceva, come, a chi. A esplorare le dinamiche comportamentali. E ho visto che erano ripetitive, schematizzabili. Che, insomma, si poteva tirar giù, con ampio beneficio di inventario, il fan di tipo x e il fan di tipo y, e parlarne.

È stato divertente, ma anche faticoso: tante esperienze simili tra loro da riassumere, di volta in volta, in una sola, cercando di farne un esempio dimostrativo.

Il libro, chiaramente, in questo modo perde il suo interesse statistico, per emergere per quello che è: uno spaccato sul mondo dei fan, a volte ironico, a volte impietoso, spesso divertente, sicuramente fedele a chi certe cose se le vive, le racconta, le dà a bere.

Mi piaceva farlo conoscere, questo mondo di cui faccio parte anch’io.

140 caratteri

«Volevo essere una groupie. E sono disposta a tutto per riuscirci.»

«Anche io, bella.»

«Lo so, cocca.»

«E allora?»

«Allora faremo a chi arriva prima.»

Il fan di genere. Leggero Vs Le donne lo sanno

Leggero

Leggero,

nel vestito migliore,

senza andata né ritorno,

senza destinazione.

Leggero,

nel vestito migliore,

nella testa un po’ di sole

ed in bocca una canzone

Leggero, Buon Compleanno Elvis, 1995

Io sono il fan uomo. Siamo in parecchi, ma, ahimè, in minoranza rispetto alle femmine che ti attorniano, e pensare di batterle su questo campo è speranza vana.

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Caro Luciano, io ti seguo, in genere, per tre motivi:

A . Ti seguo perché mi piaci.

B. Ti seguo perché ti segue la mia ragazza e quindi mi costringe a venire ai tuoi concerti.

C. Ti seguo perché ai tuoi concerti c’è più figa che in discoteca.

Se ti seguo per il primo motivo sono un fan fedele, per il quale tu sei un modello. Mi piace come suoni, quel che dici, come la pensi, l’effetto che fai sulle donne. Sei stato un uomo normale, hai fatto successo, posso credere che capiti anche a me, giusto?

Un po’ ti imito, almeno ci provo. Ti copio il look, qualche volta metto pure su una cover band. Certo, da quando ti sei tagliato i capelli faccio un po’ fatica: non ho sempre i tuoi anni, anzi, ultimamente sono giovane, giovanissimo se guardo chi mi sta dietro in transenna, e se non ho la tua bella faccia da schiaffi spesso il grigio non sta bene… ma adesso vedo che riesco a fare.

Riporto le tue canzoni sui miei status, posto robe tue, canzoni, foto, autografi… non mi vergogno, anzi, mi piace condividere la mia passione. Qualche mio amico ha gusti più hard rock, più metal, e spesso mi dice che in confronto ascolto canzonette, ma sinceramente lasciano il tempo che trovano. A me le tue canzoni piacciono, mi ci ritrovo, mi fanno star bene, parlano di cose che conosco, di posti in cui vivo, di realtà e difficoltà che sono le mie. Non ho bisogno di esterofilia, né di picchiare duro per farmi male, mi basto benissimo da me: e tu sai aiutarmi, con quello che dici.

Mi piacciono le tue canzoni, le so tutte e me le canto. E faccio a gara con gli altri a chi le sa meglio e a chi ne sa di più, un po’ come negli spogliatoi si fa a gara a chi ce l’ha più lungo. O a chi piscia più lontano. Non sempre vinco, ma ci provo, anche qui.

E ci provo perché ascolto quel che dici: fate le donne, che a fare l’uomo ci penso io. Bon.

I tuoi concerti li seguo tutti. Mi piace la brigata, se sono giovane, altrimenti vengo con qualche amico, o anche da solo. Sono un uomo, mica ho paura, anzi. Acchiappo, da solo, ai tuoi concerti, che vuoi di più? La brigata, quando c’è, è una gran roba. Ma deve essere vera, non casuale, occasionale. Sennò non è brigata, è mucchio del momento. Che va bene, ma non dura, non serve. Funziona nel momento, in quel concerto: perché questo capita, ai concerti. Si formano gruppi estemporanei che non si sarebbero formati mai, e che mai si riformeranno. Lo so io, lo sanno tutti e a tutti ci va bene: pogare si poga con tutti, ma l’amicizia, lo stringersi di più, vale solo con la brigata.

Se ti seguo per far contenta la mia ragazza, vengo se proprio me lo chiede, e in genere sono un po’ incazzato. Cioè, non è che in questo caso non mi piaci, ma sinceramente la fissa come la sua io non ce l’ho.

Mi diverto, certo, ma spesso finisco per essere l’unico maschio in mezzo a branchi di femmine che guardano – compresa la mia – un maschio solo, e quel maschio non sono io. E non è che la cosa alla fine sia poi così divertente, eh.

Che secondo me, scusami sai, ma non è che sei poi così bello.

A me sembri un tantino… ruspante, passami il termine. Che io li vedo gli attori, Lucià, mica son così, cioè: alcuni, ma in genere stravince il tipo Brad Pitt, Robert Redford, Matthew McConaughey, Channing Tatum e Leonardo di Caprio, non è che tu mi sia degno appartenente di cotanta rappresentanza… Tu, come diceva Fernanda Pivano, sei più “la reincarnazione di un indiano d’America, con quei riccioli neri spettinati e quegli occhi ribaldi”.

Eppure loro, niente. Coerenza zero. Vogliono l’uomo perfettino ma vengono dietro a te.

Noi dobbiamo essere perfettini e a disposizione, tu potresti dire, fare, baciare, lettera e testamento come ti pare e andrebbe bene lo stesso. No, dico, ti sembra giusto? Io glielo dico, a lei, e alle altre lei che incontro: ma dove, Luciano è bello, in che cosa, perché?

Niente. Non se ne esce. Anzi, loro sì, mi guardano con due occhi pietosi come se guardassero un eunuco e rispondono, semplicemente, con la Verità: «Tu non capisci».

E infatti è così, no, non capisco, ma vabbè.

E i discorsi? Ne vogliamo parlare dei discorsi che mi tocca sentire e zitto e muto? Ma tu ti rendi conto di quante ne devo sopportare io, se voglio che me la dia, almeno? E tienile lo zaino che deve ballare, e stai attento che non la travolgano, e ascolta tutte le sue menate su di te, e portale l’acqua, e corri tu che sei più veloce per la transenna, e tienile il posto, in transenna, e prendila sulle spalle…

Un monumento ci meritiamo, alla pazienza e alla tenacia.

Devo dire però che alla fine, dopo un concerto, in genere in bianco non ci si va mai. Certo, se tu facessi ancora quei begli appelli di una volta a fine concerto, con lei che beve ogni parola che dici sarebbe anche meglio, ma davvero non mi lamento. Mi pacerebbe solo che ce ne fossero di più, come me e con me. Almeno parliamo un po’ di cose da maschi. Berrei più birra. Farei magari lo scemo come piace a me. Che con lei mi vergogno. Ma lei invece anche se guarda te un occhio a me lo butta sempre. È per quell’occhio lì, che continuo a venirci, ai concerti.

Se invece ti seguo per quel pelo lì che tira più… hai capito, dai, a che mi riferisco, dicevo se ti seguo per questo allora tu c’entri ben poco.

Capiamoci: mi piaci, ma al massimo mi comprerei il CD, che il concerto in sé… caldo, freddo, un casino per parcheggiare, per pisciare, e poi perché? Che magari ce le ho già le canzoni! No no, io vengo per la figa. Ma hai mai visto quante donne ci sono ai tuoi concerti? Un mare di figa! Guarda San Siro: 70.000? Vuoi mettere anche solo la metà donne? Sono 35.000. Di queste, diciamo che due terzi non mi piacciono, diciamo che ne restano 5.000. Di queste, anche se altri due terzi hanno il fidanzato, hanno il ciclo o quel che ti pare, dico, mi resta comunque un parco donne di almeno 1.000 esemplari! E quando le trovo in giro tutte assieme? Me ne troverò ben una in parterre vicino a me, o dando un occhio in tribuna, no?

Non sono un fan fedele, ci sono quando posso, mi trovo, ho voglia. Quando vedo che butta bene. Ma ti faccio onore, e me lo faccio pure io: mi comporto come se fossi tuo fan da sempre, mi confondo con gli altri, li copio, metto la maglietta, la fascetta, tutto, pur di non farmi cogliere in fallo dalle fan femmine!

Poi, ok, lo ripeto, a me la tua musica piace pure, ma non è lei la prima ragione. Giuro, mi piace davvero, mi deve piacere davvero, non posso fingere. Perché non vale. Ti scoprono le fan femmine. Sanno tutto di te, pure quante volte vai al cesso, te lo giuro. E vogliono stare solo con uomini al tuo pari o che almeno ne sanno di te quanto loro. E se vedono che stai lì solo per fartele, be’… si rischia assai.

Se non reggi almeno un po’ la sfida, dove vai? Fingere? No. Anche perché… se ti scoprono sei fottuto. Finito. Ti pigliano per il culo e ti fanno strisciare come un verme. Non si regge una finzione del genere: prima o poi, se fingi, caschi male.

Le donne lo sanno

Le donne lo sanno

che cosa ci vuole

le donne che sanno

da dove si viene

e sanno per qualche motivo

che basta vedere

Le donne lo sanno, Nome e Cognome, 2005

Io sono il fan donna, e tu, oh Capitano mio Capitano, non hai la più pallida idea di cosa mi passi per la mente.

Ci provi, perché guardarci dentro ti riesce bene, oh, ti riesce benissimo. Ma Luciano mio, no, davvero, tu proprio non hai idea di che cosa siamo capaci di fare, almeno nella nostra mente!

Perché poi non sempre lo facciamo. Anzi, quasi mai lo facciamo. Un po’ perché non possiamo, anzi, quasi sempre perché non possiamo. A volte lo vorremmo, a volte c’è perfino l’occasione ma poi restiamo lì, imbambolate o imbarazzate. Magari ti incontriamo davvero e o parliamo troppo o troppo poco, e quasi mai riusciamo a dirti cosa abbiamo dentro davvero, le domande davvero, il sentire davvero. E c’è, c’è sempre, una di noi un po’ più brava, meno timida, più spigliata, che ci lascia un po’ in ombra. Un po’ ci incazziamo e un po’ la ringraziamo, che se fosse per noi faremmo scena muta.

Però a volte invece parliamo, in ogni modo parliamo, anche troppo parliamo. A noi donne in fondo parlare ci piace tanto, e ci piace tanto venirlo a dire a te. Sul bar, su Facebook, ai tuoi musicisti. A tua madre perfino, a quelli del tuo staff, quando li incontriamo: ci piace tanto parlare di te con loro, è un po’ come entrare in famiglia, e noi con te e fra noi per te così è che ci sentiamo: una famiglia.

Noi ti seguiamo per un’unica ragione: perché ci piaci, punto.

Tutto. Cuore, stomaco e cervello, tutto insieme, non scartiamo niente. Sì, qualcuna ce la fa a separare la musica, il palco e il cantante dalla tua persona e dalla vita, da te, ma è un esemplare spurio, poca roba: ci rappresenta poco.

Noi ti seguiamo da una vita.

E diciamo così anche se abbiamo quindici anni, perché noi, da quando ti abbiamo conosciuto, sempre e solo te, abbiamo chiaro in testa.

Ogni tuo disco, ogni tua uscita, ogni concerto… è un modo per vedere te, stare vicine a te, respirare la stessa aria, sperare in un incontro, una foto, una firma su un CD.

A noi piace come canti, ti muovi, respiri. Tutto guardiamo e tutto approviamo.

Poi magari non ci va bene il look, poi magari critichiamo la scaletta, siamo tanto schizzinose e per qualcuna sei pure coatto, qualcuna dice che per carità! Mai!

Ma la sai la verità? Ci metteremmo tutte un attimo, sostanzialmente, a sdraiarti.

Ai tuoi concerti le compagnie e le preparazioni sono meticolose: tutto viene pianificato, tutto organizzato, niente lasciato al caso. Siamo in grado di resistere una settimana sotto il sole, la pioggia, al freddo e al gelo, senza bere né mangiare: tutto questo senza organizzazione non si fa, non è possibile. Se ti serve una project manager scegli una di noi e sei a posto.

Ai concerti posso venire anche da sola, ce ne sono molte come me che vengono sole. Ma poi finisco sempre per trovare altre come me, o diverse e complementari, e ci si fa una compagnia fantastica. A volte mi fa paura il viaggio, quello sì: viaggiare da sole, a noi donne, spesso non porta bene, ma al concerto no, mai avuto paura a venire da sola: noi siamo un bel pubblico, per questo.

Se vengo in gruppo le persone sono pressoché sempre le stesse, a mia immagine e somiglianza, la mia medesima espressione, un guscio indissolubile. È una casa, la mia famiglia: la bellezza del gruppo, Luciano, se sapessi!

Ogni tanto mi trascino dietro anche il ragazzo. Certo, mi piace averlo vicino, condividere, ma a volte è davvero una palla al piede: non posso far commenti con lui, urlarti dietro, aspettarti all’uscita, braccarti negli alberghi… si stufa, dice, non gli interessa, dice. Credo che faccia fatica a reggere il confronto, e io certo non è che gli renda la cosa così facile, porello.

Certo, sempre meglio che avere il fidanzato che ti odia. Quelli sì che son problemi. Che ti tocca avvelenarti il sangue per un concerto, una gita al Borgo…

A volte, a volte mi tocca perfino dover scegliere, per colpa sua. E il più delle volte scelgo lui, certo, ma che dolore. E che mancanza. Questo sentirsi colpevoli per nulla, cioè, il nulla, che ti sfianca.

Che lui ok, me lo dico anche io, da quel che vede e sente può pure aver ragione a pensare male, o a essere geloso, che lo capisco che certe cose diano fastidio… solo, perché non capisce che più che pensarti e sognarti e fantasticarci sopra, noi non avremo mai altro? Che tristezza.

Oh, e invece a volte scelgo te, eh. E ti assicuro che va a finire che è la stessa cosa: stessa mancanza, stessa tristezza. Però poi almeno posso raccontarlo, che ho scelto te. Faccio la figa. Tutti che mi applaudono, mi battono il cinque.

Sui social, poi, ne vogliamo parlare? Una che sceglie te e non il suo ragazzo? Per una settimana sei la Fan numero uno, l’esemplare raro, di cui tutti parlano e che tutti vorrebbero essere almeno una volta! Che ti devo dire, a scegliere te si ha più soddisfazione.

Altre volte invece non scelgo proprio. Il mio lui mi capisce, anche se non è fan. Mi conosce, si fida (e fa male, ma tant’è…) e lo sa che più di sognare non ci tocca, ahimè, e quindi preferisce avere una compagna illusa ma felice che poi quando torna a casa ha un occhio, per così dire, anche per lui (e per forza Capo, che, lo mandi in bianco a lui che ti aspetta a casa tranquillo e che appena però varchi la soglia ti chiede con voce e tono chiarissimo: «Ti sei divertita amore?». Sottintendendo: Bene adesso vieni qua che mi voglio divertire pure io?)

Mi vesto… come mi vesto? Eh, questa per noi è questione serissima, perfino ai concerti. Dipende. Se sono in tribuna faccio davvero come mi pare, tanto, il mio posto è in genere numerato. Se non lo è, comunque è comodo. In tribuna ti vedo ma tu non vedi me, quindi… di che parliamo? Perché niente è come il look del prato. Ah. Quella sì che è scuola. Arrivo in un modo, e se solo mi piazzo in transenna passo le ore a venire a lavarmi come posso, e rifarmi il look per acchiapparti occhi negli occhi. Mi trucco, mi lavo, mi cambio perfino, e sfoggio mise da prima notte di nozze: te ne sarai accorto, dai, c’è il tizio che mi riprende sempre, e io lo faccio un po’ apposta, che magari c’ha una mezza cotta per me, e io me ne approfitto un po’ per venire nelle riprese… lo so che non è bello, ma sai che mi frega, dai, si fa per giocare: gioco io, gioca lui, e il concerto passa e va che è fatto anche di questo! L’importante è esserci, certo: ma ritrovarsi nei video, nelle foto ufficiali, nelle interviste di Maxdevil perfino… è fantastico.

Se sto nel mezzo, Lucià, tutto quello che avrei voluto dirti con gli occhi io te lo dirò lo stesso, ma tu non lo vedrai mai.

Posso solo muovere le braccia, a volte uno soltanto, che con l’altro devo tenere lo zaino e tenermi in equilibrio.

E penso, chissà. Chissà se ti arriva il mio pensiero.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Chimena Palmieri
Chimena Palmieri, classe 1963, è nata ad Ancona e attualmente vive a Correggio. Laureata in Sociologia, lavora prima presso l’Università di Ancona poi presso quella di Bologna come funzionario amministrativo contabile.
"Volevo essere una groupie" è il suo secondo libro pubblicato con bookabook, dopo "Raval" (2015).
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