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Volo di fenice

Volo di fenice
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Consegna prevista Marzo 2022
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Ripercorrendo insieme ad Aurora i luoghi di una via crucis ancora non conclusa, Anita, la sua educatrice, prende coscienza del grigiore che s’impossessa della vita di una persona quando si allontana dal suo proprio essere. Troppe donne nella storia hanno sofferto e soffrono ancora per rimanere nei canoni di ciò che è disegnato dalle tradizioni e dall’immaginario collettivo, per ricalcare il modello di figlia, fidanzata, moglie e madre che la società delinea con forza sibillina travestita da emancipazione. Troppe donne immolano la loro vita a storie tristi che non le valorizzano solo perché non trovano il coraggio di esternare il loro tormento e cercare così un modo per uscirne.
Ma Anita ed Aurora vogliono ritrovare i loro colori e cercano un soffio di liberazione e dignità. Una storia di dolore, che nessuna donna mai dovrebbe provare, e di riscatto, la cui strada si trova solo con il coraggio di essere se stesse.

Perché ho scritto questo libro?

A volte i libri si scrivono da soli. Gioire e soffrire con il Mondo intorno è un esercizio quotidiano dell’anima che richiede energia ma regala anche il senso più profondo del nostro essere. Mettere nero su bianco ciò che si vive e ciò che si osserva diventa una necessità primaria se questo aiuta a srotolare, regalandoli al bianco del tuo foglio, i pensieri che stanno raggomitolati nella testa. Tutt* hanno il diritto di essere felici e questo dovrebbe essere il principale obiettivo nella vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

NEBBIA

Era una sera di nebbia in un autunno improbabilmente caldo, che quasi non ci si era accorti che l’estate fosse finita, e quella nebbia sembrava arrivare inopportuna, dimenticate le passate stagioni di sporadico sole timido e freddo. Avevamo camminato nel bosco, come non mi succedeva da tempo, e avevo ritrovato quella sensazione di aria tagliente mista a sudore, le mani gelide e le gote infuocate, il fiatone per camminare e parlare di filosofiche posizioni concettuali che diversamente è impossibile provare. D’un tratto, nella nebbia e nell’oscurità violata solo dalle flebili luci delle nostre torce, il sentiero si era interrotto. Che stupido perdersi nel bosco in collina, a due chilometri dalla fabbrica dove avevamo lasciato le macchine, probabilmente a poche centinaia di metri dal monastero… che stupido, mi ripetevo. E per la prima volta in tante occasioni di piccolo panico che ti fa aumentare il battito, per la prima volta io ero serena. Sentivo, piuttosto, un dolore alla schiena dato dall’età e dal non essere per nulla in forma che mi ricordava quante altre volte si era rischiato di perdersi, sentivo il freddo alle ginocchia mezze scoperte perché continuavo a fare la ragazzina e non mi ero infilata le calze ma solo i calzini. Sentivo che lì, a cercare il sentiero, doveva esserci forse qualcuno di più giovane, per cui perdersi sarebbe stata un’esperienza significativa e formante, non io che ormai quasi non mi emozionavo più.

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Terminate queste riflessioni interne, come ad aver capito che mi ci ero sufficientemente soffermata con la mente, il bosco ci offrì di nuovo il sentiero, come se qualcuno l’avesse riaperto in quell’istante. Davvero poche centinaia di metri ed arrivammo al monastero. Maestoso, forte, rassicurante. Abitare lì deve essere qualcosa di ineguagliabile. Entrammo nella stanza già scaldata dal fuoco del camino pronto ad accoglierci ed il tepore dei corpi riempì l’aria tagliata dagli spifferi di quegli infissi che sembravano quasi non esser stati restaurati. Fu come staccare la spina e trovarsi, spenti, in un’altra dimensione. Spenti i telefoni, spente le voci di musiche e televisioni, spenti macchine, motorini ed elettrodomestici. Spenta una quotidianità che ci ruba il tempo di sentire il calore del fuoco. Ed è solo quando ti spegni che senti che sei vivo davvero. Sei vivo senza l’aiuto e il supporto di tutti quegli aggeggi di cui ci sembra di non poter fare a meno. Sei vivo e puoi entrare in relazione con gli altri, offrendo quel che hai, prendendo ciò che ti donano. Scalze, per non riempire di malta la stanza, e sedute a terra sopra gli stuoini, perché quando parli di te, sulla sedia, si sta scomodi… chissà perché. Dopo tante e tante riflessioni sulla vita, sul suo senso, sul cosa se ne voglia fare e come non sciuparla, in quella sera d’ottobre si era lì, in quel monastero imponente ma stranamente accogliente, nella stanza più antica che seppur restaurata respirava d’altri tempi e ne narrava gli odori. Si era lì a paragonar la nostra vita ad una candela accesa. Accesa? Mi piaceva ogni volta riflettere come se l’attività non l’avessi preparata io, mi piaceva risentirmi interrogata da quei punti di domanda a cui avevo già risposto milioni di volte e mi piaceva, ogni volta, rispondere da un punto di vista sempre nuovo, perché la strada percorsa sempre nuova è. Arrivarono alcune riflessioni più o meno banali, con il distinguersi netto dato dall’età dell’una o dell’altra, poi parlò lei. Ogni volta che una ragazza si accinge a parlare te ne accorgi perché se ne modifica la postura e cambia un po’ il suo modo di respirare. Le labbra fino a quel momento serrate si socchiudono e vedi che con ansia attende la parola conclusiva dell’intervento precedente, che probabilmente non ha affatto sentito, tutta concentrata com’è a mettere in fila il proprio. E quando sentivo che arrivava il suo turno il mio cuore si preparava sempre ad accogliere qualcosa di profondo, qualcosa che gli altri spesso giudicavano fazioso e fuori dal mondo, ma che per me era qualcosa di talmente geniale che mi riempiva l’anima.

“La mia candela è corta, perché la vita è breve!” esordì.

E come da copione si alzò un boato di stupidi commenti, corna varie e facce perplesse. Ma cosa aveva detto di sbagliato? Che cos’è la nostra vita di fronte all’eternità, o molto più materialmente di fronte alla storia del Mondo? Certo non fu un esordio ottimista ma racchiudeva in sé, come prevedevo, qualcosa di grande.

“La vita è breve,” continuò senza che i commenti l’avessero in alcun modo distratta dal suo esternare “e la mia candela è corta ma molto larga.”

Lei fece una pausa e, questa volta, ci fu silenzio.

“… Perché l’unico modo per allungare la propria vita è assaporarne a pieno ogni momento”.

Ecco, il genio. Nascondere che era una delle poche persone al mondo con cui avrei potuto intavolare una discussione appesa tra i sogni e i concetti, le metafore e le trasposizioni

comprendendoci a pieno era molto difficile. Vedevo quella candela che prima di consumare il suo largo cerchio di cera ne aveva percorso tutte le orbite, dalla più interna alla più esterna, o forse il contrario, a scandagliare, di ogni attimo, tutto lo scandagliabile.

Non sentii molto di ciò che emerse in seguito dal confronto. La studiavo. Sotto un sorriso signorile probabilmente incollatole dalla formalità della famiglia c’erano, ultimamente, delle note amare che deviavano le estremità delle labbra talvolta in fotografie di dolore. Non c’era confidenza alcuna, in realtà, a parte una stima mentale reciproca a cui la gente oggi sembra non dar più tanta importanza. Mangiammo e cantammo accanto al fuoco del camino, sempre scalze e sedute a terra. Qualcuna fra noi faceva fatica a tenere gli occhi aperti, per la stanchezza del cammino e il calore che intorpidisce dopo il gelo dell’aria del bosco. Ci preparammo per dormire. È un momento che sempre brulica di voci e sacchi a pelo, un via vai che solo le donne riescono a produrre per andare e riandare al bagno, e mai si riesce a mantenere il raccoglimento sperato e che fino al pronti via si va a dormire si era tenuto, pur essendo tante. Quando si spegne la luce, quando capita di dormire con qualcuno con cui non hai confidenza, c’è sempre un po’ d’imbarazzo. Eravamo tante nei sacchi a pelo stese sul pavimento e ognuna cercava di non muoversi troppo e di respirare il più piano possibile per non disturbare, anche se poi, una volta addormentate, il concerto sarebbe stato inevitabile. Non ho mai avuto e non ho ancora difficoltà ad addormentarmi, ma quando ho con me qualcuno che potrebbe aver bisogno mi tengo sempre sull’attenti. È un allenamento spontaneo ed inevitabile, è un fatto di responsabilità. Nel cuore della notte, che in quel monastero in mezzo al bosco è ancora più cuore della notte, qualcuno si alzò. Capita. Pensai comunque di aspettare che tornasse, per riaddormentarmi. Non so dire se fosse il tempo ad essere infinitamente dilatato in quell’oscurità dove si distinguevano solo le grosse travi di legno del soffitto o se davvero nessuno stava più tornando da quel bagno. Uscire dal sacco a pelo che racchiude in sé il suo ma ancor più il tuo calore, perdere la posizione magica di connubio tra la schiena e le mattonelle sconnesse, camminare su quel pavimento tanto gelato da produrre come uno spiffero a raso terra fu per me uno sforzo disumano. In realtà poi, una volta in piedi, concretizzai come tutte le volte che è più l’idea che hai di compiere queste azioni in sequenza che lo sforzo reale. Con prudenza sollevai il chiavistello che chiudeva la porta però già aperta, perciò produssi molto più rumore del previsto. Quando fai rumore nella notte è come se qualcuno ti avesse sorpreso a far qualcosa che non dovevi, e ti immobilizzi. Qualche secondo per vedere se per caso qualcuno si fosse mosso poi sgattaiolai fuori. Il corridoio immenso e gelato che attorniava il chiostro sembrava parlottare tra sé e sé. Arrivai preso al bagno.

“Tutto bene? Chi sei?”

“Anita sto bene, non ti crucciar per me”. Solo lei avrebbe potuto risponder così.

“Vuoi far due parole?” che disastro! Niente di peggio per provare a conquistare il dialogo con qualcuno che non ne ha voglia… ma mi uscì quello e quello fu. Silenzio. Provai a recuperare.

“Or che mi sono alzata il freddo m’ha attanagliato il fondo pancia e devo venir in bagno. Posso?” ancora silenzio. Attesi con il viso contrito e grattandomi leggermente la nuca, proprio con l’impressione di star facendo sempre peggio. Poi sentii la chiave girare nella toppa, accompagnata da nessun altro rumore.

“Vieni.” disse con voce strozzata.

Non si era alzata dal pavimento, aveva soltanto allungato un braccio per aprirmi. Mi sembrò come se mi avesse aperto un po’ il suo io generalmente imperscrutabile.

“Che succede Auri?” le chiesi quasi distrattamente mentre mi tiravo su la tuta.

“Avevo bisogno di piangere…”

Mi rispose altrettanto distrattamente, come a cercar di chiudere il discorso. Dentro di me sempre più mattoni a pesare gli uni sugli altri, appoggiati in equilibrio precario sul cuore. Non sapevo da dove cominciare. Anche io, a volte, sento il bisogno di piangere. Tutti, credo. Ma non le dissi così. Io, come lei, come tutti, abbiamo sempre un motivo quando sentiamo il bisogno di piangere, come c’è un motivo a tutto; è solo che il bisogno di piangere ha un motivo che a volte facciamo fatica a raccontarci… figuriamoci a raccontarlo a qualcun altro. Abbassai il coperchio del bagno e mi sedetti appoggiando i gomiti sulle ginocchia.

“Hai detto una cosa bellissima prima, e tanto vera,” Ecco, intanto questo glielo avevo detto. “ma forse a volte è proprio ciò che hai detto che ci fa stare più male.”

Se all’inizio del discorso avevo avuto in risposta una certa voluta e non reale indifferenza, con questa seconda parte sentii di aver imboccato un sentiero dentro di lei. Non sapevo se fosse o meno quello giusto, ma era un sentiero.

Consciamente, aspettai.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Paola Petrucci

    (proprietario verificato)

    Ho avuto il privilegio di ricevrere la bozza del libro.
    L’ho letto tutto d’un fiato e con l’ansia di arrivare alla fine pur gustandone ogni passaggio ed ogni sottolineatura.
    Un libro che ogni donna che sente la responsabilità del suo essere anche un riferimento per le altre donne dovrebbe regalare al bisogno perché sarebbeveramente difficie spiegare con parole diverse i concetti profondi che Elisa ha saputo esprimere.
    Mi ritengo fortunata ed onorata di questa lettura densa ma scorrevole di cui ho potuto godere e che consiglio caldamente.

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Elisa Bilancioni
Figlia e nipote di creatività, per mia fortuna incappo sin dalla prima infanzia in insegnanti, dentro e fuori la scuola, che mi regalano il succo dell’apprendimento: la curiosità.
Affascinata dalla lingua italiana e dallo srotolamento del pensiero inizio a scrivere per compito e continuo per gioco, per nostalgia, per rilassamento, per ironia, per passione verso quello che la penna è capace di imprimere sul foglio. Cercando di non essere monotona faccio studi scientifici che mi aprono la visuale su una parte meravigliosamente affascinante dell’immenso Cosmo e del minuscolo ma ugualmente infinito Essere Umano. Lavoro con l’infanzia e con l’adolescenza, per non dimenticare lo sguardo più bello sul Mondo: quello stupito.
Le difficoltà e gli splendori della vita mi portano ad avere una famiglia “spalancata”, con cui vorrei generare anche un solo piccolo granello di pura felicità.
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