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Vox Populi

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Londra, 1628. Il giovane agricoltore Oliver Cromwell, appena nominato membro dei Commons, assiste impotente allo scioglimento del Parlamento e all’inesorabile ascesa di Carlo Stuart al rango di monarca assoluto. Il re ha sposato una principessa cattolica e la sua corte brulica di servi senza coscienza, di ecclesiastici senza scrupoli, di aristocratici senza rimpianti. Fuori dalla prigione dorata del palazzo, invece, i puritani, sinistri messaggeri di Dio, hanno già iniziato a gettare i semi della rivolta.

Vite e vicende s’intrecciano quasi per sbaglio nella suburra cittadina: il figlio di un nobile in disgrazia viene messo di fronte a una scelta dalla quale non può fuggire, uno studente modello abbandona gli antichi ideali per farsi strada in un mondo dominato dalla violenza e un marinaio in cerca di vendetta ha bisogno di un compagno per portare a termine la sua missione. A collegare tutte le vicende vi è il visionario e tormentato poeta John Milton, che trent’anni più tardi – in uno stridente contrasto col presente dei protagonisti – si ritrova a evocare antichi crimini e speranze ormai deluse. Questa è la storia di un’Inghilterra nutrita col sangue, cresciuta con l’oro del Nuovo Mondo e uccisa dai tumulti popolari. Un Paese dilaniato da un conflitto che nessuno riesce a comprendere, e che presto si trasformerà nella più sanguinosa delle guerre civili.

PRELUDIO

Da qualche parte in Inghilterra, 1658

Cammino quasi senza pensare, fra i miasmi di un passato che non è più.

Solo il ritmico pestare del bastone nel fango impedisce alla mia anima di evaporare nel nulla.

La pioggia mi lorda il tabarro, raccogliendosi tra le falde del mio cappello nero.

Stringo la mano destra, quella celata nella tasca, e penso di essere in grado di arrivare fino al campo.

O almeno fino alla fine della strada.

Non è la prima volta che la percorro, no.

Ho camminato per molte altre strade, prima di questa.

Strade differenti, strade completamente e maledettamente differenti da questa.

Bridge Street, St. Anne Street, Whitehall Square…

Nomi privi di un qualunque significato ora che lui è morto.

Nomi privi di ogni senso, dal momento che Dio mi ha voluto spogliare della vista.

Affondo le unghie nel palmo, abbranco l’oggetto che ho tenuto stretto con me fino a questo momento, mentre il bastone non fa che battere sulla pista allagata.

Un crocifisso.

Uno stupido, santo crocifisso d’argento attaccato a una catenella d’oro.

Un talismano antico quanto la brama del sangue, l’unica reminiscenza che la mia memoria rifiuta di lasciare andare.

«Ricordati per sempre» mi ha detto.

Ora, soltanto ora, trovo la forza per rispondergli.

Varco il confine.

Le alabarde delle sentinelle si schiudono come fauci davanti ai miei occhi muti. Posso avvertirne i rumori, posso immaginarne i bagliori di ghiaccio.

Mi fermano. Immediatamente.

Mani inguantate, strette intorno al mio braccio. «Vedi di girare al largo, accattone del cazzo. Qui non si fanno elemosine.»

Sono veramente giunto a questo punto? Stento io stesso a crederci, mentre il diluvio non smette di mondarmi dai miei peccati scarlatti.

«Allora?» bercia il guardiano della guarnigione. Avverto il suo sguardo puntato nel mio, dentro un volto distorto dal gelo. «Ti decidi a sparire?»

Mi artiglia il collo, vuole uccidermi qui e ora. Ma io sono troppo stanco persino per morire. «John Milton…» mormoro.

Un lume nelle pupille del guardiano: ha impercettibilmente allentato la stretta. «Che diavolo stai dicendo, mendico?»

«John… Milton…» ripeto. Mando il bastone a seguire i contorni dello stivale del soldato. «Il mio nome è John… Milton.»

«Non è possibile!» Disprezzo, confusione nella sua voce. «Il segretario Milton si trova a Londra, a più di sessanta miglia da qui!»

Sento che sto per sciogliermi nella pozzanghera dentro alla quale le mie scarpe sono affondate. È come se la melma mi attirasse a sé, in un certo senso. Io che, al pari di essa, sono meno di niente.

«John… Milton…» bisbiglio. Tendo in avanti le mani, tremante. «Il mio… il mio nome è…» Il bastone che viene inghiottito dal terreno molliccio. «… John…» Avverto i bordi frastagliati del crocifisso conficcarsi nella mia carne piagata. «… Mil…»

Un grido.

Che diventa sussurro.

Che diventa silenzio.

Mi risveglio da solo, in un luogo che fatico a riconoscere. Un luogo buio, identico a tutti gli altri. Riformulo la frase: mi risveglio da solo, dentro un’epoca che fatico a riconoscere da ormai troppi anni.

L’aria intorno a me odora di tabacco, di carne secca. Forse di carne e basta.

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Gemiti provenienti da dietro qualcosa. Una tenda, probabilmente. Una tenda filata di stoppia, venduta a una guarnigione parlamentare. Una guarnigione di uomini temprati dalla fede, di animo nobile, di saldi princìpi…

«Stai ferma, troia, che finiamo in bellezza!»

Uno schiocco metallico, come un pugno, un rumore sordo. Un grido: atroce, prolungato. Di bestia ferita.

«Maledetta mocciosa…! Ti avevo detto di stare ferma!»

Cerco a tentoni il mio bastone, nell’oscurità illimitata dentro alla quale il Padre Eterno mi ha fatto precipitare. Lo trovo. Ne potrei riconoscere i tagli e le venature fra mille.

Devo andarmene ora.

Un secondo strillo mi impedisce di farlo. Posso percepire il suo dolore perfino senza vederla. Un dolore atavico, primevo, animale.

«Pietà…» È lei. Sta sussurrando al soldato di Cristo. «Ho una sorella…»

«Me ne fotto, mocciosa!» Il suono di uno schiaffo, di unghie che graffiano la pelle. «Anzi, no! Quanti anni ha? È più grande o più piccola?»

Un terzo grido soffoca la risposta prima che possa uscire dalle sue labbra. È come se potessi assistere all’intera scena. L’ufficiale, la ragazzina… uniti in un amplesso violento…

«Allora, puttanella, ti decidi a rispondere?»

Lui indossa l’armatura: sento il tintinnare metallico delle placche toraciche, del fodero della spada contro i fianchi ferrati.

Ironside.

Ma certo, mi dico. Avrei dovuto immaginarlo.

«Sei proprio come tua madre!» La voce sdegnata ha parlato. «Voi papisti non siete per niente buoni a far godere!»

Ora che ho compreso ogni cosa, mi sento realmente più sollevato. Una serva di Santa Romana Chiesa, ma sicuro! Come ho fatto a non pensarci?

Li lascio alle loro dispute dottrinali, il puritano e la cattolica, mentre lentamente, a carponi sulla nuda terra, scivolo fuori dalla tenda e mi riaffaccio sul mondo.

Il crocifisso d’argento è ancora saldamente nella mia tasca destra. Del resto non mi importa più nulla.

Cammino quasi senza pensare. Solo il ritmico pestare del mio bastone nella fanghiglia impedisce alla mia anima di sanguinare nei rigagnoli.

La pioggia mi macchia il tabarro, raccogliendosi sopra le tese del mio cappello nero. Stringo la mano destra, quella celata nella tasca, e penso di essere in grado di arrivare fino al prossimo accampamento.

O almeno fino alla fine della strada.

È la prima volta che oso avventurarmici da solo.

La prima volta, da quando il Padre Celeste ha deciso che la vista era un peccato troppo grande per me.

Ho visto cose talmente splendide da apparire orribili e cose così orribili da apparire sublimi oltre ogni immaginazione.

Ho visto sacri ideali tramutarsi in cenere, e sommosse cittadine convertirsi in rivoluzioni sanguinarie. Ecco, era questa la parola che mi serviva: convertire.

Affondo le unghie nel palmo, afferro l’oggetto che ho tenuto stretto a me fino a questo momento, mentre il bastone non fa che battere sul sentiero sconnesso.

Un crocifisso.

Uno stupido, santo crocifisso d’argento attaccato a una catenella d’oro. Un amuleto arcano quanto la fame del sangue, l’unico ricordo che la mia memoria rifiuta di lasciare andare.

«Ricordati per sempre» mi ha detto.

Ora, soltanto ora, trovo la forza per raccontare.

ATTO PRIMO

HUNTINGDON

(settembre 1612)

L’infanzia mostra l’uomo, come il mattino il giorno.

John Milton

1. VICTORY

Nei dintorni di Huntingdon, Cambridgeshire, 5 settembre 1612, poco prima delle 16:00

«Giuro fedeltà al re e a nessun altro!» Il ragazzino ha gridato al vento, il braccio sollevato come l’ultimo degli Orazi. Non che gli dispiaccia fingersi un eroe classico almeno per oggi, con un ramo di faggio – arma a buon mercato – al posto del gladio e le ginocchia affondate nel tappeto di foglie vermiglie. «Giuro sulla mia testa che servirò re James fino alla morte!»

Il re avrà sì e no tredici anni, forse qualche mese in più del suo leale cavaliere. Sembra molto più grande di così, ma è soltanto merito della casacca imbottita e degli sbuffi dispettosi della camicia. A cavalcioni sulla quercia sradicata dalle ultime tempeste, muove la mano a mo’ di saluto, come se le felci e i pettirossi si fossero d’un tratto tramutati in una folla acclamante. «Ora puoi rialzarti, Sir Oliver» concede. «Ti ho appena nominato capitano della Guardia Reale.»

Sir Oliver si rimette in piedi in un balzo, il canino mancante in bella mostra. «Grazie, sire!» Neanche più si cura di ripulirsi dal fango, ormai ci hanno rinunciato pure le sorelle. A che serve restare lindi e profumati quando si sta combattendo una guerra? L’unica realtà che conta è la vittoria, e nient’altro.

«Dobbiamo trovare un modo per riprenderci ciò che è nostro!» strilla James, schioccando i tacchi lustri sul legno dilaniato. «Gli Hopkins devono essere distrutti!»

Oliver grida di nuovo, ed è un piccolo selvaggio assetato di sangue. Il guerriero prescelto dalla foresta, con i capelli rossi e gli occhi neri da lepre selvatica. «A morte gli Hopkins!» Ricorda bene l’ultima sortita, ce l’ha ancora stampata in faccia. Rammenta il pugno di Emmanuel Hopkins in pieno volto e il dente volato via a mai più rivedersi. Rammenta il dolore e il coltello strappato dalle dita, bottino immeritato in mani nemiche. «A morte gli Hopkins!»

«Ci hanno ingiustamente accusato di aver rubato il tabacco di Mister Kirkpatrick, e ora dobbiamo fargliela pagare!» James sta sbraitando contro le nubi, quelle maledette ombre grigie che mai abbandoneranno il cielo di Huntingdon. «Per il nostro onore e per il nostro Regno!»

«Per il nostro onore e per il nostro Regno!» Oliver è sul punto di mulinare in aria il bastone per guidare l’attacco, quando un urlo acutissimo costringe lui e James a voltare di scatto la testa.

«Fermi! Io so come batterli!»

Oliver strizza gli occhi per non permettere al sole di confondergli la vista. No, non si è sbagliato.

Elizabeth Bourchier, dodici anni e fegato da vendere, è proprio lì di fronte a lui, la gonna scura costellata di polline e polvere. «Io so come battere gli Hopkins» ripete, scostandosi dal viso le ciocche bionde.

Figlia di figli di nobili, è arrivata in paese all’inizio dell’anno, e subito è diventata l’argomento preferito delle chiacchiere delle comari.

Chissà poi perché.

Di certo non soltanto per la storia della sua famiglia, tramontata allo scoccare del nuovo secolo per debiti ma imparentata in linea diretta con il grande casato dei Devereux, conti dell’Essex da generazioni.

Ecco, forse anche perché la piccola Elizabeth pare un angelo caduto in terra, tanto è graziosa. Quei capelli dorati simili a filigrana, quei grandi occhi azzurri… Le bisbetiche si sono sprecate a forza di previsioni e profezie di un futuro da regina, a fianco dell’uomo più potente d’Inghilterra.

Ma per ora Elizabeth è soltanto una bambina che gioca a fingersi donna, e che ha appena deciso di aiutare la peggiore coppia di scapestrati del Cambridgeshire. «So come entrare nella loro base senza che vi vedano, e so anche come aprire il forziere che nascondono dentro la capanna.»

Oliver ha cercato fino a ora di sopportarla con le migliori intenzioni, ma adesso non può far altro che sbottare a pieni polmoni: «Che cazzo sei venuta a fare qui, tu? Lo sai che alle femmine è proibito entrare nel nostro Regno!».

Tutta colpa del cuore che non smette di battere forte, della gola secca, delle unghie ficcate nella carne del palmo per non mostrarsi debole di fronte a una bambina.

Ecco che diavolo succede quando ci si innamora.

Elizabeth però non muove un dito, sfidando il soldatino del re con un sorrisetto impertinente. «Il vostro Regno?» domanda, lanciando una lunga, pietosa occhiata al recinto di rami sfrondati. «La base dei fratelli Hopkins è cento volte migliore.»

Se non fosse stato per le braccia del re, ora Elizabeth starebbe già correndo verso casa con un bel livido nero sulla guancia e le lacrime a bagnare i lacci della cuffia.

Un conto è avere il cuore fatto a brandelli da una donna, un altro è avercelo spezzato in due per una questione di orgoglio.

Ma, grazie a Dio, James ha avuto i riflessi pronti.

«Io l’ammazzo!» ringhia Oliver, cercando di divincolarsi dalla stretta. «Io l’ammazzo quella puttana!»

Elizabeth serra le labbra in una smorfia di aristocratico disgusto, retaggio di una vita che ormai non è più. «Ero solo venuta a darvi il mio aiuto» borbotta, per poi voltarsi e riprendere il sentiero del ritorno.

Ma il re riesce a bloccarla prima dell’irreparabile. «Torna qui! Ci servi!» grida, prima di abbassare la voce sino a renderla poco più che un bisbiglio. «Vero, Sir Oliver?»

Il giovane cavaliere si dibatte e poco ci manca che ruzzoli a terra. Con il bastone puntato contro l’intrusa, tenta ancora di recitare la parte del grand’uomo: «Non me ne frega di cosa sa o di cosa non sa! Io non ce la voglio qui con noi, James!».

James lo fulmina con lo sguardo. «Re James, se non ti dispiace. O te lo sei già dimenticato?» Offre la mano a Elizabeth, e il cuore di Oliver è già in caduta libera. «In qualità di monarca e cavaliere di Huntingdon, accettiamo volentieri il tuo aiuto, Lady Elizabeth.»

Emmanuel Hopkins fiuta la brezza intrisa del fumo del falò, acquattato a quattro zampe davanti all’uscio della capanna. Fra i denti, il bottino dell’ultimo scontro: il coltello con l’impugnatura di osso, incisa con le iniziali del proprietario: O.C.

Due lettere per un nome che tutti i ragazzini di Huntingdon hanno imparato a conoscere. E poco importa se quel nome non è il suo: lui se n’è appena fatto uno appropriandosi di quel pugnale.

«State tutti all’erta!» grida, toltosi di bocca la lama. «Quei bastardi si faranno vedere di nuovo, prima o poi!»

La truppa strepita, agita le lance di legno e caccia urli da far concorrenza a un esercito di scozzesi, mentre Lucas Hopkins, il minore, li passa in rassegna uno a uno. «Li abbiamo battuti una volta, possiamo farlo ancora!»

Il boato riecheggia fra i tronchi, in ogni singola foglia, nei becchi dei tordi e delle cornacchie.

«Sono soltanto in due!» esclama Emmanuel, alzando il pugno. «Li schiacceremo!»

«Li schiac-ce-re-mo!» ripete il branco. «Li schiac-ce-re-mo!»

Emmanuel scuote il coltello, fendendo l’aria con brama di lotta. La schiera di bimbi pulciosi si incanta a fissarlo, come ipnotizzata.

«Per gli Hopkins» mormora uno.

Basta la sua voce per far rinascere il coro: «Per gli Hopkins! Per gli Hopkins! Tutti per gli Hopkins!».

Emmanuel stringe il braccio di Lucas e lo solleva insieme al suo nella pioggia di urla.

«Per gli Hopkins! Per gli Hopkins! Per gli Hopkins!»

«Che vengano pure!» sbraita Emmanuel, indicando la capanna. «Non avranno mai il nostro tesoro!»

Niente di più sbagliato di questo.

Un cavaliere del re non ha paura.

Un cavaliere del re non ha paura di niente.

Oliver si segna la fronte per scaramanzia, per poi baciarsi il pollice e l’indice come vede fare in chiesa la domenica mattina.

Un cavaliere del re non ha paura di questo…

«Oliver…!»

Il sibilo di James viene divorato a metà dal canto degli uccelli, che non fanno che svolazzare loro intorno da quando hanno deciso di avventurarsi là sopra. Forse hanno già fame dei loro cadaveri, forse hanno già avvertito l’odore del sangue.

Oliver deglutisce, si ostina a guardare in basso. E ogni volta è come morire un po’, come immaginare il suo corpo spiattellato venti metri più giù, ai piedi dell’albero, dentro una tomba di foglie e merda di lupo.

«Oliver, aspetta!»

Sussurrare è d’obbligo: sono praticamente sopra le teste degli Hopkins, e sbraitare come fruttivendoli a Whitehall non è proprio l’ideale.

Oliver si volta lentamente, la guancia appiccicata al ramo incrostato di resina. Riesce a scorgere James ed Elizabeth aggrappati alle funi della vecchia casa sull’albero. «C-cosa c’è?» Si odierà a vita per essersi messo a balbettare di fronte a lei.

«Stai calmo» gli ordina James. «E smettila di guardare in basso. Sei quasi arrivato.»

Oliver ricomincia a strisciare verso il sacco ricolmo di pietre lasciato lì da Mister Spencer per dar la caccia ai cuccioli d’orso. Avanza come un gatto, le unghie conficcate nella corteccia, incurante delle schegge nella pelle.

Manca poco, Oliver, manca davvero poco.

Oliver tende la mano. Sfiora con le dita la stoffa del sacco.

«Avanti, Oliver!» bisbiglia Elizabeth.

È la sua voce a fargli perdere l’equilibrio, la sua dannata voce da femmina. Un sasso cade per sbaglio, scomparendo dalla sua visuale.

«Merda!»

Un grido strozzato dalla casa sospesa, sicuramente da parte del re. Oliver si è sbilanciato verso destra e il braccio si è abbassato nel vuoto, portando con sé il resto del corpo.

Uno scricchiolio sospetto, come di ossa incrinate: il ramo sta certamente per rompersi.

«Torna indietro!» James gli ha teso a sua volta la mano, pronto ad afferrarlo. «Hai già fatto abbastanza!»

Oliver afferra l’orlo del sacco. Gira la testa e risponde al suo re con una sola parola: «No».

Io indietro non ci torno.

Tira con forza, e la stoffa grezza si strappa che è un piacere.

Una miriade di pietre precipita verso il tetto della capanna degli Hopkins.

Comincia con un lieve fischiare: il suono della pietra che attraversa l’aria.

Poi lo schiocco e il tonfo sordo.

E il primo grido si leva dall’esercito degli Hopkins: «Ma che cazzo succede?!».

Uno dei soldati si accascia vicino al falò con un gemito.

Emmanuel, naso all’insù, scruta le fronde immobili.

Niente.

Eppure Alvin non può essersi ferito da solo alla testa, maledizione!

Prima di dare alla banda il tempo di ragionare, una seconda scarica di sassi piove loro addosso dal cielo, costringendoli a coprirsi la zucca con le braccia incrociate.

«Ci attaccano!» Lucas corre verso la capanna. «Ritirata! Ritirataaa!»

Emmanuel gli scaraventa addosso il bastone. «Noi non ce ne andiamo! Noi restiamo qui finché quei figli di troia non si fanno vedere!»

E la truppa si blocca, immobile sotto la raffica, con il solo legno delle lance come riparo dalla furia delle pietre, mentre Lucas, occhi bassi e respiro mozzo, ritorna nei ranghi tenendosi il fianco, colpito dal bastone del fratello.

I mocciosi piangono in silenzio con le spalle doloranti per le botte e la pelle già cosparsa di lividi. Qualcheduno rotola a terra prendendosi la testa fra le mani. In pochi resistono.

«Rimanete fermi!»

I reduci obbediscono senza fiatare, finché dal cielo non inizia a piovere soltanto polvere, e possono d’un tratto permettersi di rivolgere di nuovo lo sguardo verso l’alto.

Emmanuel ha già compreso ogni cosa. È sicuro di trovare i suoi nemici all’ombra della casa sospesa di Mister Spencer, ma…

Ma evidentemente se la sono già squagliata.

Ringhia, Emmanuel. Ringhia e minaccia il vento con la punta del coltello rubato: «Trovateli subito e portatemeli qui! Non devono essere lontani!».

Fa appena in tempo a voltarsi verso suo fratello che un dolore orrendo lo coglie in mezzo alle costole. Emmanuel si ritrova improvvisamente a vomitare colazione e pranzo, inginocchiato nel fango.

Ma cosa…?

Solleva gli occhi, e d’istinto stringe la presa sul coltello. «Oliver Cromwell…» mugola, il braccio stretto attorno al ventre dolorante.

Intorno a lui, intanto, si è scatenata la bolgia, si è compiuto l’assalto. James Montagu e il suo fedele alleato hanno appena fatto irruzione nel campo.

Emmanuel scruta il re disarmare suo fratello con un calcio, sotto gli occhi terrorizzati dei soldati. «S-siete dei pazzi…» tossisce. «Siete due contro dieci.»

Il volto controluce di Oliver è inquietante quasi quanto il suo sorriso. «Rimani soltanto tu, a dire il vero.»

Il pugno se lo aspettava da tempo, da quando gliel’aveva dato per primo.

Nonostante ciò, Emmanuel non può fare a meno di rotolare a terra, perdendo l’unica cosa che ancora avesse un valore.

E che Oliver non tarda a raccogliere. «Grazie!» esclama, rigirandosi il coltello fra le dita.

Emmanuel si prende il naso rotto fra le mani: un inutile tentativo di arginare la cascata di sangue. «L-lo dirò a mio padre!» Ancora sdraiato sul dorso, tenta di allontanarsi scalciando la cenere del falò ormai spento. «Ci puoi scommettere, figlio di cagna!»

Alle sue spalle, ormai, solo dignità e fierezze piegate. «G-glielo dirò, potete starne certi!» strilla per l’ultima volta, aggrappandosi alla schiena del fratello.

La fuga attraverso la selva sarà davvero difficile da dimenticare.

«James!» Oliver lancia il suo urlo di sangue e vittoria, calciando le pietre che ha fatto piovere dagli alberi come il migliore degli artiglieri d’Inghilterra. «James!» chiama ancora. «Mio re James!»

Il re è già corso impaziente a ritirare il premio, e ora lo sta trascinando fuori dalla capanna. Un baule borchiato che ha l’aria di valere qualcosa e di pesare anche parecchio.

Oliver gli saltella intorno con il fiato corto per l’emozione. «Allora, come si apre?»

«Lo so io, come si apre» Elizabeth, ancora lei: si è appena seduta sul baule, senza dare a James il tempo di scardinare il lucchetto. Oliver l’aveva quasi scordata, preso com’era dal trionfo campale. «Ho io la chiave.»

«Spiegami una cosa» borbotta Oliver, indicandola con la punta della lama. «Perché tu sai tutte queste cose e noi non sappiamo niente, eh? Per me ci stai nascondendo qualcosa!»

«No, Oliver» sospira Elizabeth, alzando gli occhi al cielo. «Semplicemente sono intelligente e voi siete stupidi. Ecco perché avete bisogno di me.»

Se James ignora la provocazione senza battere ciglio, Oliver avvampa e si volta dalla parte opposta.

Maledetto il giorno in cui i Bourchier arrivarono a Huntingdon. Se non l’avessero fatto, gli avrebbero risparmiato un’infinità di dolori.

«Allora, Elizabeth?» chiede re James. «Cosa dobbiamo fare per aprire il baule?»

Elizabeth ha sempre la risposta pronta: «Giurate che avrò la metà del tesoro, oppure io non aprirò questa cassa».

Oliver non crede alle sue orecchie. «James!» grida, scrollandolo per le spalle. «Non giurare! Ti prego, non giurare!»

Ma il re è irremovibile: «Giuro su san Giorgio che ti daremo la metà del tesoro. È merito tuo se siamo riusciti a sconfiggerli».

Elizabeth sorride compiaciuta senza degnare Oliver di uno sguardo. «Mi basta la tua parola.» Si alza, ed estrae un ciondolo dal corsetto ricamato. Un ciondolo a forma di chiave. «Lucas Hopkins me l’ha data qualche settimana fa in cambio di un bacio sulla guancia, sapete?»

Oliver si morde a sangue il labbro per soffocare l’acredine, paonazzo dal collo alla fronte.

Elizabeth infila la chiave nella toppa del lucchetto e le fa compiere due giri interi. Poi, finalmente, solleva il coperchio del forziere.

«Castagne!» James vi affonda dentro le dita. Centinaia di caldarroste già cotte al fuoco del falò riempiono la cassa del tesoro degli Hopkins.

Oliver corre a prendersi la sua parte, pregando che almeno la fame possa fargli dimenticare. Si riempie le tasche dei calzoni di quel ben di dio, mentre Elizabeth si è già impadronita della sua ricca porzione di bottino.

«E questo cos’è?» frugando nel baule, James ha trovato anche una busta di carta sigillata con un giro di spago.

Oliver se la fa consegnare e la avvicina al naso. È quello che pensava che fosse: l’odore di cui è sempre pregna la giacca di suo padre. «Tabacco» mormora, restituendola al re. «Ecco dov’era finita la scorta di Mister Kirkpatrick.»

James strappa un angolo della busta e v’infila dentro le dita. «Lo vogliamo provare?»

Oliver fa cenno di sì con la testa. «Da’ qua.» Usando l’indice e il pollice della destra, sminuzza una manciata di foglie nerastre fino a ridurle in cenere. Poi ne pone una dose nella mano del re, tenendo per sé quella più abbondante.

«E io?» protesta Elizabeth.

Oliver aggrotta le sopracciglia. «Le femmine non fiutano. È questa la regola.»

«Tu hai troppe regole, per i miei gusti.» Elizabeth artiglia il polso di Oliver, senza lasciargli il tempo di ritrarlo, e agguanta svelta la busta. Macina le foglie strizzandole fra le dita sottili, sotto lo sguardo adorante del cavaliere del re.

«Alla vittoria!» esclama James.

«Alla vittoria!» ripetono in coro Oliver ed Elizabeth.

Poi si portano all’unisono le dita alle narici e danno la prima fiutata. L’effluvio, che fa la felicità degli uomini da quando i dannati conquistadores hanno deciso di ripulire l’America dagli indiani, esplode loro nel naso e negli occhi.

Lacrime di gioia, le maniche sul viso. E la fredda foresta di Huntingdon è appena diventata il paradiso terrestre.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    L’ho comprato già sapendo la bravura di Irene per via di wattpad e devo dire che non mi ha deluso per niente. Potrebbe benissimo essere un libro trovato nello store della Feltrinelli nella sezione “nuovi capolavori”. La storia, la trama, lo stile di scrittura e i personaggi sono splendidi e credo, sò che i 22 euro che ho usato sono stati “soldi ben spesi”.

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Irene Gobbi
Irene Gobbi è nata a Bergamo nel 1997. Dopo essersi diplomata al liceo classico, frequenta la facoltà di Studi storici e filologico-letterari all’Uni- versità di Trento. Da sempre appassionata di letteratura, teologia e storia, pochi anni fa ha trovato un modo per coniugare i suoi interessi e ha iniziato a scrivere. Vox Populi è il suo romanzo d’esordio.
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