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Wisteria Gensai

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Consegna prevista Luglio 2022

Hizuki Fujiwara, una semplice ragazza del secondo anno di superiori, vive nell’istituto Kowaro nella città di Yokohama. Isolata fin da bambina dai compagni, e persino dai suoi stessi genitori, per il colore strano dei suoi capelli, la ragazza sente di essere in qualche modo “Sbagliata”. Tutto cambia con l’arrivo di un nuovo studente, Sho un ragazzo dai capelli corvini, e l’incontro con un cane dal manto bianco come la neve, Kuroshine, che la proteggerà. Hizuki si immergerà in un’avventura che non si sarebbe mai immaginata, incontrando: Demoni, Spiriti, Alleati, e soprattutto avrà una voce che la guiderà quando si sentirà persa nei momenti bui; adempierà alla missione di chiudere le Porte Fittizie che separano il mondo Bianco da quello Nero contrastanti tra loro, evitando il caos e la fine del mondo.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è dedicato a tutti coloro che si sentono diversi. Tramite questo racconto voglio mandare un semplice messaggio: Non siamo del tutto soli, come le uguaglianze ci rendono forti anche le differenze tra noi possono essere superate.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Introduzione

Camminando nella vallata si trascina dietro la spada ancora sporca di sangue. Il fluido cola lungo il metallo scintillante sotto il chiaro di luna, lasciando dietro una scia color rosso cremisi, mentre il tintinnante suono dell’arma gli risuona nelle orecchie. Arrivato nel luogo proibito si accascia tra le radici, sprofondando nel sonno cercando il senso di tutta la sciagurata vicenda. Perché è successo? Nessuno si sarebbe mai immaginato una cosa del genere, non durante una giornata cosi importante. Sente ancora il suo odore impregnatosi addosso. Un miscuglio tra fiori, sangue e ferro gli si introduce nelle narici, gli rende la scelta difficile. Disgusto o Desiderio? L’unica cosa certa è il sentimento nei suoi confronti. QUelli non li cancellerà mai nessuno sulla faccia del pianeta.

1

Una luce bianca illumina tutto attorno, ad allungarsi verso di me, il palmo di una mano. Ma cos’è questa sensazione? E questa figura sfocata chi sarà mai? Riesco a vedere bene solo i suoi occhi color oro. Dell’acqua cade sul mio viso, no un momento! non è pioggia. Sta piangendo, perché?. D’un tratto il dolore mi pervade, brucia più del fuoco stesso, è cosi straziante tanto da morire. “<Non lasciarmi!>” urla disperato. Apro gli occhi sollevandomi in un lampo, sveglia tra le lenzuola tutta sudata,l’aria viene a mancarmi, stringo forte le lenzuola tra le mani nella speranza di essere nella realtà e sopportare questa tortura. Questo dolore! Lo sento ancora più delle altre volte in passato.

Allento la presa sulla stoffa portando la mano sopra il petto. Il cuore sta scoppiando, il ritmo accelerato a causa della paura fa fluire il sangue più rapidamente facendomi sentire il volto caldo. Un sogno? un incubo? Cos’era? Gli occhi pizzicano, le lacrime scendono, non posso fermarle.

Questa cosa va cosi da anni, fin da bambina per quanto possa ricordare, ed ogni volta mi fa piangere senza controllo. Prima il dolore e poi le lacrime che sgorgano a fiume senza neppure un singhiozzo. Asciugo il viso tornando a sdraiarmi nel letto gettando la schiena a peso morto contro il materasso sprofondo la testa nel cuscino. Mi giro di fianco fissando l’orologio. Le tre del mattino. <Devo dormire domani ho scuola.>” Essere al secondo anno di liceo senza aver fatto amicizia, la nomina adatta sarebbe “Asociale” se non fosse per il fatto di essere evitata come la peste bubbonica da tutti quanti. <Chissà…>Abito a Yokohama, la capitale della prefettura di Kanagawa, ormai dal periodo delle medie. La fortuna di avere i genitori come i miei è l’essere totalmente ignorata.
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Si sono conosciuti durante una crociera innamorandosi subito l’uno dell’altra. Una volta sposati hanno avuto mio fratello maggiore Yoshi, lui è il prediletto della famiglia. Ha ottimi voti, bravissimo negli sport e in tutto quello che fa. Poi hanno avuto me, anche se mi impegno e posso essere brava quanto Yoshi, i miei non mi apprezzano, anzi, per tenermi lontana mi hanno spedito qui a vivere da sola all’istituto Kawaro, dove ogni studente ha a disposizione un mini appartamento nel campus lontano dalla struttura scolastica. Essendo una scuola di altro livello, i comfort qui sono all’ordine del giorno. In tutto ciò non capisco il loro comportamento. Se non mi amassero non credo pagherebbero una scuola cosi costosa per darmi un istruzione con i fiocchi, c’è da dire che essendo una famiglia altolocata non avere critiche negative per via dei figli, anche per uno solo, è molto importante. I miei cadrebbero nella vergogna se combinassi qualcosa di spiacevole. <Bha sono stanca non ci voglio pensare> chiudo gli occhi, respiro profondamente e torno a dormire nella speranza di riposare.

“Bip Bip, Bip Bip, Bip Bip.” Il suono della sveglia è cosi fastidiosa, vorrei tanto non alzarmi. <Mh… Si ho capito, ho capito mi alzo. Uffa che rottura> farfuglio contro voglia.

Sollevo il braccio cercando di spegnere quel suono colpendo un paio di volte il vuoto, non conto quante altre il comodino, ma alla fine trovo il pulsante per spegnere il rumore antipatico che mi dice di svegliarmi, alzarmi dal letto ed iniziare un’altra giornata del tutto insignificante. Il corpo è cosi pesante, sono le sette del mattino, le lezioni iniziano alle nove ma devo alzarmi lo stesso presto; Vivendo da sola devo preparare il pranzo, certo potrei prenderlo alla mensa e dormire di più, ma cosi posso mangiare ciò che mi piace senza accontentarmi. Sospiro e finalmente riesco a sollevarmi. Poggiare i piedi nel pavimento di parquet di legno mi lascia una sensazione di calore molto piacevole.

Odio i miei capelli, per colpa loro in passato fui presa di mira da molti bulli della scuola, cosa che succede tutt’ora anche se ormai ci ho fato l’abitudine. Cosi lunghi da coprirmi tutta la schiena, un inspiegabile colore viola scuro da sembrare quasi nero ma brillante.

Fin da piccola mi dicevano di smettere di tingerli, ignari del fatto che con quel colore ci sia nata. Anche i miei genitori non sanno il perché di questa colorazione. Appena nata i quattro ciuffi di peluria sulla testa non mostravano alcuna anomalia, ben presto, intorno ai tre anni, iniziò tutto. Li spazzolo per bene dandogli delle passate con la piastra elettrica per renderli più lisci possibile, la frangia sono costretta come sempre a raccoglierla all’indietro con le forcine perché i ciuffi si aprono e sembro una pazza. Le regole scolastiche sono molto rigide. Ogni studente deve presentarsi in modo impeccabile sia con l’acconciatura che con la divisa. I capelli devono essere perennemente lisci, anche con la coda di cavallo e devono essere di colore naturale. Di fatti quando feci domanda non mi volevano ammettere, in più, questa scuola è molto particolare con la divisa:

Classica camicia bianca dalle maniche rigonfie verso i gomiti fino ai polsi, una gonna salopette nera caratterizzata da bretelle laterali sottili, nell’addome sono cuciti due bottoni a lato color oro, dove incisi in maniera sottile si vedono le lettere “KY” in romaji, un fiocco sottile decora l’incrocio del nastro da dietro, ed ovviamente anche la giacca abbinata corta per noi ragazze; pantaloni neri, gilè grigio e giacca per i ragazzi,con cravatta rossa per tutti.

Inizialmente trovai molta difficoltà ad ambientarmi in questo luogo, il campus scolastico è estremamente grande, comprende oltre all’edificio scolastico e i campi per lo sport, anche gli appartamenti, in cui siamo circondati da delle mure fatte interamente in mattone, nascosto tra qualche arbusto e rampicante sempre ben curato dal personale. L’unica via d’entrata ed uscita è l’enorme cancello di ferro battuto che si apre ogni mattina per far entrare gli studenti che non alloggiano qui. Beati loro. La divisa è meglio non metterla subito, devo cucinare, la lascio appesa fino alla fine. Bene cosa potrei prepararmi? <Deciso! Frittata con verdure, riso in bianco e wurstel a forma di coniglio.> Prendo il box per il pranzo, lo preparo in modo tale da averlo pronto ed inizio a cucinare.

Finito di preparare il tutto, infilo i libri in cartella, sistemo casa, pulisco le stoviglie e mi infilo la divisa. Bene! sono le 8:30, posso camminare con tutta calma verso l’ingresso secondario. Prendo le chiavi, infilo le scarpe ed esco dall’appartamento assicurandomi di chiuderlo per bene. Al contrario di molti studenti che abitano con i propri genitori, io sto da sola all’ultimo piano del palazzo, al diciassettesimo, avendo anche la possibilità di usufruire di un terrazzo privato grande tre volte l’intero appartamento. I miei si sono stabiliti all’estero e non mi vogliono con loro, trasferirmi nella struttura esterna scolastica è stata la scelta migliore. Chiusa casa mi volto camminando nell’eco dei miei passi. Il pianerottolo illuminato dai led fa risplendere il corridoio, i pochi quadri appesi danno quel tocco di colore all’ambiente freddo e vuoto, il pavimento di marmo bianco contornato d’oro aiuta la luce ad espandersi nel luogo. Le uniche finestre presenti sono nella rampa di scale, la quale, vengono aperte solo d’estate per far circolare l’aria e mantenere il palazzo fresco. Mi fermo di fronte all’ascensore premendo il pulsante di chiamata. Ogni piano ha due appartamenti differenziato tra A e B, io sto al 17A, mentre il 17B è sempre stato vuoto. D’un tratto qualcosa mi pervade la schiena, la pelle diventa d’oca, è come se uno sguardo mi stesse spiando.Volto il viso inclinando il capo dando un’occhiata intorno. Non ci dovrebbe essere… Nessuno.

<Mi sarò sbagliata. Sicuramente la testa starà ancora appoggiata sul cuscino.>

<A fatto.>

Risponde una voce.Trasalo dallo spavento balzando all’indietro sbattendo contro qualcosa, o qualcuno?Sento una mano sfiorarmi, sorreggendomi con sicurezza e fermezza coprendo l’intero angolo tra il braccio e la spalla. Spalanco gli occhi, giro velocemente la testa incrociando il suo sguardo caldo ma freddo, di questo ragazzo alto, dai capelli nero corvino e dalla pelle bianca come la neve. I suoi occhi sembrano Rosso rubino, ma di certo sarà l’illusione del led a dargli questo effetto. <S-Scusa, non volevo finirti di sopra> replico imbarazzata tornando composta di fronte a lui. Con aria divertita e un sorriso malizioso fa l’occhiolino piegandosi lievemente verso di me. <Nessun problema, mia piccola vicina.>Paonazza è l’affermazione ideale per indicare il mio viso in quest‘istante, “<Più rossa di cosi si può?>” Indietreggio di un piccolo passo. Aspetta che?! <Vicina hai detto?> Si solleva tornando composto. Cavolo quanto è alto! A confronto suo mi sembrava di essere una nanetta. <Sì, mi sono trasferito l’altro giorno. Il mio alloggio è al 17 B> annuncia il ragazzo simpatizzando. All’ora è lui il nuovo arrivato pubblicato nella bacheca dell’ingresso. Non avevano detto in quale appartamento dello stabile sarebbe finito. Almeno cosi avrò qualcuno dall’altra parte del piano.

<Oh! all’ora benvenuto al dormitorio Kawaro, molto piacere.>

<Piacere mio, tu sei per caso “Hizuki Fujiwara”?>

Sorrido sorpresa, nessuno qui mi conosce, almeno credo. Pensavo che l’essere evitata indicasse anche che nessuno sapesse il mio nome. <Beh sì. Scusa ma tu come fai a conoscermi?> Il suo sorriso diventa stranamente più dolce, i lineamenti delle labbra morbide mentre gli occhi si lasciano socchiudere leggermente dalle palpebre. <Il direttore mi ha detto chi sarebbe stata la mia vicina, e dato che siamo solo noi due in questo piano ho tirato ad indovinare.> “” Ho una strana sensazione a guardarlo dritto negli occhi, mi sento risucchiare all’interno di questo sguardo rubino. Perplessa sorrido in modo educato. Questa potrebbe essere un’occasione per socializzare. “<Hizuki non essere antipatica>ripeto in testa mentre il mio sesto senso fa le bizze.

“Din!”

L’ascensore è arrivato. Salvata dal suono della campanella, più o meno, perché adesso ci tocca entrarci assieme.

<Bene andiamo?>

<Certo. Dopo di te>

Porge la mano facendomi entrare per prima in modo cavalleresco, quasi finto. Scendendo il tempo sembra quasi come si stesse fermando. Il cuore batte troppo forte, la paura che possa sentirne il suono mi fa avere bruttissimi scenari in mente. Stringo il manico della cartella nella speranza di scaricarci un po di tensione, osservando lo schermo dove viene indicato il piano...16, 15, 14… Nessuno di noi due apre bocca, un silenzio imbarazzante e stressante se ne sta in quest’abitacolo che fino al giorno prima sembrava enorme, mentre adesso, è diventato più piccolo. Quale razza di dialogo potrei mai aprire in questa situazione? Messi l’una di fianco all’altro sbircio con la coda dell’occhio quanto bene gli stia la divisa. Le scarpe lucidate a dovere, di come il completo gli cade perfettamente al corpo, e di come tiene la cartella poggiata sulla spalla mentre la stringe dal manico con la mano. <A proposito Fujiwara-san!> Rompe quel momento chiamando con calma la mia attenzione facendomi girare verso la sua direzione. <San? Non essere cosi formale con me, siamo anche vicini di casa. puoi chiamarmi per nome tranquillo> dico cercando di essere il più carina e amichevole possibile. <D’accordo.Comunque non mi sono ancora presentato. Perdonami. Io sono Sho Gunatami.> <Gunatami?Non ho mai sentito questo cognome.> <Beh… La mia è una famiglia molto antica, le nostre origini sono della zona Fujisawa.> Risponde timidamente strofinando il dito indice contro la guancia. Forse facendogli questa domanda l’avrò messo in imbarazzo. <Vicino al monte Fuji?> <Precisamente.> <Non dista molto da qui. Durante le vacanze potresti tornare a casa facilmente.> Arrivati al decimo piano mi rendo conto di non saper spiccicare più di due parole senza ammutolirmi. Sembra un ragazzo gentile ed educato, ma il suo viso si fa tetro in un lampo. Che stupida! avrà problemi a casa. Dovrei saper tenere la bocca chiusa su questi argomenti. <Dunque…Ecco, scusa se te lo domando Gunatami-san, forse è un po in opportuno. Quanti anni hai?> Una risatina strozzata gli esce dalla gola, tenta di coprirsi le labbra con la mano nella speranza di non essere sentito; Osservo con stupore le sue dita, sono cosi lunghe e affusolate.

<Hizuki, prima dici a me di chiamarti per nome e poi sei la prima con le formalità?>

<L’ho fatto di proposito per sembrarti divertente.>

Torna composto asciugandosi una lacrimuccia dagli occhi. L’espressione del suo volto è più sereno, ed io sono più tranquilla per la prima volta in compagnia di un estraneo.

<Sono all’ultimo anno di liceo, compierò diciotto anni tra poco.>

<Ma non mi dire! Allora, se posso, ti farò un dolce.>

Rispondo con vero entusiasmo, anche perché sarebbe la prima volta per me cucinare qualcosa per qualcuno. Se non fosse per la situazione che c’è a casa, avrei fatto molti più dolci per mio fratello. <Lo apprezzerei veramente. Ti ringrazio.> Strizza leggermente gli occhi, come piacevolmente sorpreso dalla frase. Sento il viso caldo, più di prima nel pianerottolo, la pelle intorno alle guance è un fuoco. Le spalle sono diventate rigide, posso quasi vedere il viso riflesso dell’acciaio cambiare colore, cerco dentro il mio animo la forza per rimanere calma ma questa se ne sta volando via come una piuma trasportata dal vento, facendo posto ad una tempesta dentro di me.<Cerca di non mandare tutto all’aria>” ripeto in mente mentre il silenzio si poggia sulle nostre teste.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Sahyro K.G.
Sahyro K.G, pseudonimo di Sharon Greco, nasce a Palermo nel 1993. Studia all'Istituto d'arte diplomandosi in Fotografia e grafica pubblicitaria. Fin da piccola amante di tutto ciò che riguarda il Giappone, decide di accoppiare l'interesse delle lettura stendendo il suo primo racconto.
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