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Consegna prevista Giugno 2020

Matteo e Roberto sono due amici molto diversi tra loro, ma con una cosa in comune. Entrambi hanno un passato con cui non hanno davvero chiuso i conti. Matteo in particolare si ritrova in uno stato emotivo particolare. Anni fa ha mollato Francesca, la sua fidanzata storica, e da qualche tempo deve convivere con la consapevolezza che sia stato un grosso sbaglio.

Durante una vacanza a Budapest con Roberto, Matteo scopre che Francesca sta per sposarsi in Macedonia e decide di scappare da lei prima che sia troppo tardi per poterle parlare. Roberto, colto di sorpresa, parte al suo inseguimento per fermarlo.

Per entrambi inizierà così un lungo viaggio attraverso l’ex-Jugoslavia, un percorso che parte dalla Serbia e arriva sulle rive del lago di Ohrid. Un’avventura imprevedibile fatta di luoghi sconosciuti, cultura balcanica e incontri inaspettati, che li aiuterà a capire cosa vuol dire crescere e diventare persone e uomini migliori.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è nato dalla mia voglia di raccontare una storia ambientata nei Balcani e in particolare in ex-Jugoslavia, una parte di mondo in cui ho avuto la fortuna di vivere e che amo profondamente. Inoltre mi sembrava il luogo ideale per ambientare un percorso di crescita e di formazione di due persone che si fanno una domanda importante, un quesito a cui volevo provare a dare una risposta: cosa vuol dire crescere e diventare uomini?

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 0 – Il lago

Il sasso seguì una traiettoria altissima e ricadde in acqua facendo pochi schizzi.

Matteo chiuse gli occhi e si toccò la spalla destra. Il braccio faceva male. Sulle nocche della mano c’era ancora un po’ di sangue. Volse uno sguardo al cielo e sospirò. Prese un altro sasso da terra, provò ad alzarlo sopra la testa, ma una fitta lo bloccò. Imprecò sottovoce e quel suono ovattato si confuse col rumore dell’acqua del lago.

La furia era scemata, ma aveva ancora una sensazione di fastidio e malessere che scorreva nelle vene. La stanchezza non faceva che amplificare tutto. Era andata molto peggio del previsto e adesso non sapeva cosa fare.  

Nei giorni precedenti erano successe così tante cose da augurarsi di morire di noia per i successivi dieci anni. Un enorme trambusto che rischiava di essere stato del tutto inutile.

Cercò un fazzoletto di carta nella tasca e si asciugò il rivolo di sangue che stava scendendo dalla mano destra. Appoggiò le braccia sulle ginocchia e provò a scrutare l’orizzonte buio davanti a lui. Riusciva a distinguere solo qualche luce.

Sentì qualcuno avvicinarsi alle sue spalle, ma non si voltò. Roberto arrivò alla fine dell’asfalto e saltò sui sassi della spiaggia. Senza dire niente, si avvicinò a Matteo e si sedette di fianco a lui.

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La barba chiara gli copriva metà del viso e gli occhi stretti si muovevano nella penombra senza fatica. I capelli erano pettinati in modo preciso, come sempre, rasati ai lati e con un ciuffo che andava verso destra, un’onda bionda. Dalla manica sinistra della maglietta usciva la parte finale di una spada, un tatuaggio.

«Come va la mano?» chiese.

Matteo coprì l’arto sanguinante con quello sano.

«Non so di cosa tu stia parlando» rispose voltandosi dall’altra parte.

«Ti ho visto mentre te la prendevi con quell’albero» replicò subito Roberto.

L’altro esitò per un istante, scosse la testa, prese un sasso e lo tirò senza troppa convinzione in acqua.

«Lascia stare» disse alla fine. «Non ne voglio parlare.»

«Io te lo avevo detto che era una cazzata.»

«Perché mi devi fare ripetere sempre le stesse cose?»

«Tutta questa storia non ha senso…»

«Parla per te.»

«Io per me sto parlando, infatti.»

«Nessuno ti ha mai obbligato a venire.»

A Roberto scappò una risata.

«Sì, certo» disse. «Avrei dovuto lasciarti andare da solo?»

Matteo non disse niente. Stava facendo scorrere un sasso tra le dita e di fatto non aveva ascoltato le ultime parole pronunciate dall’amico.

«Che intenzioni hai ora?» gli chiese quest’ultimo.

«Non lo so» rispose lasciando cadere la pietra. «Forse dovrei fare un altro tentativo.»

«È una stupidaggine.»

«No, non lo è.»

«Porca puttana, ma da quando sei così rincoglionito?»

Matteo si alzò di scatto e fece per allontanarsi.

«Fottiti» bofonchiò.

«Dove stai andando?» gli domandò Roberto sbuffando.

«Non lo so. Ovunque possa stare da solo senza che tu mi rompa le palle.»

«Sto solo cercando di farti ragionare. Per l’ennesima volta.»

«So quello che sto facendo.»

«No, invece!» Il tono della voce di Roberto si era fatto più alto e acuto. «Ti ha detto chiaramente che non vuole più vederti. Perché non ti entra in testa?»

«Lo decido io quando è finita.»

«Madonna, che pesantezza. Ma ti ascolti quando parli? Non funziona così.»

«Senti, lasciami in pace, ok? Ho bisogno di fare questa cosa. Io non sono come te.»

Roberto strabuzzò gli occhi. La sua espressione mutò in una smorfia.

«Come, scusa?» domandò inclinando la testa.

Matteo fece qualche passo verso di lui.

«La realtà va affrontata, non nascosta.»

«Questa dove l’hai letta? Su un link condiviso da tua madre su Facebook?»

«Lo sai a cosa mi riferisco.»

«Sì, certo che lo so. Ai cazzi miei che vai raccontando in giro alle mie spalle.»
«Dai, Anita aveva bisogno di una spiegazione. Comunque, vedila come vuoi. Io non sono un codardo.»

Roberto fece due passi veloci verso Matteo e gli puntò contro l’indice.

«Fossi in te, starei più attento a quello che dici» lo minacciò.

L’altro si limitò ad allargare le braccia.

«Sennò che fai? Mi picchi? Dai, fallo se ne hai il coraggio! Tira fuori le palle per una volta!»

Roberto si passò una mano prima davanti alla bocca e poi sulla fronte.

«Sei uno stronzo» sussurrò.

«Non mi interessa.»

Il rumore dell’acqua del lago si ripeteva sempre uguale, a intervalli regolari. Il respiro di Matteo aveva lo stesso ritmo.

«Ok, domani mattina me ne vado. Arrangiati per tornare, non ne voglio sapere nulla» gli disse alla fine l’altro.

«Bene.»

«Qualunque cosa tu faccia, spero sia un disastro.»

«È già un disastro.»

«Domandati perché.»

Roberto si voltò e si allontanò dalla spiaggia senza salutare.

Matteo lo guardò per qualche secondo, poi decise di fare due passi intorno al lago. Che cazzo faccio adesso?, pensò. Che cazzo faccio? 

Capitolo 1 – Guerrieri

La freccia rotonda continuava a girare senza fermarsi.

Matteo la stava fissando già da qualche minuto senza fare altro. Internet a casa sua era sempre stato un problema e ormai aveva perso la voglia di arrabbiarsi per questo motivo. Spostò il PC e si alzò dal letto. Recuperò un pacchetto di sigarette dalla scrivania e ne accese una. Gli cadde l’occhio sulla cartellina marrone dove teneva alcuni documenti. Erano le pratiche che doveva sbrigare per la laurea e per lo stage che avrebbe iniziato in autunno. Ebbe la tentazione di sfogliarle, ma preferì evitare. 

Fumò con calma e andò a ricontrollare il computer. La freccia girava ancora. Optò per una seconda sigaretta. Già che c’era, verificò per l’ennesima volta di aver messo in valigia tutto quello che gli serviva. Quando vide che non mancava nulla, si tranquillizzò.

Nella vecchia borsa a tracolla c’era quello che doveva esserci. Il biglietto, una cartina, il caricabatteria del telefono, un impermeabile, qualche penna e un piccolo quaderno che usava per prendere appunti. Senza pensarci lo prese in mano e iniziò a sfogliarlo, come a voler essere sicuro che nemmeno le poche cose che vi aveva scritto sopra si fossero spostate. Alcuni bigliettini di carta caddero per terra. Si chinò, li raccolse e li sistemò di nuovo all’interno del quaderno. 

Nelle prime due pagine erano segnati dei numeri di telefono e alcuni nomi di canzoni. Dalla terza in poi c’era un piccolo glossario, trascritto in penna blu, con alcune frasi in ungherese.

«Köszönöm, szívesen…» lesse a bassa voce. «Non me li ricorderò mai» aggiunse alla fine scuotendo la testa.

Spense il mozzicone in un vecchio posacenere di plastica rossa e tornò a controllare il PC. Niente da fare.

All’improvviso gli venne in mente che si stava dimenticando la cosa più importante. Si avvicinò alla scrivania, aprì l’ultimo cassetto e tolse un paio di vecchi blocchi per appunti. Prese il passaporto e controllò la data di scadenza. Era ancora valido. Tirò un sospiro di sollievo e andò a cercare il cellulare per mandare un messaggio a Roberto.

“Non so se sia necessario, ma per sicurezza ricordati il passaporto.”

Roberto lesse il messaggio, lo dimenticò quasi subito, ripose il telefono sul tavolo e ordinò un’altra birra a Jessica.

«Cazzo!» esclamò Pietro. «Mi sarebbe piaciuto davvero venire con voi.»

«Noi te l’avevamo chiesto» rispose Roberto.

«Lo sai che prendere le ferie per me è un casino in questo periodo. E poi avevo già promesso a Lucia che la portavo al mare.»

«Beh certo, sia mai che la trascuri un attimo.»

«Dai, non fare il coglione.»

«Ma no! Lo sai cosa voglio dire…»

Jessica arrivò in quel momento con un boccale di weizen. Lo appoggiò sul tavolo e recuperò la ciotola di patatine ormai vuota.

«Stai attento» disse rivolta a Pietro. «Non farti traviare da questo stronzo.»

Roberto si leccò il labbro inferiore e sorrise.

«Sei sempre molto gentile» commentò.

La ragazza gli fece l’occhiolino.

«Anche troppo con te» aggiunse prima di voltarsi e tornare dietro il bancone.

Un miracolo.

Il film era partito. Doveva esserci stata qualche anomalia nella linea perché improvvisamente non solo lo streaming si era messo a funzionare, ma sembrava pure andare meglio del solito.

Matteo celebrò la cosa accendendosi la terza sigaretta nel giro di mezz’ora. Il fumo uscì dalla finestra incrociandosi col rumore delle poche auto che passavano sulla strada sottostante.

Sullo schermo del computer comparvero le immagini di una New York che non esisteva più da oltre trent’anni. Matteo ormai conosceva le battute de “I guerrieri della notte” a memoria. Nonostante questo, non si stancava mai di vedere quel film. Di solito lo faceva in lingua originale, ma quella sera gli era venuta voglia di cambiare e di tornare alla versione doppiata, come le prime volte. Con sua grande sorpresa, scoprì di non avere più una copia in italiano, ma fortunatamente sapeva dove cercare su internet.

Quando Cyrus attaccò il suo discorso davanti a tutte le gang di New York, Matteo spense la sigaretta e sistemò il cuscino dietro la schiena.

«Tu almeno ce lo hai detto quasi subito che non saresti venuto» disse Roberto togliendosi la schiuma dalla barba con una mano. «Quel deficiente di Sergio ci ha paccato all’ultimo.»

«Vabbè, mica lo poteva sapere che avrebbe sfasciato la macchina» provò a difenderlo Pietro.

«La storia della macchina è una scusa, dai.»

«L’incidente l’ha avuto sul serio.»

«Massì, lo so! Ma aveva già deciso prima che non sarebbe venuto.» Roberto ci pensò un attimo, poi alzò il dito indice e si corresse. «Deciso un cazzo. Glielo ha imposto quella stronza.»

«Eccolo, ricomincia» commentò Pietro sorridendo.

«Su, li hai sentiti anche tu quella sera al lago.»

«Ok, ma anche fosse, che male c’è?»

«C’è che questo vuol dire essere un budino senza coglioni.»

«Eh, che vuoi che ti dica?»

«Anche perché è assurdo. Chissà che cazzo si è messa in testa che andiamo a fare a Budapest.»

«Sì, sì, certo. Già vi immagino. Alcol, droga e mignottoni tutte le sere.»

Entrambi scoppiarono a ridere.

«Sì, certo» replicò Roberto appena si ricompose. «Matteo è proprio la compagnia ideale per una cosa del genere.»

Matteo aprì gli occhi di colpo e si ritrovò sulla spiaggia di Coney Island. Il cellulare era caduto a terra, sul tappetto azzurro che aveva attutito il colpo. Ci mancò poco che il computer facesse la stessa fine. Il film era quasi terminato, ma ne aveva visto si e no un terzo prima di addormentarsi.

Si mise seduto con le mani tra i capelli cercando di riprendersi, di far passare quella sensazione di stordimento. Sentì una fitta all’altezza dello stomaco, il colletto della maglietta era bagnato di sudore e puzzava. Se la tolse subito e si piegò in avanti, con le mani in faccia.

Una macchina sbagliò a inserire la marcia e si allontanò velocemente.

Recuperò il pacchetto di sigarette sul comodino, ma si accorse presto che era vuoto. Lo appallottolò e bestemmiò sottovoce. Passò circa cinque minuti a fissare il vuoto respirando piano. Dopo di che si alzò, indossò una maglietta pulita e si diresse in cucina a bere un bicchiere d’acqua.

Jessica fu costretta a sbattere fuori i due ragazzi minacciandoli con il mocio con il quale aveva iniziato a pulire il pavimento.

«Dai, dove andiamo a bere l’ultimo?» chiese Roberto quando i due si ritrovarono da soli sul marciapiede.

«Sono le due» rispose Pietro. «Dove cazzo vuoi andare a quest’ora?»

«Autogrill!»

«Certo, come se non fossimo entrambi ubriachi.»

«Fottiti.»

«Ma poi scusa, tu domani non devi partire? Va’ a casa!»

Roberto sbuffò agitando una mano per aria.

«L’aereo è all’una. Faccio in tempo a svegliarmi due volte.»

«Quello che hai detto non ha senso. Va’ a casa!»

«Fottiti.»

Pietro ricontrollò l’orologio in acciaio che portava al polso.

«Cazzo, sono le due!» esclamò come se la cosa di colpo fosse diventata una novità. «Fai quello che vuoi. Io vado a casa» aggiunse.

Roberto alzò le spalle.

«Ok, va bene» disse allargando le braccia. «Vieni qua. Salutami.»

I due si unirono in un abbraccio virile, maldestro e dallo scarso equilibrio.

«Portami una calamita» chiese Pietro liberandosi dalla presa.

«Se me lo ricordo.»

«Vabbè, ho capito. Mando un messaggio a Matteo.»

Roberto si passò una mano tra i capelli e indicò con fare tronfio la strada alle sue spalle.

«Vado a casa!» annunciò.

«Coglione, abiti dall’altra parte!» lo sgridò Pietro.

L’altro annuì e puntò l’indice nella direzione opposta.

«Vado a casa» ripeté.

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Marco Dolcinelli
Mi chiamo Marco Dolcinelli e sono nato a Soave (Verona), l'8 maggio 1987.

Ho studiato linguaggi e tecniche di scrittura e poi giornalismo, professione che ho svolto per qualche anno prima di abbandonarla per eccesso di sfiducia. Dal 2017 vivo e lavoro in Ungheria, a Budapest.

"Yugo" è il mio terzo libro. Il primo, "Una sola sciagurata mossa", è uscito solo in ebook nel 2015 per Cavinato Editore International. Si trova in versione riveduta e corretta sul sito dolcinelli.wordpress.com.

Nel 2017 ho invece pubblicato il mio secondo libro, "La vita è un tiro da tre punti", con Nativi Digitali Edizioni, una storia con cui ho voluto dare sfogo al mio amore per il basket.

Nel 2016 ho fatto parte dei vincitori del concorso Coop for Words nella sezione "I Racconti dello scontrino" con "Basta radler".
Marco Dolcinelli on TwitterMarco Dolcinelli on Wordpress
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