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Il protagonista, Alessandro, cerca di dare una spiegazione a una serie di eventi della sua vita che si collocano al limite tra l’assurdo e l’incredibile. In seguito a una catena di coincidenze, legate alla figura di una donna che rimane evanescente persino durante i loro “incontri”, Alessandro ripercorre la linea del caos che corre tanto nelle esistenze degli uomini quanto nelle pieghe dell’intero universo.
Tra un riscontro scientifico e un conforto musicale, il protagonista lavora per ritagliarsi un angolo di sogno e di pace nel trambusto di un’esistenza in cui le emozioni sono messe a tacere.

Introduzione

Intro – XX

Dentro abbiamo un bambino, un animaletto. Saggi di tutti i tempi ne hanno parlato come fosse il nemico più duro da combattere, una forza perniciosa da arginare. I puri, i retti, i detentori della filosofia giusta, dovessero leggermi, immagino mi troverebbero urtante, antipatico, decadente, forse pericoloso. Io non sono virtuoso ma curioso, specie di tutto ciò che è nell’animo e si tace. Sono bravo a idealizzare sogni, sensazioni, ingigantirli per farne la mia vita. E ho bisogno di capire. Di conseguenza, il mio è anche il racconto di un esperimento, l’ennesimo esperimento dell’ennesimo uomo, e per condurlo ho dato fiato al bambino emozionato, alcune volte capriccioso.

Questo manoscritto è la descrizione di ciò che mi è capitato pochi anni fa ed è il frutto di un lavoro di ricomposizione del diario tenuto durante quei mesi vissuti intensamente. Non è stato difficile ordinare il resoconto degli avvenimenti principali: è bastato accludere riflessioni, note, scartare diversi appunti.

In quello che ho scritto c’è il mio sforzo per trovare un senso a ciò che accade, soprattutto affidandomi all’istinto, alla testardaggine e all’emotività; tutto insieme a definire la confusione che ho sempre avuto in testa. Mi sono sentito morire e sono stato carnefice, rinascere e sono stato madre e padre, per i tuoi occhi.

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Estate 1987

You can’t always get what you want,

but if you try sometime…

Ho avuto sempre grosse difficoltà a scuola; in seconda media e alle superiori mi hanno anche bocciato. L’unico anno in cui ho ottenuto la promozione a giugno, escludendo quello degli esami di Stato, ha coinciso con la promessa di mia madre: “La moto te la compro solo se sarai promosso”… Non l’avesse mai detto!

Con la mia splendida Enduro 125, un giorno d’agosto dell’ottantasette, avevo da poco compiuto diciassette anni, partii alle quattro del pomeriggio da casa, a Reggio Calabria, e arrivai a Roma intorno alle sette di mattina.

Avevo una t-shirt blu, un paio di jeans e le Superga di tela blu, sfondate dagli alluci. Ricordo di aver risalito il Pollino di notte, dalle pendici che dal mar Tirreno portano su, verso Lagonegro. Da lì imboccai l’autostrada che percorsi fino a Battipaglia (con il 125 non è consentito) soffrendo un freddo-caldo perché inebriato dalla bravata che mi costringeva a cavalcare la mia moto per tutta la notte.

Quella volta provai a raggiungere una ragazza di cui ero innamorato, Vittoria.

D’estate si trasferiva con la famiglia a Diamante, in provincia di Cosenza. Io, come sempre, avevo pochi soldi in tasca. Passai da Bagnara a batter cassa a casa del mio grande amico Gaetano. Festeggiava l’onomastico e aveva raccolto qualche lira: me la diede.

A Gioia Tauro mi fermai per comprare una lampadina nuova per il faro anteriore, per sicurezza, e arrivai a Diamante di sera. Non sapevo dove abitasse Vittoria e i cellulari non esistevano.

Mi aggirai per il lungomare a piedi, con il culo dolorante. Cercai in giro con lo sguardo. Ero convinto che sarebbe stato semplice sentirla e trovarla come per magia. Tentai un’esplorazione delle viuzze tra le abitazioni dei vacanzieri, sbirciando attraverso i cancelli e le siepi. Cercai la targa con la sigla familiare della mia città, ma non riuscii a scorgere l’auto di sua madre. Questo fino alle ventitré circa, quando mi stancai.

Senza pensarci troppo, tornai in sella alla mia adorata (ricordo ancora la sensazione delle mani che stringono le manopole spugnose, nere e il loro odore lasciato dalle mani profumate del precedente proprietario). Credo che per non aver avuto niente di meglio da fare proseguii fino a Roma, ho sempre amato guidare. Mi avvicinai godendomi l’alba, percorrendo l’Appia – i cui lati esterni delle carreggiate sono alberati con maestosi e pericolosissimi pini marittimi – e giunto in città raggiunsi quello che fu un approdo sicuro: zio Bruno. Come sempre mi accolse con sorrisi, cappuccino e cornetti. Lavorava in un albergo vicino alla stazione Termini ed era favoloso: per esempio, riusciva a parlare con vacanzieri di tutto il mondo sempre con le stesse espressioni in italiano! Mi ha voluto bene e non ha perso un’occasione per godere dell’affetto che nutriva per me, con regali e attenzioni.

Dall’albergo chiamai casa. Mia madre continuava a chiedermi urlando, torna subito! Dimmi la verità, dove sei stato questa notte? Fino a quando mi presi lo sfizio di passarle zio Bruno: l’anno prima non aveva creduto possibile mi promuovessero a giugno, così come non aveva capito che se dicevo che ero a Roma c’ero davvero. A lei sembrava impossibile.

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Giampaolo Passalacqua
Giampaolo Passalacqua, nato a Reggio Calabria nel 1970, attualmente vive e lavora in Emilia Romagna. Come psicologo si occupa soprattutto di problemi legati all’educazione e alla formazione e da alcuni anni insegna nelle scuole superiori statali. Zero è il suo romanzo d’esordio.
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