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A Piedi Nudi – Storia di un viaggio

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Consegna prevista Settembre 2024
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“Enea non prova sentimenti. La vita gli scorre davanti rapidamente, come i suoi scatti – fulcro della sua vita -, quelli che ritraggono le stesse donne senza volto protagoniste delle sue notti insonni. Enea ha smesso di credere nella felicità. Eppure, tutto cambia quando conosce Sofia; lei, determinata, scaltra, vera. Ma la vita non chiede il permesso. Così, tutto viene scosso e quella luce che si intravedeva in lontananza viene spazzata via con la furia di una tempesta. Ed Enea dovrà trovare prima il coraggio, poi la forza per accettare l’inevitabile e ricostruire il suo passato. La vita lo condurrà a Berlino, dove tutto scorre più lentamente, le persone sorridono e il domani appare più limpido; lì, incontrerà Giufa, che con la sua spontaneità gli insegnerà l’importanza di amare con i nostri occhi. Una storia di amicizia, scoperta ed accettazione di sé stessi. Un viaggio verso le infinite sfaccettature dell’amore; quello vero, infinito.”

Perché ho scritto questo libro?

Perché ci troviamo in un mondo in cui la paura del giudizio è più forte del desiderio di amare.
Perché ho scoperto la dolcezza di un bacio di due persone che si amano, di due uomini che hanno condiviso un viaggio insieme, di due donne che hanno lottato per la loro libertà d’amare.
Ho scritto “A Piedi Nudi” perché ho paura, io, etero in un mondo di etero, di poter crescere un giorno un figlio che abbia paura di provare emozioni, che non possa sentirsi libero di baciare la persona che ama per strada.
Perché continuo a vedere gli sguardi delle persone quando abbraccio con amore il mio migliore amico, lui, che ha tanto da insegnare. A tutti. A me.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo 

 

Avevo cucinato tutto il pomeriggio.  

Poco prima di immergermi nei fornelli avevo indossato un grembiule bianco dal ricamo floreale – leggermente consumato a causa dei frequenti lavaggi – ed avviato una playlist sulla piattaforma streaming. Mentre della musica commerciale invadeva l’appartamento con i suoi toni allegri e spensierati, avevo iniziato a preparare delle roselline di crepes ripiene di crema di zucca e fontina. Infine, nell’attesa che il forno cuocesse il tutto, avevo preparato un tagliere di salumi ed apparecchiato la tavola. 
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Cena per due, quella sera. 

Il vino consigliato dal commesso, i calici appena lavati, una rosa rossa posata lì dove, solitamente, sedeva lei.  

Sofia avrebbe fatto ritorno a breve.  

Ero stato agitato tutta la giornata perché, solo quella mattina me ne ero reso conto, non avrei sopportato un solo giorno in più senza dirle la verità: mi trovavo in caffetteria, seduto in fondo, sulla destra, accanto alla vetrata che si affacciava sul marciapiede trafficato; Sofia, completamente immersa nel suo lavoro. Guardandola, avevo capito di non essere alla sua altezza, di non avere le carte giuste per essere il marito che meritava. Avevo deciso che le avrei detto la verità, qualsiasi fossero state le conseguenze. 

Guardai l’orario. Erano le otto di sera, la temperatura era calata, e il cielo aveva iniziato a scurirsi diverse ore prima. 

Mi feci una rapida doccia e scelsi i miei vestiti migliori. Sul materasso, studiai compiaciuto la mia scelta: una camicia nera, dei pantaloni grigi, cintura e scarpe nere da abbinare alla mise; l’orologio dal cinturino in cuoio e dal quadrante classico pronto sul comodino. In bagno, mi sistemai i capelli con delle cera e nascosi i segni della stanchezza con un fondotinta ideale per la consistenza della mia pelle. 

Sentii le chiavi cigolare nella serratura. Sofia era arrivata, e il cuore iniziò a scalciare nel petto. 

La raggiunsi in salotto, aiutandola a togliersi il cappotto. «Bentornata.» 

«Ciao, amore» mi salutò lei, guardandosi attorno. 

«Non ti preoccupare» intervenni, anticipando il suo pensiero, «se ne sta occupando Paolo con il supporto di Roberta».  

La mia spiegazione sembrò convincerla, così indietreggiai, indicando la tavola. «Volevo cenare insieme a te, stasera. Qualcosa di romantico, senza doverci preoccupare di nulla» spiegai. 

Lei annuì, serrando leggermente le labbra, poi il suo volto si addolcì. «È carino da parte tua.» Si sfilò le scarpe, lasciandosi andare in un respiro profondo. «Sono stanchissima.» 

La preoccupazione prese subito il sopravvento. «Mi hai promesso che non ti saresti stancata troppo.» 

Lei sbuffò. «Lo so, lo so. Mario mi ha aiutata molto, oggi. Non ti preoccupare.» 

Volevo insistere, ma preferii non farla innervosire inutilmente; quando Sofia prendeva una decisione era irremovibile. 

«Vado a farmi una doccia» disse, dirigendosi in camera da letto. 

«Va bene!» risposi, sovrastando il suono della musica. 

Mentre Sofia era sotto la doccia – sentivo lo scrosciare dell’acqua -, accesi le candele, diedi gli ultimi ritocchi alle roselline di crepes e cambiai la playlist, scegliendo brani romantici, ma poco invadenti; avevo bisogno di parlare con lei senza distrazioni. 

Riempii i calici per entrambi, attendendo il suo ritorno per un brindisi. 

«A te» sussurrammo all’unisono; i calici tintinnarono.  

«Ti piace?» le chiesi. 

«Sì. È dolce e allo stesso tempo acidulo.» 

Le spostai la sedia, facendole segno di accomodarsi. Indossava un vestito nero in raso con un’ampia scollatura; era bellissima. 

Lei rise. «Hai cucinato tu?» 

«E chi altri avrebbe dovuto farlo?» 

«Non saprei. Il ristorante ad angolo?» mi stuzzicò. 

«Ho preparato tutto io. Te lo giuro» stetti al gioco. 

«Va bene, voglio crederti.» 

Sorseggiammo altro vino, poi iniziammo a mangiare i salumi sul tagliere.  

«Com’è andata oggi?» mi chiese; lo faceva sempre. 

«Molto bene» le risposi, «Andrea è riuscito a mettersi in contatto con un’azienda pugliese, e forse – dico forse perché nulla è mai certo in questo campo – organizzeremo uno shooting ad Alberobello». 

«Non ci sono mai stata. È la città dei trulli, giusto?» 

«Esatto. Potresti venire con noi, se te la senti» le proposi. 

«Vedremo» rispose incerta. 

«Potresti chiudere la caffetteria per qualche giorno.» 

Ma Sofia preferì cambiare argomento, iniziando a raccontare la sua giornata in caffetteria. 

Quando portai a tavola i piatti con le crepes, lei ne chiese solo una, ma insistetti affinché ne mangiasse almeno un’altra. Dopo qualche breve scambio di battuta, il silenzio ci assorbì. 

«Sei diventato freddo tutto d’un tratto» disse lei. 

Alzai gli occhi dal piatto. «Non me ne sono accorto.» 

«Che succede?» insistette. 

«Nulla.» 

Posò la forchetta. «Enea, ti conosco abbastanza bene da sapere che c’è qualcosa che ti turba. Sei strano dall’inizio della serata.» 

Continuavo a sorprendermi di quanto mi conoscesse così profondamente. «Sono stati mesi difficili» accennai vagamente. 

«Lo so. Lo sono stati per tutti.» 

Alzai le mani. «Perdonami» dissi, «non avrei dovuto dirlo. Sappiamo tutti quanto sia stata dura per te. Sono stato egoista». 

Poggiò la sua mano sulla mia, delicatamente. «Ma sei sempre stato vicino a me.» 

Il cuore mi si spezzò. 

Mi si spezzò perché avrei voluto tornare indietro, ripartire dall’inizio, chiudere gli occhi e risvegliarmi mesi indietro, quando tutto era appena iniziato. Ma in modo diverso. 

Vorrei far sì che il mondo crollasse, esplodesse, per poterne costruire uno tutto nostro, da cui poter ripartire dalle fondamenta. Perché, ogni volta che chiudevo gli occhi, rivedevo il volto di Sofia, pensavo quanto potesse aver sofferto e quanto non si meritasse ciò che le avevo fatto.  

Non potevo cambiare il passato, ma potevo cambiare il presente. 

«Enea» sussurrò lei, dolce come sempre, «dimmi che succede». 

«Io…» Ma le parole scivolarono via. E iniziai a singhiozzare. 

Lei si preoccupò, la sentii alzarsi ed avvicinarsi a me. «Tesoro» mormorò, «sono qui». 

Scossi il capo. «Sono un stronzo.» 

«Perché?» 

Quello che stavo per dirle avrebbe potuto distruggere tutto ciò che avevamo creato, ma ero consapevole che se non le avessi detto tutta la verità, sarebbe finito tutto ugualmente; se non oggi, domani. 

Le dissi tutto, senza pensare alle conseguenze, senza dar penso al vuoto che lentamente iniziava a formarsi nel mio stomaco. 

Lei tacque, ma sentii i muscoli del suo corpo irrigidirsi, scossa dall’impatto di ciò che l’era stato detto. Poi, la sua mano si allontanò da me. «Come hai potuto?» La sua voce era strozzata, sottile come un foglio di carta. 

«Sofia, mi dispiace. Non riesco più a vivere.» 

«Perché?» bisbigliò lei. 

Presi fiato. «Ci sono state delle notti in cui avrei solo voluto fuggire. Volevo scappare, perché non riuscivo a sopportare di vederti in quello stato. Avevo paura di perderti e…» 

Ma lei si era già allontanata. «Non capisco.» 

«Lasciami rimediare, ti prego.» 

Lei scosse il capo. «Dopo tutto quello che abbiamo passato» urlò, «che ho passato!» 

Cercai di toccarla, ma lei mi schivò con disgusto.  

Balbettai una risposta. 

«Maledizione, Enea! Maledizione!» gridò ancora. 

Sofia si voltò di scatto, perdendo l’equilibrio e poggiandosi sul divano. 

Le corsi incontro per sorreggerla, ma la sua mano era più forte di quanto avessi pensato, e mi allontanò con uno spintone. «Non mi toccare» sentenziò. 

«Sofia, ti prego.» 

«Dormirò da Paolo, stanotte.» 

Non cercai nemmeno di bloccarla. La lasciai andar via. 

Restai lì, immobile, impietrito da ciò che era successo.  

Passarono secondi, minuti. Poi, mi resi conto di star commettendo un altro errore nel non correrle dietro. Così presi le chiavi della macchina e la inseguii. 

Alle mie spalle, il tempo si era fermato come se avessi premuto un interruttore: la tovaglia apparecchiata, i piatti dimenticati, la bottiglia di vino pericolosamente troppo vicina al bordo.  

In auto la cercai a lungo, pregando non si fosse allontanata troppo. 

La trovai dopo qualche isolato: la strada era buia, faceva freddissimo, e lei camminava con indosso solo quel sottile vestito, schiena curva e braccia incrociate. 

Il groppo in gola quasi mi strozzava. 

«Sofia» la chiamai, «lascia che ti accompagni da Paolo». 

Lei non si fermò. 

«Ti prego, almeno quello, poi me ne tornerò a casa. Te lo prometto.» 

Poi la portiera si aprì e mi ritrovai Sofia al mio fianco – il suo profumo aveva già invaso l’auto -, in un silenzio carico di rabbia. 

Tenni lo sguardo fisso sulla strada, sforzandomi di non produrre alcun tipo di rumore; nemmeno con il mio stesso respiro. Superammo semafori, strade buie, in un silenzio che gridava. 

«Me lo avevi promesso!» urlò Sofia, gli occhi gonfi di lacrime. 

Vederla piangere era un’ulteriore pugnalata, ma ero consapevole di meritarmi tutto quel dolore. Perché lei, di quel dolore che mi stava schiacciando, ne aveva provato molto di più. 

«Me lo avevi promesso!» ripeté. 

Non avevo il coraggio di controbattere, perché non c’era nulla da dire. Aveva ragione lei. Potevo solo restare in silenzio. 

Lei continuava a sfogare tutto il suo dolore. Era l’unica cosa che poteva fare. 

Un moto di rabbia mi assalì – non seppi il perché, forse, volevo solo trovare il pretesto per scappare -, e iniziai ad urlare più forte di lei. «È stata una situazione insopportabile! Odio questa vita! Odio questo matrimonio! Odio tutto!» 

Non gridai contro di lei, né odiavo il matrimonio.  

Odiavo solo me stesso. 

Colpii il volante, più e più volte, fino a quando fui costretto a frenare bruscamente dopo aver perso il controllo del veicolo. 

Ma era troppo tardi. Una macchina ci colpì con la forza di una valanga, proprio sul lato passeggero. 

Tutto in un secondo: i finestrini esplosero, le schegge ci inondarono; la macchina si ribaltò e l’asfalto fu sopra le nostre teste. 

L’ultima immagine che vidi non fu Sofia, ma lei, come se tutto il mondo non fosse mai esistito, come se quell’esatto momento fosse solo un sogno. 

Non posso abbandonarla, pensai. Non posso. 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Roberto Del Giudice
Mi chiamo Roberto Del Giudice, classe 1991, Bari. Sono laureato in Storia e Scienze Sociali all’Università degli Studi Aldo Moro di Bari.
A sedici anni ho vinto il Premio Speciale Giovanissimi del Premio Nazionale di Narrativa Valerio Gentile con il racconto “Aran della terra di Mayo”.
Sono un amante degli animali - porto il mio caro Oscar sempre nel cuore -, e ho scoperto la dolcezza dei sentimenti prima nella lettura, poi nella scrittura.
Ho iniziato così la mia carriera da scrittore con la pubblicazione del romanzo “Conversare con un Sognatore”, vincitore del 1° posto Giovani Under 30 del Premio Nazionale di Letteratura Città di Ceglie Messapica.
“A Piedi Nudi” è il mio secondo romanzo.
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