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Acheronte poco mosso

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Consegna prevista Novembre 2024
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Paolo è l’ex chitarrista e attuale agente di sua moglie Heva, popstar in declino che brama ossessivamente un’occasione di rilancio. Nel tentativo di farla ingaggiare per un concerto in Basilicata fa la conoscenza e s’innamora di Angela, affascinante fioraia del paese, con cui nei giorni successivi instaura una fitta corrispondenza telefonica.
Angela è infelice ma non vuole saperlo, lo ama a sua volta ma non vuole dirglielo. E ha l’identica aura di buono di Samia: l’amore di Paolo di trent’anni prima, piedi nella campagna e testa al Marocco, che sognava di coltivare le arganie.
Il patto inviolabile tra i due è che non si vada oltre quel contatto a distanza, ma lo squarcio apertosi sul passato di Paolo finisce per risvegliargli emozioni a cui non vuole più rinunciare. E se l’occasione per rivedere Angela potrà essere solo casuale, occorre dare una mano al destino e fare in modo che sua moglie Heva tenga quel concerto nel suo paese.
Ovviamente, a qualunque costo. E con qualunque mezzo

Perché ho scritto questo libro?

Sono un autore essenzialmente noir, ma sentivo il bisogno di confrontarmi con una storia d’amore. Ne ho immaginata una sui titoli di coda di una carriera artistica, grattando quel residuo di patina dorata che nasconde l’inesorabile ritorno alla normalità, ai disagi comuni, al riallaccio con un passato in cui – prima del successo o presunto tale – si era doverosamente altro: studenti, scoppiatori di gavettoni estivi, sognatori. E, sempre, pescatori a strascico di batticuori e primi baci.

ANTEPRIMA NON EDITATA

ACHERONTE POCO MOSSO 

Non sapeva perché, ma aveva pensato a un chiosco. Uno di quelli un po’ barocchi, di ferro battuto, con i decori a fronde in stile balconi de La Pedrera di Gaudì. Quelli che parecchi, a incrociarli in strada, manco capisci subito che roba sia, perché il grosso della merce è all’esterno: e d’impatto, più che a una rivendita, pensi a un giardino strambo uscito dai sogni d’immortalità d’un politico locale.

Questo qua no, invece. Era un negozio, un locale in un palazzo. Una vetrina sotto un porticato, fronte strada ma non troppo: la via su cui affacciava era una costola stretta della nazionale. Erano spalla a spalla, le divideva uno spartitraffico con una fila di platani e qualche panchina.

C’era arrivato a piedi, poiché un paio di passanti a cui aveva chiesto indicazioni gli avevano consigliato di lasciare l’auto in un parcheggio all’inizio del centro abitato. Che di lì in poi, avevano spiegato, fioccavano isole pedonali e telecamere precise come cecchini sui tetti.

La porta era aperta, sulla sinistra la vetrina era sormontata da una serigrafia in corsivo, color bronzo: “Chemin de fleurs”. Dietro insisteva una scaffalatura a gradini, un’esposizione di piante in ordine di grandezza. La più alta aveva le foglie rosse e rugose, e sulla sommità un biglietto con scritto “venduto – da ritirare”.

Si affacciò: non vide nessuno. A un paio di metri dall’ingresso un tavolo da lavoro faceva da spartiacque tra i vasi traboccanti. Sopra ci si scorgevano cesoie, spugna, rotoli di nastro. Allineati, fiori bianchi e arancio, un fascio di spighe e mazzetti di lavanda.

In fondo al locale, comunque, il tremolio della porta aperta della cella indicava una presenza armeggiante alle sue spalle.

«Si può?» disse lui entrando.

Il pavimento era umido, ripassato di fresco. Calpestò, in un rigo d’acqua più restio ad asciugare, cenci invisibili di verde annegato. Foglie, forse. O filamenti di steli mozzati.

Nessuna risposta, intanto. A metà stanza si fermò e aspettò. Il profumo che lo avvolse era insieme denso e discreto: niente che emergesse e stonasse al naso; piuttosto, il respiro corto di un intero bosco.

Dopo qualche secondo la porta della cella si richiuse. Di lei, fuggevole, Paolo scorse il profilo poco prima che si abbassasse. Poi un rumore, uno stridere grasso, il trascinamento di qualcosa.

Lei aggirò il tavolo e gli ricomparve davanti, ancora chinata, mentre spingeva una bacinella con le rose.

Aveva i capelli legati, jeans, scarpe da tennis. Una camicia a quadri da uomo, di un paio di taglie più grandi.

«Buongiorno» salutò lui.

L’altra, affaccendata in altro, neanche lo inquadrò del tutto. Alzò giusto un lembo di sguardo davanti a sé, altezza polpacci. Gambe nude sotto i calzoncini milletasche, sai lo spettacolo. Fortuna che almeno aveva le scarpe: una veduta su infradito cubane avrebbe fatto molti più danni.

«Buongiorno» rispose poi. «Un attimo solo, eh.»

Sempre senza rialzarsi fece uno scarto veloce tra i fiori, ne spennò qualcuno delle foglie in eccesso, se ne riempì un pugno stringendo le dita arrossate.

Quando finì si rimise in piedi con le mani alla schiena. Aveva l’affanno, la fronte imperlata di sudore. E, sul volto, una smorfia di stanchezza.

«Preg…» accennò, ancora col piglio formale del venditore col cliente.

Di colpo s’interruppe, mise a fuoco. Spalancò gli occhi: nel viso, la luce di una meraviglia sincera. Quella che sfoca, riscalda. Azzera i colori.

«Tu?…» sussurrò, in uno spicchio di labbra dischiuse.

«Più o meno, sì.» Paolo si indicò i bermuda, la pessima t-shirt con la stampa di Warhol in petto. «In quel bazar non l’avevo prevista, la possibilità di incontrarti.»

Lei accennò una risata. «Ma no, non stai male, è che è più difficile riconoscerti. Ma come mi hai trovata?»

Nel frattempo tese la mano per salutarlo, si fermò, ricordò che era quella che stringeva le foglie da buttare. Risolse lui: la prese a una spalla e le rubò uno scambio di baci sulle guance.

«Sarebbe stato più difficile non riuscirci» rispose alla fine. «Sei l’unico fioraio del paese.»

Sguardi a terra, poi. Imbarazzo, una riga di silenzio.

Lei si approssimò a un secchio: svuotò la mano occupata, se la sbatté sui jeans per ripulirsela.

«Quindi non sei più partito?» disse, dirigendosi verso il tavolo. Accatastò a un lato fiori e attrezzi; poi, con un lieve balzo all’indietro, si sedette sul banco lavoro.

«Parto adesso, mi sono dovuto fermare per la notte.»

«Non avrai avuto mica problemi con l’auto?»

«No, no, nessun problema. È stata una scelta.»

Lei sorrise, con l’evidente curiosità di saperne di più. Non gli chiese altro, però: si limitò a interrogarlo coi suoi occhi olivastri. Con quello sguardo largo e incerto, quasi traballante, che lui aveva in testa da ore.

Paolo attese qualche istante; poi si passo una mano dietro, afferrando un oggetto dalla tasca posteriore. Glielo porse.

«Ecco, in verità è stato per fare questo.»

Era un cd, con tanto di copertina stampata. Nessuna scritta, però, solo un’immagine: la sua camicia macchiata di rosso campari, accavallata alla spalliera della sedia.

«T’avverto che è registrato col portatile e che la chitarra che ho usato non suonava dallo sbarco alleato del ’43. Produzione a cura di una signora di Praia a Mare con i capelli lilla, che non toglie le ragnatele. Detto questo, sono otto miei inediti, non li ha mai ascoltati nessuno.»

Per un po’ lei si resse il cd davanti, a due mani, come un libro aperto. Incredula, immobile. Frastornata.

«Oddio. Mi stai dicendo che… hai inciso un album solo per me?»

«No, dai» minimizzò lui. «Ho canticchiato dei pezzi, come faccio decine di volte al giorno. Solo che stavolta li ho registrati, tutto qua. Ho un’unica fan in tutto il mondo, devo coltivarmela, no?»

La vide socchiudere gli occhi, inclinare la testa di lato come succede sotto l’onda dei pensieri buoni.

«Ero già coltivata, in verità» sorrise lei. «Diciamo che questa è la fase della maturazione.»

Lui si avvicinò, indicò il cd. «Dentro, nei risguardi, ci ho fatto stampare anche i testi, magari così si capiscono un po’ di più e mi dici cosa ne pensi.»

Fece per prenderglielo, sollevare la custodia per spiegare meglio. Dita che prima si sfiorarono, poi si allontanarono. Poi, per un impulso ormai autonomo, si strinsero.

Lei lo fissò: pallida, il fiato assente. Si intuirono, a vicenda, i battiti impazziti.

Paolo abbandonò le dita e le prese l’intera mano: era calda, tremante. Umida di tensione e foglie scartate.

Non c’era ragione, non c’era spiegazione. Erano due sconosciuti a un niente dalla follia. Oppure c’erano già ampiamente dentro, immersi fino al collo, sprofondati mentre il tempo li distraeva illudendoli che si stessero dedicando ad altro.

«Perché non voglio che te ne vada?» sussurrò lei.

Il profumo intorno non aveva più nessun aggancio logico con il luogo in cui erano. Era solo un odore buono che sbucava tra il cemento, tra la noia meccanica delle auto in fila, tra le facce tignose dei passanti. Era un vestito passeggero di poesia che per un secondo, uno soltanto, dava un senso diverso – e diversamente bugiardo – all’ansia dei centimetri di vita che si calpestavano addosso.

Lui si fermò a un soffio dalle sue labbra. Si bloccò prima dell’irreparabile, con un sospiro da male al cuore: un rimpianto preventivo, il dolore lancinante della rinuncia. Una resa, prima ancora di combattere, che appariva comunque necessaria.

Lo sapevano entrambi. Ed entrambi, come per un meccanismo a scatti che esaurisce la sua carica massima e torna alla posizione di riposo, lentamente riportarono le teste a una distanza che scongiurava i danni.

Quant’è falsa quell’affermazione nei film, “è stato solo un bacio”? È il paradosso delle frasi fatte, lo sminuimento del tutto spacciandolo per poco. Un bacio non è “solo”. Un bacio è altro. È oltre. È più di aver tradito, più di essersi consumati in un letto sudato, più di una promessa di amore, più di una poesia incisa nel muro. Queste sono solo le conseguenze, è già la fase del ruzzolare dopo la caduta cercando freno e appiglio in qualunque sterpo, ciglio, spuntone di roccia. È quell’inciampare e rialzarsi a ripetizione, alla fine, continuando a fare la conta dei danni, concludendo ogni volta che tutto sommato sei ammaccato ma vivo.

Ma il dolore vero, squassante, irripetibile, c’è stato prima: nell’impatto dopo il volo dal precipizio, da quel ciglio su cui provavi a stare in equilibrio e da cui sei caduto. Spinto, buttato giù da qualcosa che non era già amore, passione, desiderio, sesso, complicità. No: era ancora, semplicemente, “solo” un bacio.

* * *

Le lasciò la mano e fece un passo indietro. Non smetteva di guardarla.

«Devo davvero andare, adesso.»

Lei scese dal tavolo. Aveva un lembo di camicia impigliato su un fianco e il dislivello le allargava lo spazio tra i bottoni in vita. Paolo intravide un’idea di pelle abbronzata, uno spiraglio di nudità che per un attimo lo stordì.

«Quindi scelgo io?»

«Scegli cosa?»

Lei prese il cd, gli mostrò la copertina.

«Il titolo. Le cose senza nome non hanno un’anima.»

Lui scosse la testa. «Tra qualche settimana potrei essere di nuovo qui. Se ti andrà di rivedermi, glielo diamo insieme.»

L’altra fece una smorfia di disappunto. Uno sbuffo, il naso arricciato. Quelle sue fossette nelle guance.

«E se non torni, invece?»

Paolo si avvicinò alla porta. Fuori il tempo andava sul guasto, s’era alzato vento e il cielo era lanugine. Sbatteva, sulla vetrina, un foglio di giornale volato da chissà dove.

«Credimi: se non torno, questo momento sarebbe l’ultima cosa al mondo a cui vorrei dare un titolo.»

Lei non rispose: dubbiosa, lo sguardo altrove. Poi parve illuminarsi: annuì a sé stessa e sfilò la copertina del cd dall’astuccio.

Fece un giro intorno al tavolo, aprì un cassetto. Dopo una ricerca veloce tirò fuori un pennarello.

Incuriosito, lui, tornò indietro e le andò di fronte. La osservò mentre studiava lo spazio, martellandosi il mento con l’indice. Alla fine, prese le misure, la vide scrivere: dritto nell’immagine della camicia, nel poco di pulito salvato dalle chiazze rosse.

Era in corsivo, piccolo, calcato:

Caso mai fosse un addio.

Lui lesse più volte, la mascella serrata. Il metro di spazio che li separava trasudava ormai di cose non dette. Qualcuna tra le meno rinviabili se la cercarono negli occhi, come attraverso un groviglio di filo spinato.

Poi basta. Le diede le spalle, uscì tutto d’un fiato.

Lo sorprese, guadagnata la strada, lo schiocco in viso della prima pioggia.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Ernesto Giacomino
Sono nato il 1° ottobre del 1968 a Battipaglia (SA), dove vivo. L'aspirazione era d'essere un agente di cambio, ma ho cannato la laurea in Economia a un soffio dalla fine. Tanti mestieri, inizialmente: dal commesso di intimo femminile all'assicuratore porta a porta, passando per facchino di mobili e venditore di enciclopedie multimediali. Poi un trentennio fa mi sono assestato tra un impiego fisso da contabile e consulenza in comunicazione tecnica d'impresa; per extra e sforamenti di budget, comunque, non rifiuto collaborazioni da copywriter con alcune agenzie di comunicazione. Può capitare, pure, d'incontrarmi per locali mentre imbraccio la chitarra (come dicono i preti in confessione, "da solo o con altri"). Due figli, in ciò, con un mare in mezzo di differenza d'età (classe 1994 la prima, 2008 il secondo) in cui non posso che annaspare.
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