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Aion - La scoperta del tempo

Aion - La scoperta del tempo
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Consegna prevista Agosto 2023

In un futuro prossimo, la società ha subito cambiamenti radicali a seguito di una drastica scelta da parte di pochi leader mondiali. Mex, prigioniero inconsapevole della colonia 8, si trova seduto sul gradino più basso di questa nuova struttura sociale. Non ha mai conosciuto la libertà e non può fare altro che immaginare una vita diversa rispetto alla quotidianità che sa di fame, freddo e morte. Una serie di eventi lo porteranno a conoscere la realtà, tra nuovi incontri e dolorose perdite. In questa corsa verso la libertà si troverà a convivere tra desideri e paure contrastanti. Con lui, una manciata di persone, scopriranno la vera crudeltà che si pone alla base di questo nuovo mondo. Mex e i suoi amici hanno il compito di provare a cambiare questa situazione cercando di schivare i colpi inferti dal generale Onor, capo supremo della colonia 8, che a sua volta, dovrà gestire i comportamenti di Doha la sua unica figlia, proprio durante i giorni della vendita di Aion, il frutto della vita

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è il frutto di una serie di pensieri che , piano piano, sono cresciuti dentro di me e si sono incastrati come pezzi di un puzzle, per soddisfare la voglia di immaginare un mondo diverso e per provare a trovare le (mie) risposte ad alcune domande che ritornavano a farmi visita

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 1

“È un altro giorno” pensò Mex svegliandosi. L’aria fredda che entrava in piccole folate leggere ma regolari dalla finestra e dalla porta vicino a lui, l’avevano destato dal suo sonno. Gli spifferi confessavano il temporale notturno che aveva cullato l’oscurità, ma ora, un timido sole si stava facendo strada cercando di riscaldare l’ambiente. Alcune grosse nuvoli scure erano ancora lì, quasi a mietere paura o minacciare un loro ritorno. Mex non aveva dormito bene. Il suo corpo era pieno di piccoli dolori che andavano a scuotere i suoi muscoli indolezziti. In quel momento ebbe la sensazione di essere più piccolo, sentiva che c’era qualcosa di diverso. Non capiva bene ma, era come se non fosse completamente lui.
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Capì che il suo braccio destro era addormentato. Non si era svegliato del tutto.

Quella notte continuava a scuotersi nel letto senza trovare la giusta posizione. Era tormentato. Eppure Mex, adorava dormire con il rumore della pioggia appena fuori dalla sua dimora. Sentire tutte quelle piccole goccioline di pioggia depositarsi al suolo gli donava tranquillità. Era già capitato in passato di rimanere sveglio per tutta la notte ad ascoltare il suono di un temporale notturno. Molti anni prima, quando era ancora un bambino piccolo e curioso, si era svegliato in piena notte. Fuori una tempesta stava soffiando acqua e gelo con tutta la sua forza. Sembrava che il freddo volesse dire qualcosa. L’aria gelida entrava da sotto la porta e fischiava un richiamo mostruosamente attraente.

Seguendo quella scia, il giovane Mex si trovò fuori dalla porta di casa sua, con nulla addosso, se non un piccolo pantaloncino bianco che subito cambiò colore venendo bagnato dalla pioggia. Sua madre, si era accorta di tutto. Mex riposava, ancora in mezzo ai suoi genitori e mentre suo padre era troppo stanco dal duro lavoro per sentire il materasso muoversi, sua madre l’aveva seguito fuori casa. Non chiamò subito suo figlio, rimase un po’ a guardare la scena. Era curiosa, come era curioso suo figlio. Viola, la madre di Mex, sorrideva osservando il piccolo che si muoveva sotto l’acqua che cadeva dal cielo. “Ora torna dentro, altrimenti domani sarai malato e sappiamo entrambi che non bisogna ammalarsi, giusto?” disse Viola con la voce più dolce e serena che una persona possa usare. Solo in quel momento, il giovane, senti freddo. Non era la pioggia o il vento ad averlo fatto rabbrividire ma la voce di sua mamma. Per quanto le parole di Viola fossero uscite con una delicatezza che poteva quasi toccarlo, Mex, sapeva di essere uscito dal seminato. Non gli era consentito uscire da solo di casa. Soprattutto di notte e con una tempesta del genere. Con la testa bassa, il piccolo, si girò per avviarsi verso la porta di casa dove sua madre lo stava aspettando. Viola si piegò sulle ginocchia. Suo figlio si guardava i piedi e voleva

evitare il suo sguardo. Le piccole e rotonda dita dei piedi, ricoperte di terra e fango, si muovevano senza sosta, come se fossero un gruppo di persone che continuava a ballare senza mai fermarsi. Gli occhi erano rivolti verso quei piedi che non volevano saperne di fermarsi. Mex non stava provando paura ma si stentiva in colpa. Viola posò due dita su mento di suo figlio riportando la testa in posizione orizzontale. Gli occhi del piccolo, guardarono la sagoma della madre prendere forma dal basso, come se fosse uscita dalla terra, la testa terra che aveva suoi suoi piedi. Viola aspettò di guardarlo in faccia. Mex, vide il sorriso di sua madre, un sorriso pieno di gioia, un sorriso che poteva contenere l’amore più puro che non può essere condizionato da niente e da nessuno. “Dobbiamo asciugarci bene per non far capire nulla al papà, vero?” disse lei con un tono camuffato, quasi volesse imitare la voce di suo marito. Mex, sorrise, tirò appena fuori la lingua e disse si. “Forse” pensò ora Mex ancora sdraiato sul letto “Sarei dovuto uscire questa notte”. Fece un piccolissimo sorriso e si girò a pancia in su, guardando il soffitto e la parete di fronte a lui.

Aveva eseguito molte volte questa operazione durante la notte nel vano tentativo di trovare un alloggio comodo per potersi addormentare. Era troppo inquieto, nonostante il suo dolce pensiero mattutino di quella notte lontana e di un segreto tutto suo e di sua madre. Ma quella non era per nulla una giornata come le altre. I suoi occhi giravano per la stanza alla ricerca di una macchia di muffa che stava, piano piano, ingrandendosi. A distanza di alcuni anni era cresciuta molto e lo spazio bianco sul muro dimuiva a vista d’occhio. La macchia era di un nero sbiadito, tendente al grigio vicino alla sua estremità, come se la lucidità nascosta sotto di essa, appartenuta alla parete non fosse ancora morta e cercasse di lottare contro di lei. Lo schizzo informe si diramava in una maniera del tuo casuale ma quasi ipnotica. Mex si fermava spesso a guardarla.

Forse era la cosa più vicina a un amico che aveva e, anche se sapeva bene che era solo una macchia su un muro, la loro crescita in simuntanea aveva creato, nella sua testa, un volto e un corpo con cui poter parlare, con cui confidarsi, ridere e abbassare le difese mostrando il proprio lato più debole e timido. Anche se priva di senso per la totalità delle persone quella macchia gli trasmetteva un profondo senso di calma e spensieratezza. Seguiva il suo contorno e, con lo sguardo, faceva due o tre volte il giro del suo perimetro, prima di perdersi nel nulla e scoprire che non stava pensando a niente. Il vuoto totale. Una sensazione che cercava molte volte d’ottenere quando il buoi calava sopra di lui si lasciava cadere sul suo squallido e sottile materasso ingiallito. “Chissà se sei venuta fuori proprio per darmi un po’ di conforto” pensò guardando ancora la muffa sul soffitto ma ora era tornato in se e aveva deciso d’alzarsi. Dai piccoli fori sparsi qua e la sulla vecchia

porta di legno marcio mangiato dal tempo, Mex, intravedeva la sagoma di Ronny, suo padre. Ebbe un ultimo pensiero rivolto alla macchia. Si domandò se anche suo padre aveva mai provato a guardala più in profondità. Se anche lui aveva provato ad andare oltre quello che tutti vedono, una semplice macchia, se anche lui provasse quel senso di assoluto vuoto positivo e si lasciasse guidare da lei. Fu solo un rapido pensiero, con un lampo nella notte, che mentre veniva generato gli aveva fatto compiere, in maniera automatica, il gesto di vestirsi. Aveva preso dei jeans impolverati da terra. Avevano un grande buco sul ginocchio destro che lasciavano intravedere la pelle color olivastra. Erano logori dal lavoro di ogni giorno. Le mani avevnoa già inserito una sottile cintura di pelle nera che serviva a tenere aderenti alla vita un pantalone di qualche taglia più grande. Poi prese una maglia marrone chiaro. Il colore era affievolito e consumato. Una maglia che aveva vissuto decisamente molto più tempo del dovuto, inizialmente era bianca ma il sudore e lo sforzo di ogni giorno, avevano mutato il suo aspetto. Dopo essersi vestito si passò una mano tra i suoi corti capelli castani, con un movimento da destra a sinistra, scompigliava la sua testa. Voleva discordinare il suo aspetto già disordinato. Voleva dargli un disordine che fosse suo. Fece qualche passo in avanti per andare verso l’uscio di casa, appoggiando il palmo della mano sulla parte sinistra delle porta facendosi strada per uscire. L’aria non era poi così fredda come gli era apparso appena svegliato ma il suo intenso odore di pioggia sembrava raccontare oggi singola goccia d’acqua caduta nella notte. Suo padre era lì. Fermo davanti a lui e catturato dai suoi pensieri che non gli fecero neanche accorgere che suo figlio, si era alzato e che con dei piccoli passi irregolari si stava avvicinando a lui. La sagoma di Ronny era ferma mentre fisssava un punto lontano. Era un uomo di media altezza ma molto magro. La schiena divisa in due, dalla spina dorsa che sembrava volesse uscire per lasciar quel corpo. I raggi del sole sembravano potessero trafiggere quel corpo che aveva le sembianze di un vecchio albero morente. Le due braccia che uscivano dalle maniche corte della sua maglietta di un verde spento. Il suo gomito sinistro era leggermente piegato e sporgeva fuori più del dovuto. In testa aveva qualche capello di un castano chiaro, con qualche ciuffo che sfociava nel biondo. In alcuni punti, i capelli si facevano meno fitti e si poteva intravedere la nuca. “Buongiorno papà” disse Mex spuntando da dietro.

Ronny risali’ subito e si voltò di scatto. Il suono della voce di suo figlio l’aveva riportato alla realtà.

“Buongiorno a te” risposte Ronny. “Questa notte sei stato un vero tornado, ti sentivo muovere spesso” disse con un tono scherzoso ma, al tempo stesso, faceva trasparire la voglia di indagare più a fondo sull’inquietudine di suo figlio. “Ero in

sintonia con temporale” risposte Mex cavalcando l’ondata del divertimento. “Sei pronto per oggi? chiese Ronny facendosi più serio. Non credo che mi debba far trovare pronto, non sono qui per me. Tu invece? Sei pronto?” Sfido’ amichevolmente suo padre. “Io ormai sono troppo vecchio e fuori dai loro parametri di scelta. Qualunque essi siano”.

Dopo, il discorso divenne più leggero e Mex e suo padre cominciaro a camminare per la città. Il lontananza le rosse pareti rocciose circondavano tutto impedendogli di vedere e andare oltre. Molte persone si stavano svegliando e giravano per la città. Alcuni avevo il visto disteso altri avevano una espressione pesante e pensierosa. Era evidente come le persone si stavano preparando diversamente a quella giornata. Ronny era alla destra di suo figlio. Camminavano senza parlare. Le piccole abitazioni, sparse qua e la tra la sabbia amaranto, creavano delle strade che confluivano tutte verso il centro della città. L’unico punto dove ci fosse una vero segno di una civiltà moderna. La calda terra lasciava spazio a una grande lastra di marmo bianco, il legno marcio era sostituito da quattro pilastri di cemento che delimitavano i quattro angoli della struttura.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Stefano Galantucci
Mi chiamo Stefano Galantucci, ho 31 anni e dopo il diploma in ragioneria ho trovato occupazione nel settore bancario. Cresciuto nella periferia milanese tra amici, scuola e campi di calcio. Appassionato di cinema, teatro e libri mi sono ritrovato spesso a fantasticare con la mente su una storia che non esisteva. Gli ultimi mesi hanno concretizzato questo mio pensiero con la realizzazione del mio primo libro.
Stefano Galantucci on Instagram
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