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Aiuto, mia sorella si sposa!

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Ogni famiglia è bizzarra a modo suo. Beatrice scopre che la sorella più grande Eugenia sta per sposare il fidanzato Marco. Beatrice, tredici anni, è però perdutamente innamorata (anche se non ricambiata) del futuro sposo e non esita a mettere in atto i piani più perversi per mandare a monte le nozze. Si avvale anche delle amiche Rossella e Bianca e della professoressa Franni. Non tutto va per il verso che Beatrice – che si fa chiamare Bibi per eliminare “l’odore di vecchio” dal suo nome – vorrebbe. Ma chi l’ha detto che la vita non possa riservare delle sorprese piacevoli quando meno ce lo aspettiamo?

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro molto tempo fa. L’ho lasciato poi a decantare in un “cassetto” del laptop. Ho molto amato la protagonista, Beatrice, una ragazzina che non si lascia spaventare dalle circostanze che le sembrano sfavorevoli e fa di tutto per raddrizzarle a suo favore. Che ci riesca o no non ha importanza. Vorrei che ogni ragazzina si riconoscesse un po’ in Beatrice e capisse l’importanza di andarsi a cercare quello che si vuole.

ANTEPRIMA NON EDITATA

C’è puzza di bruciato 

Non appena mise piede in casa, Beatrice intuì subito che c’era l’atmosfera delle giornate campali. Quelle in cui stava per succedere qualcosa di importante, qualcosa dopo il quale nulla sarebbe stato più lo stesso.

Nell’ingresso (insolitamente ordinato e tirato a lucido, nemmeno un’impronta di scarpa polverosa o una sciarpa fuori posto) c’era profumo di roba buona da mangiare. “Strano”, pensò. “E’ forse chiusa la rosticceria del signor Vittorio?”, si chiese. Da lì, a due passi da casa, la mamma passava sempre trafelata quando stava quasi per chiudere perché non aveva pensato a cosa fare per cena.

Appoggiò sul pavimento la sua sacca e l’odore di scarpe da ginnastica e tuta sudaticcia (era appena tornata dall’allenamento di pallavolo) si mescolò con quello – ben più piacevole, va detto – di …, ma cos’era che mandava questo buon odore?

–Arrosto alle erbe provenzali, tesoro – spiegò la mamma con aria trionfante davanti alla faccia inquisitiva di Beatrice.

– Buono! Con patate lesse?

– No, con verdure saltate al profumo di dragoncello. E poi ratatouille come antipasto e tarte tatin per dolce. Cena francese, stasera.

“Rataouille? Tarte tatin? C’è puzza di bruciato”, pensò Beatrice.
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E non perché la mamma stesse mettendo a fuoco e fiamme la cucina, anche se bisogna riconoscere che come cuoca non era granché. Ma perché un simile dispiegamento di forze gastronomiche in quella casa non si vedeva da parecchio tempo. Da qualche Natale fa, a occhio, quando la mamma e la zia Enrica si parlavano ancora prima del Grande Litigio e cominciavano a confabulare del menu una settimana prima della vigilia. D’accordo che era la zia il capo-chef e la mamma più che altro un’assistente, ma insomma in quei natali si mangiava veramente bene. Comunque, acqua passata. Il punto era scoprire cosa bolliva in pentola e non solo in senso letterale.

Per saperlo, Beatrice preferì non fare domande. Almeno non per il momento. Andò invece in salotto e vide una tavola apparecchiata con stoviglie che non ricordava nemmeno più appartenessero alla dotazione della famiglia. Tovaglioli di stoffa (incredibile! ma non esistevano solo quelli di carta usa e getta?), piatti e contro-piatti, posate scintillanti, perfino due bicchieri per ciascuno, con tutto che la lavapiatti era rotta da settimane.

Sul tavolino di fianco al televisore, un vaso di fiori con un gran nastro rosso.

– Mamma, che succede? Abbiamo il presidente della Repubblica a cena?– chiese la ragazzina.

– Spiritosa. Viene Marco, tutto qui.

Marco a cena? E allora?

Acqua e olio 

Ah, Marco! A Beatrice si affrettavano sempre un po’ i battiti del cuore, quando lo sentiva nominare. Ma non ci faceva nemmeno caso, perché ci era abituata. Non era mica la prima volta che veniva a casa a mangiare. Pranzi, cene, spuntini. Ne aveva fatti di pasti in casa loro, eppure non si era mai andati al di là dello scongelamento artistico, come la mamma chiamava i suoi esperimenti culinari.

Marco, va spiegato, aveva ventisei anni, era bellissimo, alto, con quello che si dice un fisicaccio, aveva degli occhioni marroni morbidi pieni di ciglia… insomma, un figo vero. Peccato che fosse fidanzato con Eugenia, la sorella maggiore di Beatrice.

Be’, sorella era una parola grossa. Indica un essere nato dai tuoi stessi genitori, va bene, ma che insomma, per il fatto di essere sangue del tuo sangue ti assomiglia almeno un pochino, e anche se no, c’è quella storia del legame, della parentela, dell’affetto. Due sorelle sono anche due amiche, due complici, no? Che anche quando litigano non possono fare a meno l’una dell’altra.

Bene, Beatrice ed Eugenia non erano per niente così. Si potrebbe dire anzi che si somigliavano solo nei nomi, tutti e due un po’ vecchio stampo, con quell’aria di antico che adesso però va così di moda.

Per il resto, erano come l’acqua e l’olio. Beatrice (che fra l’altro odiava il suo nome, troppo prezioso, diceva, e si faceva chiamare Bibi, le sembrava più cool) era piccolina di statura, aveva i capelli corti corti e tutti per aria, dritti come aste, di un castano scuro che lei, di nascosto dalla mamma, cercava di correggere con riflessanti vari tendenti al prugna se non addirittura al violetto dichiarato. Aveva occhi sveglissimi e molto mobili: erano due ma sembravano duecento, da quanto correvano di qua e di là per guardare tutto. E una voce un po’ arrochita, da donna grande, che faceva un po’ ridere sulla sua figuretta da ragazzina monella, ma della quale andava molto fiera.
Eugenia, invece, sembrava una madonna fiorentina dei dipinti del trecento: aveva lunghi capelli soffici e biondi, che teneva sciolti sulle spalle o al massimo raccolti con un cerchietto da ragazza di buona famiglia, gli occhi verdi e la pelle chiara e trasparente, senza un segno, un’efelide, un neo, un brufolo.

– Un bitorzolo! – le gridava Beatrice quando si arrabbiavano. – Un bel bitorzolo sul naso come la strega Nocciola! Ecco quello che ti ci vorrebbe! Così caleresti un po’ quelle arie da santarellina infilzata che hai e diventeresti finalmente normale.

I motivi dei litigi erano i più vari, anche se spesso ruotavano intorno allo stesso argomento: Eugenia rimproverava a Beatrice di essere un ragazzaccio senza modi, una maleducata, una villana. Beatrice ribatteva a Eugenia si essere nata nel secolo sbagliato, una “nonna Speranza” capitata per errore alle soglie del terzo millennio. E di non sopportare quell’aria da saputa e quell’atteggiamento protettivo che prendeva nei suoi confronti assolutamente a sproposito.

Quasi a sproposito. Già, perché non ho ancora precisato che Eugenia aveva ventitré anni, undici più di Beatrice.

Nata sotto un tavolo 

L’arrivo di Beatrice all’interno della famiglia non era stato programmato dai suoi genitori. Non che non l’avessero accolta bene, intendiamoci. Ma era nata in una situazione già consolidata, tranquilla. Eugenia era una graziosa bimba di undici anni, figlia unica per niente scontenta di esserlo; per la mamma la fase pappa-cacca-pannolino era solo un lontano ricordo, tanto che aveva ripreso a lavorare come segretaria nell’ufficio di un avvocato. Che poi era un amico di papà, anche lui avvocato e bisognoso di una segretaria, ma dal quale la mamma non sarebbe andata a lavorare per tutto l’oro del mondo, perché sapeva bene come mantenere distinti i ruoli, fuori e dentro la famiglia.

Così, quando era rimasta incinta, le era venuto dapprima uno choc depressivo. Non è mica vero che tutte le madri della terra sono felici di mettere al mondo pargoli. Ce ne sono che si accontentano di uno e stop. Se è per quello che ne sono anche che quasi quasi si pentono, ma quelle sono un po’ egoiste e non era il caso della mamma di Eugenia. Solo che a lei una figlia bastava.

Lo choc era stato superato grazie a un viaggio a Parigi che il papà le aveva regalato. Ma lei aveva deciso che quella gravidanza non doveva esserle d’impaccio e aveva continuato a fare la sua vita come prima. Lavorava, si occupava della figlia e della casa, usciva con le amiche, fumava, perfino. Insomma, tutto come se non avesse avuto un bebè in formazione nella pancia e una decina d’anni in più rispetto alla prima volta.

– Forse dovresti riguardarti un po’–, le diceva il papà, premuroso.

– Mi guardo e mi riguardo tutte le mattine allo specchio – rispondeva lei. – E mi trovo in forma. Mi scoccia soltanto mettere su tutti questi chili. Ma pazienza. Dopo il parto farò un abbonamento in palestra.

E inghiottiva grandi insalatatone poco condite e succhi di carota per non crescere troppo di peso.

– Dovresti mangiare per due e dormire nove ore per notte – la rimproverava la zia Enrica, sempre prima del Grande Litigio.

– Sei antica. Lo sai o no che i nuovi dettami della medicina dicono che una donna incinta non deve superare i nove chili in nove mesi? – ribatteva lei.

Fatto sta che era arrivata alla fine della gravidanza magra e patita, con le occhiaie e senza più energie. E un pomeriggio in cui aveva insistito per stirare le tende del salotto contro il parere di tutti, era finita a gambe all’aria sotto il tavolo.
E lì, sotto il tavolo da stiro, con quindici giorni di anticipo sulla data prevista, era nata Beatrice. Uno scricciolo sottopeso che i medici dell’ambulanza, chiamata d’urgenza proprio da Eugenia, avevano infilato subito nell’incubatrice per lasciarvela a maturare un paio di settimane, come un cocomero troppo verde.

Mamma mia quanto gliel’aveva rinfacciata Eugenia quella telefonata all’ambulanza.

– Guarda che se sei viva lo devi a me, ricordatelo bene – le diceva acida. E per prenderla in giro aggiungeva – Tutti i bambini del mondo nascono sotto un cavolo e tu, che vuoi fare l’originale a tutti i costi, sei nata sotto un tavolo. Lo vedi che hai sbagliato tutto fin dall’inizio?

Lei questa storia del cavolo e del tavolo, che Eugenia le andava ripetendo quando erano piccole, non l’aveva mai capita troppo bene. Ma i bambini non nascono dalle pance delle loro madri? Comunque, Eugenia ce l’aveva messa tutta per farla sentire in colpa per essere al mondo. Solo che da un pezzo quella solfa non funzionava più.

Crescendo avevano aggiustato il tiro, si colpivano con altre armi, ma non si erano certo messe ad andare d’accordo, quelle due. Anzi, se da piccole ancora ancora si poteva intuire che fossero sorelle, più passavano gli anni più i loro caratteri e il loro aspetto fisico divergevano come le gambe di un compasso.

Eugenia studiava all’università e aveva un libretto pieno di trenta e lode, amava la musica e suonava il violoncello. Beatrice aveva un diario pieno di note, visitava spesso la presidenza, dove riceveva sonore lavate di testa e amava la musica, sì, ma di tutt’altro genere. Con Rossella (detta Rissella perché attaccava briga con tutti) e Bianca (che andava orgogliosa di chiamarsi come Bianca Jagger, prima moglie del grande Mick Jagger, un po’ antico ma ineguagliabile divo del rock), avevano messo su un complessino rap, le Ariane, che nella loro mente doveva ricordare Ariana Grande, ma che agli occhi di tutti suonava un po’ razzista, ma vabbè..

Quanto ai ragazzi…, be’ in quel campo disgraziatamente avevano gli stessi gusti. E da lì, infatti, parte il succo della storia. Perché Marco, quel Marco invitato a cena in gran pompa per quella sera, era il ragazzo di Eugenia. Si frequentavano da un paio d’anni, ormai, anche se Beatrice non era ancora riuscita a farsene una ragione.
Già perché anche a lei piaceva. E proprio non le entrava in testa come mai un tipo così attraente potesse uscire con una sogliola insipida come sua sorella.

Si scoprono le carte 

Non avrete mica pensato che Beatrice lo facesse apposta per fare dispetto a Eugenia, per caso? Eh, no. Marco le piaceva davvero. E per quanto strano possa sembrare, aveva fatto di tutto perché nessuno, in famiglia, se ne accorgesse. Aveva pudore dei suoi sentimenti, lei, che pure era sfacciata in tante occasioni.

Ma a qualcuno bisogna pur confidarsi, quando si hanno pene d’amore di quel peso sul cuore. E Beatrice, infatti, si era confidata con le sue più care amiche, le già citate Rissella e Bianca. Che, da vere amiche, avevano mostrato comprensione e partecipazione.

– Cosa? Marco il ragazzo di tua sorella? Quel vecchio? Ma se avrà almeno trent’anni! – le avevano chiesto quasi in coro subito dopo aver saputo la notizia.

– Ne ha solo ventisei, tanto per cominciare. E poi non lo sai che in una coppia funziona meglio quando c’è una certa differenza di età? Guarda per esempio Donald Trump e Melania. No, vabbè, forse non sono un grande esempio. George Clooney e Amal?

– Sai che esempi mi porti. Comunque, a me di quello che fanno gli altri non me ne importa proprio. Io so che sarei ideale per Marco. Molto più di Eugenia. Lui è allegro, vitale. Ama lo sport, la natura. Pensate che si è appena laureato in veterinaria. E appena si sarà affermato, lavorerà per migliorare le condizioni di vita degli animali d’allevamento. Non è un’intenzione nobile?

– Ah, nobilissima, non c’è che dire. E tu lo vorresti seguire e diventare la fatina del pollaio, per caso? – la prese in giro.

– Perché no? Quando due persone hanno così tanto in comune, possono pure dividere un’impresa in cui cercano di fare del bene al prossimo.

– Non ho mai considerato galline e conigli esattamente il mio prossimo, per la verità. E comunque mi sembra che stai un po’ correndo. Non è per niente provato che Marco si interessi a te, mi pare –, puntualizzò Bianca.

– Be’, questo lo dici tu. E’ sempre molto carino, con me. Una volta mi ha perfino fatto un regalo.

– Ah, davvero? E cosa ti ha regalato? Un diamante solitario? O una dozzina di rose rosse?

– Quanto siete stupide! Mi ha portato una bellissima scatola di cioccolatini, invece. La confezione era tutta piena di cuoricini e questo secondo me era un messaggio.

Beatrice pensò a quel cimelio che teneva nascosto nel suo bauletto dei segreti, sotto-chiave. Naturalmente non si era sognata di aprirlo per mangiarne il contenuto, pur essendo golosa. E i cioccolatini, dentro la scatola, ricoperti uno per uno di carta trasparente, con il tempo avevano cambiato colore e consistenza, diventando marrone chiaro e mollicci quando faceva caldo e scuri e duri quando la temperatura scendeva. Con il passare dei mesi erano diventati una specie di barometro dal quale si sarebbero potuti prevedere i cambiamenti meteorologici.

– Cioccolatini! Ma certo: il tipico regalo che si fa alle sorelline. L’avrà fatto per comprarti. Le sorelle minori delle proprie ragazze bisogna tenersele buone. Possono sempre servire. Vedrai che la prossima volta ti porterà un orsacchiotto di peluche – filosofeggiò Rossella.

– Siete delle ciniche – concluse Beatrice. – Comunque non mi interessa quello che pensate. Marco prima o poi si accorgerà di me. Ve lo assicuro.

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Daniela de Rosa
Giornalista freelance, podcaster, scrittrice, storyteller, viaggiatrice, curiosa sempre. Cerco di supportare le donne con il mio lavoro. Sono di Milano ma vivo a Londra da molti anni. Amo le donne volitive, che si prendono quello che vogliono. Per questo sono stata e sono grande amante della Regina Elisabetta.
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