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Al limite delle favole

Al limite della favole
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Consegna prevista Settembre 2024
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L’autrice di “Rifugio Settimo Cielo” e “La ricetta della Notte Perfetta” torna con una raccolta di racconti che comprende 22 nuove storie e i brani più amati delle precedenti pubblicazioni. “Al limite delle favole” è un altro viaggio, soprattutto interiore, nella magia quotidiana, spesso resa invisibile dalla routine, dal tempo che scorre inesorabile e dal rumore del mondo che non concede mai una tregua. Ma ci sono dei luoghi dove qualcosa di magico accade e sono proprio intorno a noi: così si passa da un monotono ufficio ad un bosco incantato, dalle eteree montagne ai sentieri complessi della mente, dai cimiteri misteriosi alla vita più profonda. A fare da cornice, spesso, le crode friabili ma forti delle Dolomiti, Belluno e la sua Piazza dei Martiri, i Monti del Sole, il Cadore e la Val Fiorentina ma anche i luoghi nascosti nella nostra anima, quelli che solo al limite delle favole potranno svelarsi.

Perché ho scritto questo libro?

Amo scrivere: con la luce e con le parole. “Al limite delle favole” nasce come una fotografia in bianco e nero: impressioni che si susseguono descritte dalle luci e dalle ombre che scavano nella nostra anima. Con questo libro continua il mio viaggio nella “magia quotidiana” – per dirla alla Dino Buzzati – alla ricerca continua dello stupore e dell’inaspettato, per mostrare tutto ciò che sta oltre alla cornice della fotografia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I PALLONCINI LIBERATI 

Cosa vuoi che ti dica…
Il mondo corre, scappa, non ti aspetta. Metti in moto il motore, credi di avere tutto il tempo della vita davanti, invece appena incroci il semaforo e ti fermi allo stop ti rendi conto che sei fermo perché una regola te l’ha imposto. Aspetti il tuo turno, guardi a destra, poi a sinistra, via libera, ora puoi passare. Acceleri, sei in ritardo, fai la medesima strada, trovi il solito bus che si ferma prima della curva e attendi che riparta per proseguire. Davanti a te un bruco d’automobili striscia nella tua stessa direzione e tu, millesima gamba di quell’animale, strisci dietro agli altri perché così la convenzione ti ha imposto.  

 

Segnale orario. Prevedi già che sarà occhio e croce la stessa ora. “Sono le otto e quaranta”. Sei anche in ritardo oggi. Intanto ripassi mentalmente quello che dovrai fare nel corso della mattinata e lasci che tutto il resto scivoli via senza essere considerato, tanto è a lavoro che devi andare e al resto del mondo è proibito l’ingresso. Ti sembra d’aver già vissuto una tale situazione. Certo. È perché si ripete ogni giorno con le varianti ridotte al minimo.  

 
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Mentre ti sfreccia accanto un tizio con l’auto sportiva, pensi che sarà ogni giorno così per il resto della tua vita. Il mondo scappa e va avanti mentre tu, inevitabilmente, sei impegnato a rimanere sotto i 50 all’ora fino al prossimo autovelox. Poi fai quello che ti viene imposto di fare, rimani in apnea otto ore, nuoti invano in cerca d’aria ma t’imbatti solo nella medesima bolla vuota che alla fine ti lascia in mano niente.  

 

Ma la società vuole questo vero? Allora ti adegui perché “va bene così” e sarà sempre così. Rassegnati. Fattelo piacere. Trovati qualcosa di bello e stimolante da fare dopo, quando torni indietro. Ah, già, dimenticavo. Dopo il tempo è finito. Il meglio è andato e tu, povero essere umano, non te ne sei nemmeno accorto. Ingenuo che hai abbandonato i tuoi sogni sulla groppa di un bruco divoratore di farfalle. Sono morti i tuoi sogni! Finiti.  

 

* 

 

La sagra di San Martino è ormai conclusa. I banchetti abbassano le tende, il profumo delle frittelle al cioccolato svanisce nell’aria e i bimbi più piccoli cominciano ad addormentarsi nei passeggini. Cala il sole su Belluno e le acque del Piave si colorano della maestosità delle montagne. L’angelo sulla punta del campanile del duomo non si dà pace. Ogni volta è così. Quando cala la notte sull’acqua turchina, in una certa sera d’autunno, l’angelo scuote le ali e come se niente fosse crede di poter scendere dal campanile per salire su quello ben più alto del duomo di roccia che i bellunesi chiamano Schiara. Ma il suo piede non si stacca. Mai. Lì deve rimanere. Non esistono ricette, incantesimi, strane illusioni che possano farlo spostare dal campanile sul quale è stato posato. È inchiodato. Condannato in quella posizione per sempre, beffato perché costruito col volto rivolto verso la Schiara, a un passo di cielo dal campanile di roccia sul quale vorrebbe dimorare e che invece può solo guardare da lontano. Il suo sogno è lì, tanto immobile quanto irraggiungibile. 

 

Quando anche il fuoco sotto le castagne si spegne è davvero l’ora di chiudere. Il sole è scomparso sopra le vette feltrine e tra i rami degli alberi luccicano i palloncini scappati dalle mani dei bambini. I palloncini sono degli esseri pieni di sogni e fanno bene. Alcuni di loro infatti, una volta finita la festa o la sagra o quello che è, vengono liberati. Proprio così.  

 

Il vecchio ambulante che li gonfia ad ogni buona occasione, si premura di legarli bene tra di loro affinché non possano sfuggirgli alla prima folata di vento. Poi si posiziona tutto il giorno in un punto strategico del mercato e li vende uno alla volta ai ragazzini. Dopo essere stati separati dal resto del gruppo, alcuni palloncini si divincolano talmente forte da sfuggire dalle mani dei legittimi proprietari. Il più delle volte, trovandosi troppo a ridosso della piazza, finiscono per incastrarsi tra i rami di qualche albero ancora prima di potersi innalzare veramente verso il cielo e i loro sogni finiscono lì.  

 

Quando cala il sole però, dicevamo, il buon vecchio ambulante porta i palloncini non venduti nei pressi di un enorme prato. Li accarezza uno ad uno e poi, con estrema dolcezza e un velo di malinconia, li lascia andare. I palloncini liberati allora schizzano in alto, verso il cielo, volteggiano, girano, si ritrovano, si toccano e si allontanano di nuovo. Danzano accanto alle nuvole, liberi finalmente, come hanno sempre sognato. Dall’alto guardano il vecchio che si allontana. Qualcuno vorrebbe tornare indietro nel vederlo ricurvo e solo incamminarsi verso il tramonto ma ormai è tardi: una volta spiccato il volo non si torna indietro.  I palloncini liberati sono felici e salgono su, sempre più su. Che gioia vederli sopra la Schiara! Almeno loro fanno quello che hanno desiderato, non seguono regole, s’innalzano, sfiorano il cielo, su, su… Che musica, che danza, che meraviglia vederli luccicare minuscoli in un punto sperduto del mondo quando fino a pochi istanti prima potevamo toccarli. 

 

Ma ecco che… Boom! Troppo in alto si esplode. Che brutta fine, così giovani con tutta la vita davanti. Poveri palloncini liberati. Scoppiati. Il tempo è finito anche per loro ma almeno il meglio lo hanno vissuto. Loro non si sono fermati. Non hanno pensato. Volevano volare e hanno volato, senza che nessuno gli dicesse come fare.  

Cosa vuoi che ti dica… Forse a volte bisogna correre il rischio di scoppiare per essere felici. 

 

* 

 

E se il bruco divoratore di farfalle un giorno scoppiasse?
E se esistesse una sorta di “ricetta” per far scendere l’angelo dal campanile?  

 

LA DANZA DELLE CIGLIA 

La guardo sospirare e non so più che cosa dire. Tiene le labbra serrate e si sforza di sorridere. Le tengo la mano e le sue dita si avvinghiano forte intorno alle mie. Non ha abbastanza forza per parlare, forse trattiene il fiato per il dolore. Nei suoi occhi leggo la preoccupazione per il momento che sta per arrivare. 

Le accarezzo la fronte: è caldissima. Lei chiude gli occhi e d’improvviso esplode in un grido lacerante. Io non posso più guardare. 

Mi dicono che posso restare ma mi consigliano di tenere gli occhi chiusi se non riesco a sopportare di vedere la mia ragazza soffrire. Mi fanno allontanare un po’ ma la sento ancora. Raccolgo il mio viso tra le braccia e abbasso le palpebre: il cuore mi palpita ovunque nel corpo. Cerco di stare calmo, di convincermi come nei film che “andrà tutto bene”. Le gambe però iniziano a tremarmi e sento il mio corpo afflosciarsi sulla sedia, come un orologio di Dalì. 

 Lei è sdraiata su di un letto bianco. I capelli biondi, sparsi come raggi di sole attorno al suo viso, profumano di pesca e di mandorle. Respira lentamente. Vorrei accarezzarle la fronte ma non posso. La guardo come se la incontrassi di nuovo per la prima volta: è sempre bellissima, anzi, lo è ancora di più… Ma dove sono i suoi occhi azzurri? Rincorro con lo sguardo ogni piega del suo viso fino a raggiungere lo spazio immenso occupato dai suoi laghi ma, ahimè, sono scomparsi, coperti da dolci palpebre che forse ancora dormono. Qualcosa però si muove. Le ciglia tremano e la pelle comincia contorcersi. Le ciglia sbattono scontrandosi, si avvinghiano come due innamorati, strette tra di loro. Poi si mescolano, si muovono, danzano attorno ai suoi occhi serrati dal dolore. Quando sfregano una sull’altra, pare quasi di sentire il canto dei grilli che accoglie il battito profondo della vita. Poi la danza si ferma: una goccia di rugiada cola via dagli occhi di lei. Le ciglia si colorano di acqua e ricominciano a danzare insieme alla rugiada che pian piano fugge giù, verso le labbra. E da quelle labbra d’improvviso esplode un grido. Le gocce vibrano tra le ciglia. La danza si ferma. D’improvviso esplode un pianto… 

Balzo in piedi ancora un po’ barcollante dall’emozione. È nato il mio bambino. 

LA STORIA DELLE CALZE

 D’improvviso gli animali diventano muti. Un surreale silenzio cala sulle pareti della stalla: nemmeno il legno osa più scricchiolare. Solo la finestra, spinta dal vento, picchietta i vetri frettolosa, come a volersi chiudere più forte. Lo spiffero imperterrito si fa strada lo stesso, smuove la polvere, s’instrada tra il fieno e arriva al collo dell’anziana che si stringe più stretto il nodo del fazzoletto. È sola: non aspetta gli altri per mettersi a filare. Le calze sono quasi finite e sente che è quasi il momento. Lui è lì vicino.  

Velocemente la donna termina il suo lavoro. La luce di una candela illumina intensamente la lana grigia, le dita agili e rugose macchiate di terra, per poi affievolirsi sempre più, lungo lo scialle, il grembiule ancora allacciato e gli zoccoli, con un leggero strato di fango rimasto incollato sotto. Fuori nevica. Soltanto le mucche scaldano lo spazio intorno, così vecchio ma così familiare, impregnato delle storie delle epoche passate.  

L’anziana stringe le calze a sé e poi alza gli occhi affaticati verso la porta, vicino alla quale riposa da tempo una gerla. Lo spiffero diventa più forte e diventa, indistintamente, una voce. «Ho freddo ai piedi», dice.  

Una sagoma d’uomo si intravede sull’uscio della stalla. È senza scarpe e ha i piedi congelati. Barcolla. Si tiene stretto ad un rastrello per non cadere.  

«Vieni dentro caro», gli dice la donna.  

Sorregge il marito per un braccio e lo fa sedere sullo sgabello per la mungitura. «Ecco adesso starai meglio».  

Gli mette le calze, ancora calde delle sue mani. Lui le sorride con tenerezza e comincia la sua storia: 

«Forada, chi no à da fai, no vada, i disea ben!2 Ma io dovevo andare sulla forcella Forada, anche se c’era la neve. Ma lassù non era solo neve, era bufera. E il Pelmo era un gigante fragile che si sbriciolava. Fiocchi e sassi cadevano insieme. La gerla pesava sempre di più e la faccia si congelava e le mani pure e i piedi si bagnavano. Mi convincevo che era come le altre volte, sarei arrivato su, avrei valicato la forcella e poi in un attimo sarei stato giù a Pescul dove la neve sarebbe stata dolce e dove mi aspettavi per il filò, al caldo delle bestie. Ma niente. Non era come le altre volte. La bufera era cattiva e i piedi congelati. Non riuscivo più a camminare e a respirare. Si faceva notte. Ho combattuto tanto per tornare e il mio cuore vedi? È tornato. Ma il mio corpo no, non ce l’ha fatta».  

Fissa il vuoto. 

Lei inizia a piangere anche se quel monologo lo aveva ascoltato in silenzio altre cento volte, tutte le volte che, nell’unico momento in cui terminava le calze, il marito ricompariva per poterle indossare, solo in quella stalla dove, da giovani, nelle sere di filò, si erano innamorati.  

Lo guarda stringendo forte in mano un rosario. Inizia a pregare sottovoce. Ringrazia il Signore per quel miracolo che ogni volta le concede. Si lascia sfuggire un “ti prego, non farlo andare via” ma già sa che lui non potrà restare e che lei non troppo tardi, con il peso dei suoi anni, lo raggiungerà. Allora potranno ancora, nelle sere d’inverno, ritrovarsi a fare filò nella stalla, a chiacchierare con gli altri, ridere, raccontarsi stupide barzellette, spettegolare sulla vicina o dispiacersi della partenza di una qualche cara famiglia.  

 

* 

 

La porta della stalla si apre. 

I primi ragazzi entrano, posano gli attrezzi, si scrollano la neve di dosso togliendosi il berretto. A breve arriveranno anche gli altri per il filò. Guardano la mamma seduta accanto a uno sgabello da mungitura vuoto con posate sopra delle calze di lana. Sta pregando a bassa voce. Uno dei giovani le prende le mani e le sfila il rosario.  

«Forza mamma», le sussurra con dolcezza. «Di nuovo papà che ricompare? Dai ora ci racconti ancora la storia delle calze».  

 

L’anziana avrebbe raccontato di lì a poco la storia che avete appena letto, di suo marito che ritorna per indossare le calze di lana appena filate e partecipare, ancora una volta, al filò nella stalla. 

Tutti l’avrebbero ascoltata con attenzione, chi con commozione, chi con pena, chi con sarcastica rassegnazione. Tutti sapevano che, nel corso dei prossimi filò, lei avrebbe disfatto le calze per poi ricominciarle di nuovo cosicché, una volta terminate, lui sarebbe tornato, inconsapevoli che quella storia che lei andava raccontando era tutt’altro che una fantasia.   

 

 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Irene Pampanin
Irene cresce a Selva di Cadore (BL) e si laurea in “Arti e scienze dello spettacolo” all’università La Sapienza di Roma.

Giornalista pubblicista, ha collaborato con le principali testate giornalistiche bellunesi come “Telebelluno Dolomiti”, “Il Corriere Delle Alpi” e “Il Cadore”.

Nel 2010 pubblica il suo primo libro “Rifugio Settimo Cielo”, una raccolta di racconti che rappresenta la metafora della discesa da una montagna: dalla cima, quindi dal mondo dei sogni, al livello zero, quello della cruda realtà quotidiana dove la fantasia sembra essere l’unica ancora di salvezza.

Nel 2014 pubblica la sua seconda raccolta “La ricetta della Notte Perfetta”, dove distinguere la realtà quotidiana dal suo surreale evolversi in sogni, diventa sempre più difficile.

Appassionata di fotografia, arte e montagna, oggi vive a Sospirolo (BL) e lavora nell’ambito della comunicazione.
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