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Amo uno psicopatico

Amo uno psicopatico
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Consegna prevista Luglio 2023
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Siamo tutti bravi quando si tratta di parlare dell’Amore in generale, ma inciampiamo tutti quando ci ritroviamo a che fare con l’amore nel mondo reale. L’amore ci rende vulnerabili, ridicoli, incoerenti. Tutti siamo incappati in storie malsane, prima di imparare che cosa significa veramente amare. A tutti sarà capitato almeno una volta nella vita di ritrovarsi intrappolati in una relazione tossica e di non riuscire a uscirne. In “Amo uno psicopatico” in particolare, viene raccontata la storia tra un narcisista e la sua Eco. È un amore malato e proprio per questo non è amore. Riuscirà la protagonista, Chiara, a capirlo in tempo? Fino a dove dovrà spingersi prima di capire che quella con Micky è una relazione da cui è meglio scappare? Riuscirà a rinunciare al suo sogno d’amore mettendo prima il suo bene?

Perché ho scritto questo libro?

Con questo libro ho voluto condividere con i lettori una storia in cui è facile ritrovarsi, quella di un amore tossico, che ti rende schiavo, dipendente proprio da ciò che lentamente ti toglie il sorriso e la voglia di vivere, che ti confonde, facendoti sentire in colpa anche se sei tu la vittima. Ma prima o poi scatta in noi l’istinto di sopravvivenza, si accende una piccola lampadina dentro di noi che fa luce sulla realtà, che innesca il dubbio se ciò che stiamo vivendo sia veramente amore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ho scelto il barista. Ho deciso che passerò la notte con il barista. Quella splendida camera d’albergo non può andare sprecata. Sembra il set di un film a luci rosse.

Questa è una di quelle notti in cui mi voglio divertire. Tutto è concesso. Ogni tanto ci vuole. Dopo quello che ho passato nell’ultimo periodo, me lo merito.

È una di quelle notti in cui non si dorme, da vivere fino in fondo, cogliendo ogni occasione che si presenterà. E si sa, la notte è generosa, tentatrice. Ci sono cose che possono succedere solo di notte, come vedere le stelle… Sono sempre lì, in cielo, ma solo di notte scopriamo la loro presenza. E poi certe cose di notte assumono tutto un altro aspetto. Avete presente la luna, quando la vediamo in cielo di giorno, opalescente nel cielo azzurro? Non è la stessa cosa. Di notte brilla e quando è piena è uno spettacolo.

Sotto la penombra sensuale del mantello della notte il desiderio si accende. Desiderio che a volte prende la forma della voglia di trasgressione. La notte non è solo tentatrice, ma è una tentatrice onesta. Ogni peccato che commetterai verrà inghiottito nel suo buio e scomparirà come un vampiro polverizzato alla luce del giorno. Se vorrai, conserverai un ricordo come souvenir, altrimenti la notte porterà con sé anche quello, senza rancore, e tu tornerai a vivere la tua ordinaria vita da animale diurno.

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Molti predatori cacciano di notte, quando i sensi si acuiscono ed io sono una cacciatrice. Non mi piace cogliere le occasioni, mi piace crearmele.

Il locale è bellissimo. È tutto perfetto. Le luci, la musica. La gente si sta divertendo. È Carnevale, vengono distribuiti dei gadget ed è stata allestita una stanzetta dove ci sono due avvenenti truccatrici.

È arrivato il mio turno. Una ragazza molto figa piena di tatuaggi mi fa accomodare su uno sgabello, poi comincia ad armeggiare per un po’ con ombretti, rossetti e matite, avvicinando ed allontanando il suo viso dal mio. Ha un’espressione seria. Riesco a sentire il suo alito. Ha un buon profumo.

Vado in bagno e mi guardo allo specchio. Mi ha fatto degli occhi da gatta sexy e mi ha appiccicato delle stelline glitterate sugli zigomi. Sulle labbra un rossetto rosso acceso. Mi guardo e lancio uno sguardo di sfida all’immagine riflessa nello specchio. Sono pronta. Mi allontano lasciandomi alle spalle gli ultimi stralci di inibizione. La caccia è aperta.

Vado verso il bancone. Riesco a farmi spazio tra la folla. C’è caldissimo e soprattutto c’è l’open bar. Mi appoggio al bancone e cerco di agganciare lo sguardo della mia preda, il barista. Lo osservo mentre si muove con destrezza facendo acrobazie da flair bartending. È davvero carino. Avrà vent’anni. Non è particolarmente alto ma è proporzionato, asciutto, muscoloso al punto giusto, ha gli occhi azzurri ed i capelli neri. Ha un bellissimo sorriso. Siamo quasi a fine serata, sono le tre, sarà stanco morto, ma prepara i cocktail sorridendo. È il sorriso di quelle persone sempre positive, sempre sorridenti. Finalmente mi guarda. Gli sorrido. È la quarta volta che gli chiedo da bere. I nostri sguardi restano uniti abbastanza a lungo da dirsi “tutto”, resta solo da dirci dove e quando.

“Che ti faccio?”, mi chiede.

“Non lo so, fai tu.”

Mi schiaccia l’occhio e comincia ad armeggiare con bottiglie, shaker, bicchieri ed… un uovo.

“Assaggia.”

Perplessa affondo le labbra nella soffice schiuma che ricopre la superficie di quella bevanda fino ad allora a me sconosciuta. Ne bevo un po’, è dolce, come piace a me.

“È buonissimo, cos’è?”, chiedo.

“È un vodka sour”, mi risponde.

“Da oggi in poi sarà il mio cocktail preferito”, gli dico riaffondando le labbra in quel liquido delizioso.

La nostra conversazione non può proseguire oltre, c’è un sacco di gente che vuole da bere. Mi allontano, pregando che nessuno mi spinga e mi faccia versare il cocktail addosso e mi dirigo verso i divanetti dove avevo lasciato i miei colleghi.

Li trovo che ridono a crepapelle.

“Che succede?”, chiedo.

Seguo la direzione dei loro sguardi.

Nicoletta, soprannominata “la gatta morta”, sta ballando in modo pseudosensuale, ancheggiando, piegandosi oltre il fisicamente possibile per delle articolazioni umane e per la forza di gravità terrestre, cingendo con il suo pitone di piume di struzzo fucsia Delio Merlin. Un tipo un po’ strano e molto bruttino che avevamo conosciuto di pomeriggio durante il meeting. Da allora non si era più staccato e noi non eravamo riuscite a seminarlo. Sbavava dietro a Nicoletta. La scena effettivamente è piuttosto esilarante. Scoppio a ridere anch’io.

L’avvenente collega di cui io, invece, mi ero invaghita e che inizialmente avevo scelto come mia preda, è sparito. Più volte durante il meeting pomeridiano avevo cercato di agganciare il suo sguardo, ma l’unica cosa che avevo trovato era stata la mia irritazione nel vedere che guardava e sorrideva ad un’altra collega.

Un’importante casa farmaceutica che sponsorizzava un nuovo farmaco aveva selezionato me ed altri quattro colleghi della mia Scuola di specializzazione per andare ad un convegno a Roma. Tutto pagato. E la casa farmaceutica non aveva badato a spese: albergo a cinque stelle, cena in un ristorante di lusso, after dinner con festa pazzesca.

A poco a poco il locale si va svuotando. Una ragazza barcolla davanti a me e mi si butta addosso. La aiuto a rialzarsi. Scoppia a piangere. È ubriaca persa. Il ragazzo che la regge dall’altra parte le dice: “Andiamo fuori, così prendi un po’ d’aria.”

Seguo con lo sguardo i suoi movimenti scoordinati. Riesce a malapena ad arrivare all’uscita e si piega in due per vomitare. Il ragazzo le tiene i capelli. Penso alla bruttissima sensazione che si prova da ubriachi, il malessere, la testa che ti gira fortissimo, la nausea, il non reggersi in piedi e la voglia di accasciarsi ovunque senza dignità e dormire.

Stasera voglio essere brilla ma non ubriaca, voglio conservare la lucidità necessaria per godermi la mia preda.

“Raga, sono le tre e mezza, domani alle nove c’è l’ultima conferenza, andiamo? Chiamiamo il taxi?”, dice Miriam, la più assennata del gruppo.

Il locale è quasi vuoto, stavolta è lui che cerca il mio sguardo. Mi alzo e vado da lui. Da vicino sento l’odore acre del suo sudore.

“Divertita?”, mi chiede.

“Abbastanza”, rispondo.

“Sì, qui organizzano begli eventi, ci lavoro ogni martedì. E tu che ci fai qua? Di dove sei?”

“Si sente dall’accento che non sono di qui? Sono siciliana, di Palermo. Sono un medico.”

“Ah sì, mi avevano detto che stasera c’era una festa per un branco di medici squinternati!”

Ridiamo guardandoci negli occhi, ma gli sguardi scendono ben presto sulle nostre labbra.

“Non ci siamo ancora presentati. Piacere, Lorenzo.”

“Chiara.”

In una frazione di secondo la mia mente genera una fantasia in cui Lorenzo mi possiede con vigore sul bancone.

“Sei molto carina Chiara.” Torno alla realtà.

Con la coda dell’occhio vedo che i miei colleghi stanno cominciando a mettere le giacche.

“Io ho finito di lavorare, se ti va tra mezz’ora possiamo vederci da qualche parte.”

“Ok, ci vediamo in albergo da me. Dammi il tuo numero, ti mando l’indirizzo”, rispondo decisa.

“Ok”.

“Chiara dobbiamo andare, il taxi è arrivato”, mi dice Miriam dal fondo della sala.

Memorizzo il numero come “Lorenzo Barista”. “A dopo”, gli dico ammiccante.

“A dopo!”, mi risponde Lorenzo, sfoggiando un altro dei suoi fantastici sorrisi.

Non vedo l’ora di averlo tutto per me.

Sul taxi, stravolte dai bagordi notturni, io ed altre tre colleghe procediamo silenziose verso l’albergo che si trova in una zona periferica di Roma. Di sottofondo solo il chiacchiericcio indistinto della radio. L’autista tira più volte su col naso in modo disgustoso. Le strade sono deserte.

“Com’è finita col barista?”, mi chiede Miriam curiosa.

“Tra un po’ passerà a trovarmi in hotel”, rispondo senza riuscire a nascondere un sorriso di soddisfazione.

“A me non piace”, commenta Miriam.

“Tu non capisci niente!”, le rispondo facendole la linguaccia.

“Ma come fai? Ti invidio”, dice Annalisa sbadigliando.

“Puntare, colpire e affondare! Male che vada, c’è Delio Merlin”, le rispondo e scoppiamo tutte e quattro in una fragorosa risata, prima di sprofondare nuovamente nel silenzio. Mando a Lorenzo l’indirizzo dell’albergo su WhatsApp. “Io sono a casa. A dopo”, mi risponde. Apro la foto del profilo. È proprio carino! Fantastico un po’ su quando ci vedremo…

Raggiunto l’albergo, ci fermiamo davanti l’ascensore. E chi incontro proprio prima di raggiungere la mia stanza, dove mi darò alla pazza gioia col barista? Il collega bonazzo. Destino beffardo!

Si gira verso di me e mi sorride dall’alto del suo metro e novanta. Ha la faccia piena di brillantini ed è visibilmente ubriaco.

“Ciao!”, mi dice guardandomi le tette.

“Ciao”, replico sorridendo imbarazzata.

“C’eri anche tu alla festa?”, mi chiede.

“Direi di sì”, rispondo un po’ infastidita.

“Non ti ho vista proprio, che peccato!”, aggiunge.

“Neanch’io”, rispondo ripensando a tutte le volte che lo avevo cercato invano con lo sguardo e chiedendomi se anche lui l’avesse fatto.

“Ti va se rimaniamo qui a fare due chiacchiere?”, mi chiede inaspettatamente.

– Ma che cazzo, il barista arriverà da un momento all’altro! Come faccio? – Guardo il cellulare, ancora nessun messaggio da parte di Lorenzo.

“Ok”, rispondo, sperando di non combinare casini.

Arriva l’ascensore e le mie colleghe mi salutano ridacchiando con un “Buonanotte” pieno di malizia. Rimaniamo soli. Accanto all’ascensore ci sono un tavolino e due poltroncine che sembrano essere stati messi lì apposta per noi, per quel momento.

“Ci sediamo lì?”, mi chiede guardandoli.

“Va bene”, rispondo nervosamente.

“Non ci siamo ancora presentati. Piacere, Michele”, mi dice sorridendo un po’ imbarazzato, tendendomi la sua mano ossuta.

“Piacere, Chiara”, gli rispondo stringendogli la mano e sentendo i calli “da palestra”.

“Di dove sei?”, mi chiede.

“Palermo, tu?”.

“Napoli”.

È il primo napoletano che conosco. Michele è molto muscoloso, ha un fisico asciuttissimo, anche troppo per i miei gusti, ha un bel sorriso, nonostante i denti un po’ da coniglio, che ricorda quello sincero ed ingenuo dei bambini. Ha le labbra molto sottili, dettaglio che detesto. Capelli castani con un taglio da bravo ragazzo. Ma soprattutto ha degli occhi dolcissimi. Fa un buon profumo. Ci sono tre cose fondamentali per me in un uomo: i denti, le mani e l’odore. I denti rappresentano un segno inconfutabile del grado di pulizia e cura di sé di una persona. Le mani solitamente riproducono l’aspetto fisico di una persona, possono essere magre o cicciottelle. A me piacciono quelle dalle dita lunghe e affusolate. Ed anche quelle, se la persona è attenta al proprio aspetto, sono curate. L’odore è fondamentale e, come per i profumi, il gusto è molto personale. Un ragazzo può anche essere bellissimo, come mi è capitato, ma se ha un odore che non mi piace… È come un bel fiore dall’odore nauseante.

Michele prende come argomento di conversazione il meeting del pomeriggio. Si ricorda che eravamo nello stesso gruppo di lavoro. Ed io che pensavo che non mi avesse nemmeno vista! Comincia a parlare del farmaco… Strano argomento di conversazione per abbordare. Io neanche lo ascolto, ogni tanto faccio qualche cenno per fargli credere che sia interessata a ciò che dice. Mi sembra alquanto impacciato e timido. La cosa non mi dispiace. Non la smette di parlare. In un’altra occasione avrei apprezzato di più quella conversazione, ma la mia testa adesso è da un’altra parte. Divento sempre più irrequieta e guardo il cellulare sempre più spesso, finché non arriva un messaggio di Lorenzo: “Sto arrivando”.

“Perdonami ma adesso devo proprio andare, sto morendo di sonno. Mi ha fatto molto piacere conoscerti.”, dico all’improvviso.

“Dai, restiamo ancora un po’”, mi chiede con voce supplichevole.

“Domani ci dobbiamo alzare presto per la conferenza, è tardissimo. Ho davvero troppo sonno.” Mi alzo e gli sorrido nervosamente. Non mi piace fare la parte di quella che se la tira.

“Ti va se ci scambiamo il numero?”, mi dice arrendendosi.

“Sì, certo. Segnati il mio e fammi uno squillo”, gli rispondo soddisfatta.

Davanti l’ascensore ci raggiunge un gruppo di ragazzi e ragazze su di giri. Entrano nell’ascensore con noi. Vanno tutti al terzo piano, anche Michele. Io vado al quarto. Un ragazzo con la camicia tutta sbottonata ci guarda e ci dice: “Festino alla 324! Venite?”.

Michele mi guarda e mi chiede: “Andiamo?”.

Antipatica gli rispondo con un no secco.

“Ok, non insisto. Buonanotte”.

“Buonanotte”, gli rispondo tirando un sospiro di sollievo. Finalmente mi sono liberata di lui e soprattutto lui ed il barista non si sono incontrati.

La stanza è davvero una figata. Un led all’interno di una cornice, che gira tutto intorno al perimetro del soffitto, illumina la stanza di una soffusa luce rossa. Davanti il letto un enorme specchio. Accanto al letto, da un lato, il bagno a vista, dall’altro un salottino con un’enorme finestra dietro, da cui si vedono il cielo stellato e la luna, che si intravede sfocata dietro una soffice nuvola. È tutto perfetto, manca solo qualcuno con cui godersela e disfare il letto.

Se fino a qualche attimo fa speravo che Lorenzo tardasse, adesso non vedo l’ora che arrivi. Mi siedo su una delle due poltroncine e guardo il cellulare. Niente. Guardo il bagno di fronte a me. Altra fantasia sull’avvenente barista che mi possiede con vigore dentro la doccia…

Squilla il cellulare: “Lorenzo Barista sta chiamando”. Nonostante aspettassi con ansia il suo arrivo, sobbalzo. Il cuore comincia a battermi forte. Mi agito. Faccio un respiro profondo e rispondo.

“Sono giù, che devo fare?”, mi chiede. Ha una bella voce.

“Prova a entrare. Stanza 405. Se dovessi avere problemi chiamami.”

“Ok.”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Chiara Minore
Ho 35 anni. Sono di Palermo. Nel 2020 ho scritto un romanzo, “Amo un gigoló”, pubblicato con la casa editrice Abrabooks. Ho scritto anche un racconto breve, “Borderlove”. Scrivo anche canzoni (ad agosto 2022 ho prodotto il mio singolo "Amami tutta") e poesie, alcune delle quali sono riportare all'inizio di ogni capitolo. "Amo uno psicopatico" è il mio secondo libro, anche questo è un romanzo rosa, una storia d’amore.
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