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Amore, fermata obbligatoria

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Consegna prevista Gennaio 2025
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Il romanzo è ambientato a Roma tra la fine degli anni ‘60 e gli inizi del nuovo millennio… a fare da sfondo alle storie dei personaggi, sono particolari relazioni sentimentali, fra cui spicca quella di Gennarino. Il protagonista, che è cresciuto da due sorelle e un fratello; prima ancora di essere maggiorenne, si farà chiamare Rino, come a dare un nome diverso al corso della sua nuova vita. “Più il fiume è profondo più è silenzioso”, si sarebbe potuto dire di lui. Il grave lutto che lo colpisce sarà la molla a ricercare la “ragione del dolore”, mediante una famelica ricerca del Sapere, per soddisfare il bisogno di “universalizzare il proprio vissuto”. E nonostante fosse “fidanzato” con Antonellina, Gennarino vive la classica infatuazione per Elisa, una giovane mamma, nonché migliore amica della sorella maggiore che, cambiando abitazione, perderà di vista. Più avanti, accadrà l’imprevedibile. Gennarino conosce il padre di Elisa, ex professore, divenendo presto suo mentore..

Perché ho scritto questo libro?

Il motivo, per quanto possa essere “l’auto cura”, esprime anche il bisogno di lasciare un’impronta del proprio pensiero, ma è soprattutto legato al piacere estetico di vivere la parola scritta e parlata: il romanzo è un esperimento che viene dopo aver già esplorato la poesia e la narrazione di racconti brevi, “nel frastuono di parole inutili a parlare” (da una mia poesia).

ANTEPRIMA NON EDITATA

I

In un solare mattino estivo, Gennarino procedeva deciso verso la fermata dell’autobus, che lo avrebbe portato in vacanza. Il passo e i pensieri, che correvano alla stessa velocità, non ebbero l’effetto di estraniarlo dal tepore d’inizio giornata, quando l’intensa luce l’obbligò a proteggersi gli occhi con la mano destra a mo’ di saluto militare, mentre con  l’altra portava una piccola borsa.

Per via del telefilm mattutino, Gennarino non incontrò nessuno dei suoi amici i quali, incuranti dell’imminente canicola, avrebbero giocato a calcio lì  di fronte; lì, dove i palazzi nuovi e le case vecchie si alternavano qua e là. Dall’altra parte, dove camminava Gennarino, si trovava invece una distesa di campagna incolta, abbeverata d’acqua stagna e riparata da un folto canneto o, come la chiamavano,  la “marana”.

Lui e i suoi amici si divertivano anche nella costruzione dei monopattini, di cui occorreva acquistare solo i cuscinetti a sfera, un alternativa creativa al solito pallone.
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C’era fermento sia quando si gareggiava, sia  quando ci si muoveva in piccoli gruppi. Spesso la spuntava Giuseppe, con il monopattino costruito da Giacomo, ragazzetto dalla faccia chiara e lentigginosa, narrava la cronaca della corsa alla maniera dei “romanacci de Roma”, quelli di settima generazione, che non ci sarebbero più stati negli anni a venire. Attribuiva la  vittoria al suo genio, ma l’esaltazione non gli durava a lungo per il suo carattere schietto e immediato; temeva di diventare antipatico, di perdere consenso fra gli amici; non gli sarebbe piaciuto sentirsi dire: “A Giacomì, ma ce credi proprio!”.

Teneva soprattutto all’amicizia di Gennarino, che prediligeva i giochi di squadra. La manualità non era il suo forte, ed era l’unico a non appassionarsi di motori, malgrado conoscesse le marche delle auto, di cui sapeva distinguere il rombo del motore. “Sentite,” – diceva allungando le orecchie verso le macchine ancora fuori dalla vista – “questo è l’inconfondibile rumore della “Giulietta Ti”…Questa…questa è invece una “Cinquecento”, facile… Questo deve essere il rumore di una…di una… ma sì, di una Prinz!. Cosa vi ho detto?!”. Passò con indifferenza una “Simca”.

Giacomo, certo, aveva nelle mani una strabiliante abilità. Era un raffinato creativo, capace di materializzare qualsiasi idea astratta con ogni tipo di materiale. Spesso, per le sue creazioni, il ragazzetto rubava i ferri a suo padre, meccanico, che lo pestava di brutto, quando di umore alticcio, lasciandogli il marchio  di una cinghiata sulle cosce, ma Giacomo non si lamentava più di tanto, “Anzi…”, diceva “…E’ che me devo imparà a metteli a posto, i ferri, ecco…”. Senza darlo molto a vedere, il padre, roscio e pieno di lentiggini, gli voleva bene e, sotto sotto, lo stimava. Lui, er sor Ennio, figlio di una famiglia contadina, educava i suoi figli con i metodi tradizionali appresi dal padre, fatto di insegnamenti duri, infarciti di reprensione, ammonimenti, per timore che la tenerezza fosse poco adatta a foggiare carattere e disciplina. A casa sua, il grosso dell’educazione dei figli gravava sulle spalle della moglie, con l’aiuto di Rita, la figlia ormai tredicenne, che si curava di Giacomo con la premura di una vera mamma, in particolare da quando era nato l’ultimo rampollo. Non aspettavano di sicuro il rientro del capofamiglia “le due mamme”, per farsi sentire, se i capricci di Giacomo oltrepassavano il fatidico limite. Per amor di verità, il “sor” Ennio, ritornando da lavoro, non dispensava a freddo chissà quale scapaccione a Giacomo, lo ammoniva però con qualche brutta occhiata o lo mandava a letto senza cena, questo sì. Non precludeva neanche la gratificazione, la subordinava a particolari meriti, questo sì, come quella volta che Giacomo gli portò un’ottima pagella, senza l’onta di un’insufficienza. Si trattava di semplici pacche, di umili riconoscimenti, anche a parole.

“Bravo Giacomo, bravo… Continui a studia’, se porti ‘ste pagelle… devi impara’ a parla’ l’italiano giusto, non come lo parlo io, capito? Non è così, Cateri’? Che se fosse stato per me, avrei continuato fino alle medie… Capito?” gli diceva il padre, coinvolgendo anche la moglie, che non gli poteva dar retta, impegnata com’era ad allattare il più piccolo. A sorpresa, gli mollò una compiaciuta strofinata di capelli e, lontano da occhi indiscreti, gli allungò pure una moneta. Evenienza non trascurabile per la mentalità del sor Ennio, lui, che a nove dieci anni già sapeva cos’era il sudore versato sui campi. Nulla si sarebbe aspettato il figlio.

“Devo ammette’ che stavolta te l’hai sei proprio meritata, ‘sta cento lire! Vacce ar cinema coll’amici tui“ disse prelevando dalla tasca della tuta sporca le sigarette, prima di ritornare all’officina.

“Grazie papà!” disse Giacomo quasi incredulo. Fremeva all’idea di dividerlo con Gennarino, ricambiando così i favori che l’amico non esitava a fargli.    

“Giacomì”, urlò il padre mentre stava per aprire la porta di casa, “’ndove l’hai messa la chiave inglese, che ce stavi a giocà?”

“Ma che te strilli! Spaventi il piccolo, no?!” rimproverò la   moglie.

”Senza ferri mica posso lavora’, io!” replicò secco il  marito.     

                                 “L’ho lasciata sotto la Seicento bianca” rispose il figlio.        

“Te possino…” esclamò il sor Ennio tirando la porta con cautela.

“Ritirate presto stasera!!” ingiunse a voce alta Caterina mentre Ennio chiudeva la porta. “E non beve troppo …” disse a voce bassa, quando ormai il marito si trovava già a scendere gli scalini.

A fine lavoro si fermava al bar per un bicchierino. Era l’unica forma di evasione che conosceva. Era il suo momento, raccontare balle agli altri, essere ascoltato, meglio di una “scappatella”. In quegli istanti  scacciava, tra una chiacchiera e l’altra, tra un goccio e l’altro, l’ombra densa di tutta la stanchezza della giornata di lavoro. Ogni tanto alzava il gomito. E quando rientrava a casa  alticcio, per Caterina si preannunciava un brutale, breve contorcimento sessuale. Volente o nolente. Nemmeno lontanamente le sfiorava l’idea di contrariarlo. Mai. Non le mancava di certo  il carattere, per contraddire il marito, al quale all’occorrenza gliene cantava quattro. Riteneva però che, in fatto di doveri coniugali, così andassero le cose fra moglie  e mariti.

Gennarino, che con le mani non era abile quanto l’amico, preferiva ragionare con gli amici; gli piaceva immaginare, costruire a parole un altro mondo possibile. Se non lo si trovava in compagnia degli amici, lo era di certo con le sue idee, con i suoi sogni. Gennarino era prevalentemente un sognatore, in quella fase confusa in cui non poteva sentirsi interamente bambino, né completamente adolescente, né tantomeno adulto. Era il tempo in cui aveva a che fare con i suoi timidi mutamenti corporei, mentre gli balzavano alla mente interrogativi sul mondo dei grandi. Si arrovellava il cervello per trovare motivi plausibili della malefica sopraffazione dell’uomo sull’uomo ripensando alla storia umana: sciagure di guerre ripetute nel tempo, aggravate da inumane brutalità, in cui vittima e carnefice si avvicendano in entrambi i  ruoli: un vortice che si estinguerà solo con l’uomo stesso! Un profondità riflessiva davvero inconsueta per un ragazzino di quell’età.

Il Viet Nam era distante, pure era là, appena dietro lo schermo bianco e nero, con l’eco dei suoi luttuosi frastuoni. Poi veniva “Carosello”, poi il letto. Poi i singhiozzi. Il bacio della sorella. Poi la visita notturna dei genitori. E poi i sogni, che nessuno gli avrebbe potuto trafugare.

Un giorno Gennarino corse in aiuto di Giacomo, canzonato pesantemente da due bulletti di un altro quartiere, che non si limitarono al solito ritornello “Roscio mal pelo schizza veleno”, ma lo afferrarono per malmenarlo, senza ragione se non per mero divertimento o forse per il solo fatto d’essere grassoccio, o con la faccia macchiata da qualche lentiggine e i capelli rossi, o forse a causa di tutto quest’insieme di cose.

Il pomeriggio seguente, in una giornata calda, ma non afosa, all’ombra del più grande albero di un ampio cortile; seduti in terra, i tre amici si scambiarono qualche impressione sul “fatto” del giorno di cui erano stati i protagonisti.

“Ma chi li conosce quelli?!” disse Giacomo ai due amici.

“Se la sono presa con  te tanto per passare il tempo” affermarono all’unisono Giuseppe e Gennarino.

“Vengono da un’altra zona, quelli!” ribadì il ragazzino dalla faccia lentigginosa.

“Certo che vengono da un altro quartiere. Quei bulletti si credono di fare i fighi, non è un gruppo come il nostro: i grandi mica fanno così con i più piccoli!” fece Gennarino.

“Eh, sì!” fece Giuseppe.

“M’avete visto come se vestono? E poi, rega’, avete visto in che modo se divertono? ‘Fanno i ganzi! Ce fosse stato Brunone, voglio vede proprio che facevano!” congetturò Giacomo.

“Forse” rispose dubbioso Giuseppe, che proseguì: ”E se fanno parte di una banda?”.

“Cioè?! Per me è ‘na banda, ma… de stronzi!” tagliò corto Giacomo.

Quella volta  i due ragazzini, si difesero con il coltello fra i denti, pur portando sulla pelle i lividi di quello scontro, ma in compenso crebbe fra tutti gli amici,  la loro stima, anche fra i più grandi.

A casa però i due trovarono i rimproveri del caso, nonostante i segni della scazzottata. Succedeva così anche con la scuola. Al rimbrotto del maestro, seguiva puntuale la riprovazione dei genitori. Il maestro aveva sempre ragione per principio, sempre. Sembrava esistere, almeno in quegli anni tra gli adulti, una segreta intesa, tanto che genitori e maestri sostenevano il medesimo concetto, sebbene espresso con altre parole. Sembrava proprio che vi fosse, in quanto all’educazione, un’unica  visione.

Guardandosi all’indietro, Gennarino evocò le immagini di quando era più piccolo, mentre allestiva, con i suoi compagni, improvvisati “banchi” di vendita al dettaglio, con la speranza di ricavare qualche lira, nell’attesa di spenderle in gelati. La “merce” – fumetti usati, figurine, giocattolini – riposta in terra con ordine, sopra a dei teli o dei cartoni (non era tassativo), era tutta roba di seconda, terza mano. Le bancarelle sfoggiavano tanto di cassa: una scatolina di legno provvista di coperchietto. Gli improvvisati commercianti, l’uno accanto all’altro, si calavano nel ruolo con una certa convinzione, fremendo alla vista del potenziale cliente. “Che cosa vuole comprare?“, chiedevano in coro, sforzandosi di pronunciare un italiano corretto. “Provi questo; veda questi altri…nuovissimi!”. Il padre di Gennarino, si divertiva ad acquistare qualcosa, poi restituiva la merce al figlio, che si preoccupava di riconsegnarla all’originario proprietario.

Il pensiero a ritroso si posò allora sulla lunga fila di pini che, allineati sul versante delle case, permettevano la raccolta dei pinoli: un gioco che non avrebbe  alluso al carattere “virile”, “maschio”. Gennarino, come gli altri bambini, stringeva con la mano il sacchetto di pinoli e gioiva per il gonfio volume. Ed erano contenti, tranne per la necessaria interruzione. Tutti rincasavano con mani e indumenti anneriti. Per il ritardo, Gennarino rischiava di prolungare di mezz’ora il riposo pomeridiano. Non lo sopportava affatto. Si sovrappose nel frattempo, la visione di sua madre, di spalle, curva, che lavava gli indumenti, canterellando.

“Ma’…”mormorò, senza aspettarsi alcuna risposta… Per un attimo si trovò nel vuoto.

“Più il fiume è profondo, più scorre in silenzio”. Questo era l’esatto stato di Gennarino: all’apparenza calmo e sereno, tumultuoso nell’animo.

Riprendendo a marciare, il ragazzino notò allora una lucertolina che procedeva nella stessa direzione con repentini scatti, ora fra l’erba ora sull’asfalto malridotto dello stretto marciapiede, gli piacque l’idea di essere scortato. I suoi occhi ora guardavano dritto, davanti, oltre l’incidente.

“Da grande farò…farò…il difensore degli animali”, si propose il ragazzino, quasi a sdebitarsi col piccolo rettile. “Non mi dimenticherò di te…”. Gli entrò allora in mente quel tarlo: “Perché fare del male a queste povere bestioline?”. Rimuginò alludendo al cinico sadismo diffuso fra i suoi amici; ai cruenti rituali di caccia, armati com’erano di rudimentali mazzafionde o di prosperi; con i suoi inutili, impotenti tentativi di disapprovazione. Cercò di opporsi, perché i suoi compagni smettessero di compiere simili atti barbari. “…E…e se le lucertole, magari giganti, facessero lo stesso con voi?” disse loro una volta, cercando di persuadere le immature coscienze. “Possibile che l’arroganza, la più spregevole, debba essere il solo modo per prepararsi al “virile” mondo dei grandi?” si chiese tempo dopo.

Oltrepassando il piccolo rettile, lo salutò col pensiero, quando scorse il profilo di due piccole sagome che, non appena identificò, vi si lanciò incontro e le abbracciò con commovente calore. Erano le prime facce familiari che vedeva quel mattino. Mariella e Ciro erano già al lavoro, quando uscì. Quella mattina, sul tavolo, c’erano alcune carte da cinquecento lire arrotolate con un elastico rosso e un bigliettino, con scritto: ”Ciao, fratellino, stai attento durante il viaggio, non perdere i soldi e chiama appena arrivi. Capito? Divertiti e fai buone vacanze. Tanti abbracci da Mariella e da Ciro”. La grafia era della sorella.

Mariella, ogni mattina, gli preparava la fetta di casereccio, la merenda per la scuola e, sul fornello, la pentolina con il latte da scaldare. Trattava il fratello più piccolo con un tale riguardo che, secondo Ciro, era esagerato, soprattutto per come se la cavava da solo. La necessità  di fargli da madre le fornì il modo di instaurare un’inattesa, profonda, relazione fraterna. Occuparsi di lui significava stargli appresso e limitare la propria sfera di libertà. Gennarino era il periscopio dei genitori. Una domenica – il fratello era molto piccolo – riferì minuziosamente le mosse delle sorelle, dopo aver promesso di non dire niente. La spiata le costò una rabbiosa “lavata di testa”, inoltre sarebbe stata il sabato a casa, nonostante la volenterosa, infruttuosa mediazione della madre. Insomma, Gennarino era una peste, una vera palla al piede per entrambe le sorelle. Ma negli ultimi tre anni Mariella provò per lui un sentimento sconosciuto . 

Ciro usciva per primo, quasi all’alba. Con Gennarino ci giocava, ma raramente gli capitava di assumere un atteggiamento paterno, non se lo sentiva addosso. Ciro rinunciò allo studio sotto la spinta delle necessità. Allettato dai primi guadagni, preferì dedicarsi lavoro e rincorrere le donne, la voce più grossa delle sue uscite economiche. Tutta la sua vita si dipanava tra questi due mondi. Lavorava come un mulo per dieci, dodici ore al giorno, ma teneva mani e  tasche bucate. E non voleva sentir ragione. Accadde che, in un pomeriggio d’autunno, il fratellino fu costretto a stare fuori, sul pianerottolo di casa, mentre se la spassava con la sua donna di turno. Il bello era che con lo stipendio, Ciro ci saldava l’albergo frequentato con la moglie del “padrone”, di una decade più grande. Il punto dolente era però far quadrare i conti a fine mese. Mariella era costretta a ritirare il salario insieme a lui, altrimenti rischiava  di  non farcela a pagare la pigione e i debiti accumulati nel corso delle settimane. Gennarino sulla tavola trovava sempre il necessario per rifocillarsi, ma non da potersi permettere certi vizi. “Si mangia quello che c’è in tavola, fratellino” gli rispondeva spesso Mariella a fronte di certe sue richieste. Gli piaceva molto il  cacao con il latte, ma solo nel giorno del compleanno l’avrebbe potuto gustare. Il ragazzino rievocava il divertimento che provava a cospargere, sul marmo freddo assieme alla madre, lo zucchero squagliato e poi raffreddato, per ricavarne il lecca-lecca al caramello.

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Maurizio Santopietro
Nasco a Napoli il sette febbraio del 1960. Prematuro di sette mese, ero il settimo maschio e decimo ed ultimo figlio. Oggi siamo in otto, venendo dolorosamente a mancare due anni fa Massimo, il penultimo dei miei fratelli con il quale son cresciuto e, di recente, la cara Lucia, la secondogenita. Con tutta la tribù famigliare, nell’estate del 1966 ci trasferiamo a Roma. Dopo la prima fallimentare e penosa esperienza in un collegio delle Marche, la seconda, in un paesino collinare dell’Umbria, si rivela molto felice, per l’intuizione di mio padre. Rispondendo alle necessità economiche della famiglia, inizio a lavorare adolescente, anche in Inghilterra, in un elegante albergo, per poi riprendere, a ventuno anni, gli studi superiori di tipo professionale. Continuo a lavorare, fino a laurearmi in psicologia. Un anno prima, perdiamo nostro padre, per tumore e, undici anni dopo nostra madre.
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