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Anche gli spiriti possono piangere

Anche gli spiriti possono piangere
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Consegna prevista Aprile 2023
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Solitudine, sciagure e morte prematura, queste sono solo alcune delle disgrazie che attendono chi nasce sotto il segno dello sciacallo e tutto questo Mongrell Kenneth le conosce suo malgrado fin troppo bene. Privato tragicamente della compagnia della sua migliore amica il giovane rimasto così solo si vedrà a quel punto quasi costretto a fare luce su di una visione del suo oscuro passato accantonata sì, ma mai dimenticata. Presumendo che l’essere il quale un tempo appariva nei suoi sogni adolescenziali possa essere la chiave atta a spiegare cotanta pena, il giovane si metterà alla sua ricerca solo per realizzare finalmente una verità ancora più amara di quanto avesse mai potuto immaginare.

Perché ho scritto questo libro?

Per far luce su di un determinato disturbo psicologico conosciuto come “ansia sociale o fobia sociale” patologia di cui il mio protagonista è vittima ed ahimè pure il sottoscritto. Il mio intento principe è quello di fungere da intermediario attraverso questo strumento per far conoscere ai più questo senso di disagio a mio parere ancora troppo poco conosciuto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La sera dopo

«Okay credo che sia arrivato il momento che io vada» dissi tra me aggiustandomi infine il colletto della camicia bianca di lino. «Ci vediamo più tardi Edith, uh?» Nel salutare la mia compagna ella mi rivolse unicamente il suo capo, ma nell’esatto istante in cui il mio sguardo vi si posò contro la mia curiosità prese il sopravvento a causa del suo inusuale atteggiamento. Una volta compiuta quell’azione i miei occhi non incontrarono minimamente quelli del mio cane dal momento che ella se ne stava accucciata a pancia in giù nella posa denominata “superman” e con lo sguardo puntato fisso e lontano dal mio, era come se, non volesse essere vista in quello stato. «Ehi, cosa c’è?» gli chiesi avvicinandomi sempre più fino a giungere dinanzi a lei. Qualcosa non andava. Il suo atteggiamento euforico ed esplosivo a cui ero stato abituato pareva essersi estinto improvvisamente, e questo mi mise non poco in allarme. Persino quando il palmo della mia mano si posò contro il suo peloso capo ella non si scomodò più di tanto da quella posizione rivolgendomi unicamente i suoi occhi, i quali in quel momento si presentavano languidi ed in qualche modo rattristiti.
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«Su coraggio non fare così, ti prometto che domani giocheremo insieme tutto il giorno, cerca di resistere per stasera. Puoi fare questo per me?» conclusi io riservandogli un meraviglioso sorriso sincero e genuino mentre la mia amorevole mano finì per accarezzare dolcemente e scompigliare il pelo che separa le sue grandi orecchie canine. A quel punto ella rispose affermativamente iniziando a scodinzolare eseguendo movimenti semicircolari prima a sinistra e poi a destra. Ipotizzando che avesse compreso mi risollevai in piedi dalla mia posizione china e subito dopo mi diressi nuovamente verso la porta d’ingresso per poi attraversarla e chiudendola infine dietro di me con un piccolo tonfo.

«Thump thump» solamente due furono stati i colpi alla porta assestati dalle dure nocche della mia mano. Avevo a disposizione si e no qualche secondo per assicurarmi che fosse tutto a posto, e che mi potessi definire quanto più presentabile possibile manco fossi stato convocato al cospetto di qualche persona altolocata o dal titolo nobiliare illustre. «Okay, i capelli sono a posto, la barba è stata fatta, andrà tutto bene, coraggio, è solamente una tua conoscenza Kenneth, rilassati» dissi fra me anche se sapevo benissimo che il mio corpo non mi avrebbe minimamente ascoltato nemmeno stavolta. È sempre così che va a finire, ogni volta, ogni singola volta era come la prima. Davvero incredibile pensare come il pensiero che mi aveva visto lì presente quella sera, non mi aveva lasciato in pace neanche per un singolo secondo per tutto l’arco delle ore precedenti. Ancor più incredibile era pensare a come il mio stesso corpo reagiva in difesa di tutta quell’ansia. Si perché, di questo si trattava in fondo. A partire dal viso, in particolar modo di quella che viene definita “secchezza delle fauci” o ancora, una qualche sorta di sudorazione eccessiva, rendendomi i palmi delle mani umide e scivolose come una superficie vetrata a contatto con la pioggia. E facendo così di conseguenza alimentare il senso di disagio profondo che puntualmente provavo dinanzi ad un perfetto sconosciuto. Tuttavia questa specie di disagio veniva meno prevalentemente quando constatavo che arrivavo ad instaurare rapporti confidenziali e di assoluta fiducia con terzi, specie in questi ultimi anni. «Dannato prurito» pensai. Ah sì quasi dimenticavo, ultimo ma non meno importante vi era un insopportabile per l’appunto prurito a completare la serie di cause scatenanti. Ciò nonostante era ormai troppo tardi dal momento che le mie orecchie captarono il rumore di passi decisi avvicinarsi sempre più vicini alla porta. Onde per cui non potevo fare altro che stringere i denti tentando in tutti i modi possibili di attenuare quel fastidio ricorrente. Tra l’altro non potevo nemmeno usufruire della mia mano destra per estinguerlo dal momento che in quest’ultima reggevo un piccolo pensiero per lei. E così senza ulteriori indugi attesi pazientemente il suo arrivo fino a che la porta non iniziò ad aprirsi rivelando infine il suo volto sorridente. «Aaaahhh, sei venuto dunque»

«Certamente, dovete sapere che sono un uomo di parola» dissi piegandomi leggermente in avanti cimentandomi educatamente in un dolce e cortese inchino. «Questo, è solo un piccolo pensiero, ho pensato che le avrebbe fatto piacere» dissi non appena mi risollevai cosicché potessi essere reso partecipe della sua gratitudine materializzatasi sotto forma di due occhi luccicanti e puntati fissi contro il dolce da me preparato per l’occasione. «Oh, ma entra entra, fuori fa piuttosto freddo stasera, non vorrai mica prenderti un malanno» disse lei facendosi da parte per lasciarmi accomodare. Effettivamente quella serata autunnale era particolarmente umida e ventosa e nonostante la distanza tra le nostre rispettive abitazioni era da considerarsi piuttosto esigua, ugualmente il tragitto percorso non risultò per nulla semplice. «Questa donna mi ricorda mia madre» pensai rammentando sulle sue ultime parole di benvenuto mentre i miei pesanti passi avanzavano rumorosamente lungo lo stretto corridoio costringendomi a proseguire in fila indiana in testa a lei. Man mano che avanzavo, il tepore che avvolge lo spazioso arredamento del salotto si faceva sempre più intenso ed accogliente sino a giungere dinanzi ad esso. La vastità della stanza non mi esulò dal rimanerne affascinato. «Accomodati pure, tra non molto sarà pronta la cena.»

A quel punto mi sedetti comodamente su di una sedia adiacente ad un mobiletto ove sopra di esso vi erano disposti diverse miniature raffiguranti diverse specie di animali. «Avete davvero una bella casa signora Winston» dissi congratulandomi e voltando unicamente il capo verso di lei «Oh ti ringrazio caro, ah a proposito Kenneth» disse lei attirando la mia attenzione mentre ero intento ad ammirare l’ordine a dir poco maniacale che caratterizzava l’arredamento. «Per favore, chiamami pure per nome» disse lei riservandomi un sorriso genuino. «Oh, ehe, d’accordo Emily» dissi ricambiando con la stessa moneta. «Oh cielo caro, cos’hai fatto al dito?» mi domandò lei visibilmente preoccupata. «Oh, vedi mi sono ferito ieri sera preparando la cena» le risposi io francamente. Nonostante la ferita si fosse infine cauterizzata lo stesso non era ancora guarita completamente ed a livello visivo non rimaneva certo inosservata.

«Cerca di fare più attenzione. Ma cambiando discorso sembri molto interessato a quelle statuette a quanto pare» disse mentre mi osservava giochicchiare con un dito mentre lo facevo scorrere lungo il dorso di una miniatura in particolare. «Sembra piacerti molto» disse lei risvegliandomi da quello stato onirico. «Se ti fa piacere, te la lascio volentieri.»

«Ti ringrazio ma, non posso accettare» dissi verbalmente anche se il mio corpo mi aveva oramai già spogliato delle mie vere intenzioni. «Suvvia non ti preoccupare, non c’è alcun problema, puoi tenerla pure, ci giocava spesso mia figlia quando era solo una bambina.»

Dopo diversi tentennamenti alla fine cedetti accettando di buon grado il regalo. «Oh dev’essere pronto, prego siediti pure a tavola, spero che ti piaccia la faraona» Di sicuro non me lo feci ripetere due volte eseguendo educatamente la proposta rivoltami. La tavola ora ben imbandita presentava ogni tipo di leccornia che potevo anche solo immaginare. Se per la gente del posto tutto questo poteva essere considerata una realtà quotidiana io non ero di certo dello stesso pensiero, il villaggio da cui provengo non gode certo di quasi nulla di tutto questo, o forse è solamente per il fatto di non essere cresciuto in mezzo a quello che oserei definirlo “lusso da tavola” il fatto di essere rimasto così affascinato da tutto questo ben di Dio, era già tanto che io e la mia famiglia potevamo permetterci del misero pane di segale, al contrario ora davanti a me si stagliava un gran filone invitante di pane di semola di grano duro, oltre che un grasso uccello di cortile il quale faceva come da padrone indiscusso nell’esatto centro della tavolata, incoronata tutt’intorno da vari tipi di contorni tra cui verdure ed ortaggi di stagione unito inoltre da diversi formaggi ovini e tuberi. A quel punto avevo solo l’imbarazzo della scelta non sapendo minimamente da dove iniziare, quando alla fine optai per riempirmi il piatto con un po’ di tutto. Ora unito al rumore del fuocherello si era aggiunto quello prodotto dalle nostre mascelle che si muovevano aiutando i denti molari a svolgere il loro compito di sminuzzamento del cibo ingerito. Ad ogni morso le mie pupille si dilatavano più o meno enormemente. Tale reazione non era affatto causata per l’insufficienza di illuminazione che inglobava le nostre figure illuminate solamente dalla fioca luce emessa dalle piccole candele poste alle rispettive estremità del tavolo oltre che da quella emessa dal camino posto a breve distanza; anzi, il “colpevole” si era rivelato essere proprio il sapore emesso dai bocconi ingeriti. Specie nell’esatto momento in cui la forchetta ricavata dall’osso di un animale incontrò la superficie spugnosa della mia lingua chiudendo successivamente la bocca fino ad unire nuovamente le labbra tra loro. «Qualcosa non va figliolo?» mi domandò curiosamente la signora osservandomi. «Ah no è solo che, è davvero delizioso» dissi complimentandomi per le sue doti culinarie. Non solo non avevo assaggiato qualcosa di così delizioso sin da quando ancora abitavo con mia madre in quel piccolo villaggio sperduto, ma cosa più importante e significativa: era la verità che, mangiare in compagnia, donava al tutto un sapore diverso. In men che non si dica la faraona venne dimezzata per circa tre quarti della sua complessità, mentre nel frattempo le nostre bocche non erano impegnate solamente a soddisfare i nostri stomaci impazienti, ma piuttosto a conversare per lo più di futilità ed argomenti banali. Almeno fino a che, non mi fu posta una specifica domanda, quella domanda che qualunque scapolo che si rispetti detestava anche solo pensare. «Allora Kenneth, se non sbaglio abiti in questo paese da ormai cinque anni, correggimi se sbaglio» inutile era negare dal momento che era proprio così, e così gli diedi ruota libera rispondendo in modo affermativo con il capo, anche se, avevo già capito dove la conversazione voleva andare a parare.. «Non ti sembra il caso di trovarti una fidanzata? Non voglio risultare scortese, ma sai ti vedo sempre da solo e sulle tue.» Ancora una volta rimasi in silenzio per alcuni secondi prima di rispondere a lei, come a chiunque altro mi avesse posto quella spinosa domanda, certo non era per niente facile per me dal momento che avrei dovuto ancora una volta esplorare e riesumare ricordi di un oscuro passato. Un passato saturo di emozioni negative e che mi avevano accompagnato per buona parte della mia esistenza e che avevano contribuito non poco a plasmarmi il carattere il quale mi ha reso l’uomo che sono oggi. Quel disagio aveva iniziato a prendere piede su di me sotto forma di una ormai familiare sudorazione che mi inondava i nudi palmi delle mie mani. «Andiamo Kenneth, non puoi più considerarla come una sconosciuta, puoi fidarti di lei» il mio cuore era conscio di ciò tuttavia quella che doveva essere ancora convinta era la mia mente ancora piuttosto scettica, la quale remava in direzione opposta ad esso impedendomi di esternare serenamente quella “oscura” realtà che tanto mi opprime e contraddistingue. «Non preoccuparti figliolo, non sei tenuto a rispondere per forza» disse ella decifrando l’immenso senso di profondo disagio che tanto avventatamente aveva assalito il mio intero corpo, in aiuto alle sue parole giunse il palmo della sua mano, il quale andò a depositarsi contro il dorso tesissimo della mia mano. «No no, ce la faccio» dissi istintivamente, facendomela ritrarre forse un po’ troppo bruscamente. Evidentemente dentro di me avevo come trovato il coraggio di aprirmi, ma non prima di esalare un lungo e profondo sospiro. «Vede signora Winston, la mia è stata un infanzia.. difficile. E, il rapporto con i miei coetanei è stato a dir poco, disastroso», sì, questa è la parola giusta per descriverla, «e, come presumo potete immaginare..» le mie parole si interruppero improvvisamente a metà discorso facendomi chiudere le mani stringendo energicamente le dita contro i rispettivi palmi a tal punto da giurare quasi che vi scaturisse il mio stesso sangue da essi a causa della pressione esercitata. Il dado era stato tratto, ormai risultava inutile non concludere ciò che avevo iniziato. E così senza ulteriori indugi ripresi a parlare «nella mia vita sinora vissuta, le donne non vi hanno ancora fatto parte» conclusi guardandola dritta negli occhi. Due occhi luccicanti e arrossati prossimi alle lacrime, si, così avevano finito per presentarsi in quel momento intenti ad osservare quelli della donna di fronte a me. Ora tutto ciò che stavo attendendo, era l’essere giudicato negativamente e deriso selvaggiamente e senza alcuna pietà. Dopotutto, ormai vi ero abituato, un ulteriore giudizio non avrebbe fatto alcuna differenza. Ciò nonostante, le mie credenze introspettive finirono per incrinarsi ancora una volta in quel momento come accadde diversi anni prima. Una sorta di dejà vu crebbe d’un tratto nella mia povera e tormentata mente. Il ricordo mi riportò indietro all’incontro con l’anziano sciamano del villaggio il quale mi aprì gli occhi riguardo quel presunto “incontro predestinato” evidentemente a questo mondo esistono davvero persone di larghe vedute e di mente aperta. «Kenneth, sono più che sicura che certe frasi comuni tu le abbia sentite fin troppe volte, per cui non sarò la prossima a ripetertele. Se te la senti la mia porta è sempre aperta, e ogni qualvolta tu ti senta giù di morale, io sarò qui pronta ad accoglierti, tuttavia, come immagino tu ne sia già al corrente, solamente tu possiedi la chiave per trovare l’uscita da questa situazione che ti opprime così tanto, solo tu e nessun’altro. Un ultima cosa, per quanto il tuo cane ti tenga compagnia e ti esprimi tutto il suo affetto, non potrà mai sostituire la compagnia umana.»

«Per quanto codeste parole potessero risultare dolenti, aveva perfettamente ragione» pensai. Inutile era ormai aggiungere altro, onde per cui una volta che risollevai le palpebre e i miei occhi tornarono ad incrociare i suoi, risposi in modo affermativo con il mio capo per una singola volta. «Sono tornata, ugh, chi è questo qui??»

«Maryanne! porta rispetto per cortesia, lui è il nostro vicino ricordi? Si chiama Kenneth ed è il mio ospite a cena stasera.»

«Buonasera, il mio nome è Kenneth, Bri… Mongrell Kenneth, molto piacere» dissi non prima di essermi sollevato dalla mia posizione seduta ed avergli proteso il palmo della mano per le dovute presentazioni. Ancora con la mia mano protesa verso di lei l’attesa stava cominciando ad essere snervante, dal momento che ella rivolgendo solamente i suoi occhi su di essa sembrava essere a tratti disgustata al solo pensiero di stringere la mano che gli si parava di fronte. Alla fine i miei stessi dubbi trovarono la concretezza tanto speculata, vuoi per maleducazione o chissà che altro ella senza alcuna motivazione plausibile si dileguò senza dire una parola sotto il mio sguardo attonito e da stoccafisso. «Ecco, lo sapevo, chissà che cosa ha pensato della mia interazione, che cosa non andava nel mio gesto? Forse sono stato troppo avventato, o non abbastanza convincente, forse.»

«Devi perdonare quella sciocca di mia figlia, più tardi farò i conti con lei.»

«Non si preoccupi, davvero, sono abituato a questo tipo di trattamenti..» la rassicurai con un vacuo sorriso di circostanza, nonostante ciò sapevo benissimo che la mia espressione non avrebbe ingannato nessuno. «Oh beh, credo sia arrivato il momento che me ne vada, mi faccia sapere se avete apprezzato il mio dolce» conclusi accingendomi a lasciare l’abitazione. «Oh, prima che tu vada, ti prego di accettare questi» disse ella mentre osservavo il suo imponente corpo scomparire da dietro un angolo per poi ricomparire nuovamente dopo diversi secondi reggendo tra le mani un piccolo cesto di vimini intrecciati tra loro ricolmo di diversi ortaggi alquanto appetitosi e dai colori vividi e sgargianti. «Ti vedo piuttosto sciupato ultimamente» disse lei porgendomi il piccolo pensiero unito ad un sorriso meraviglioso. «Eh si, la mamma è pur sempre la mamma» pensai rassegnandomi a quel pensiero ed infine accettai di buon grado la piccola offerta ricambiando con lo stesso sorriso.

«La ringrazio ancora per la cena, era davvero squisita, e anche per il piccolo regalo.»

«Ma no figurati caro, anzi sono io che dovrei ringraziare te, mi ha fatto molto piacere la tua presenza stasera, buona serata giovanotto, a domani» disse infine ella agitando la sua mano in segno di saluto. «Visto, non è poi così difficile» dissi tra me mentre mi dirigevo lungo la strada del ritorno. Lungo il tragitto nella quiete più totale il latrato di diversi cani interruppe improvvisamente quella beatitudine che la notte aveva portato con sé. «Chissà come sta Edith», il mio pensiero finì a concentrarsi sullo strano comportamento che aveva assunto un paio d’ore prima. «Ma si, ancora un po’ e potrò riabbracciarla e godermi la sua compagnia per il resto della serata» pensai mentre il mio sguardo si posò seppur ancora per una certa distanza contro la mia umile abitazione che tanto mi stava aspettando impazientemente. «Mmmm davvero strano» pensai dal momento che ella non si era presentata ancora sulla soglia d’entrata pronta ad accogliermi esprimendo tutto il suo traboccante amore. Persino quando la chiave di casa sbloccò la serratura producendo quel suono tanto caratteristico le mie orecchie non recepirono il minimo rumore al di là di essa. Ma un attimo prima che il mio piede destro superò il confine tra la soglia e il mondo esterno l’improvviso nitrito di un animale mi fece trasalire facendomi ritrarre istintivamente e bruscamente il piede, e dirigere tempestivamente la mia attenzione verso la fonte da dove proveniva, realizzando che si trattava del mio fidato destriero. Persino quando i nostri sguardi si incrociarono egli mosse il suo ragguardevole capo a destra e a manca trasudando agitazione da ogni fibra del suo corpo. «Ma che gli è preso tutto d’un tratto?» mi domandai tra me e me ignorandolo infine e predisponendomi ad attraversare finalmente la porta. «Edith, sono tornato» nessuna risposta. Né un abbaio, e nemmeno il rumore delle sue grandi unghie picchiettanti contro le nude assi di legno che compongono il pavimento. Ma solo quando i miei occhi si posarono sulla sua figura, compresi quanto stesse accadendo. Accadde tutto in una manciata di secondi, la mia mano sinistra adibita al trasporto del cesto offertomi si aprì istintivamente causando la caduta di esso ed il conseguente rovesciamento del suo contenuto. I miei occhi si rifiutarono deliberatamente di credere a ciò che stavano vedendo, la mia adorata compagna giaceva inerme su di un lato con i suoi arti tenuti rilassati. «Edith!»

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Cristian Ferroni
Ferroni Cristian è nato nel lontano 1993 in una domenica sera di Ottobre nella città di Romeo e Giulietta ovvero Verona conosciuta anche come "la città dell'amore"
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