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Anna cammina scalza

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Nonostante la sua indolenza, Anna ha tutto ciò che si potrebbe chiedere dalla vita: studia in una delle città più belle del mondo, vive insieme alla sua migliore amica, in compagnia del piccolo pesce rosso Zobì, ha un fidanzato devoto e un impiego stabile. Cosa potrebbe andare storto? Magari l’improvvisa fuga d’amore della sua coinquilina, la morte del povero Zobì, la rottura con Hubert e, infine, la perdita del lavoro.

Trascinata dagli eventi, Anna decide di partire insieme a un amico verso una delle spiagge più belle del sud della Francia. Dispersi tra strade di campagna e muri a secco infestati da pericolosissimi tafani, i due arriveranno davanti a un cancello, la porta arrugginita del Paradiso, e a un angelo luminoso intento a innaffiare il giardino. Chi mai sarà?

PARIGI

È da poco iniziata l’estate e da tutte le finestre spalancate di Rue de Lancry si ascolta un’unica canzone, Voilà l’été, dalla voce di Sylvie.

Ecco l’estate / finalmente è arrivata / Parigi non ti sembra diventata più bella?

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Distesa sul divano, la mugolo anch’io come una scema, malgrado abbia trascorso una delle peggiori giornate della mia vita.

Sono già al terzo barattolino di tè alla pesca, un tè orribile che Peter si ostina a comprare a casse intere, e che sto bevendo unicamente perché mi sembra la bevanda più giusta nella quale affogare.

Peter è un bellissimo dio vichingo che ha rapito la mia amica Christine. Ovviamente, lei è innamorata persa di lui e si è fatta convincere a partire per Amsterdam per andare a conoscere i genitori del gigante biondo, appena trasferitisi lì da Bergen, in Norvegia.

Già mi manca, la stronza.

Quando lei gira per casa irradia di luce tutto l’appartamento, la sua vitalità è contagiosa: tutto sembra possibile!, e anch’io mi sento un’abitante di questo pianeta, capace di far chissà cosa!

Appena il vento lascia le montagne e scende giù da Rue Saint Vincent / tremano le foglie dei tigli! / Solo allora le vie del vecchio quartiere si risvegliano!

Oggi però fa molto caldo e io sono rimasta sola sulla terra, specie adesso che anche il povero Zobì se n’è andato per colpa mia. E invece di piangere e disperarsi, il mio stupido cervello che fa? Incapace di guardare in faccia la realtà, si gingilla con questa canzoncina cretina: Lo senti il canarino riccioluto come canta? / E il profumo dei croissants? / Rue Pierre Hermé è in festa! / E la famiglia Ganachaud impasta e inforna di nuovo!

Al rientro dal mio ultimo giorno di lavoro, dopo essere stata licenziata dal signor Marat con grandi abbracci e tanta commozione, sono entrata in casa e ho trovato il povero Zobì disteso sul pavimento. Morto stecchito. Non sapendo bene cosa fare, l’ho subito rimesso in acqua, ma è stato inutile. Il poverino ha ondeggiato per qualche istante, poi s’è ribaltato su un lato cominciando ad affondare. A quel punto, presa dalla disperazione, ho fatto la prima cosa che mi è venuta in mente: mi sono concentrata e ho cercato di richiamarlo in vita con la forza del pensiero, sperando in un mio superpotere ancora sconosciuto.

«… glob…»

«Zobì! Alzati!»

«Sì, Annette. Tutto questo caldo mi aveva stordito… mi hai salvato! Grazie mille!»

«Non c’è di che, mio piccolo Lazzaro… ricomincia pure a nuotare tranquillo.»

«Sei la mia eroina! Ti voglio tanto bene! Ma… perché mi hai chiamato Lazzaro?»

Da un veterinario rintracciato in rete ho scoperto che, quando l’acqua diventa povera d’ossigeno e soprattutto troppo calda!, i pesci rossi a volte schizzano fuori.

Il dottor Blanchot, con voce profonda, come se mi stesse rispondendo da una caverna, mi ha chiesto dove tenessi l’acquario e io – ovviamente – ho mentito in modo spudorato.

«Nella parte più fresca del nostro appartamento» gli ho risposto candida come un giglio, quando invece stamattina, mentre finivo di far colazione, l’ho spostato sul davanzale della finestra con l’intenzione di fargli prendere un po’ di bella luce mattutina.

Il mio intento era nobile: rallegrare la triste esistenza di quel povero pesce segregato da una vita in un acquario, specie adesso che Léon, la gatta obesa di casa, è in viaggio anche lei verso Amsterdam.

Giocano insieme fin da quando erano piccoli: lei che schiaccia il suo muso bombolotto contro il vetro dell’acquario, miagolando e strusciandoci i baffi, e lui che, timido, schizza via intimorito da tanta intraprendenza femminile!, rimpiattandosi tra i sassi, ma rimanendo sempre vigile, non fidandosi troppo di quest’amicizia contro natura!

Stamani però, quando mi sono accorta che stavo facendo tardi, ho mollato lì la colazione e mi sono precipitata giù per le scale correndo alla fermata del metrò. E così mi sono dimenticata del povero Zobì sul davanzale della finestra!

Ma la cosa più atroce è che, in due anni di duro lavoro alla cartoleria del signor Marat, sono sempre rientrata per il pranzo: mangio – quel poco che mangio –, studio – quel poco che studio – fino alle quattro e mezza di pomeriggio e poi torno in negozio. Invece, oggi no. Oggi che avrei potuto salvare la vita di Zobì, dimenticato sotto il sole cocente di Parigi, sono rimasta con il vecchio signor Marat a imballare le ultime cose prima del trasloco e della chiusura definitiva della sua attività.

«Oggi non va a pranzo, signorina Annette?»

«No, signor Marat, preferisco darle una mano e finire di chiudere queste scatole…»

«Dovrebbe mangiare di più, signorina! È così magra! E poi oggi ha dimenticato il suo povero pesciolino rosso sul davanzale!»

«Accidenti, è vero! Grazie, signor Marat! Corro subito via! Grazie ancora! Magari dopo la porto a conoscere Zobì, non parla ma è un pesciolino molto simpatico!»

No, non è successo niente di tutto questo. Sono rimasta lì, a imballare oggetti che al signor Marat non serviranno mai più, mentre il povero Zobì si stava suicidando!

«Mi raccomando, signorina, metta la cucitrice a pinza nella parte superiore della scatola… non si sa mai, magari dovessi appuntare qualche foglio…» 

Dubito che a casa di sua figlia, a Saint Moren, vicino Bordeaux, potrà mai far qualcosa. Gli hanno già comprato una bella poltrona reclinabile da tenere in camera, così guarderà la televisione comodamente seduto tutto il giorno senza rompere le palle.

«Le confesso, signorina Annette, che la TV mi annoia… preferisco di gran lunga osservare i miei bengalini… Specie quando saltellano da una parte all’altra della gabbia!»

Ma sua figlia non sopporta quegli uccellini. Dice che fanno troppo rumore, specie al mattino, e che puzzano e che portano malattie.

«Sono falsità… Mi creda! È vero che i bengalini non hanno un bel canto come gli usignoli, ma basta fischiettare che subito ti rispondono! E le giuro che è bellissimo svegliarsi con loro!»

In negozio ha soltanto quattro gabbie, mentre a casa ne possiede altre venti. Mi ha raccontato che in primavera le mette tutte appese a una parete del terrazzo sul retro, proprio di fronte a un grosso albero di magnolia, che diventa la casa di migliaia di altri uccelli durante la bella stagione.

«Fanno tanta compagnia ai miei bengalini! Quando torno dal negozio, metto una sedia in terrazzo e resto lì, ad ascoltarli. E le giuro, tutto quel frastuono mi rilassa!»

A me, quei cosini morbidi e piumosi, ricordano delle piccole trombette colorate. Mi vien voglia di premerli dolcemente col dito e far uscire quel loro beep beep così buffo e simpatico!

Presto, però, il signor Marat dovrà vendere anche la sua casa per trasferirsi dalla figlia e sarà costretto a liberarsi di tutte le sue gabbie.

Un giorno mi ha insegnato come vanno nutriti: bisogna usare una miscela di semi, da comprare in un negozio vicino a Place des Voges, che varia a seconda del periodo dell’anno e in base alla vivacità dei bengalini.

«E si ricordi che amano molto la verdura! Però, meglio usare quella poco acquosa, tipo la cicoria… e un bel pezzetto di mela, o una spiga di panico appesa dentro la gabbia, li farà sempre saltellare felici!»

A me il signor Marat sta simpatico, soprattutto perché non fa mai domande fastidiose, del tipo: «Allora, signorina Annette, si è già fidanzata? E ha già deciso quando vi sposerete?». 

Domande che non sopporto – mi mettono subito di malumore – e delle quali la regina indiscussa è la signora Henriette, che abita sotto di noi: «Buongiorno, signorina! Ieri ho visto scendere il suo fidanzato! È proprio un bel ragazzo, alto, elegante! Mi ha detto che è un musicista! Complimenti! Davvero una bellissima coppia!».

Si riferisce a Hubert, e ci tengo a precisare che non è il mio fidanzato, sebbene mezzo mondo ne sia convinto e l’altra metà tifi per lui!

Al contrario, il signor Marat è discreto, non chiede mai nulla. È sempre gentile, riservato, e sorridente. Gli è morta la moglie tanti anni fa, ma non ne parla mai. Malgrado sia stato sposato per più di vent’anni, sembra uno che ha vissuto sempre da solo.

Oggi sono rimasta con lui in negozio perché speravo in un lieto fine. Lo ammetto, sono stata geneticamente programmata per il lieto fine. Non immagino mai che le cose possano finire male, e fino all’ultimo aspetto lo squillo di tromba della cavalleria, come nei vecchi film western! E quando questo non succede rimango sconcertata e mi chiedo: Com’è possibile?

Così, mentre cercavo d’infilare una vecchia squadra di legno – evidentemente troppo lunga – in una scatola – evidentemente troppo piccola –, le mie orecchie erano in attesa di quello squillo di tromba: il vecchio Marat che, richiamato alla vita, proprio nel momento in cui sembrava che non ci sarebbe stata più alcuna speranza per il suo negozio, alzava il capo al grido di «’fanculo la Dumas & Dumas! Preferirei morire che dargliela vinta!», ritrovando dignità e coraggio.

La potente Dumas & Dumas, la grande piovra che, bottega dopo bottega, sta arraffando tutto il quartiere, comprato il forno del signor Blanchard, l’erboristeria della signora Girard e la rosticceria cinese del signor Liang, aspettava solo di mettere le mani anche sulla cartoleria Marat.

Decine di vecchi negozi pagati in contanti, subito sventrati e uniti tra di loro da un dedalo di gallerie: presto diventerà la padrona di tutto il quartiere, e poi del mondo intero!

Di sicuro oscuri emissari della Dumas & Dumas si saranno spinti fino a Saint Moren per consigliare alla signora Colette – la figlia del signor Marat – di prendere con sé il vecchio padre ormai bisognoso di cure, sganciandole diverse migliaia di euro per il disturbo.

«Potrà comprargli una di quelle bellissime poltrone relax… Con il poggiatesta e il solleva gambe, e due motori facilmente controllabili col telecomando. Un’ottima poltrona per stare tutto il giorno davanti alla TV (e non rompere le palle)!»

E anche loro avranno pensato ai poveri uccellini rumorosi, sempre rinchiusi in gabbia: «Gli uccelli sono stati creati da nostro Signore perché volino liberi nel cielo! E non per star lì ad ammonticchiare cacca su vecchie pagine di quotidiano, diffondendo chissà quali malattie!».

Non sarebbe poi così strano, la stessa cosa è successa con la sartoria della famiglia Vivés. Perfino uno sgabuzzino insignificante come quello dove la signora Josette cuciva le sue meravigliose camicie da notte aveva fatto gola a quei vampiri! Si dice che mentre lei si trovava in ospedale, sospesa tra la vita e la morte, un diavolo della Dumas & Dumas si fosse materializzato accanto alla figlia Denise per farle una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Lei, ovviamente, era caduta nella trappola. Una settimana dopo, alla morte della signora Josette, Denise aveva già venduto quel bugigattolo e si era trasferita col marito in Provenza per inseguire un suo vecchio sogno: aprire un piccolo laboratorio di ceramica artistica.

All’inizio dello scorso gennaio è arrivato un biglietto invito per la sua prima mostra ufficiale. C’erano tante foto delle sue ceramiche: piatti, teiere, vasi, tazze e portamatite, tutte colorate e dalle forme davvero strambe che, almeno a sentire la signora Henriette, stavano piacendo moltissimo ai turisti.

Il quartiere tranquillo di pochi anni fa, giorno dopo giorno, è stato trasformato in una bolgia infernale! Migliaia di persone, provenienti da tutta Parigi e anche dalle periferie, nei fine settimana si riversano qui in metropolitana o dopo aver collassato l’immenso garage sotterraneo di Place Berthelot. Una fiumana interminabile di uomini donne e bambini s’infila in quel dedalo di cunicoli: stanze, cantine, piccoli magazzini, volutamente lasciati rozzi per dare la sensazione di poter scovare meraviglie provenienti da tutti i mercati del mondo, vendute a soli 99 centesimi! 

Ora scendendo, ora salendo, vagano tra sale piene di foulard, androni stracolmi di sciarpe e cappelli di paglia, di buffi portacenere, di bicchieri con gli orsetti colorati o con le tartarughine, di cornici di legno fluorescenti, di tende hawaiane e di migliaia di lampade. Un autentico bazar di paccottiglie dove trascorrere il sabato mattina o una lunga e piovosa domenica pomeriggio. O anche la vita intera!

Christine dice che una può entrare da Avenue Tanguy, quando è ancora mattina, per poi, tazzina dopo tazzina, tra sandali di gomma, cavatappi a forma di pavone, forbici in mille colori diversi, secchi di latta con su dipinte orribili farfalle, piatti rossi verdi e gialli, con roselline o con sottili fili in finto oro, ritrovarsi sul marciapiede che fuori è già buio. Esattamente a metà di Rue du Château, davanti alla libreria Matisse, ormai chiusa anch’essa, con magari in mano un inutile paio di forbici gialle per trinciare il pollo o con un portacenere di bambù, guarnito da tante roselline di plastica rosa.

E infatti, una volta usciti da quel dedalo, lì sul marciapiede, molti clienti accecati dalla luce dei lampioni si guardano intorno spaesati, come se fossero appena risaliti dal centro della terra.

Nicolas, un nostro amico dell’università che abita proprio in Rue du Château, accanto alla famosa tipografia Bussière, venduta il mese scorso, giura che ormai i sotterranei della Dumas & Dumas si sono uniti ai vecchi sotterranei di Parigi, proprio quelli della rive gauche. A quanto dice, gli operai dei Dumas stanno cercando d’intercettare la misteriosa rete di tunnel scavata più di dodicimila anni fa da un misterioso popolo primitivo arrivato dalla Scozia! Una di queste gallerie raggiungerebbe perfino la città di Reims, passando sotto la sua famosa cattedrale, per poi proseguire verso la Baviera, l’Austria e infine arrivare nella Turchia sud-orientale! Precisamente in un luogo chiamato Göbekli Tepe.

E se non vi basta, Nicolas potrà mostrarvi centinaia di articoli apparsi in rete che dimostrano l’esistenza di questi tunnel neolitici, fino alla foto più spettacolare: la mappa di pelle di capra su cui è stato inciso il disegno di un cunicolo incredibile che da Parigi prosegue fino all’altopiano del Tibet e che arriva in Cina!

Non sarà che la Dumas & Dumas stia preparandosi a invadere il mondo con i suoi portachiavi a forma di ortaggi? Uno sterminato outlet sotterraneo da Edimburgo fino a Pechino che sconvolgerà il mercato mondiale!

«L’invasione degli insetti colorati da appiccicare sul frigo!» gli ho detto non poco tempo fa, e Nicolas mi ha guardata con una punta di pietà, abituato com’è a essere preso in giro fin da piccolo per le sue idee strambe.

L’unico punto certo in tutta questa storia è l’enorme quantità di terra degli scavi portata via dai grossi camion: un viavai continuo da mattina a sera, con immense nuvole di polvere che si alzano e raggiungono gli ultimi piani dei palazzi, malgrado le decine di operai cinesi che armati d’idranti inondano le strade bagnandole di continuo.

Io cerco di stare lontana dalla zona dei lavori, quello che so è frutto di commenti ascoltati in biblioteca o all’università. O quando la zia di Christine viene a trovarci e subito comincia ad agitare le braccia, descrivendo scenari apocalittici: «Avete visto quei camion con le ruote enormi? Ecco, il nostro quartiere ormai è in mano a quei bestioni! Mostri alti come un palazzo di due piani che ruggiscono e sbranano tutto quanto! Non pensate che sia giunta l’ora d’alzare il culo e di ricominciare a fare qualche barricata?».

E mia madre non è da meno. Anche nei salotti bene di Nantes si parla molto di quello che sta succedendo nella capitale. Così, durante le sue infinite telefonate serali, dopo i racconti sugli amici – sempre tutti impegnati in ristrutturazioni di superattici, ville di campagna, mulini o torri medievali – mi riporta le nuove notizie sulla Dumas & Dumas, giunte fin lì forse attraverso un’altra rete di tunnel ancora sconosciuta. Lo fa a bassa voce, come se avessimo i cellulari sotto controllo, come se fossero indiscrezioni carpite chissà come ai servizi segreti e che potrebbero minare la stabilità della nazione!

I suoi pettegolezzi provengono direttamente dalla figlia della sorella del banchiere Laurent – Bernard Laurent – sposata a Parigi con l’ingegnere edile Guitton: «Sì, proprio Pascale Guitton, quello che ieri ha rinunciato a sovrintendere ai lavori sotterranei di quei due banditi!».

E i due banditi sono i fratelli Dumas.

La grande rinuncia è stata motivata – almeno secondo le parole di Colette (Colette Dagot) – dal grande naso dell’ingegnere che ha fiutato la gran puzza di bruciato proveniente da quelle gallerie! I suoi famosi recettori olfattivi, che lo hanno tenuto al riparo da inghippi e disastri professionali, ora lo stanno avvertendo di una imminente catastrofe!

Adesso, però, sembra che al posto suo si sia fatto avanti un giovane ingegnere comparso dal nulla per presiedere tutti i lavori.

«Ricordi, vero, la simpatica Colette? Quella con i capelli corti corti… Quella che andavamo a trovare a Couëron? Rammenti la sua bella casa proprio in riva al fiume? Ecco, esattamente lì, in giardino, mi ha sussurrato all’orecchio che il suo Robert – e ovviamente stiamo parlando di Robert Mancini, il capo della Polizia di Parigi – sta organizzando in gran segreto una bella visita a sorpresa in quegli scavi!» Una notizia assolutamente riservata. Della quale è a conoscenza solo il trio: Colette, Bernard & Robert e, forse, il Presidente della Repubblica Francese.

Altre succose confidenze giungono da Claudine – Claudine Guilhot –, amica della mamma e seconda moglie di Gaston Couté, ex sindaco di Nantes e amico personale di Bertrand Delanoë, l’attuale sindaco di Parigi.

«Credi che stia esagerando, vero? Eppure… Sembra che molti di quei poveri operai orientali vivano e dormano nelle stesse gallerie in cui lavorano! Come succedeva in Vietnam! Ricordi la guerra in Vietnam? Ne hai sentito parlare? Sai di cosa sto parlando, vero?»

E poi, il solito finale di tutte le sue telefonate: «Sapessi quanto ti penso! Che pena saperti lì, in mezzo a quell’assurdo bailamme! Ma come si può?».

Si dimentica che è stata proprio lei, morto mio padre, a cacciarmi dalla vita tranquilla di Nantes, al grido di: «Una giovane che voglia un futuro oggi non può rinunciare a vivere e a studiare a Parigi!».

2021-05-15

Aggiornamento

Ormai Anna esiste e ogni giorno racconta qualcosa, indipendentemente da quello che penso o vorrei io. Mi appunto le cose che, magari, un giorno, forse, chissà, daranno vita a un secondo libro. Una follia. Perché ancora devo finire di vendere questo! Ma questa malattia funziona così. In più, finché il libro non è su carta, sai bene che non può definirsi "libro" e quindi vivi in un Limbo dove ogni giorno arriva il calore delle fiamme dell'Inferno e qualche ventata di fresco proveniente dal Paradiso. Una tortura. Però un attimo fa è uscito il sole e questo a volte basta. Consigliate la prenotazione del libro, fate Opera di Bene. Non ve ne pentirete. Giuro.
2021-05-14

Aggiornamento

Mi hanno detto: perché non hai messo neanche un aggiornamento fino ad ora? La risposta più sincera sarebbe: non lo so. Le troppe informazioni, secondo me, rischiamo di affaticare la testa. Un libro sembra solo un libro ma in realtà è tanto di più. Dalla copertina fino all'ultima pagina. Dentro ci sono tantissime cose che toccherebbe al lettore divertirsi a cercare. Il libro deve stare avanti con la sua bella copertina e dietro, lo scrittore. A bersi una tazza di tè all'arancia (e zenzero). Ma anche qualcosa di ghiacciato con rum, lime, menta e poco zucchero. Per adesso basti questo. grazie a chi lo leggerà.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    consigliatissimo! il tocco delicato di Sauro Ciantini è riconoscibile anche se ha cambiato linguaggio. Una lettura fresca, lieve ma non banale.

  2. Ferdinando Costa

    (proprietario verificato)

    Prima di tutto mi ha colpito la biografia dell’autore, per come si presenta e per comuni passioni familiari, poi la lettura di “Anna cammina scalza” mi ha restituito il piacere della narrativa dopo anni passati piuttosto a inseguire articoli, studi e saggi, è una narrazione che scorre fluida, vivace, accattivante e, sotto il velo di una simpatica leggerezza, è capace di una non banale introspezione psicologica, toccando temi come l’amore, l’amicizia ma anche il fallimento, la costruzione e ricostruzione di sé e altro ancora… nelle piccole pause che riesco a ritagliarmi questa lettura è stato un tempo piacevole, speso decisamente meglio rispetto alla visione di tante serie televisive!

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Sauro Ciantini
Nasce come autore di fumetti e strisce umoristiche con “Palmiro, l’idolo delle fidanzate lontane”. Ha lavorato come illustratore nell’editoria, nella moda, nella pubblicità, per il web e la televisione. È autore di cartoni animati e spot pubblicitari.
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