Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Sommersi. Se trattengo il respiro

Svuota
Quantità

La Milano anni Ottanta è il teatro del dramma della Roba: necessità e medicina, estasi e scimmia. La giovanissima Arianna si catapulta in un universo di zombi flebili e sottili come spilli, ma incattiviti e disperati, per amore di Flaviano e per sfidare la morte. Insieme attraversano strade che sembrano deserte, ognuno mosso dalla propria dipendenza, guidati dal gusto acido dei baci dopo il flash. Eroina e amore li conducono allo sfinimento e a dover guardare in faccia la morte, restandone poi intrappolati. Lei fa a gara contro la Roba, lui è il trofeo.

Quella relazione tossica sarà la cicatrice che Arianna si porterà dentro per sempre, ma serve raccontarlo per non vivere in apnea.

1- 1987

Non sapevo fossi già ammalato quando ti incontrai di nuovo, quell’inverno. La città stava nascosta sotto una pioggerellina fitta, fredda e sottile, che sembra nebbia. È un po’ che ho smesso di sognarti. Siamo sulla 96, il bus che percorre da Est a Ovest la circonvallazione interna milanese. Non è stato per un fulmineo magnetismo, ma per puro caso, che i miei occhi distratti si sono fermati su di te. Laggiù, tra i sedili dell’ultima fila stai seduto, coperto da strati di stoffa che rendono più grande, meno riconoscibile il tuo corpo nervoso. Il tuo viso esce piccolo da quell’accozzaglia di stoffe, e mi dice che sei ancora magro. Tra tutti i colori dei tuoi vestiti, sui toni del grigio, del beige, del marrone e del bruno, i tuoi occhi verdi, meno brillanti che nei miei ricordi, risaltano ancora. Specchi imbruniti nelle pupille di un tizio senza età. Un barbone dall’aria assente, con l’espressione distante. Sei drogato, fatto, stravolto, magari ubriaco? Oppure no, sei sobrio, pulito, e la caduta, il precipitare in basso, ha toccato un fondo che ti ha fermato? Non so, non posso fissarti, e non è davvero impellente questa domanda che mi faccio. Sei abbastanza vicino, però, perché io veda che i tuoi occhi sono bui, non più quei laghi verdi che conoscevo, con la minuscola isola affondata nell’iride, ma dilatati, verde scuro e profondo, come se delle montagne si fossero chiuse su quei laghi, come se l’autunno si riflettesse in loro e il verde dei sempreverdi avesse sostituito i colori succosi dell’estate.Il mio Flaviano.

Continua a leggere

Continua a leggere

2- 1984

Mi chiamo Arianna, ho diciassette anni, vivo a Milano e sono al quarto anno delle superiori. Con la mia famiglia abitiamo in centro città, nella bella e rumorosa piazza Cavour. Per una questione di vicinanza – e per un certo retaggio di famiglia – dopo le medie sono finita al Parini, quel liceo che, milioni di anni fa, fu oggetto di scandalo per via del giornalino degli studenti, la Zanzara, che osava toccare argomenti per allora scabrosi, come l’educazione sessuale e i rapporti prematrimoniali. Preistoria. Come sono fatta? Be’, fisicamente lasciamo stare. Di carattere, posso dirlo, sono nervosa e irrequieta. Quando studio alla scrivania, mi ballano le ginocchia, i miei piedi battono e ticchettano finché non mi alzo. Poi di sedermi di nuovo non se ne parla, pure quando proprio dovrei. È l’agitazione che, in pomeriggi come questo, mi porta fuori a camminare per le vie, senza meta, senza scopo, solo per scaricare energia.
Oggi, però, non mi perdo per strade traverse, ma procedo dritta verso l’obiettivo. Ho in testa uccellacci virtuali e asteroidi, che, pum, pum, sparano e colpiscono bersagli a distanze stellari. È inseguendo loro che approdo al baretto vicino a scuola, dove, insieme all’odore di vecchio, al mobilio vintage, al bancone di formica, la tecnologia avanza prepotente e prende la forma di quattro imponenti videogiochi cabinati.E tu mi arrivi da dietro. Mentre ho gli occhi incollati al monitor, le mani al joystick. Mentre non sono Arianna, ma il triangolino al centro dello schermo, navicella spaziale minacciata da una tempesta di asteroidi. Alle spalle, mi parli, la bocca vicina al mio orecchio, troppo vicina. «Te la stai proprio spassando» dici. Voce arrochita, parole arrotolate una sull’altra, strafottente e petulante insieme. Un tossico. Uno dei tanti. Mi giro a mezzo, e mi incastro nei tuoi occhi (col corpo mi sei quasi addosso, rubi spazio mentre guardi vacuo altrove). Verdi occhi assurdi. Specchi incassati nelle orbite. Laghi chiari all’alba passata da poco, di un verde crudo. «Bevi un caffè, piuttosto che perderti l’anima al gioco?» Bere un caffè, invece, è mistica pura, ironizzo tra me, ma taccio e t’ignoro, e mi rigiro verso lo schermo, e ostentatamente infilo nel mostro un’altra monetina. Tengo gli occhi nascosti dietro i capelli – massa scura che sembra ancora più voluminosa sulla mia faccia minuta –, ma tu, se anche non mi vedi in faccia, non ti sposti.
Taci, e respiri sui miei capelli, il tuo fiato invadente che mi scalda la guancia e la base del collo. Poco prima che io debba andare, sei ancora nel bar, appoggiato al bancone. E io accetto il caffè – è solo un caffè. Quasi gradasso, al mio gesto verso la borsa – i tossici non hanno soldi che per la Roba – mi fermi. «Offro io.» «Allora, grazie.» Voglio tagliare corto. Cortissimo. Li conosco i tossici. Torre, per esempio, fidanzato di Nora, la sorella di Agostino, il mio ragazzo. Di nome in realtà fa Ludovico, ma tutti lo chiamano Torre, dal cognome, Torriani. Ogni volta che lo guardo, mi vengono in mente gli schizzi del Piccolo Principe. Lineamenti soavi, eleganza dei gesti, del portamento, eppure quando si fa è cattivo. Ruba e picchia. Ruba in casa dei suoi genitori e in casa d’altri. Anche agli amici, ci giurerei. E picchia Nora. È ridotto uno straccio, ma abbastanza forte per picchiare lei. Io non lo sopporterei. Se solo Agostino osasse… Il pensiero di lui mi rende subito nervosa. Agostino, che è forte e impositivo, ma mai apertamente. Che mi estorce sesso facendo leva sui sensi di colpa, perché il nostro desiderio è impari, e di non desiderare io m’incolpo. Scambia per timidezza la mia inerzia, la mia ritrosia per moralismo. «Gatta, non ti vergognare» mi dice, se mi contraggo e il viso arrossisce ai suoi pizzichi sul sedere o su un capezzolo. E quando piango, mentre facciamo l’amore, per il male e per la rabbia, fa come non se ne accorgesse, e va avanti finché gli serve. «Mi posso presentare?» interrompi il mio brusio interno. «Flaviano. Andavo anch’io al Parini.»
Ti dico chi sono: sono tornata Arianna.

2022-04-07

Evento

Libreria Centofiori, Milano Vi aspetto giovedì 7 aprile alle 18,30 presso la libreria Centofiori di piazzale Dateo a Milano. Ci saranno le chiacchiere su Sommersi, ma ci sarà anche del buon vinello e gustosi stuzzichini. Sarà una festa!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Il tempo di un libro, il tempo per scrivere un libro è una dimensione a sé stante: inizia quando vivi l’esperienza, passa per gli attimi a fissare il vuoto trasformando le emozioni in parole e poi frasi, passa per un taccuino, si perde nei traslochi, negli anni, nella sfiducia, nella dittatura dei giorni. A volte però da quella dimensione parallela esce e prende forma, si manifesta nella dimensione che tutti riconosciamo e, finalmente, esiste. Ecco ‘Sommersi’, di Elizabeth Cappa
    Dall’Apnea all’apnoia, fino al respiro trattenuto. Spiace solo sapere che il tempo che ci vorrà a rileggerlo sarà troppo poco. In libreria, da ora troverete questo gioiello ambientato nella Milano più cupa degli anni 80, vista dagli occhi di una ragazza profondissima e sperduta. Imperdibile.

  2. Elizabeth Cappa

    Grazie Giuliano ❤️🙏

  3. (proprietario verificato)

    Quando ho cominciato a leggere questo libro, l’ho fatto con occhio critico, come si conviene con un lavoro ancora in bozza. Ma il mio distacco è durato lo spazio di poche pagine.

    – Un diario segreto
    Si stenta un po’ all’inizio, com’è normale, a entrare nel mondo della Zingara. Anche se la porta è spalancata, c’è quell’imbarazzo che ti ferma sulla soglia, un piede dentro, uno fuori. Quel disagio nell’entrare nell’intimità più profonda di una donna, nonostante l’invito. Nonostante quel diario volutamente lasciato aperto sul suo letto, senza il piccolo lucchetto dorato a proteggerlo dallo sguardo del mondo.

    – La Roba
    Scopre che gli uomini sono innamorati solo dopo il coito. Dopo. Prima c’è lo “sbattimento” e la ricerca della gratificazione, dolente, ossessiva. Ma a volte è tutta lì la tensione e l’appagamento lascia posto ad una deludente intimità, fino al ritorno della “scimmia”.
    Ecco, se estraiamo la vicenda apparentemente centrale della “Roba”, Apnea resta un racconto di straordinaria intensità. Un viaggio appassionato, solo apparentemente lucido, nella mente di una adolescente ossessionata dalla ricerca dell’eterno innamoramento.

    – Sono fiera di me perché non mi sono innamorata all’istante.
    Un’adolescente come tante, dicevamo. E all’inizio sei combattuto tra un moto di irritazione per quella stupida crocerossina (Come stai?) infatuata di un tossico, e uno di sincero affetto per la ragazzina che poco ancora sa della vita.
    Perché questa è la storia di un amore tutto rivolto all’interno e proiettato – come gioventù impone – su un uomo qualunque, un uomo-specchio senza alcun merito particolare. Un uomo che, come sempre accade, diventa nel tempo opaco e non più riflettente. E nulla riesce ad aggiungere di sé quando lei smette di splendere.

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Elizabeth Cappa
è nata a Londra e vive fin dall’infanzia a Milano. Lavora da molti anni nel mondo del libro, ma Sommersi rappresenta il suo esordio letterario.
Elizabeth Cappa on FacebookElizabeth Cappa on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie