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Argo
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Consegna prevista Giugno 2024

Kar’Thaq: l’ultima città della Terra, l’ultimo posto asciutto del pianeta dove ciò che resta dell’umanità tenta di sopravvivere sotto l’egida del Santo Reggente. I più abbienti possono permettersi di vivere sotto Lory, un grande ionizzatore che scalda talmente tanto l’aria sopra i quartieri alti della città da vaporizzare la pioggia e far vivere chi può permetterselo sotto un eterno arcobaleno. Per tutti gli altri ci sono i quartieri periferici, fangosi e malridotti, dove la pioggia non cessa mai.
Il giovane Lem Barq è uno dei tanti poveri a cercare un lavoro nella parte asciutta della città, ma non riesce a smettere di farsi domande. Davvero questa è l’ultima città? Cosa c’è fuori? E perché coloro che in passato sono usciti (compreso suo padre) non sono mai tornati? Una storia sospesa tra amore e morte, tra perdono e vendetta, in un mondo violento in cui bisogna sempre scegliere da che parte stare.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro qualche anno fa, quando ero alla ricerca di un lavoro e il mondo mi sembrava un posto molto buio. Un luogo in cui tutti erano pronti a prendere e mai inclini a dare qualcosa in cambio. Si tratta di sentimenti che conservo tutt’ora, nonostante molte cose siano cambiate. Argo è un libro che parla di temi che mi stanno molto a cuore, come rivalsa e rivoluzione, in tutte le sue forme. C’è la forma violenta, ma c’è anche un’altra via… C’è sempre un’altra via.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

La toga ricamata in oro e bronzo era appesa al muro, sorretta da due pioli di argento massiccio. Il Santo Reggente della Sacra Ultima Città, Tholomew II, la indossò con regalità e lentezza facendo scorrere lentamente ogni braccio in ogni manica e infilando delicatamente la testa nell’apposito foro del vestito. Lo faceva per rimarcare il suo ruolo. Sapeva perfettamente che l’importanza di un leader è data prima di tutto dalle sue movenze, dal suo modo di scuotere arti e labbra. Di fatto, dava spettacolo.

«Eccellenza, quando volete il popolo vi aspetta», disse il segretario particolare con voce altezzosa.

Avanti Helmut, un altro discorso a questi bifolchi” pensò, mentre si avviava verso la porta-finestra che immetteva sul balcone dal quale in quasi quattrocento anni avevano parlato ventotto Santi Reggenti. La folla urlava e scalpitava al di sotto come sempre faceva da otto anni a quella parte, cercando il posto migliore e più comodo per scorgere la sacra figura affacciata dal balcone del grande Tempio del Fuoco e della Luce Solare. C’era chi spingeva, chi già prefigurava il discorso e piangeva, chi pregava, chi invocava misericordia, chi cercava un miracolo per una malattia, chi una benedizione per un futuro nascituro, chi urlava, chi si baciava e ovviamente: chi bestemmiava a causa di una delle insopportabili figure appena citate. Con un gesto lento di saluto da parte del Reggente la folla si chetò e dopo pochi secondi, Helmut, Tholomew II, il piccolo uomo dai grandi occhiali da vista rotondi cominciò a parlare al microfono con la sua voce rauca mimando, da attore consumato, un tono di voce saggio e rassicurante.

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«Pii cittadini di Khar’Taq, a voi che avete sfidato gli infedeli, che avete costruito questa meravigliosa città, a voi che avete restituito dignità all’essere umano e custodite una ferrea e santissima morale, ecco, a voi io auguro un buon settimo sole!» Le urla salirono al cielo, tutta la folla era eccitata e riconoscente per quelle parole uguali ogni settimana.

«Quest’oggi vorrei leggervi un passo del nostro libro più sacro, il Bok del Cielo Sereno, per rammentare, a chi ha dimenticato, che grande dono è questa città e che grande dono è la nostra fede nel divino Aljavddha! Dal passo quattordici del Libro Sacro, io ora vi leggo:

Quando fummo completamente marci nell’animo e nella morale, quando dubitammo completamente dell’altro e ci ribellammo al Divino Aljavddha, quando uomo si alleò con uomo per distruggere il nostro antico stato, Uroa, allora il divino Aljavddha ci punì con la pioggia eterna, al fine di far marcire anche le ossa dell’umanità infedele. Ma quando sulle prime colline scampate all’alluvione s’avventurarono i primi Nuovi fedeli del Divino, l’ultimo raggio di sole indicò una valle lontana.

E il Divino disse a Jhabs:

Quella è la terra che ti lascio, l’ultimo lembo di Terra che ti sarà dato, coltivalo, fallo fiorire e non dubitare mai più del mio consiglio. Quando tutti gli uomini, tuoi figli, crederanno, allora e solo allora la pioggia cesserà e alla tua discendenza sarà donata la Terra Nuova perché possa fiorire come un tempo. Questo io ti comando, questo io ti offro…”.

«Ecco le parole del nostro grande Aljavddha! Solo su queste noi dobbiamo basarci per continuare a prosperare. Il mio sogno di vedere Terra Nuova durante la mia reggenza non è spento né sopito, perciò ogni qual volta trovate un cittadino infedele tentate di convertirlo e se non riuscite, denunciatelo alle autorità perché non c’è pericolo più grande degli Adoratori della Pioggia!»

Applausi, gioia, incommensurabile meraviglia, ecco cosa accompagnò la chiusura della grande porta finestra mentre Sua Santità rientrava nelle proprie stanze. Sembrava una follia collettiva consumata con la benedizione del sole, con la complicità del cielo e con l’aiuto di coscienze che credevano di essere deste ed invece erano assopite da secoli, ottenebrate dalla loro stessa paura, chiuse a riccio in uno spazio angusto e sicuro. Topi in gabbia che avrebbero fatto di tutto per non lasciare la loro sbarrata, dorata, dimora. A questo e ad altre cose somigliava quella masnada di gente, così felice del nulla, così ignara della propria condizione. Helmut, camminando nel corridoio, passò davanti ad un grande specchio orlato d’oro e scorgendo la propria figura vi si fermò dinanzi. Percorse con lo sguardo ogni ruga, ogni cellula ed ogni pelo del suo viso, la sua bocca si aprì leggermente. Cosa era diventato? Erano davvero così lontani i giorni della sua giovinezza come lo specchio sembrava voler affermare? Quanto tempo era passato dall’ultima volta che aveva giocato nel fango insieme a sua cugina Eradith? E dov’era lei adesso? No, questo lo sapeva, Eradith era stata sottoposta al rito dell’affogamento. Eradith era una traditrice del Credo, affidata al Tempio Nero era fuggita in una notte buia e umida, così fredda da togliere anche le lacrime a chi la vide catturata dalla Guardia Sacra. Quando era stata esposta sulla pubblica piazza e affogata, Helmut, già decano della Chiesa, non aveva potuto gemere per lei e non aveva potuto dire una sola parola di commiato alla sua ultima parente. Orfani erano entrambi e dal quel momento orfano, fu solo lui. Gli occhi si riempirono di lacrime ma i maggiordomi, i politicanti e tutto il resto dei suoi lacchè lo chiamava a gran voce. Helmut bevve le sue stesse lacrime, le lasciò cadere nella caina che ormai era il suo cuore e disse: «Togliete questo specchio, non voglio più vederlo!»

Il resto della giornata passò tra carte da firmare, delibere e ricevimenti di politici, alti prelati e amministratori di aziende, in particolare l’amministratore della MerevTech, Julius Jugart, mostrò in confidenza un largo foglio su quale c’era un progetto, o qualcosa di simile. Tholomew sorrise un po’ stupito e chiese:

«È questo dunque?»

«Sì, Santità, è il massimo che possiamo fare coi mezzi che abbiamo a disposizione ma sono certo che se darà una possibilità al progetto non se ne pentirà.»

«Ha i dati che le avevo chiesto?», chiese sua Santità con voce annoiata e triste.

«Sì, Santità. Ho qui i fogli se vuole dargli un’occhiata…»

Il Signor Jugart tirò fuori da una valigetta un paio di cartelle ognuna contenente una certa quantità di fogli ricoperti da numeri, grafici e parole che quasi rendevano l’intero papier un’opera d’arte. «Non mi interessa osservarla Signor Jugart, mi dica a quali conclusioni è giunto il suo team di ricercatori e lo faccia in fretta…fra mezz’ora devo essere a pranzo», Jugart trasalì. Era un uomo snello, i quarant’anni se ne erano andati senza nemmeno salutarlo, i capelli bianchi si affacciavano già sulle tempie conferendo al volto uno sguardo severo e, collaborando con le sopracciglia e la forma degli occhi, lo potevano far addirittura sembrare spietato. Cercò le parole migliori, ma le parole migliori, sin sa, tardano a giungerci sulla lingua quando ciò che dobbiamo riferire pesa come un grande masso messo davanti ad un’ugola insicura. «Af…affondiamo, Santità… L-le piogge fuori della città hanno ammorbidito troppo il terreno circostante e da rilevamenti sotterranei abbiamo visto che grossi strati di terreno stanno collassando su se stessi mettendo in pericolo l’edilizia della città asciutta… Ho anche fatto ricercare una soluzione al problema, ma tutti gli studiosi interpellati concordano sul fatto che la nostra unica opzione è…»

«Non dica quella parola per carità!», lo interruppe violentemente Tholomew II.

«Per favore, risparmi alle mie orecchie le aberrazioni partorite da questi “scienziati” miscredenti. La verità è una sola: Aljavddha salverà questa città e non permetterà che venga distrutta dalla pioggia!»

Con le sopracciglia inarcate, Helmut sembrava davvero degno di rispetto. Quel rispetto che, da giovane studioso del Credo, non aveva mai ottenuto da compagni e superiori. Proprio il suo essere calmo e la sua aria assopita da instancabile “buono” gli avevano garantito la conquista del titolo più importante della città, quello di Reggente. In realtà, era stato scelto dalla riunione di tutti i prelati poiché era il più facile da manipolare affinché tutto restasse com’era. Ricordava bene quel giorno passato nel conclave. Aveva le mani sudate e l’età che avanzava sulle tempie e sulla fronte, i suoi occhi, ingranditi dietro spessi occhiali da vista, sembravano preoccupati. Era certo del fatto che non avrebbero mai scelto uno come lui, con quell’aria goffa e insicura. Loro cercavano un uomo forte che sapesse tenere le redini della città, sfracellando gli oppositori e compiacendo i sostenitori. In un modo o nell’altro dopo la sua elezione riuscì a farlo. Fu eletto all’unanimità, egli stesso aveva votato per sé convinto del fatto che sarebbe stato l’unico voto che avrebbe preso ma la spoglio dei voti, affidato ad un marchingegno elettronico della MerevTech, aveva dato il, per lui, tanto triste annuncio. “Sua Santità, il nuovo Meraviglioso Reggente della città asciutta è fra noi…Helmut Versalen, alzati e prendi il posto che ti spetta come vicario di Aljavddha, l’Altissimo, l’Onnipotente, il Misericordioso! Quale nome scegli, oh Grande Reggente?” E lui aveva scelto. Aveva scelto Tholomew, perché il primo che si era chiamato Tholomew aveva cercato di impedire una spedizione fuori dalle mura della città tentando misericordiosamente il salvataggio di diciotto vite e mantenendo l’ordine e lo status quo. Nel 220 D.D, un gruppo di ricercatori dissidenti dalla linea della Scienza Teologica aveva tentato di organizzare una spedizione nelle terre allagate; secondo loro c’erano per forza di cose zone in cui non pioveva a dirotto per tutto l’anno e la prova erano i movimenti delle nubi osservati sopra Kar’Thaq. Le nuvole si spostavano da sopra la città fino a scomparire o a diradarsi all’orizzonte, il problema era che altre prendevano il loro posto. Sulla cosiddetta “diradazione delle nuvole all’orizzonte” la Scienza Teologica era solita affermare con veemenza che non era cosa scientificamente dimostrabile senza uscire dalla città e loro, i diciotto scienziati, avevano intenzione di fare un favore alla Scienza Teologica e andare a verificare di persona. Appena Tholomew I aveva saputo della spedizione non aveva proibito l’uscita dalla città, anzi, aveva accolto con gioia e con preoccupazione paterna la notizia, tuttavia aveva insistito perché alcuni membri dell’Ordine del Sole li seguissero nella loro avventura e assicurassero la loro incolumità. L’Ordine del Sole era un gruppo militare che contava pochi membri, era l’élite dell’esercito di Sua Santità nonché la sua guardia personale. Si entrava nell’Ordine attraverso una serie di “prove” riservate ai più meritevoli fra i componenti dell’esercito, per accedere alle selezioni bisognava dimostrare una fede cieca in un esame teologico e un’efferatezza al limite del crimine nel combattimento. La selezione finale era un massacro, i contendenti si sfidavano nel Cortile delle Armi, la piazza al centro del quartiere militare dove i soldati dell’esercito risiedevano. Gli ultimi due rimasti in vita entravano di diritto nell’Ordine e ottenevano una serie di privilegi non indifferenti. I loro volti restavano sconosciuti e dopo aver servito dieci anni nell’Ordine erano liberi di congedarsi dallo stesso e dall’esercito, ritirandosi a vita privata e osservando un giuramento di silenzio. Proprio gli uomini dell’Ordine del Sole erano stati gli unici a tornare dalla spedizione tre giorni dopo la partenza, riferendo che gli scienziati li avevano ingannati con un diversivo e si erano affrancati dalla loro protezione. Di conseguenza loro li avevano lasciati al loro destino ed erano tornati in patria. Praticamente l’intera città aveva additato come traditori quegli uomini di scienza e aveva addirittura suggerito di uccidere ogni scienziato che fosse capitato a tiro. Striscioni, manifesti e piccole azioni violente contro gli studiosi rimasti in città si susseguirono per qualche mese ma Tholomew impedì che le proteste sfociassero in qualcosa di più violento. Ovviamente accanto alla versione ufficiale, pulita e smaltata, della propaganda ecclesiastica c’era quella scomoda e falsa messa in giro da alcuni sovversivi di bassa lega, risiedenti nei quartieri bagnati, secondo la quale gli scienziati erano stati giustiziati dai soldati, che un gruppo di studiosi non poteva farla sotto il naso di soldati addestrati ad uccidere e che qualcuno possedeva addirittura l’ultima trasmissione radio di una delle vittime, trasmissione che non fu mai trovata.

Scegliere quel nome significava dare un chiaro segnale alla città, un segnale di misericordia ma anche di fermezza. Con quel nome, Helmut si era tolto per sempre l’abito da insicuro imbranato per indossare la toga dello spietato “amministratore” di vite umane. Seduto nella sua stanza dorata con le istantanee dei suoi predecessori appese al muro, si sentiva il re di un mondo in tempesta, sentiva nelle sue mani la vita di ogni singolo cittadino e percepiva ogni battito di ogni cuore che al suo solo volere si sarebbe per sempre arrestato. Certo, ciò implicava l’accettazione di “alcuni” soprusi perpetrati da coloro che avevano molto a scapito di coloro che non avevano nulla ma la folla che ogni fine settimana si riversava nella piazza sottostante il tempio sembrava esporre chiaramente un concetto contrario a quello del “ci ribelleremo” in favore di un più cauto “fateci del male meglio”. Migliaia di agnelli sacrificali si appiccicavano gli uni agli altri e nessuno, ma proprio nessuno, osava fantasticare per un attimo sul dannato perché in quella piazza non ci fossero anche l’amministratore della MerevTech o della Best Fruit Company o ancora qualche alta carica dell’esercito. In uno scalmanato silenzio, tutti, aspettavano un’inutile benedizione, attendevano una parola vuota che facesse credere loro di essere coraggiosi anziché codardi, amorevoli anziché spietati, credenti anziché bugiardi e buoni anziché meschini. Helmut tutto questo lo sapeva bene, ma quelle stesse persone che si accalcavano, come pure quelle assenti in piazza che però si riversavano dalla mattina alla sera in una delle sue tante sale da ricevimento, erano quelle che lui odiava. Tanto i ricchi quanto i poveri erano da biasimare secondo lui, gli uni per il semplice fatto di essere talmente avidi da complottare l’uno contro l’altro al fine di essere i più aristocratici fra gli aristocratici, gli altri perché nonostante non avessero nulla cercavano di assomigliare a quegli aristocratici che ogni giorno li spingevano ancor più verso i quartieri fangosi, umidi e bagnati dai quali fuggivano, ora costruendo un centro commerciale, ora ampliando le loro sfarzose ville con espropri violenti e poco remunerativi. In questo caso le proteste duravano qualche giorno, poi però con la magia delle parole di Sua Santità e il suo richiamo alla fratellanza e alla bontà, tutto tornava soavemente a profumare d’incenso e la rabbia, prima incandescente, si scioglieva in incommensurabile gioia di essere parte di quella grande, invincibile, perfetta, ultima città al mondo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Claudio Caramadre
Claudio Caramadre è nato a Palestrina nel 1989. Dopo la maturità classica si è laureato in Lingue e Civiltà Orientali presso La Sapienza di Roma e successivamente in Editoria e Scrittura. Lavora nel campo del Marketing e della Comunicazione per diverse realtà multinazionali italiane ed estere e sempre più spesso si occupa della comunicazione di importanti progetti europei in svariati campi, dalla robotica alla sostenibilità energetica, dallo sviluppo di smart devices per il trattamento delle malattie a nuove soluzioni tecnologiche per la sicurezza alimentare e dei nanomateriali. Ha cominciato a scrivere giovanissimo e ha collaborato con diverse redazioni e web magazine, vive nella zona dei Castelli Romani. Argo è il suo primo romanzo.
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