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Assassinio sul Pork Chop Express

Assassinio sul Pork Chop Express
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Consegna prevista Marzo 2023

Dante Bolero, studente di archeologia fuoricorso, viene costretto dal padre ad accettare un posto di lavoro nell’azienda di trasporti dove lavora lo zio. Il protagonista si trova così a fare da spalla a Giacomo Bertoldi, camionista narcolettico amante di Lucio Dalla, dei cult anni 80′ e ancor più delle donne.
Durante il viaggio inaugurale, dopo essere scampati a un incidente che poteva rivelarsi mortale, i due fanno la conoscenza in Autogrill di Alpay, un ragazzo turco giunto in Italia tramite l’autostop.
La situazione si complica quando il camionista comprende che il giovane straniero non è chi dice di essere…

Perché ho scritto questo libro?

Con questo romanzo ho voluto fare un omaggio alle mie due “vite”: quella del giovane archeologo e delle serate a zonzo per locali con i compagni di Università e quella del lavoro attuale. Un mondo, quello dei trasporti, farcito di personaggi alquanto stravaganti. Alcuni di questi, romanzati al punto giusto, sono stati l’ispirazione per le vicende raccontate in questa storia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO

La pioggia gelida scivolava veloce sui vestiti ormai fradici, riscrivendo le forme del corpo, andandosi a insinuare nelle pieghe più impercettibili di quegli abiti logori.

Liberato dalle ultime tracce di fango che gli avevano riempito le mani durante la risalita dal fosso antistante la recinzione, aveva estratto dallo zaino le tronchesi acquistate appositamente per l’occasione. Con il suo fare deciso e determinato aprì in breve tempo un passaggio grande abbastanza da farci passare attraverso una persona. Scivolò velocemente all’interno, continuando successivamente a strisciare sull’asfalto bagnato sino all’obiettivo della missione.

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Afferrato il grande telone, cominciò a tastarlo lungo tutta la sua lunghezza, alla ricerca della parte posteriore del mezzo. Una volta raggiunta, estrasse dallo stesso zaino un coltello. L’ambiente circostante era pressoché avvolto dall’oscurità, ad eccezione di uno spiraglio di luce che, da un piccolo lampione vicino, rifletteva sulla lama del pugnale intenta a svolgere il suo lavoro. Tagliò di netto il sigillo doganale. Per quel particolare non c’era da preoccuparsi: l’uomo che aveva corrotto all’interno del terminal era stato pagato profumatamente per applicarne uno di rimpiazzo l’indomani mattina, ben prima dell’orario previsto della partenza dal porto. Il portellone mezzo arrugginito emise un prolungato cigolio, quasi un gemito di dolore smorzato dal rumore della pioggia incessante. Quel nuovo varco, l’ultimo a separarlo dal compimento del suo piano, era sinonimo di libertà e di un futuro incerto, ma sicuramente migliore di quello che lo avrebbe atteso restando a invecchiare in quella parte di mondo. Sgattaiolò all’interno e si mise seduto ad aspettare. Da quel momento in poi non avrebbe potuto fare altro.

1

Da quando avevo fatto ritorno a casa dei miei, passavo le notti (o quel poco che ne rimaneva) per lo più sul divano che trovava posto in sala. Non tanto perché avessi paura di svegliarli nel cuore della notte mentre cercavo di intrufolarmi in camera; più che altro per non dare loro il pretesto di rinfacciarmi, la mattina successiva, il fatto che avessi deciso nuovamente di bighellonare per locali anziché studiare per l’ultimo esame. Trascorsi così anche quell’ennesima ultima parte della notte su quello scomodo divano, pronto ad affrontare una giornata ancora più scomoda. Non lo sapevo ancora ma l’indomani mi sarebbe arrivata la conferma del mio primo giorno di lavoro.

L’impiego me lo aveva procurato quel simpaticone di mio zio. Il solenne annuncio venne emanato da mio padre durante una delle cene della settimana precedente.

«Dante, mi sono rotto di vederti tornare ogni notte sempre più tardi. Per non parlare poi che metà delle giornate le passi a letto per riprenderti da quello che hai bevuto la sera prima».

«In realtà, le passo sempre sul divano!»

«Che fai? Pigli anche per il culo?»

«No, era solo per precisare. Ho a cuore il vostro riposo e, per questo, non salgo in camera per evitare di fare rumore».

«Quindi adesso dobbiamo anche ringraziarti?»

«Certo che no. E comunque non sono sempre a zonzo per locali. Ieri, ad esempio, ero a studiare da Marcello».

«Chissà quale studio forsennato possa fare un’associazione a delinquere come la vostra!»

«Ma se ci manca solo un esame!»

«Certo, vi manca solo un esame. Vogliamo però parlare del fatto che vi manca solo questo famigerato esame da ormai due anni?!»

«Lo sai che il Latino, anche se lingua morta, continua a perseguitare noi studenti pieni di vitalità!»

«Senti, fai poco lo spiritoso! E comunque a te ci ho già pensato io!»

«In che senso?»

«A lavoro da tuo zio stanno cercando un ragazzo per dare una mano a un autista. Ha fatto il tuo nome e ti hanno preso».

«Ma io non ho mica la patente del camion!»

«L’unica cosa che so è che non dovrai guidare»

«E con quali referenze mi avrebbero preso? Sentiamo…»

«Gli ha detto che nei cantieri archeologici, sei tu quello che litiga con il ruspista. Per te ruspisti o camionisti non fanno differenza. Hanno bisogno di uno che tenga testa al tizio al quale ti hanno affidato».

«Ma porc…»

«Così è deciso! Ora mangia e sta zitto! Tra qualche giorno ti contatteranno per i dettagli».

7

Un ronzio prolungato mi destò dal sonno profondo. La vista, ancora annebbiata, si spostò lentamente dal soffitto alle luci led della sveglia che trovava posto sul comodino accanto al letto. Le sei meno un quarto del mattino.

«Soccia, che stanchezza!»

Nel cielo, un pugno di puntini luminosi gettati a casaccio qua e là come coriandoli aveva preso il posto dei nuvoloni neri carichi di pioggia, che da una settimana stringevano Bologna in una morsa d’acqua incessante.

Guadagnai a fatica il bagno maledicendo nuovamente quel simpaticone di mio zio.

L’incontro era fissato per le ore sette presso il polo logistico dell’Interporto, davanti alla ribalta numero 24 del blocco 6.2, sede dell’azienda.

Attesi assonnato nel grande piazzale in corrispondenza del punto prestabilito, fin quando lo sguardo incrociò la vista di una motrice entrare dal carraio. Decifrai finalmente la criptica frase della mail a riguardo del mezzo e del suo conducente: un vecchio Freightliner FLC 120 bianco a strisce gialle e blu fece il suo coreografico ingresso nel parcheggio. Il colore, abbinato a due loghi sulle fiancate raffiguranti un maiale intento a correre, lo rendevano una copia fedele del famigerato Pork Chop Express, simbolo del cult anni Ottanta “Grosso Guaio a Chinatown”.

Giacomo arrivò con il quarto d’ora accademico di ritardo tipico dell’ambiente universitario. Non sapevo se lo avesse fatto per farmi sentire a mio agio il primo giorno di lavoro oppure per puro caso. Inchiodò con il mezzo a pochi passi di distanza da me, sollevando un polverone che mi investì in pieno.

Dalla sopraggiunta foschia formatasi si materializzò un ometto in canottiera e jeans poco più alto del metro e sessanta per due di larghezza. Ciò mi portò a presupporre che, visto il soggetto, con buona probabilità di Kurt Russel ne avesse fagocitati almeno tre a colazione. A completare quell’orrenda recita carnevalesca vi era un toupet di bassa fattura, indossato con grande nonchalance per coprire la calvizie.

«Sei tu il cinno, giusto?»

«Beh, diciamo che bambino non lo sono da un pezzo. Comunque, sì sono Dante».

«Un cinno con un nome da vecchio! Ascolta, nessuno può definirsi uomo se non ha mai guidato una bestia del genere!» Sentenziò, dando due pacchette con la mano su uno dei parafanghi.

«Lei invece presumo che sia Giacomo»

«Chiamami Jack!»

«…Burton?»

«No, quasi, Bertoldi. Per lo meno, cinno, hai un po’ di cultura. Adesso sali che abbiamo un sacco di strada da fare».

Montando dal lato passeggero, presi posto sul sedile di pelle e cominciai a familiarizzare con l’abitacolo venti volte più ampio di una normale autovettura. Gli interni erano tirati a lucido come una sala operatoria. Nel vano portaoggetti trovava posto la discografia completa di Lucio Dalla.

«Ci sei mai salito su uno di questi?»

«No, è la prima volta».

«Vedi, questi bestioni li considero come la mia seconda casa. Sono più di quarant’anni che giro in lungo e in largo e gli ultimi venti li ho passati qui sopra. Ancora due viaggi e poi me ne vado in pensione».

«Capisco. Ma…nello specifico, che dobbiamo fare?»

«Molto semplice. Saliamo su a Trieste, agganciamo il rimorchio che un mio collega turco ha caricato sulla nave, passiamo in dogana per le pratiche e poi veniamo qui a sganciare in azienda».

«Io, in tutto ciò, cosa c’entro?»

«Ho un leggero disturbo di narcolessia che sta peggiorando con gli anni. Se mi addormenterò alla guida tu dovrai afferrare il volante e con quel pedale lì che ho fatto installare appositamente dal lato del passeggero…- disse indicando frettolosamente un punto vicino al mio piede destro – …frenare dolcemente e accostare. Tutta questione di riflessi!».

«Scusa ma quale datore di lavoro permetterebbe a uno come te di guidare?»

«Mio cugino. L’azienda è sua!»

«Ah! Ma di solito ai narcolettici non rilasciano la patente!»

«Ho un amico in motorizzazione. Hanno sempre chiuso un occhio e ora tutti e due. Sanno che a breve appenderò il volante al chiodo».

«Andiamo bene!»

«Comunque, stai tranquillo. Questo è un gioco da ragazzi; fino a ieri mi aiutava mio nipote di vent’anni. Ora però è partito per le ferie e ho bisogno di un sostituto. Saranno già due mesi che non mi capitano episodi del genere. Praticamente vieni pagato per non fare nulla».

«Speriamo…»

«Poi ci sarebbe un’altra cosa che dovrai fare. Chiamiamolo supporto tecnico-tattico. Per questo ti spiegherò a tempo debito».

Durante il tragitto, speso a macinare asfalto su un rettilineo autostradale pressoché privo di ostacoli, regnava un monastico silenzio, interrotto di tanto in tanto dalle voci di altri autisti provenire dal sistema Radio CB.

Tentai un approccio: «Con il fatto che si trova spesso fuori casa, sua moglie deve essere una donna molto comprensiva».

«Non sono sposato. L’unica cosa alla quale sono legato è lei», disse accarezzando il cruscotto.

«Non mi fraintendere. Sebbene il più delle volte me ne sto a casa da solo in mutande, ho le mie avventure, ma non vanno mai oltre la prima notte. L’altro giorno ad esempio, chattando, ho conosciuto una tipa che si faceva chiamare Moana55. L’ho invitata da me e quella si è presentata truccatissima e con una minigonna ascellare. Manco il tempo di farla accomodare che la ninfomane ha tirato su la sottana fino al pelo. L’unica cosa che sono riuscito a esclamare è stata: che nero!»

Sarò stato anche un cinno ma conoscevo molto bene la canzone “Disperato erotico stomp”. Il suo racconto assomigliava molto a quello del protagonista del brano. Stava bluffando.

«Pensa te, incredibile! Vedo che ti piace Dalla. Mettiamo su un po’ di musica?»

Rilanciai allungandomi in avanti e prendendo in mano il cd che conteneva all’interno il pezzo appena citato da Giacomo.

Sbiancò all’istante, ma si riprese subito.

«Ehm, non si può! Il lettore è rotto e non ho ancora avuto il tempo di aggiustarlo. Ti accendo la radio».

Salvato in zona cesarini.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Daniele Bergonzoni
Bolognese, classe 1984. Dopo una Laurea Magistrale in Archeologia e Culture del Mondo Antico conseguita presso l’Università di Bologna e varie esperienze sul campo, decide di cambiare totalmente ambito dedicandosi prima al mondo della logistica per eventi fieristici e, successivamente, all’attività di gestione dell’ufficio traffico presso l’azienda per la quale lavora tutt’oggi. Ha già pubblicato svariati racconti con diverse case editrici tra i quali: “Follia” e “Sospeso” (Edizioni Rudis); “Il curioso caso dell’elfo nel cassonetto” (Damster Edizioni); “Akihabara Boy” (Idrovolante Edizioni); “Una Tesi al sapore di lambrusco” (Edizioni del Loggione). Questo è il suo primo romanzo.
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