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Atlantropa: invasione

Atlantropa: invasione
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Consegna prevista Aprile 2023

Nel XXII secolo, l’Umanità ha colonizzato la Luna e Marte. E proprio da Marte partirà la più grande minaccia all’esistenza umana di un nemico pensato sconfitto da tempo.
Questa minaccia costringerà l’essere umano a mettere da parte inutili divergenze e combattere per il suo diritto alla vita.
La minaccia all’estinzione farà aprire gli occhi sulle origini dell’uomo, con profonde radici nella Storia ormai dimenticate.
La resistenza all’invasione troverà nei Cavalieri di Atlantropa una luce di speranza…

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro motivato da ragioni ideologiche ed etiche, soprattutto vorrei dare una versione della Storia alternativa conscio del mio retaggio universitario. Vorrei far riflettere sulla condizione umana in questo romanzo fantascientifico.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Un quadro sempre più complesso si stava delineando. Dal ritrovamento quasi casuale nel Golfo di Guinea di Merlino alla caverna in Centro America, si stavano mettendo in mostra legami dimenticati nella Storia. Ma gli alieni erano sempre stati al nostro fianco, invisibili ai nostri occhi, ma potentissimi. Tanto potenti da poter cambiare il corso degli eventi. Il direttore Richard Andersen inviò una richiesta al Presidente della Repubblica, dietro il consiglio del Capo di Stato Maggiore delle Forze Speciali Fahad Baccani di inviare la squadra Ibris sul Black Knight.

5 gennaio 2141

Da qualche parte nello Spazio – 300 chilometri d’altezza

Navicella d’assalto Excalibur

22:10

Nome in codice: Operazione Dente di leone

Io e la mia squadra, la Ibris, eravamo di stanza a Copenaghen, la capitale della Regione della Scandinavia, formata da Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia. Eravamo specializzati in abbordaggio di navi sospette, sia in acqua che nello spazio. Eravamo la punta di diamante della Marina Militare di Atlantropa. Ci arrivarono gli ordini di occupare un satellite direttamente dal Palazzo di Presidenza e non dal Ministero della Difesa. Era qualcosa di importante quando le imposizioni giunsero alla base navale Beowulf di persona, tramite un rappresentante in completo scuro, alla guida di una berlina nera. Partimmo in direzione delle stelle dallo spazioporto militare Odino per raggiungere l’Incrociatore missilistico ATL – 91-47 Drake. Ci fu assegnata la navicella d’assalto Excalibur, una piccola imbarcazione esterna che poteva contenere fino ad un massimo di dieci uomini. Era lunga e sottile. Sono il caporalmaggiore Gareth Johnson, nome in codice Coach, e sono a capo della squadra Ibris.
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Questa è la storia di come il mondo sia caduto e si sia ribellato ai propri Creatori, ed io ero in prima linea. Sono nato a Manchester il 5 maggio 2102 da genitori della classe media inglese, infatti mia madre era un’insegnante di letteratura inglese e mio padre un vigile del fuoco. Sentivo l’arruolamento nell’Esercito di Atlantropa come un dovere la mia Nazione. Andando avanti nel tempo, sono spiccato in molteplici situazioni di guerriglia in Medio Oriente e Centro America tanto da avere occasione di entrare nelle Forze speciali. All’epoca avevo una folta barba bruna, che circondavano una larga bocca, sotto ad un sottile naso. Gli occhi erano verdi e nocciola allo stesso tempo. Non avevo problemi di capigliatura perché ero pelato. L’uniforme da combattimento corvina copriva i muscoli ben definiti ed in più avevo il tatuaggio raffigurante il simbolo delle forze speciali: la testa di un orso con le fauci aperte contornata da una corona di alloro alata. La mia squadra era formata da quattro fucilieri, dei quali due di supporto e due di prima linea, due tiratori scelti, un esperto in demolizioni ed un esperto di hacking e telecomunicazioni, «Va bene squadra, conoscete gli ordini. Abbiamo già fatto queste cose, stesso protocollo: ci agganciamo, neutralizziamo le difese ed indaghiamo.» incoraggiai. La navetta si avvicinava velocemente al Black Knight. Indossavamo tutti la tuta spaziale. In effetti eravamo goffi nei movimenti.

Affianco a me avevo il mio secondo in capo, il caporale Benjamin Markovic, tiratore scelto, nome in codice Colubro, un giovane anglo-croato cresciuto nello Yorkshire da genitori proveniente da Zagabria. Il viso era pulito dalla barba, infatti era il più valoroso della mia squadra.

«Ti vedo preoccupato, Gareth.» mi sussurrò per non farsi sentire. Mi voltai per godere di una migliore vista: «Niente affatto, perché dovrei preoccuparmi di abbordare un satellite che non sarà più grande di uno dei nostri di cui non potremo nemmeno entrarci per motivi di spazio, senza sapere se ci sarà resistenza.» Dietro di me era seduta la soldatessa Elena Bianchi, fuciliere di supporto, nome in codice Pantera. Era nata a Genova nel 2112 ed entrata sotto il mio comando nel marzo di due anni prima, non sapevo niente della sua vita prima di far parte della Ibris, era molto riservata in merito. Mora, capelli raccolti in una pratica coda di cavallo. Sguardo angelico ma micidiale allo stesso tempo, gli occhi erano verdi con le sopracciglia definite. Un corpo suadente, una terza di seno con coppa B, un sedere sodo, un fisico tonico. Era bravissima a infiltrarsi nei passaggi più stretti per fornire copertura. «Come mai non cracchiamo il sistema di bordo del satellite per prendere le informazioni piuttosto che uscire.» protestò Harry Smith dal fondo del suo posto. «Ci hanno già provato, ma il sistema è isolato, dobbiamo farlo manualmente.» urlò Kolapo Chintu. Harry Smith, tiratore scelto, nome in codice Quarterback. Era nato a Bristol nel 2110, lo consideravo un mio compatriota in questa moltitudine di Nazioni che hanno deciso di collaborare per il bene dell’Umanità mettendo da parte divergenze secolari. Ha servito prima nella Fanteria Spaziale della Marina Militare Interplanetaria di Atlantropa, poi nelle Forze Speciali. Era stato affidato alla mia squadra nel maggio del 2138. Pelato e senza barba, sopracciglia pesanti e occhi color nocciola. Il mento era ben definito. Era in grado di colpire un bersaglio posto a più di tre chilometri di distanza. Eccelleva anche in camuffamento, ricognizione ed infiltrazione grazie alla sua magrezza. Kolapo Chintu, esperto di hacking e telecomunicazioni, nome in codice Scorpione. Era nato a Yokadouma, nel Camerun orientale, nel 2108, ed arruolatosi nelle Forze Armate nel 2126. Diede prova di craccare qualsiasi strumentazione elettronica o connessa ad una rete in azioni di consolidamento di pace in aree di guerra in Estremo Oriente, entrando in prova per le Forze Speciali. Entrò nella mia famiglia militare nell’agosto 2138. Aveva pochi capelli corti e ricci ben ordinati con il pizzetto. Le labbra erano carnose e le pupille nere come la sua pelle. Mancavano ancora due chilometri, una distanza irrisoria nello spazio. A cento metri ci saremo agganciati e a venti usciti dalla navicella nel freddo del cielo stellato. Questo era il protocollo.

«Cosa fai per Epifania?» mi chiese Karl Gruber. Karl Gruber, fuciliere di prima linea, nome in codice Winger, nato a Vienna nel 2109. Entrato prima nella Police Departiment of Vienna, poi nelle Teste di Cuoio, superando i test preliminari con eccellenti risultati. Venne notato dal Capo di Stato Maggiore delle Forze Speciali Fahad che lo assegnò alla mia squadra nel maggio del 2139, dopo la morte del mio migliore amico durante una missione “non ufficiale” a Teheran. Biondo, cappelli corti e ben ordinati, dagli occhi azzurri. Un mento pulito da peli e mento accentuato. «Non lo so ancora. Non so nemmeno se ho i bambini. Non c’è la partita?» Mi ero separato dalla mia ex moglie un paio di anni prima per via della mia vita. Trascurata, si era consolata con il personal trainer. Lei aveva l’affidamento condiviso sulla carta, ma esclusiva di fatto, dei figli; una villa nel centro di Venezia; convivente con un prestigioso e rinomato avvocato amministrativo italiano.

All’epoca i miei figli avevano otto e dieci anni. Henry era il più grande e Ilary la più piccola.

«Si che c’è la partita. La vieni a guardare da me?»

«Non lo so ancora. Comunque, grazie per l’invito.»

«Che leccaculo! Inviti il capo e non inviti anche noi.» scherzò Alejandro Ramos.

«La mia casa è troppo piccola per tutto il tuo ego.» replicò sorridente. Alejandro Ramos, esperto di esplosivi, nome in codice Narciso, nato a Siviglia nel 2105. Dopo la Laurea in Ingegneria Navale si arruolò nella Marina Militare di Atlantropa, dove venne impegnato nello smantellamento delle vecchie astronavi di Classe Lambda. Dimostrò subito un’attitudine per le demolizioni così venne impegnato anche sul campo nella Fanteria Navale in operazioni di guerriglia. Mi venne assegnato nell’autunno 2139. Era stato nominato Narciso per via della sua bellezza fisica e anche per l’amore nei confronti di sé stesso. Era ben messo fisicamente, la mandibola pronunciata e proiettata in avanti, un mento largo e definito. Nonostante il colletto alto si intravedevano succhiotti recenti di qualche giorno fatti da chissà qualche nuova conquista.

«Prima di guardare gli altri pensa di mettere apposto la tua vita.» lo fece notare Berent Sightrsson «Mi voglio ancora godere la gioventù.» si difese ingenuamente. Berent Sightrsson, fuciliere di supporto, nome in codice Ice, nato a Reykjavík nel 2111. Anche lui si arruolò in Marina, ma come artigliere nella Corazzata Napoleon di classe Epsilon, in rotta tra la Luna e Marte come deterrente contro i pirati spaziali. Venne inviato nella Ibris nell’inverno del 2138. Era un nordico a tutti gli effetti, carnagione chiara come la neve, capelli e barba biondi, occhi freddi azzurri. Nonostante aveva una voce calda e rilassante, che trasmetteva serenità e pace nei sensi, come le sue terre natali. Mi mostrava spesso foto dei ghiacciai e geyser islandesi ed il mare limpido al Quartier Generale a Monaco di Baviera. Si trattava del centro di comando delle operazioni speciali degli Stati Uniti d’Europa, prima, durante e dopo la Terza Guerra Mondiale. Una vecchia struttura cilindrica che venne restaurata una manciata di anni più tardi dalla proclamazione della Repubblica di Atlantropa. Trovai nel controsoffitto sopra la mia branda una scatola con un manoscritto e due medagliette militari. L’autografo era una pila di fogli pinzati insieme senza rilegatura, una sorta di diario di guerra, come qualsiasi libro dello scorso secolo, era di un soldato europeo, un certo Giorgio Ferri; membro di una forza speciale impiegata due anni prima dello scoppio del conflitto e che era in prima linea quando tutto il mondo crollò. C’era anche una diapositiva sbiadita di due ragazzi con un braccio sulle spalle dell’altro e con l’arto libero facevano segno di vittoria. Dietro c’era una dedica: Ti ho vendicato, Matteo, che la tua anima possa riposare in pace insieme gli altri eroi di guerra. Giorgio, 7 ottobre 2025. Era datata alla fine della guerra, il giorno in cui la Russia cadde sotto i colpi di America ed Europa. Invece le targhette erano di uno sconosciuto capitano John Mitchell Junior, un valoroso militare dell’Alleanza globale sorta dopo il conflitto, e che aveva dato il via al Progetto Atlantropa. Era a capo di una squadra speciale, l’Unità Killer, che aveva messo ordine nella Russia post conflitto e di aver evitato un’invasione su larga scala da Marte. Questa figura è aleggiata da leggenda. Forse destino, forse fortuna, non sapevo il motivo della scoperta. Poco dopo aver ritrovato quei tesori cercai le loro tombe, entrambe erano nel Cimitero Militare degli Stati Uniti d’Europa, dov’erano conservate tutti gli eroi della vecchia Federazione europea. Le lapidi erano vicine circa una decina di metri, ed io mi immaginai di ritrovarmi lì, tra di loro. I luoghi di nascita e morte erano sfocati, erano rimasti sono gli anni. Giorgio Ferri nacque nel 1994 e morì nel 2079, John Mitchell Jr venne accolto nel mondo nel 1990 e lo abbandonò nel 2084. Erano contemporanei e non lo sapevano. Due dei più grandi eroi silenziosi di guerra erano sincroni e non vennero mai in contatto, forse. Infatti, l’italiano venne congedato con onore a metà del XXI secolo, mentre l’americano andò in pensione in maniera umile, rifiutando premi ed onori, quelle cose non gli interessavano. Le notizie parlavano di aver collaborato nella creazione delle forze armate di Atlantropa. Quelle medaglie me le portavo sempre nella tasca interna dell’uniforme da combattimento come totem di protezione ed anima guida.

«Luce verde. Scattare. Scattare. Scattare.» ordinai. Indossammo il casco orbitale, caricammo le armi, indossammo i jet pack. Quando venne azionata l’apertura sopra le nostre teste decollammo verso il nostro obiettivo: una figura nera come la pece, al briefing ci avevano informato che si trattava di un satellite con alta importanza strategica. Non sapevano cosa ci stesse attendendo, o di quale Nazione fosse, ma dovevamo prenderlo assolutamente. Eravamo disposti a formazione di triangolo., io come vertice e i due cecchini ai vertici della base. «Brain, mi serve un’analisi dell’obiettivo.» comunicai con la mia intelligenza artificiale Brain. Dal mio HUD, Head-up display, partì una scansione olografica dell’obiettivo. «Sembra non essere occupato da nessuno.» mi rispose. Non era proprio un satellite, ma il definire una sorta di stazione spaziale per via delle dimensioni. «Brain, trova un’entrata.» Si accese una lucina azzurra che aveva i delineamenti di un vano. Si trovava più in alto rispetto alla nostra traiettoria. La misteriosa figura ci oscurava la luce del Sole. Notai che aveva qualcosa come una spada con una croce scozzese tra la lama e l’impugnatura, il muso di un cavallo e l’elmo di un templare. L’entrata era sulla schiena. La raggiungemmo.

«Attivare gli stivali magnetici. E disattivare i jet pack.» Toccammo il freddo metallo, io attutii la caduta con il braccio destro. Il fucile automatico laser M-8, mi rialzai. Indicai il portellone.

«Scorpione, prova a craccare il sistema. Facci entrare in una qualche maniera.» ordinai alla radio.

«Subito, signore.» replicò scattando in direzione dell’accesso, dandomi in mano la sua arma. Si inchinò e stava trafficando con il display di comando posto sull’avambraccio destro. Digitava con la mano sinistra chissà quali codici segreti per farci dare accesso. Si aprì il portellone, e si spostò di lato.

«Complimenti Scorpione.» dissi, dandogli una pacca sulla spalla. Da ultimo della fila, richiuse l’accesso. Una nube grigiastra ci accolse, e di fronte a noi c’era un’altra porta metallica con un oblò quadrato nel mezzo ed una luce lampeggiante sopra. Quando la nube sparì com’era apparsa ci venne dato accesso all’interno del Black Knight. D’istinto controllai il mio dispositivo e Brain m’informò della presenza di gravità artificiale e livelli di ossigeno pari a quelli dell’atmosfera terrestre. Mi staccai il casco che era inutile in quell’ambiente. L’aria era impregnata di mistero e morte, quel gusto era simile a quello di latte andato a male unito al metallo abbandonato nello spazio da chissà quanto tempo.

«Caporalmaggiore, cosa sta facendo?» mi chiese Elena. «C’è aria qui dentro.» risposi mostrando i dati dal mio monitor sull’avambraccio sinistro. Aprì il casco per prima, sotto lo sguardo dubbiosi degli altri membri della squadra. «Caporalmaggiore, sta mettendo a rischio la missione. Si rimetta il casco, non sappiamo com’è composta l’atmosfera interna.» mi ruggì il maggiore Alexandre Galakos, responsabile dell’operazione, all’auricolare della radio. «Maggiore, con tutto il rispetto, qui c’è gravità artificiale e aria uguale alla nostra atmosfera, stessa percentuale di azoto ed ossigeno. Quindi non trovo pericolo per la missione.» replicai. Ero in continuo contatto video con il Centro di Comando delle Operazioni Speciali (CCOS), una sala nel sotterraneo del Ministero della Difesa. Di solito era sotto la sorveglianza del Capo di Stato Maggiore delle Forze Speciali. Anche gli altri si tolsero i caschi. Senza effetti negativi.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Mattia Ferrari
Nato e cresciuto nella provincia di Ferrara. Laureato in Archeologia medievale in triennale e Archeologia preistorica alla magistrale. Sogno di fare il divulgatore storico/archeologico e di lavorare nell'ambito scolastico.
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