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Bagno di Sangue per il Glabro

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Consegna prevista Febbraio 2025
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Un inquietante thriller con protagonista Francesco Riva, detto il Glabro, un abile investigatore dall’aspetto sinistro che vive rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Torino viene sconvolta da una serie di cruenti omicidi. C’è un serial killer in città che massacra le vittime a mani nude. La Polizia brancola nel buio e per risolvere il caso decide di collaborare con il Glabro. Venti anni prima il Glabro ha sterminato la sua famiglia ma la Polizia è disposta a passarci sopra pur di assicurare alla giustizia il maniaco che terrorizza la città. Il Glabro accetta l’incarico, convinto che dietro agli omicidi ci sia una mente diabolica che manovra il killer: il Minotauro. Inizia così una discesa negli abissi della follia e della violenza più estrema, in una Torino cupa e spietata. Riuscirà il Glabro, lui stesso un assassino, a fermare il bagno di sangue? Un noir teso e adrenalinico, una corsa contro il tempo per impedire che il Male trionfi.

Perché ho scritto questo libro?

Amo gli esseri umani e il noir è il genere perfetto per fare una radiografia dell’anima. Siamo esseri complessi. Si può trovare del buono nel peggiore assassino così come malizia nel cittadino più virtuoso. In questo romanzo ho raccontato l’indagine su di un sanguinario psicopatico dal punto di vista ambiguo di vittime, assassino e investigatori. Ho poi voluto raccontare la mia città. Torino è il luogo perfetto per un noir. Una città introversa. Una città dove gli abitanti tengono sempre, nella tasca interna del cappotto, piccole virtù, cattivi pensieri e desideri inconfessabili.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

1. Il primo omicidio non si scorda mai

– Ma si può fare un baccano del genere a quest’ora?

Il padre mette giù la rivista, sbuffa e si mette a guardare la credenza. Un terremoto. Piatti e bicchieri che ballano la tarantella. I ninnoli, le chincaglierie, i ciapa-puer (raccogli-polvere) come li chiamano qui, si muovono sullo scaffale come se fossero epilettici. Vibra la sedia, vibra il tavolo, vibra la televisione che proietta un cartone animato, senza audio.

La madre esce dal bagno con un asciugamano sulla testa.

– Marco, vagli a dire subito qualcosa!

– Giulia… Non possiamo litigare con tutti. Viviamo in un condominio. Non abitiamo più in campagna.

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– Ma sono le 11! Gianluca deve andare a dormire. Domani c’è la scuola!

Il bambino è seduto su un tappeto liso, arancione. Gioca con dinosauri di plastica. Innocente. Felice. Come se Triassico, Giurassico e Cretaceo non fossero mai finiti.

Marco si alza, controvoglia. Si avvicina alla porta di casa e avvicina l’orecchio. Stanno traslocando? Stanno buttando giù un muro? Ma a quest’ora della domenica chi trasloca, chi ristruttura? Quelli di sopra. No, sono andati in montagna. Piangono miseria alle riunioni di condominio, poi però i soldi per andare a sciare li trovano sempre. Sotto non c’è nessuno, siamo al pianterreno. Che il bordello venga dall’alloggio di “quell’altro”?

Difficile da credere. Di solito è uno che fa molta attenzione. Visto il lavoro che fa… Non può permettersi di fare incazzare gli altri inquilini.

I rumori crescono di cadenza e di intensità. Sono colpi, poderosi. Pare un martello, sulla pietra. Una mazza su legno vecchio e marcio. Il batticarne di un macellaio volgare su una montagna di manzo che non è stata disossata.

Marco sente un brivido nella schiena. Sembra che tremi tutto l’edificio. No, c’è qualcosa che non torna. Nessuno sta traslocando. Neppure traslocatori ubriachi e della peggior ditta d’Italia maneggerebbero le masserizie con tanta incuria. Nessuno sta ristrutturando casa a meno che qualche coinquilino si sia fatto convincere ad assumere un muratore iracondo e strafatto di cocaina.

E allora cosa sono tutti questi rumori alle 23:15 di una domenica di gennaio?

Non lo sapremo mai perché allo scoccare del minuto successivo il suono cambia. Alle mazzate subentrano gemiti, mugolii, sospiri, lamenti. Il rebus è risolto. I rumori provengono dall’appartamento di “quell’altro”.

Giulia si precipita sul piccolo Gianluca e si premura di tappargli le orecchie. Poi aggiusta l’alzo dei suoi occhi e spara una bordata di insofferenza verso il compagno.

– Quanto ancora dobbiamo sopportare prima di parlare all’amministratore?

– E cosa cambia se parliamo con l’amministratore? Quello paga l’affitto, senza ritardi, il primo del mese, non fa storie, non si lamenta con i proprietari. Se si rompe la lavatrice o il frigo, li sostituisce da solo e di tasca sua. Lui è l’inquilino perfetto. Non lo manderanno mai via.

– Certo, uno che se lo prende in culo tutte le sere è l’inquilino perfetto per nostro figlio!

Marco allarga le braccia mentre Giulia, dopo aver liberato le orecchie di Gianluchino dai suoi palmi nervosi, lo spinge senza troppi complimenti verso la camera da letto.

Il condominio è il mattoncino, il minimo comune denominatore della democrazia. È qui che tolleranza e intransigenza vengono messe a studiarsi, e a scannarsi, nella stessa arena. Prima o poi ci si pesta i piedi in un condominio e il risultato è quel sugo di frustrazione e risentimento che cucina a fuoco lento gente come Giulia.

Marco non la pensa così. Il Padre nostro si sarebbe potuto risparmiare i dieci comandamenti. Ne basta uno: “Vivi e lascia vivere”. E poi quel signore è sempre stato gentile. Gentilissimo. Con lui. Con Gianluchino. Sempre un sorriso, l’accenno di un inchino. Il fermarsi a tenere la porta aperta.

Da circa un anno e mezzo il pied-à-terre al fondo del corridoio è occupato da un viado, un travestito sudamericano. Brasiliano? Colombiano? E chi se lo ricorda. Il nome? Mai chiesto, mai sentito. I coinquilini del condominio sono sempre i più grandi misteri della città in cui si vive.

Lui è uno che fa attenzione. Uno che deve lavorare da casa. Imprenditore in un business che richiede discrezione. Ha un posto macchina sotto al platano, proprio accanto all’ingresso del palazzo. Apre sempre con la chiave, non fa mai scattare la serratura elettrica. Per non disturbare, per non dare nell’occhio. E neppure all’orecchio. La porta del suo postribolo è quella più vicino al portone. Posizione ottimale per ridurre al minimo il rischio di imbattersi in altri inquilini.

Entrati dentro al nido d’amore però anche il gestore del luna park non è responsabile del comportamento dei clienti. Alcuni si tengono il piacere dentro al petto. Altri lo esternano con urla e muggiti che sono inconfondibili. Non sono suoni di dolore o di rabbia, non sono risate, non sono chiacchiere. Sono suoni inconfondibili che emette solo chi sta godendo. Esalazioni che provengono solo da chi sta scopando allegramente. E con gusto.

Marco si allontana dalla porta e si massaggia la faccia con mani stanche. Cos’ha detto Giulia? “Uno che se lo prende in culo tutte le sere è l’inquilino perfetto per nostro figlio”. Ma cosa ne sa lei? E poi magari è uno che lo mette anziché prenderselo. O magari un po’ lo mette e un po’ lo prende, così come va la giornata. Come va la vita.

Marco si siede sul bracciolo del divano.

La sodomia. Non lo riguarda. È un altro mondo ma chissà. Forse sono più liberi loro, che lo fanno quando vogliono e come vogliono. Marco invece lo fa quando vuole lei, come vuole lei e poi le luci non sono giuste, e il cuscino è sempre di mezzo, e fa caldo, e fa freddo, e chissà se Gianluchino dorme, e non è colpa tua amorino se è andata così, per le donne è così difficile raggiungere l’orgasmo… Marco si ficca in bocca un cioccolatino per mandar via il gusto di sette anni di matrimonio. Facevo meglio ad andare a Londra a fare il cameriere quando ero giovane. Almeno mi divertivo e vedevo un po’ di mondo.

Sono pensieri della domenica sera, l’epilogo del buon umore, la sala d’attesa del lunedì mattina. Ma fra quei pensieri si infiltra un dubbio. Gelido.

Quei versi che risuonavano di piacere e disinibita lussuria si sono fatti più chiari, più definiti e ora raccontano un’altra storia. Giulia rientra in tinello e non appena si sintonizza anche lei sulla sinfonia della porta accanto, tutta la sua frustrazione viene spazzata via. Al suo posto rimane un sentimento minimalista.

La paura.

Quelli che adesso si sentono nitidi non sono gemiti di godimento ma strazi di dolore. Non sono sospiri di piacere ma disperati morsi d’aria di qualcuno che è in bancarotta di ossigeno. I mugolii di godimento sono solo un filo di voce, il capolinea del dolore insopportabile.

Su questa sinfonia ammutolita si alza infine una lamentazione, come una preghiera, uno scongiuro, l’ultima triplice invocazione alla madre o all’Altissimo.

– ¡Ayuda! ¡Ayuda! ¡Ayuda!

Giulia si porta una mano alla bocca.

– Che dice?

– Aiuto! In spagnolo. Credo…

Poi un silenzio, brevissimo. E poi ritorna il terremoto, la gragnuola di colpi, la pioggia di mazzate, sempre più veloce, sincopata, pesante. La terra trema, i muri impazziscono.

E poi niente.

Il “clack “di una serratura manuale.

Giulia corre in camera da letto. Marco si gira verso la porta. La paura paralizza ma è la curiosità che ha reso l’australopiteco bipede. Da lì all’allunaggio è stata tutta una inevitabile conseguenza.

Si avvicina alla porta. C’è qualcuno dall’altra parte. Pochi centimetri lo separano da un respiro cavernoso e bestiale. Un respiro che in breve torna umano, controllato e si allontana. Ci sono passi. O forse è il battito cardiaco di Marco. L’inconfondibile scatto elettrico della serratura del portone del palazzo. Dopo, niente. Il deprimente rumore di fondo di una città del nord, alla domenica sera, in pieno inverno.

Non farlo Marco, non farlo. La mano si appoggia sul pomello della serratura. Non farlo. Due giri per ritrarre i chiavistelli. Non è una buona idea. Il terzo giro rimuove il fermo. Uno spiffero freddo si insinua con un sibilo.

Marco è in corridoio. Con gli occhi fissi sul portone dell’androne che con ieratica calma si sta chiudendo sulla notte. Arretra senza riuscire a staccare lo sguardo da quella porta da cui è appena uscito un respiro cavernoso e bestiale.

Un fruscio di piedini dietro di lui. Un padre riconosce sempre la falcata della prole. Ma non si gira. Gli occhi sono incollati al portone che con un metallico “click” si è appena chiuso. Gli occhi non si muovono finché la voce di Gianluchino rompe l’incantesimo.

– Papà, dobbiamo avvertire il vicino. Ha una perdita in casa.

Marco si gira di scatto. Suo figlio sta camminando in un laghetto di sangue rossissimo, freschissimo, il cui immissario nasce con curve e insenature dalla porta accanto. C’è un urlo. La madre lo afferra e lo fa sparire nell’angolo più lontano dell’appartamento

Con un riflesso incondizionato, Marco cammina verso la porta che mesce sangue. Mette la mano sulla maniglia, la gira e l’apre. E subito si pente.

Certi gesti semplici si pagano cari.

Certi spettacoli non si dimenticano mai.

Certe cose è meglio non vederle.

2. La Polizia indaga

– Ma come si fa ad ammazzare così?

Quando il Commissario Capo Barillà entra nella stanza si trova davanti all’agente Meneghetti che fa commenti e all’agente scelto Lo Jacono che si aggiusta la fondina. Non appena si accorgono del capo si irrigidiscono e fanno finta di perlustrare visivamente il luogo del delitto.

Quello che il Commissario con venticinque anni di servizio alle spalle non sopporta nei giovani poliziotti è la distrazione. Sempre occupati ad aggiustarsi la divisa o con gli occhi sullo schermo di questi stupidi cellulari.

Non si deve essere geni per fare gli sbirri. Basta seguire la puzza, quella che esala l’anima umana, ma bisogna prestare attenzione. Un buono sbirro deve guardare, vedere, sentire, toccare, provare. Deve concentrarsi sul fatto, fare attenzione. La ricetta è tutta qua.

Bruno Barillà è un calabrese che nella vita poteva fare solo il poliziotto o il criminale. Per vocazione ha scelto la prima professione. Basso, tarchiato, sempre in camicia e cravatta. Indumenti di poco valore e indossati male. Uno che sembra sempre caduto dalle scale. Mezza camicia fuori, il nodo della cravatta molle, i calzini che cascano sulle scarpe lucidate sì ma pure lise. Capelli corvini e ricci, nemici giurati di qualsiasi pettine. Baffi irti e folti con cui ci si potrebbero scrostare pentole di ghisa incrostate di grasso. Testa enorme su spalle erculee che si bilanciano su di una panza che parla di amore incontrastato per maccheroni e braciole. Mani da bracciante, sgraziate e ampie come pentole per le caldarroste.

Barillà Bruno, quand’anche fosse vestito dal sarto del re, tradirebbe la sua anima di proletario ottocentesco. Se una mandria di cinghiali si facesse antropomorfa, il risultato sarebbe Bruno Barillà.

Lo Jacono dà un’occhiata a un taccuino e alla sua calligrafia, che racconta di un ragazzo che ha studiato poco e senza grandi soddisfazioni.

– Il corpo è di Alejandro Morales Barreda. Cittadino peruviano. 33 anni. Dedito alla prostituzione. Travestito. In proprio, senza protettore. Fermato dai colleghi diverse volte per dei controlli. Incensurato. Lo hanno trovato i vicini che si sono insospettiti per dei rumori a tarda ora e ci hanno chiamati.

Siamo al chiuso. Le tapparelle sono abbassate. Non c’è la stampa e non ci sono ficcanaso. Nessuno ha coperto il corpo. O di quello che ne rimane. Barillà si avvicina al letto, si infila in bocca una sigaretta ma non l’accende. La mastica come fosse una gomma. Sta cercando di smettere. Da venticinque anni.

Le uniche parti riconoscibili di quello che era un corpo di un uomo in piena forma fisica, muscoloso e leggermente abbronzato, sono un largo pene e metà di una faccia. Il pene, flaccido, è ripiegato all’indietro e riposa sulla coscia sinistra come un lumacone grasso e impolverato, morto stecchito in mezzo alla strada. Il volto è reclinato su di un cuscino fradicio di sangue. La parte rivolta verso l’alto non ha più forma. È un ammasso di carne, poltiglia rosa come quella che si trova in tutte le vetrine dei macellai sotto al cartellino che dice “Macinato fresco”. La parte sinistra, quella che poggia sul cuscino presenta ancora i lineamenti stanchi di un giovane sudamericano dagli inconfondibili tratti degli indios andini.

Il resto del corpo è uno strazio surrealista. Il torso presenta ecchimosi e lacerazioni ovunque. La cassa toracica è sfondata in più punti, così come la colonna vertebrale. Braccia e gambe sono spezzate in più punti, con le ossa che escono da muscoli e pelle. Due articolazioni sono contorte e un avambraccio così come una tibia vanno in direzione opposta a quella che l’anatomia suggerirebbe.

Barillà si guarda intorno. La stanza è inondata dalla luce che piove dai riflettori della Scientifica. Muri dipinti di bianco, stampe troppo colorate alle pareti, mobili da quattro soldi, una poltrona sfondata, un divano letto con un materasso bello rigido. Lì accanto un comodino con preservativi, due cazzi di gomma, un vibratore, un panino, gel lubrificante, un libro in spagnolo e una catasta di dvd porno. Sulla mensola l’unico oggetto che sembra esulare dall’ambientazione lavorativa. Una figurina in terracotta. Un nativo delle Ande, col suo poncho di lana grezza, il cappello con le treccine sottili che finiscono in due pon-pon gialli e un flauto di Pan appoggiato alle labbra carnose. Qua e là piccole abat-jour avvolte da foulard rossi, verdi, blu. La luce, si sa, fa atmosfera.

Il Commissario fissa le lampade e la bocca si storce in un rispettoso sorriso. La gente si arrapa, sogna i picchi dell’eros, perversioni afrodisiache e poi si ritrova a scopare in una monocamera umida al pian terreno, fra mobili dell’Ikea, lenzuola di sintetico e falli di plastica made in China.

La gente è strana. Molto strana.

I ragazzi della Scientifica hanno terminato i rilievi. Il loro capo si aggiusta gli occhiali dopo essersi sfilato la parte alta della tuta bianca. Spunta una testa con la peluria castana più angelica del firmamento con nel mezzo una pelata lucida come la coppa del mondo. Il tecnico si volta e punta subito il dito verso la panza di Barillà

– Vedo che la dieta funziona.

– Vaffanculo Fazzolari. Pensa alla Juve…

Touché. Tutte le volte che guardo una partita mi punisco da solo.

– Avete finito?

– Quasi.

– Conclusioni?

Fazzolari si aggiusta gli occhiali sul naso. La bonarietà del suo faccione e la goliardia nei suoi occhi d’improvviso scompaiono.

– Per quanto uno lavori e si faccia un’esperienza, c’è sempre da imparare. Mai avuto un caso così e non ho mai letto di un caso così. Non sono state usate armi da fuoco né armi da taglio. Dobbiamo ancora fare l’autopsia e attendere il risultato degli esami ma mi sento di poter dire che non è stato usato nemmeno un oggetto contundente.

– Che mi vuoi dire Fazzolari? Che quel mucchio di carne tritata è stato ammazzato a parole?

– No. È stato ammazzato a mani nude. Pugni e manate.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Paolo Ferraris
Paolo Ferraris è uno scrittore e fotografo italiano. Nato e cresciuto a Torino, Paolo ha vissuto buona parte della sua vita negli Stati Uniti (a New York e a Portland, Oregon). Le sue passioni sono i libri, le fotografie, i film, i viaggi, il formaggio e il vino rosso. I suoi passatempi sono le tempeste tropicali (quelle che non fanno danni), il Circo e l’esplorazione del Mondo, un sorriso alla volta.
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