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Dai recessi segreti del Vaticano, una scoperta archeologica libera un terribile agente patogeno che uccide e mummifica le sue vittime all’istante.

Il sedicenne Gian si ritrova orfano dei propri affetti a causa del virus Bitume e deve imparare a cavarsela. Soltanto quando riesce a mettersi in contatto con uno dei pochi esseri umani sopravvissuti, la speranza si riaccende: Robbie, una giornalista americana, è sola come lui, ma si trova dall’altra parte del mondo, a New York, e ha bisogno di aiuto. Il primo passo per raggiungerla sarà arrivare all’Atlantico attraversando mezza Europa, tra imprevisti, incontri e scoperte sempre più inquietanti sulla vera natura del virus che attanaglia il mondo.

PROLOGO

Il sole splendeva alto in cielo. Era una sfavillante giornata di luglio, di un anno che non ricordo.

Il rumore delle macchine non era ancora così stressante e questo mi permetteva di viaggiare con la mente, di fantasticare su qualsiasi cosa, di giocare con vite diverse e perdermi completamente in sogni fantastici e avventurosi, dove tutto era possibile e la paura non esisteva…

Uno sguardo alla sveglia che segnava le sei e trenta. Un lampo di realtà mi riportò al presente.

Scesi dal letto. Mi mossi con passi silenziosi, quasi in punta di piedi, per non svegliare i miei fratelli che dormivano profondamente.

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Adoravo svegliarmi la mattina presto. Tutto sembrava rallentato, ovattato, ha quasi una luce mistica in contrasto con il tempo che pareva scorrere ancora più spedito.

Impiegai qualche secondo a pensare se il mio compagno di gioco sarebbe stato in orario e,, senza rendermene conto era già passata più di mezz’ora.

«Bevi qualcosa?» Mia madre, sempre attenta a non farmi mancare mai niente.

«Caffè veloce, mamma, devo essere in campo per le sette.» La guardai mentre sospirava, intenta a caricare la moka.

«Con chi giochi?» rispose lei, girando la manopola del gas.

«Fabio.»

«Cosa vuoi da mangiare per pranzo?» Lo disse girandosi per squadrarmi e vedere come ero conciato.

«Boh… non saprei, pasta?»

«Uhm, va bene, stai attento… ciao!»

«Certo, a dopo.» Le mandai un bacio col palmo della mano, mentre ingoiavo il caffè, scottandomi la lingua.

Ricordo che una volta lasciò il babbo da solo a preparare la colazione. Ero sempre in ritardo. Il caffè lo prendevo praticamente in piedi, mentre uscivo dalla porta. Quella mattina lo bevvi salato.

L’uscio si aprì e la prima cosa che sentii fu l’aria mite, il sole non l’aveva ancora soffocata.

Qualche breve passo e fui in lavanderia, dove regnava l’odore di sapone. Diedi una sbirciata per controllare se ci fosse tutto, racchette, palline e una bottiglietta d’acqua piena a metà. Non si sapeva da quanto tempo fosse dentro la borsa, ma non mi preoccupai, al campo le fontane non mancavano.

Uscii chiudendo la fragile porta, massacrata più volte dalle innumerevoli pallonate scagliate da me e mio fratello Ste, senza mai lamentarsi una volta. A quello pensava mio padre, che per l’ennesima volta doveva sostituire il vetro. Finché, esasperato, decise di sostituirlo con una pellicola di cellophane trasparente!

Le bici erano lì vicino, immobili, accavallate una sopra l’altra. Presi la prima e la misi dritta. Una pedalata guardinga per vedere se fosse tutto in ordine.

Il vecchio cancello si aprì. Passai, che ancora mi stavo sistemando la sacca sopra la spalla. Tirai con la mano sinistra la traversa, attendendo con la testa infossata nelle spalle il grande botto, simile a un colpo di martello su di una lamiera.

Sguardo fulmineo sulla strada, non c’era nessuno, si poteva andare.

Nel paese regnava il silenzio. Il giornalaio e il bar erano aperti, salutai qualcuno che non guardai nemmeno.

Il sole cominciava a mandare i suoi raggi caldi sulla Terra. Prima arrivavano sul viso e una goccia di sudore scendeva sulla faccia.

All’entrata dell’oratorio c’era il mio amico, anche lui con la prima bici che aveva trovato e lo zaino in spalla, con il manico della racchetta che spuntava da sopra la testa.

«Ciao…» dissi sottovoce.

«Ciao…» rispose lui.

Eravamo di poche parole.

Si entrava, passando per un cancelletto arrugginito. Attraversammo un vecchio campetto da calcio dove le toppe spuntavano irregolari come i cappelli di tanti funghi appena nati.

Lo sguardo corse già sul terreno di gioco. Era composto da semplici lastre in cemento, dove il tempo aveva incastonato qualche ciuffo d’erba nelle fessure di giunzione. La nuova mano di vernice, di un colore scuro che ricordava la terra rossa parigina, lo aveva reso ancora più insidioso e abrasivo.

Era di vitale importanza non cadere, altrimenti la partita finiva e l’estate si sarebbe consumata con sanguinose escoriazioni da far rimarginare.

Un gesto d’intesa tra di noi, per decidere chi avrebbe servito, e si cominciò. Le palline, dure come sassi, rimbalzavano incessantemente prima di essere scagliate con veemenza oltre la rete o fuori dalla recinzione, perdendosi nell’erba alta, dove per magia venivano inghiottite, diventando invisibili anche a un radar militare.

La disputa scorreva veloce, tra colpi stupendi e giocate infantili. Nella mia mente regnava la gioia, la spensieratezza e la voglia di non smettere mai di giocare. Fino a quando le gambe non avrebbero più retto o, il sole di luglio ci avrebbe mozzato il fiato.

Il campanile della chiesa rintoccò il mezzogiorno. Tutto si bloccò, non c’era più punteggio né gioco. Si correva alle bici e, a tutta velocità, si tornava a casa ripassando per il cancello.

Lanciai la bici sopra le sue compagne.

Lavata rapida alle mani, con liberazione nervosa della borsa dalla spalla, più o meno nel punto in cui si trovava al mattino. E, sempre di corsa, entrai in casa per il pranzo.

Ricordo ancora la sensazione di felicità che dava la nostra cucina. L’odore della semplicità rimbalzava dalle stoviglie al grande tavolo apparecchiato con piatti e bicchieri spaiati, ma che sprigionavano colore e calore quando si iniziava a mangiare.

Le conversazioni erano le solite: il cibo buonissimo, le litigate con i miei fratelli, isteriche e scanzonate… Il babbo era sempre al lavoro e noi pensavamo solo a cosa si sarebbe fatto nel pomeriggio, ormai imminente.

Abbandonata la mamma nella sua prigione domestica, si ritornava a cavalcioni delle nostre biciclette che, per l’occasione, si camuffavano in bolidi da corsa con marmitte in cartone, uno stecco di legno del ghiacciolo incastrato nei raggi per fare rumore e finti acceleratori che ruggivano a batterie.

Le lacrime e le urla di Ste e Paul mi perseguitavano a ogni passo. Mi imitavano. Qualsiasi cosa facessi. Solo io però potevo andare dalla nonna. Solo io avevo il potere e l’età per partire per quella avventura.

La smania di raggiungerla era frenetica, quasi maniacale, come se il mio destino fosse già segnato. E in cuor mio lo speravo. Anche se non me ne rendevo conto, stavo vivendo i momenti più spensierati della vita, quelli che restano per sempre impressi nell’anima. Tanto da ricordare ancora gli odori che avevano i vecchi copertoni delle bici, gli odori dei fiori presenti nell’aria, gli odori delle stalle lungo la strada, l’odore sulle mani sporcate dalla plastica calda con le manopole del manubrio che si sbriciolavano a ogni impennata. L’odore della stagione, l’odore d’antico, di tutto quello che scorre via veloce ma che riconosci subito a memoria, come tante foto che scivolano su un rullino d’asfalto, schivando le buche e filando sulla terra…

Già la terra…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Grande ma,mai e poi mai credevo fossi grandissimo!

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Gianmario Lancini
È nato nel 1977. È sposato, vive a Zocco d’Erbusco, in provincia di Brescia, e lavora presso un cantiere nautico sul lago d’Iseo. “Bitume” è il suo primo romanzo.
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