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Blu. Il colore della verità

Blu. Il colore della verità
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Consegna prevista Gennaio 2023
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«Sul territorio della Repubblica è proibito: credere in dio, pregare, detenere e spacciare simboli religiosi di ogni genere e compiere gesti o proferire frasi che possano, in qualunque modo, essere ricondotti a un credo religioso»: tutti i giorni Giorgia inizia la scuola ascoltando questo ammonimento e seguendo l’ora di non-religione.
È un mondo angosciante quello in cui vive la bambina che sta per compiere 12 anni: devastato da incomprensibili guerre, scosso da incessanti flussi migratori, che ha trovato una sua effimera stabilità grazie ai Blu, i guardiani della Repubblica. La legge impone una laicità rigorosa ma, in segreto, c’è chi invoca l’aiuto di Dio. E oltre i confini chi uccide nel suo nome.
Giorgia dovrà imparare a camminare con le sue gambe in una realtà che va in pezzi. Il primo scoglio da superare è un suo folle, personalissimo, incomprensibile dramma personale. Si guarda e riguarda allo specchio, ma non riesce a capire di che colore siano i suoi occhi.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo romanzo per ricordarmi e ricordare a chi lo leggerà che i buoni sentimenti sono la guida più importante della nostra vita e fanno la differenza, anche e soprattutto nei momenti peggiori. L’ho scritto con il cuore, mettendoci tutto l’impegno e l’esperienza della mia passione: raccontare grandi storie. L’ottimismo, la speranza, la voglia di vivere sono sentimenti difficili da trovare e per questo c’è chi si arroga il diritto di definirli banali. Ma voi non credetegli, mai.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Dal Capitolo terzo

«Quel dolore»

Giorgia con il cuore che batteva un po’ più forte di quello che avrebbe dovuto s’incamminò lungo il viale che portava al fiume. Intorno a lei, a destra e sinistra, una fila interminabile di casette basse tutte diverse eppure tutte uguali. Qualcuna era bianca, qualcuna era giallina. Gli inquilini più fantasiosi avevano scelto il verde acqua, comunque colori chiari e delicati. Tutte avevano un tetto spiovente di belle tegole rosse e tutte avevano un prato ben falciato e curato. Su qualche balcone spiccavano coloratissimi vasi di gerani, alcuni giardini erano delimitati da una bassa staccionata di legno, altri avevano attorno una siepe di alloro profumato. In strada tanti bambini che giocavano, davanti alle case persone che annaffiavano le piante, altri che pareggiavano le siepi, altri ancora che leggevano su una sedia a sdraio. Molti salutarono, al passaggio di Giorgia, che rispose sempre educatamente con un sorriso e un cenno della mano.

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Dopo qualche minuto arrivò al vialetto che costeggiava il fiume. La corrente era forte e impetuosa, ma le sponde non erano poi così distanti tra loro, circondate da prati verdi e collegate, di tanto in tanto, da un ponticello di legno. Un po’ più a valle il corso d’acqua si abbassava di livello e, parecchi metri più in basso del piano stradale, si allargava a formare un laghetto che, su un lato, sfogava in una cascata. Alla sua base, tra spruzzi e nuvole di vapore, ripartiva il corso del fiume. Proprio in corrispondenza della cascata svettava un alto ponte. Sul lato opposto a quello da dove arrivava Giorgia, al centro di uno spiazzo circondato da un prato, c’era un piccolo monumento: su uno sperone di roccia una lastra di bronzo con un bassorilievo che raffigurava diverse persone in divisa avvolte dalle fiamme. Una targhetta di metallo recitava: «Ai martiri di Narendra, sul loro sacrificio si fonda la nostra Repubblica». Poco distante un chiosco di ghisa dipinto di un bel verde scuro, con luccicanti bordature dorate. Attorno tante persone che godevano degli ultimi raggi di sole di quella giornata di primavera, seduti a bere bibite e a mangiare gelati attorno a tavolinetti tondi, mentre ammiravano lo spettacolo dell’acqua che precipitava, allargandosi come un pennacchio. Altri passeggiavano sulle rive del fiumiciattolo, chiacchierando, in piccoli gruppi.

Giorgia percorse il ponte che attraversava diagonalmente la linea della cascata. Era emozionata, camminava piano, cercando di scorgere, vicino al chiosco, la figura di Steve, ma non le parve di vedere alcuna persona conosciuta. Si avvicinò al casotto, gli girò intorno. Avrebbe voluto prendere un gelato, ma non aveva soldi.

«Forse me lo offrirà Steve – si disse – quando arriverà. È ancora presto».

Rimase lì, a girellare, in mezzo alla folla. Passò una buona mezz’ora, ma non si vide nessuno, le persone iniziarono a diradarsi, la luce del sole scomparve, sotto un cielo che da rosa pallido iniziava lentamente, verso est, a diventare di un pastoso pervinca. C’era quella stessa luce, blu, turchese e rosata, pensò la ragazzina, che si vedeva in certe raffigurazioni del martirio di Narendra, con il gruppo di uomini e donne stremati, che combattevano sotto un cielo dalle tinte esotiche.

Giorgia si guardava attorno con ansia, non sopportava più quell’attesa, finché, mentre si levava un venticello gelido, apparve, in lontananza, la figura del ragazzone biondo.

«Finalmente», pensò, notando poi che non era da solo. Era circondato dal solito gruppetto, tre ragazzi e due ragazze, con il quale era molto difficile non vederlo. Di solito raccontava storie, si lasciava andare a considerazioni, faceva semplicemente lo spaccone beandosi di questo suo piccolo pubblico stabile e sempre plaudente.

Giorgia rimase interdetta. Non si aspettava che arrivasse in compagnia e non sapeva cosa fare. Rimase seduta sulla staccionata che delimitava il prato. «Adesso vedrà che sono qui».

Ma il ragazzo non aveva l’aria di cercare nessuno, si fermò vicino al chiosco, a raccontare chissà quale storia alla piccola comitiva.

Giorgia si mise accanto al monumento e cercò di attirare la sua attenzione. Attese un po’, poi riuscì a intercettare il suo sguardo e gli fece un saluto con la mano. Quello sembrò nemmeno accorgersene, poi la fissò ancora per un attimo, fece cenno di attendere ai suoi amici e si diresse verso di lei.

«Tu sei quella della condivisione – le disse con aria un po’ incerta – Giorgia Krauser, giusto? Ma che fai da queste parti?»

«Io, veramente, credevo che tu volessi vedermi», rispose ingenuamente.

«Io? – Esclamò il ragazzo – Io volevo vederti? Ti stai sbagliando». Steve la guardò con aria interrogativa, sul viso aveva un’espressione indefinibile. Forse stava valutando se, effettivamente, aveva detto qualcosa che poteva essere interpretato nel modo che diceva la ragazzina. Poi la squadrò, dall’alto in basso. Giorgia trovò quello sguardo orribile, offensivo. Steve la stava guardando come un macellaio guarda un pezzo di carne, la stava soppesando, valutando. Non come una persona, ma come un oggetto.

«No – disse sottovoce con aria quasi rammaricata il giovane – non credo proprio di averti potuto chiedere un appuntamento. Io, qui al chiosco delle bibite, vengo tutte le sere. Qui ci sono tutti i miei amici. A te, invece, non ti vedo mai». Si girò verso la piccola corte e notò che quelli lo fissavano con aria interrogativa.

«Lo hai detto a Manila, Luisa e Nicoletta – tentò di spiegarsi Giorgia – Hai detto a loro tre che avresti voluto vedermi qui, oggi».

«Manila? Manila chi?», rispose Steve con aria poco simpatica. E si girò di nuovo a guardare gli amici che lo fissavano. La sua espressione cambiò, da interdetta divenne dura.

«Sai – disse rivolto a Giorgia – io non solo non ti ho mai dato un appuntamento, ma proprio non posso permettermi di dare un appuntamento a una come te». Si interruppe un attimo, tornò a squadrarla dall’alto in basso e si mise le mani sui fianchi: «Forse tu volevi vedermi e ora ti stai inventando questa storia».

Giorgia si sentì come paralizzata. Ma che succedeva? Le cose non stavano assolutamente andando come credeva. Aveva immaginato qualcosa del tipo: «Ciao come stai? Che musica ti piace sentire?» Chiacchierare un po’ e terminare con un normalissimo: «Ci si vede in giro, eh?» E un sorriso.

Ma nessuno stava sorridendo.

Steve fece un cenno con la mano e chiamò il gruppetto di amici che si avvicinò trotterellando.

«Scusate – domandò – ho l’aria di uno che chiede appuntamenti a ragazze tanto più piccole di lui?».

I tre lo guardarono con aria interrogativa, le due, decisamente più grandi di Giorgia, scoppiarono a ridere.

Lei non sapeva cosa dire e rimase, immobile, sotto lo sguardo di quelle sei paia di occhi che la stavano osservando come se fosse un film comico. In fondo in quel gruppetto avevano pochi anni più di lei, ma a quell’età sono anni che contano. I ragazzi avevano un’espressione un po’ annoiata. Le due ragazze, vestite alla moda, con fuseaux e scaldamuscoli alle caviglie, avevano lo sguardo incuriosito. Una delle due, la più alta, portava stivaletti con il tacco, si accarezzò i lunghissimi capelli neri e luccicanti di gel: «Belle scarpe», disse a Giorgia guardandole i piedi con l’espressione di chi osserva un topo morto. Lei rabbrividì, pensando a quanto dovessero apparire squallide le sue calzature color sabbia «tutti i giorni» con la suola a carro armato. La ragazza con i capelli impomatati si rivolse poi a Steve: «Caro, se vuoi tradirmi fai pure. Ma ti prego non con una così». Il gruppetto rise, a lungo.

L’altra, bionda, osservò la ragazzina: «Steve – disse – ma di che stiamo parlando? Chi è? Quella della pietosa condivisione di oggi, la madre della Patria? Vuoi davvero che ci portiamo dietro questa qui?» Domandò con voce acuta e contrariata, facendo poi esplodere un palloncino di gomma americana.

Giorgia, con la coda dell’occhio, vide che anche altri la fissavano. A due passi da lei c’erano Manila, Luisa e Nicoletta che si godevano la scena e ridacchiavano. Fu aggredita, in maniera improvvisa e selvaggia, da quella sensazione di distacco tra anima e corpo che la colpiva ogni tanto. In un attimo si sentì fredda, quasi addormentata, come se non fosse presente a quello che stava accadendo. A Giorgia pareva di essere da sola, nella sala enorme di un qualche cinema, a sgranocchiare popcorn, mentre assisteva alla scena di un film nella quale una ragazzina dodicenne viene ferocemente presa in giro da un gruppo di compagni e compagne.

«Mi spiace – disse Steve con l’aria da bullo – un’altra volta se ti va di attaccare discorso, inventa una scusa migliore» e fece per allontanarsi. Poi ci ripensò, si girò e completò la frase: «Inventa una scusa migliore, secchiona svitata». E tutti scoppiarono ancora in una feroce risata. Uno dei ragazzi disse qualcosa sulla sciarpa della ragazzina, un altro sul suo giaccone. Ridacchiarono tutti, a lungo, poi smisero di trovare divertente quel comportamento, anche perché non provocava alcuna reazione. E finalmente decisero di andare via.

Mentre si allontanavano Giorgia vide Steve piroettare, ruotando su sé stesso, mentre diceva, con un’espressione da pupazzo e la voce artefatta: «Le divise hanno fatto una scelta di giustizia e libertà», nell’ilarità generale. Stava chiaramente prendendo in giro la condivisione della mattina. Giorgia li sentì ancora ridere a lungo, mentre continuavano a ripetere, o forse sembrava a lei così, le parole: «Secchiona svitata».

Le pareva di essere paralizzata, non le riusciva di muovere un muscolo. Continuava a sembrarle che quella non fosse la sua vita, ma solo un brutto film. Poi si sentì come se stesse per andare a fuoco, a un passo da lei le tre amiche del cuore lanciavano gridolini divertiti. Manila, fissandola in viso, le si avvicinò ancora un po’ e poi: «Si è truccata per Steve, guardate come si è conciata!» E ancora risate. «Con tutto quel rossetto voleva lasciargli un bacio stampato sulla guancia», gridò Nicoletta con voce acuta. «Sì – aggiunse Luisa – forse voleva chiedergli di sposarlo». Le risate continuarono a lungo.

Giorgia non aveva né la voglia né la forza di reagire. Rimase solo lì immobile, in piedi vicino al monumento dei martiri di Narendra, aspettando che quelle persone che la prendevano scioccamente in giro si allontanassero, senza aprire bocca, senza fare un movimento.

Quando il fragore delle risate smise di rimbombargli nella testa, e ci volle un bel po’, le riuscì di uscire dal cinema dove proiettavano la storia della sua vita. Girò il viso e si guardò intorno. Steve e la sua corte non si vedevano più, erano sparite anche Luisa, Manila e Nicoletta. Il sole era ormai tramontato, vicino al chiosco poche persone che si allontanavano. Due camerieri stavano impilando seggiole e tavolini. Sul prato vicino al fiume non c’era quasi più nessuno.

Giorgia si sentiva svuotata, spossata. Mosse qualche passo incerto, si stropicciò gli occhi e si passò le mani sul viso. Poi le guardò: tremavano ed erano striate di nero e di rosso. Pensò che doveva sembrare un clown. E nemmeno di quelli belli. Il suo sguardo si poggiò sul bassorilievo di bronzo del monumento: gli occhi senza pupille di dieci eroi ed eroine della Repubblica la stavano fissando, brandivano fucili e pistole, nello sforzo dell’estremo sacrificio. Avevano la bocca aperta, come se stessero gridandosi frasi di incitamento. Sotto ogni singola figura era inciso un nome: capitano Edmund Pilker, tenente di vascello Attilio Bianchi, capitano Mark Ronson. In una posizione più alta c’era il sergente Elena Rostock, che brandiva l’immancabile carabina. A scuola aveva studiato che quei militari, l’equipaggio di una nave di soccorso della Repubblica, erano tutti morti difendendo disperatamente un gruppo di civili disarmati aggrediti da un esercito di fanatici religiosi. Cercò di ricordare la storia dei martiri di Narendra, nel tentativo di scacciare la rabbia e la vergogna che sentiva martellare dentro di lei. Ma le riuscì solo per un attimo. Si domandò come possono delle persone scegliere deliberatamente di morire, cercando di aiutare altre persone il cui destino è già segnato. A che serve sacrificare la vita, se nessuno ne ha un vantaggio?

Poi fu presa da una rossa collera disperata, venata di gelide strisce bianco ghiaccio. Ma come aveva fatto a prestarsi a quel ridicolo scherzo? La storia dell’appuntamento, Steve che voleva vederla, tutte le sciocchezze che le aveva raccontato Manila. «Come mi è venuto in mente di truccarmi?» Si chiese, guardandosi le mani sbaffate di colore. E subito si rispose: «Perché sono stupida. Il signor Reder dice che sono matura, che sono avanti. E invece no: sono solo una bambina stupida. Una bambina grassa, brutta e stupida. Una ridicola secchiona svitata».

Si incamminò, barcollando, verso il ponte dove l’aria era più fresca. Si appoggiò al parapetto, sfilandosi dal collo la sciarpa che la mamma le raccomandava sempre di non togliere e inspirò a pieni polmoni. Dalla cascata si alzava una nuvola di vapore. Sentì che le si inumidivano il viso e i capelli. I suoi orrendi capelli rossicci appiccicati alla fronte. «Così – pensò – si appiccicheranno ancora di più». Poi guardò oltre il parapetto. Il ponte era alto: dal bordo all’inizio della cascata c’erano una trentina di metri, poi lo sguardo si perdeva in una nuvola di spruzzi che diventava via via più scura per terminare in un abisso nero opaco. Giorgia si guardò intorno. Non c’era nessuno. Si mise seduta sul parapetto, con le gambe che penzolavano nel vuoto. Osservò le sue scarpe color sabbia «tutti i giorni» che si stagliavano su quel buco nero che sembrava fosse il centro della sua vita. La sciarpa colorata che le aveva regalato la mamma le scivolò lentamente dalla mano e scese, dondolando e avvitandosi, verso il basso.

Il vapore che saliva dalla cascata le aveva ormai completamente bagnato il viso, Giorgia se lo strofinò bene con la mano, per cancellare ogni traccia di quel ridicolo trucco. Respirò, a fondo, più volte. Poi guardò l’immenso, profondo abisso nero sotto di lei.

E non le parve poi così brutto.

2022-05-15

Aggiornamento

La voce amplificata tornò a parlare: «Ricordiamo a tutti che, sul territorio della Repubblica, è proibito: credere in dio, pregare, detenere e spacciare simboli religiosi di ogni genere e compiere gesti o proferire frasi che possano, in qualunque modo, essere ricondotti a un credo religioso. Chiunque, volontariamente o involontariamente, si trovi in possesso di simboli religiosi può liberarsene anonimamente, senza imbarazzo, depositandoli nell’apposita cassetta posta all’ingresso della scuola. I simboli saranno distrutti con spese a totale carico dello Stato». E concluse: «Che lo spirito della Repubblica ispiri ogni vostra azione, buon lavoro a tutti». Il romanzo «Blu. Il colore della verità» di Antonio Angeli racconta di una società, in un probabile, vicino futuro, nel quale le religioni, dopo una sanguinosa guerra, sono state proibite. Leggi le anticipazioni su «Blu. Il colore della verità». Prenotando una copia è possibile accedere alla bozza del libro; se hai suggerimenti sulla storia o l'ambientazione puoi inserirli nello spazio «Commenti». Ogni suggerimento è prezioso e graditissimo.
2022-05-15

Il Tempo

Un romanzo da non perdere: "Blu. Il colore della verità", libro d’esordio dell’ex collega de Il Tempo Antonio Angeli Se i buoni sentimenti sono guida della nostra vita L'articolo di Antonio Siberia

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Antonio Angeli
Antonio Angeli, classe 1958: sono un grafico, vignettista, giornalista, critico cinematografico e letterario. Per anni ho curato le pagine culturali del quotidiano Il Tempo, raccontando con i miei articoli gli aspetti segreti e curiosi dell’attualità. Il primo obiettivo è sempre stato «uscire dal coro», per dare le notizie in modo diverso dagli altri.
Ho avuto una formazione tradizionale: studi classici, poi scuola di grafica e tanta esperienza sul campo, negli ormai lontani Anni Ottanta, vivendo in prima persona la liberalizzazione, esaltante e un po’ caotica, del mondo della comunicazione nel nostro paese. In contemporanea una formazione decisamente meno tradizionale, divorando ogni tipo di letteratura, con un particolare amore per i profeti di un futuro che rapidamente è divenuto passato: Dino Buzzati, Ray Bradbury, Isaac Asimov.
Scrivere è da sempre la mia più grande passione.
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