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Blu Speranza

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Consegna prevista Marzo 2025

Blu è il colore del mare, essenziale come l’aria per chi, come Delfina, in Sicilia ci è nata e cresciuta. Le sue giornate estive a San Vito lo Capo trascorrono vivaci fino a quando la sua vita viene spezzata da una terribile violenza, lo stupro. Risulta difficile per le persone che la circondano affrontare questi argomenti e molti di loro pur essendo “per bene” trovano più comodo non parlarne. Dalla violenza nasce Speranza, che crescerà con una visione della vita influenzata dall’infelicità della madre. Ma il Blu è anche il colore che simboleggia l’armonia, la calma, la pace, elementi che porterà nella vita di Speranza uno strano professore, Freddy, per lei estraneo ma che sembra conoscerla così bene da riuscire, dopo diverse peripezie, a scaldarle il cuore. Con un viaggio nell’incantata Val Genova, in Trentino, dove le acque gelide che scorrono abbondanti sembrano trascinare con sé tutti i mali, e tra boschi, ghiacci e cascate, Speranza troverà la risposta a tutte le sue domande.

Perché ho scritto questo libro?

Dopo una breve ma intensa esperienza come volontario nelle carceri e sentendo i continui fatti di cronaca, mi interrogo spesso sulla natura umana e voglio sperare che nella vita di chi commette violenza ci sia la possibilità di fare del bene, pur con la consapevolezza che sia impossibile ristabilire l’equilibrio ormai rotto. Ho la speranza che nemmeno una vita venga sprecata a far del male e la consapevolezza che nulla come la Natura possa avere sull’animo umano un effetto salvifico.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1

Sicilia

Fine estate 2015

Il treno procedeva ormai stanco, sbuffando lungo quella vecchia strada ferrata, arrancando sugli ultimi chilometri.

La sua andatura, in costante e progressivo rallentamento e il caldo soffocante, proiettarono nella mente di Frederic l’immagine delle ruote d’acciaio del convoglio che andavano gradatamente fondendosi sui binari roventi, facendolo rallentare fino al punto di arrestarsi e morire lì, in quell’ultimo lembo di terra italica dove da tempo immemorabile tutto arrivava in ritardo, un ritardo cronico e ineluttabile tanto da essere accettato da chiunque e da non ingenerare più indignazioni, fastidi, lamentele, proteste.

Nessun Intercity, nessun “Freccia” di vario colore a collegare gli ultimi capoluoghi italiani. In Sicilia, per collegare le due estremità ci si mettevano tredici ore e in quella parte di Sicilia, per fare gli ultimi cento chilometri se ne impiegavano almeno tre, come cinquant’anni prima, viaggiando su vettori sgangherati dal nome desueto. Littorine e vagoni dai profili goffi, disegnati e progettati da ingegneri ignari dei principi dell’aerodinamica. Carrozze dai tristissimi colori grigio/verde a cui modesti graffitari locali avevano cercato, senza grandi successi, di dare un aspetto più accettabile con disegni e colori della street art.

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In quella parte di Sicilia il tempo era dilatato e trascorreva molto più lentamente. Per questo anche i ritmi di vita procedevano di pari passo e quei treni sembravano non crearsi il problema del tempo e della puntualità. Procedevano lenti attraversando paesi fantasma, paesi simili ai villaggi dei vecchi film western dove i tumbleweeds di vegetazione locale giocavano, spinti dal vento, a rincorrersi nelle stradine polverose. Paesi dove gli unici personaggi che si potevano incontrare non erano sceriffi e cowboys ma malinconici vecchietti che, al posto della stella al petto e degli Stetson in testa, indossavano piccoli crocefissi sul bavero delle loro vecchie giacche stropicciate e coppole usurate e sgangherate incapaci di proteggerli dal sole; ometti dall’incedere incerto e lento, troppo soli e troppo stanchi per andarsene via da quel mucchietto di case sperse e sparse nelle campagne della Sicilia occidentale.

Quel viaggio era durato tanto, più del previsto, troppo.

Partito da Torino con uno dei treni più moderni, confortevoli, veloci e all’avanguardia, man mano che scendeva lungo lo stivale, Freddy, come erano soliti chiamarlo ormai quasi tutti quelli che lo conoscevano, era stato costretto a cambiarne diversi e sempre al ribasso, fino ad arrivare all’ultimo tratto, gli ultimi dannati cento chilometri su quella littorina che si stava trasformando in una bara metallica diretta verso un forno crematorio chiamato Trapani. Un forno ventilato dallo scirocco con i suoi quarantacinque gradi.

I sedili del convoglio erano in finta pelle, anzi, in misto pelle, visto che, sopra il primo strato di effettiva finta pelle, si erano appiccicati, nel corso del tempo, diversi altri strati di vera pelle, quella umana, depositata ad ogni viaggio dai passeggeri che, non potendo permettersi mezzi più confortevoli con l’aria condizionata, viaggiavano seminudi lasciando i propri strati di tessuto epiteliale.

L’unica aria condizionata presente in quella porzione di Africa itinerante su rotaie era quella rovente portata dallo scirocco. Tutto il treno era uno spaccato del continente nero. Il vento del deserto sembrava aver portato con sé anche le lingue e gli idiomi della zona subsahariana. Freddy sentiva parole a cui non sapeva dare significati, ascoltava discorsi di cui non capiva nulla, che lo facevano sentire uno straniero in patria. Ogni tanto si guardava attorno per dare un volto a quelle voci. Vedeva dei poveri cristi immaginandoli essere in viaggio verso chissacché o di ritorno da chissà dove, in fuga da chissà quali drammi guerre e carestie. Ambulanti, richiedenti asilo politico, fuggitivi, disperati, delinquenti. Emigranti di vario genere in cerca di fortuna in una terra, ironia della sorte, sfortunata. Quella terra paragonata da Freddy ad una bellissima madre con dei figli degenere. La Sicilia, terra che conosceva da tempo, appariva ai suoi occhi ricca, generosa, prospera. Purtroppo, in tutta la sua storia i suoi colonizzatori, dominatori, abitanti e cittadini non l’avevano valorizzata come meritava ma solo sfruttata, inquinata, bruciata e spremuta fino a farla impoverire, invecchiare, intristire, in attesa della morte. E mentre molti andavano via, lui stava ritornando seguendo un richiamo al quale non poteva più sottrarsi.

Durante tutte quelle ore di viaggio Freddy aveva rivolto a sé stesso più volte la stessa domanda: Perché? Perché così? Con l’aereo sarebbe arrivato in poche ore e invece…

Ma adesso, a pochi chilometri dalla destinazione, guardando fuori dal finestrino, i panorami che gli si offrivano sembravano dargli tutti la stessa risposta; quella di cui egli, in realtà, era già a conoscenza dall’inizio, quella di cui egli era già a conoscenza da sempre.

Quello che Freddy aveva iniziato a compiere in realtà non era soltanto un viaggio in un luogo… ma anche e soprattutto un viaggio nel tempo.

San Vito lo Capo

23 luglio 1998

Buongiorno Mr. D

Capisco che 15 anni sono un po’ tanti per mettersi a scrivere un diario segreto ma in fin dei conti che mi importa?! Mi sento un po’ bambina e qui posso permettermi il lusso di non vergognarmi di nulla.

Sento il bisogno di scrivere, di parlare di me con qualcuno e trovare la persona giusta per far questo non è facile, anzi credo sia impossibile. Allora ho deciso di crearmelo io l’interlocutore perfetto. Sei tu: il mio diario.

Mi presento, sono Delfina, ho 15 anni e sono molto contenta di scriverti.

Il mio non è un nome comunissimo e infatti tutti al momento della presentazione non riescono a dirmi “piacere” e basta. C’è chi fa la battuta spiritosa, c’è chi fa quella cretina, c’è chi mi chiede il perché i miei genitori abbiano scelto questo nome per me. Ormai ci ho fatto il callo. A me piace perché adoro i delfini. Sono animali bellissimi, intelligenti e vivono in mare. Il mare è il mio elemento naturale. Vivendo qui a San Vito ho la fortuna di avere il mare più bello del mondo e ritengo di essere più brava a nuotare che a camminare. Anche se mia madre lo nega sono sicura di essere stata partorita in acqua perché è lì che mi sento veramente a mio agio. Quando nuoto sto bene e non penso a nulla. Soprattutto non penso alla cattiveria umana che invece di solito mi circonda sulla terraferma.

Forse è anche per questo che mi sono voluta affidare a te caro diario. So che di te mi potrò fidare. Ho bisogno di parlare, di sfogarmi, di rivelare i miei segreti e ho visto che le persone, per quanto ti dicano di volerti bene, alla fine ti tradiscono.

Come Agata…

Devi sapere caro Mr. D… posso chiamarti così? Mr. D inteso come Signor Diario. È più bello no? Ti chiamerò così. È deciso.

Dicevo: devi sapere, caro Mr. D, che Agata era la mia migliore amica. Facevamo tutto insieme. Insieme a scuola, dove siamo state per anni compagne di banco fin da piccole, insieme al mare condividendo stesso ombrellone e telo, insieme alle feste, insieme persino a mangiare e a dormire, insieme anche in bagno. Abbiamo condiviso tante esperienze e le sono stata sempre vicina nei momenti difficili. Pensavo fosse come una sorella e invece qualche giorno fa è riuscita a pugnalarmi alle spalle senza nessun problema.

Mi ero presa una cotta micidiale per Stefano. Stefano è il fratello di un’altra nostra compagna che frequenta il quarto anno di Ragioneria a Trapani. È bellissimo e ogni volta che lo vedo sento il cuore che comincia ad andare per i fatti suoi. Non lo controllo, sembra un tamburo impazzito. Non ho mai avuto il coraggio di parlargli, né tantomeno confidargli questo mio sentimento per lui. Trovavo un po’ di sollievo a sfogarmi con Agata. Le raccontavo dei miei sentimenti, dei miei sogni, di quello che avrei voluto fare con lui. Pensavo che queste mie confidenze rimanessero in cassaforte e invece un bel giorno lei è andata da lui a raccontargli tutto. Il problema non sarebbe tanto questo. Il fatto è che ha continuato a parlare raccontando cose di me non vere allo scopo di evitare un possibile avvicinamento tra me e lui. Gli è andato a raccontare che io sono ancora una bambina, sotto tutti i punti di vista e non sarei in grado di soddisfare un ragazzo come lui. Gli ha detto che con me lui sfigurerebbe e che merita una vera donna. Insomma, alla fine tutto questo per convincerlo che la ragazza giusta per lui era lei e non io. Ma perché tutto ciò?? Non sarebbe bastato dirmelo che piaceva anche a lei? Ne avremmo potuto parlare da vere amiche per affrontare il problema. Magari avrei anche rinunciato a Stefano per non mettere a repentaglio la nostra amicizia e invece lei ha tramato alle mie spalle per mettermi in cattiva luce.

Ho pianto per più di una settimana ma adesso l’ho superata. Purtroppo, adesso sono sola. Un’amicizia non si sostituisce o rinnova dall’oggi al domani. Ci vuole tempo e per adesso io non ho neanche la voglia di cercare un’altra amica. Sono delusa. Non credo più all’amicizia e all’amore. Ho voglia soltanto di scrivere ciò che sento e l’unico con cui posso farlo senza correre rischi sei tu Mr. D. Grazie per avermi ascoltata. Adesso devo andare. Tornerò a scriverti più in là.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Nicola Coccellato
Sono nato in Sicilia, a Trapani, nel 1973 e sono vissuto lì fino all'età di 45 anni, esercitando la professione di avvocato e di insegnante di materie giuridiche. Poi, un viaggio di piacere mi ha fatto scoprire la Val Rendena, in Trentino, un luogo di cui mi sono innamorato soprattutto per la sua natura. Come uno scherzo del destino dopo poco tempo mi si è presentata una proposta lavorativa che ho deciso di accettare come una sfida. Qui adesso vivo con la mia famiglia. Quando posso ritorno al mio paese d'origine, spinto dal richiamo del mare, del cibo, degli amici d'infanzia, ma con l'animo pieno di silenzi e tesori fatti di acqua e pascoli, di boschi, di rocce e ghiacciai millenari della meravigliosa terra trentina. Il mare e la montagna: due elementi così diversi, che porto dentro e che amo descrivere nei miei libri, come nel mio primo romanzo "L'uomo delle scarpe Rosse".
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