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Brutte Persone

Brutte Persone
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Consegna prevista Settembre 2024
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Ismaele Saraceno è un uomo con tratti antisociali della personalità. Vive a Rimini in un appartamento a canone calmierato per cui non avrebbe titolo. Vende jeans falsi e si prende cura di un gatto che lo guarda con biasimo, mentre aspetta di accumulare abbastanza denaro per andare a vivere in Sud America.

Marta è una ragazza madre in fuga da un passato complicato e da un ex psicopatico. Ismaele ne rimane sedotto, tra i due nasce una relazione, ma il suo istinto continua a suggerirgli che qualcosa non quadra, qualcosa che lo costringerà a cambiare i suoi piani per il futuro.

In questo romanzo sono contenute le storie di tante persone, storie che si incrociano e si respingono, un caleidoscopio di personalità occupate a mettere in scena il loro personalissimo trauma. Sono tutte “brutte persone”, compresi i protagonisti, ma per capire loro sarà necessario passare per un colpo di scena che cambia ogni prospettiva.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché mi affascina come nelle relazioni sentimentali si sommino i traumi personali, a volte curandosi a volte diventando qualcosa di ancora più complicato. Volevo mettere in scena qualcosa di più dei semplici disagi emozionali, volevo raccontare di veri e propri disturbi della personalità, di quegli stati che si agitano minacciosi, non visti, sotto la semplice definizione di “brutte persone”, ma che avrebbero bisogno di essere riconosciuti e curati.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

C’era questo gatto, Lello, un norvegese dal pelo lungo. Non era il mio gatto, non più di quanto io appartenessi alla trattoria vicino casa. Passava per mangiare e nel resto della giornata si faceva i fatti suoi. Non crediate però che io sia diventato il suo ristorante preferito dall’oggi al domani.

Abitavo al piano terra di un condominio. Venne a bussare alla mia finestra un inverno di qualche tempo fa. Era guercio, spelacchiato, pieno di parassiti, con un orecchio bucato e affamatissimo. Da offrirgli avevo solo una lattina di cibo per cani, di quelle grosse, ereditata da chissà quale spesa sbagliata. La finì in pochi minuti senza fare complimenti. La stessa scena si ripetè uguale per qualche giorno, anche se nelle successive visite trovò cibo per gatti. Un mio scrupolo, per lui sarebbe stato lo stesso, qualsiasi cosa gli facessi trovare lui la divorava come fosse l’ultimo pasto della vita.

Fu proprio questo attaccamento alla sopravvivenza a colpirmi e a farmi decidere di portarlo da un veterinario, che lo rasò, lo castrò e lo vaccinò. Tornando a casa mi fissò per tutto il viaggio dalle sbarre del trasportino. L’occhio guercio conferiva un che di biasimo nella sua espressione. Bel servizio mi hai fatto.

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Il veterinario, tra le altre cose da fare e comprare, mi consigliò di tenerlo chiuso da qualche parte, almeno fino a che non fosse passato l’effetto dell’anestesia. Stanze in più da tenere chiuse non ne avevo, così lo portai in cantina per la notte. Il giorno dopo ebbi un’altra prova del carattere indomito del felino. Era così follemente aggrappato alla sua libertà da riuscire a raggiungere una bocca di lupo a due metri e mezzo di altezza. Il muro sotto la finestrella era pieno dei graffi lasciati nel tentativo di raggiungerla. Doveva averci provato tutta la notte mentre si riprendeva dall’anestesia. Lo liberai subito, sicuro di non rivederlo più. Invece la sera stessa tornò a bussare alla mia finestra, puntuale per la cena.

Anche se lo avevo pelato, narcotizzato e castrato, tra noi si creò un certo rapporto. Non il classico legame tra animale ed essere umano, più che altro eravamo buoni conoscenti. Coccole e grattini non ne voleva. Alle vocine e ai vezzeggiamenti rispondeva guardandoti in tralice con quella sua strana espressione che sembrava dire: “Ma sei scemo?”

Gatto atipico Lello. A proposito, gli diedi quel nome perché mi sembrava adatto ad un vecchio scontroso e comunque quando lo chiamavo così si girava. Non era strano solo con le persone, lo era anche con tutti gli altri gatti. Quando litigava ad esempio, e lo faceva spesso anche dopo aver perso i testicoli, non si esibiva in tutto quel soffiare e strillare tipico della sua specie. Si faceva sotto all’avversario senza fare versi e poi tirava un gancio artigliato sul muso del malcapitato.

Il massimo della confidenza che Lello mi concesse negli anni, oltre a mangiare quello che gli davo, fu di fermarsi a dormire sotto le mie finestre, con l’innegabile vantaggio che nessun gatto venne più a pisciarmi nel giardino. Neanche lui lo faceva. Guidato dalla sua rara intelligenza si serviva del giardino del vicino per tutti i suoi bisogni.

Un gatto concreto. La famosa sera in cui una granata fece saltare in aria il mio salotto i primi intervenuti notarono subito le sue impronte sull’intonaco, trasferito completamente dai muri al pavimento. Andavano dalla finestra in frantumi all’armadietto in cui tenevo il suo cibo. L’esplosione aveva divelto il mobile, alla busta delle crocchette “quaglia e melograno” ci aveva pensato lui. A una certa ora Lello doveva mangiare, cascasse il mondo.

Primo capitolo

Marta

Al mio risveglio starnutisco. Non so nemmeno io quando ho cominciato, di sicuro prima che arrivasse la mezza età. Non una volta, minimo una decina, ma ci sono mattine in cui posso andare avanti anche mezz’ora. É il segnale che ho finito di dormire, non importa che io mi senta riposato o meno.

Strano no? Nessuno comunque se n’è mai lamentato, per il semplice fatto che ho sempre vissuto solo. Sarebbe difficile per una compagna accettare di poter essere svegliata senza soluzione di continuità a qualsiasi ora indecente del mattino, magari alle cinque. Anche russare è brutto, ma le coppie trovano piccoli rimedi, tra cui la sopportazione. Uno starnuto alle 4.50 di notte invece è come un colpo di fucile nel totale silenzio. Una raffica poi, non ne parliamo.

Non è la ragione principale per cui non ho mai voluto dividere casa con nessuno, ma mi pare un buon motivo. Mi fa quasi sembrare altruista. Ho sempre vissuto solo e all’inizio di questa storia vivevo in due stanze più servizi al piano terra di un condominio enorme, verde. Non un verde normale, un verde con motivi mimetici. Non era stata una scelta intenzionale. Sono quelle situazioni che scaturiscono dagli appalti al massimo ribasso. Pochi soldi e lavori fatti male. Nel caso specifico l’intonaco era stato rasato male, per coprirlo era stata scelta una vernice scadente e voilà. Fosse stato un condominio a ridosso di un bosco sarebbe risultato invisibile. Case popolari, si usa dire, in realtà abitazioni a canone calmierato. Formula diversa, stessi difetti.

Abitavo nell’entroterra di una cittadina di mare, Rimini, che a me piaceva più d’inverno che d’estate. Meno folla, anche se i residenti invernali stavano crescendo. Non mi piace la gente, ma di questo se ne stava occupando da qualche anno il mio psicologo.  Era un po’ preoccupato per i miei tratti antisociali, così diceva. Sosteneva fossi un misantropo, egocentrico, insensibile alle esigenze sociali e bla bla bla.

Io più che altro mi sentivo un creativo. Qualche regola la infrangevo, altre me le inventavo ed avevo molto a cuore la privacy, soprattutto la mia. Perché continuavo ad andare da Alberto se non credevo nelle sue diagnosi? Non lo so, forse per fare due chiacchiere e con questo dimostrargli che non ero asociale. All’epoca dei fatti poi suo figlio Luigi si stava laureando in legge anche con il mio contributo economico. Mica puoi togliere l’appoggio alla persone, così, da un momento all’altro.

Questo è quello che più o meno serve sapere di me rispetto al motivo di come sia stato possibile che mi sia esploso il salotto. Non sono mica io la causa di tutto. Non sarebbe successo nulla se non avessi conosciuto Marta, la siciliana.  Che provenisse dalla Sicilia non era la cosa che la definiva meglio, ma, come ho detto, il condominio dove vivevo era piuttosto grande e i nomi me li scordo facilmente. Per esigenza di scarsa memoria e inventario di solito ci aggiungo anche la provenienza. La siciliana, il calabrese, la famiglia tunisina. Che non vi venga in mente di darmi del campanilista o del razzista. Odio tutti allo stesso modo, anche me stesso. La siciliana, dicevo, ebbe il ruolo principale nella faccenda della granata. Non del tutto consapevolmente, devo ammettere, ma in ogni caso lei stessa cos’altro era stata se non la personificazione di un innesco? Non fosse successo questo sarebbe successo altro.

La parola che identifica meglio Marta è concupiscenza. Era ed è capace di ispirarla in qualsiasi essere umano. Le prime ad accorgersene furono le donne del condomino che, a difesa del territorio, pensarono di esorcizzarla ricoprendola di maldicenze e disprezzo ingiustificato. La moglie del calabrese e la badante del vecchio romagnolo, di solito cane e gatto, arrivarono a stringere una temporanea alleanza per contrastare l’intrusa.

Era bella? Si può dire che lo fosse. Capelli talmente neri che i riflessi parevano blu, lunghi, ricci e occhi scuri dal taglio lungo, mediorientale. Possedeva uno di quei nasi che sono ad un niente dall’essere considerati grandi, ma ancora non lo sono e quindi risultano particolari, donano fascino. Labbra piene da sembrare atteggiate a broncio di bimba. Non alta, ma ben proporzionata. Tranne che per il seno, quello era più sul generoso. Non era però nel suo aspetto la vera magia. L’attenzione che otteneva da tutti diventò presto una questione che mi diede da riflettere. All’inizio pensavo potesse essere una questione chimica, forse ferormoni. Va a capire.

La prima ad avvertirmi del nuovo arrivo nel condominio fu la moglie polacca dell’abruzzese, che in effetti svolgeva da tempo il ruolo di vedetta. Si era assunta da sola, non percepiva compenso, ma si comportava come un’impeccabile professionista. Aveva allestito due postazioni da cui controllava tutto il territorio condominiale. Una era la sua finestra di casa, strategicamente affacciata dal terzo piano all’ingresso principale. Il perimetro interno del verde comune invece era gestito come una postazione mobile, facendo pisciare il cane. Con il tempo e con il riconoscimento implicito del suo ruolo, le era cresciuta tra le mani anche una rete spontanea di informatori. Per capirci, se succedeva qualcosa di grave nel condominio, i Carabinieri andavano a bussare alla sua porta ancora prima di fare un sopralluogo ufficiale. Svolgeva anche ruolo mai richiesto di portinaia, ma a me, forse per lo stile architettonico del palazzo, sembrava più una zelante secondina.

Quel giorno, il giorno in cui mi informò dell’arrivo di Marta, mi aspettava vicino al cancelletto esterno dello stabile.

“E’ arrivata una nuova inquilina” – annunciò in un italiano solo lievemente influenzato dalla cadenza polacca.

“É una bella donna. “- rincarò, cercando di attirare la mia attenzione. Mossa vincente. In quel palazzo, salvo i gusti d’ognuno, le belle donne erano rare come i politici sinceri.

“Avrà 30 anni. E’ lei da sola con un bambino. Sarà divorziata.”

“Le porterò una torta di benvenuto” – annunciai senza smettere di camminare, alzando una mano in cenno di saluto per concludere la conversazione. Non mi piaceva dar adito a quella serie di informazioni sommarie, anche perché io stesso ne ero probabilmente oggetto e, considerato che avevo il garage pieno di jeans falsi, non mi sembrava il caso di incoraggiarle.

Fosse stato solo per la mia curiosità la faccenda avrebbe anche potuto concludersi lì, ma il destino volle che la Siciliana andasse a piantare le tende proprio nell’appartamento sopra al mio e che il figlio fosse posseduto dal Demonio in persona. So che l’espressione può sembrare forte, ma ancora oggi sono convinto che il figlio di Marta sia un rompicoglioni soprannaturale. Il suo pianto isterico era in grado di viaggiare attraverso l’impianto del riscaldamento centralizzato e più di una volta ebbi l’impressione che me lo avessero piazzato in casa di nascosto. Quando correva pareva che il mio soffitto fosse percorso da una dozzina di bambini con quattro gambe ciascuno. Anche la mamma si esibiva in notevoli vocalizzi, con urla in trapanese che mi avevano fatto scordare la definizione di bella donna e me la facevano immaginare come un’ossessa racchia con tanto di baffi folti sotto al naso.

Riuscii a far finta di niente per circa una settimana, nel mentre cercavo di capire se avesse una macchina per bucarle tutti e quattro gli pneumatici. La sera del sabato, però, una sedia da giardino, lanciata dal suo terrazzo, centrò con una certa precisione il mio melograno, sfrondandolo. La rabbia covata in quei giorni si accese come avrebbe fatto la testa di un fiammifero. Non che avesse rovinato chissà quale raccolta di frutti. In 5 anni di permanenza nel mio giardino quell’alberello non aveva prodotto, non dico un frutto, nemmeno un singolo fiore. Ma era pur sempre il mio melograno.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Davide Cardone
Il mio nome è Davide Cardone e sono nato a Milano il 10/12/1972. Nella mia infanzia per volere dei miei genitori e per mia scelta in età adulta, ho cambiato molto spesso casa. Ho abitato a Milano, Napoli, Venezia, Rimini, Francoforte, Chelmsford (Essex- uk), Bogotà (Colombia), per stabilirmi di nuovo a Rimini definitivamente.

Oltre alle residenze ho cambiato anche molti lavori. Cameriere, Commerciante, Cuoco, Portiere di Notte, Addetto Stampa, Social Media manager. A dispetto di quello che ho fatto per vivere, le costanti della mia esistenza sono sempre state la passione per la lettura e l’ambizione per la scrittura, che ho esercitato soprattutto come mezzo di comunicazione politico/commerciale arrivando alla mia professione attuale. La mia ambizione più grande, però, è quella di raccontare storie che possano rimanere nel cuore.
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