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Capitolo 7 – La Rana

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Boston, Novembre 2005.
In seguito ad una telefonata anonima, viene ritrovato il cadavere di una giovane donna.
Le modalità dell’omicidio sono identiche a quelle delle sue amiche, uccise nei tre anni precedenti, una ogni anno, tra il 13 e il 15 novembre.
Ad indagare, sono Paul Giamatti, investigatore del Dipartimento di polizia di Boston, padre di una delle vittime e Nick Longo, personaggio reale ed ex investigatore della polizia di Stato italiana.
Le indagini si concentrano sull’esistenza di un serial killer. Ma il Serial Killer non esiste, o forse sì.
Ambientata in un’America reduce dagli attentati dell’11 settembre e dagli scandali della pedofilia all’interno della chiesa cattolica, la storia si dipana attraverso la vita di personaggi che tutto sono tranne ciò che sembrano.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce da una serie di accadimenti: qualche tempo fa, un amico mi inviò il copione di una storia che raccontava di quattro omicidi, poi, attraverso la stessa persona ebbi modo di conoscere Nicola Longo e la sua compagna Anna, e questo mi diede l’idea di raccontare un’Italia ed un’America attraverso quella che è la mia passione: il thriller. Non ultimo la percezione dei sentimenti umani come veicoli inesorabili che conducono al compimento della tragedia. E poi la “logica”: tutto torna

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

PROLOGO

Boston

Novembre 2003

Si svegliò, mise il caffè sul fuoco e accese la tv per dare un’occhiata alle previsioni del tempo.

«Oggi nevicherà…»

Candida e silenziosa la neve lo aveva sempre affascinato, lo riportava indietro nel tempo in una vita che sembrava non essere stata la sua, dove tutto era ancora possibile, dove tutto doveva ancora accadere.

Si versò una tazza di caffè caldo e spostò la tenda della finestra della cucina. Iniziò a sorseggiarlo mentre osservava i primi fiocchi ondeggiare lentamente, posarsi sul suolo e sciogliersi.

Spense la tv, andò nello studio e mise un vinile sul piatto del vecchio giradischi, “Aria sulla IV corda”, la sinfonia che amava. Si girò lentamente, il computer era acceso, la spia della posta elettronica lampeggiava.

«Prima una doccia» pensò.

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Ci teneva al suo aspetto. Fin dai tempi del college, forse anche prima, si svegliava alle 5 del mattino, caffè, un’ora di jogging, esercizi, barba, doccia fredda, colazione e infine il Rosario. Sembrava una penitenza.

Si inginocchiò.

«Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. O Dio vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto.»

Prese i grani tra le dita ed iniziò a pregare «Padre nostro che sei nei cieli…». Terminate le litanie era di nuovo pronto.

Si vestì con cura e avanzò verso la sua immagine riflessa nello specchio: circa un metro e ottanta, spalle larghe ed incedere consapevole. Il volto richiamava i lineamenti classici: mascella forte, zigomi pronunciati, naso importante, fronte alta. Bello. I profondi occhi neri potevano incutere soggezione.

Si sedette davanti al portatile e diede un’occhiata veloce alla posta. 13 Novembre – Ellys Island Cafè – Jill Dawson –

Tornò in camera da letto.

Aprì il cassetto del comodino e tirò fuori un piccolo diario, lo sistemò nel trolley azzurro ancora aperto e infine chiamò un taxi.

«All’aeroporto, grazie…»

«Voli Nazionali?» chiese il tassista indiano mentre cercava di soffocare uno sbadiglio.

«Si.»

«Vacanza o lavoro?»

«I tassisti indiani sono i più socievoli dell’intera categoria» pensò guardando fuori dal finestrino, ma quella non era una caratteristica del genere umano che apprezzasse, almeno non più.

«Lavoro.»

«Dove è diretto?»

«New York.»

«Per carità» cantilenò il tassista «in tutti gli Stati Uniti non esiste gente più spocchiosa dei newyorkesi…lo conosce il detto? Chi sopravvive…».

«Si certo» tagliò corto.

Il tassista afferrò. Altra caratteristica dei tassisti indiani, erano svegli.

«Terminal?»

«American Airlines.»

Erano le otto del mattino e tutto procedeva secondo i programmi.

Comprò delle barrette energetiche, perse qualche minuto curiosando tra le vetrine dei negozi del Duty Free poi si incamminò verso il gate, consegnò la carta e si imbarcò.

Si accomodò al suo posto, diede un’occhiata fuori dal finestrino, chiuse gli occhi ed attese che l’aereo decollasse.

Parte prima

Boston 2005

Meredith Cabrey

Capitolo 1

Meredith Cabrey lavorava presso il Boston Medical Centre, aveva ventisei anni, un marito che amava e il desiderio di un figlio che tardava ad arrivare.

Laureata alla Harvard Medical School, aveva scelto Chirurgia Pediatrica, pensava che i bambini, più di chiunque altro, avessero il diritto di finire nelle mani del migliore e lei lo era.

Da qualche tempo era ospite fissa di una rubrica di chirurgia neonatale di una nota emittente televisiva, andava in onda una volta a settimana e gli indici di ascolto erano altissimi. Tutti per strada la riconoscevano.

La sua era una di quelle vite che chiunque avrebbero voluto avere, ma non era stato sempre così, anche lei aveva avuto dei momenti difficili, ma poi con un po’ di fortuna e tanta determinazione tutto era andato per il verso giusto.

Non amava parlare di quel periodo, anzi non ne aveva mai parlato, aveva deciso di dimenticare, così dopo la laurea, aveva lasciato Boston e si era trasferita il più lontano possibile, sulla costa Ovest, a Seattle.

Il Northwest Hospital l’aveva accettata come tirocinante di chirurgia e lei si era gettata a capofitto nel suo lavoro: la prima ad entrare e l’ultima ad uscire, niente permessi, niente vacanze, nessuna indulgenza, nessun compromesso. Era diventata la migliore e se l’era meritato.

  Lavorava lì da più di un anno quando conobbe Charles Reynolds Junior. Di Boston anche lui, diversi anni prima aveva lasciato la sua posizione privilegiata per mettersi alla prova; voleva capire se fosse in grado di combinare qualcosa di buono lontano dalle pesanti ingerenze della sua “blasonata famiglia”, così si era trasferito a Seattle e si era laureato in Giornalismo. Ora scriveva per diverse testate, si occupava soprattutto di politica.

Il suo era uno stile diretto, spesso arrogante che unito ad una patologica avversione nei confronti di quello che lui definiva “il marcio”, lo aveva condotto ad essere la firma di alcune delle più importanti inchieste giornalistiche degli ultimi anni: la controversa guerra in Iraq, la limitazione dei diritti civili attraverso il Patriot Act, il significativo aumento delle spese militari, l’enorme deficit governativo, i casi di violenza sessuale all’interno della Chiesa cattolica, con buona pace della sua famiglia conservatrice.

  Charles e Meredith si incontrarono la prima volta ad un congresso, lei era uno dei relatori, lui un inviato del Seattle Times. Erano seduti allo stesso tavolo, iniziarono una conversazione sulle politiche sanitarie della Presidenza Bush e prima che la serata si concludesse si erano dati appuntamento per il giorno dopo.

Charles era un uomo affascinante, aveva dieci anni in più di lei. Lei era bella, giovane e intelligente. La sua figura snella, i lucidi capelli neri e le lunghe gambe affusolate attiravano lo sguardo di uomini e donne.  Indossava tailleurs che mettevano in risalto la sottilissima vita, ma era stato il velo di tristezza negli occhi che contrastava con la sua espressione sfacciata ad aver incantato Charles fin dal primo incontro.

Iniziò una travolgente storia d’amore. Si presero per mano, si affidarono l’uno all’altro, si concessero di essere felici e lasciarono che la vita li sorprendesse ogni giorno.

Meredith amava addormentarsi tra le sue braccia, era il suo posto sicuro, il posto in cui il passato non l’avrebbe raggiunta, ma una notte Charles venne svegliato dalle sue grida. Meredith urlava frasi incomprensibili, si dibatteva, lottava.

Gli incubi si presentavano regolarmente, così Charles la convinse a trasferirsi da lui, voleva prendersene cura.  Alle sue domande rispondeva di non ricordare nulla.

A volte Meredith spariva per giorni, poi tornava. 

Ne avevano parlato, avevano parlato del suo bisogno di allontanarsi, di isolarsi.  Charles aveva capito, ne soffriva, ma ormai non se ne preoccupava più.  L’anno dopo tornarono a Boston per sposarsi e metter su famiglia.

Presero entrambi un periodo di aspettativa ed iniziarono ad arredare la splendida casa ricevuta in dono dai genitori di lui. Meredith era felice ma gli incubi erano diventati più frequenti.

Charles addebitava tutto al cambiamento: nuovo lavoro, nuovi colleghi, la sua onnipresente famiglia, la casa da arredare, il matrimonio da organizzare.  Lei glielo lasciava credere, non voleva preoccuparlo, ma dentro di sé era inquieta.

Organizzarono le nozze.

Il matrimonio venne celebrato alla Trinity Church, era una tiepida giornata di metà settembre e le foglie avevano dipinto il paesaggio di rosso, giallo e arancione.

Meredith attraversò la navata al braccio del padre avvolta in un romantico abito bianco dal lunghissimo strascico e tutti pensarono che mai avessero visto una sposa più bella.

  Un giorno Meredith uscì di casa per una lunga passeggiata, riprendere il lavoro l’aveva messa a dura prova, aveva bisogno di rilassarsi.

Si diresse al Boston Public Garden, era autunno inoltrato, il cielo minacciava pioggia e le Swan Boats sarebbero presto tornate nelle rimesse.

Rimase a lungo a riflettere sulla panchina verde di fronte al lago, poi si alzò, comprò un mazzetto di piccoli garofani rosa e si diresse al Granary Public Ground sulla tomba di Jamie Lee Giamatti.

Lei e Jamie Lee si erano conosciute ad un seminario di Patologia Forense e si erano capite subito. Entrambe appassionate di legal thriller, cavalli e lobster rolls, nei momenti liberi dallo studio amavamo recarsi nel North Oxford dove prendevano lezioni di equitazione e facevano lunghe passeggiate.  Era a cinquanta minuti di macchina ma ne valeva la pena.

  Ma come spesso accade, anche la loro amicizia venne messa a dura prova.

Fu quando Meredith iniziò una lunga e appassionata relazione con Daryl Lewis, la richiestissima studentessa di Biologia, quoziente intellettivo centotrenta, prima laurea a diciassette anni, la seconda a venti.

Entrò nel loro rapporto a gamba tesa.

Jamie Lee non capiva perché questa relazione non potesse lasciare spazio ad altro e Meredith non sapeva spiegarglielo; sapeva solo che Daryl l’aveva travolta completamente con la sua intelligenza, la sua passione, il suo essere fuori dagli schemi, indipendente nelle scelte e coraggiosa nelle decisioni.

Jamie Lee ne percepiva uno strano lato oscuro e scherzando, diceva che era una persona al limite della patologia psichiatrica, però doveva ammettere che fosse una donna affascinante, intrigante, divertente e poi la sua amica aveva completamente perso la testa.

Così si mise in disparte e lasciò che Meredith si lasciasse travolgere.

  Chiamarono il loro strano gruppo “The fab three” e, qualche tempo dopo, quando si aggiunse Jill Dawson la timida studentessa di Storia, diventarono “The fab four”.

Meredith lasciò andare i ricordi e si chinò sulla tomba. Accanto al nome di Jamie Lee vide inciso quello della madre Sarah. Non sapeva fosse morta, era successo l’anno dopo. Allora divise il mazzetto di fiori in due e pregò anche per lei.

Le gocce di pioggia iniziarono a rigarle il volto e, nel confortante silenzio del cimitero, nulla lasciava presagire ciò che sarebbe accaduto.

Capitolo 2

13 Novembre

  Meredith si svegliò per il freddo, o forse per le gocce che dal soffitto continuavano a caderle sul viso. Era bloccata.

Respirò a fondo e tentò di muoversi mentre cercava di capire dove si trovasse.

Percepì una presenza alle sue spalle, sentì il rumore di un chiavistello e lo sbattere di una porta che si apriva e si richiudeva. Capì di non trovarsi nel suo letto.

Roteò gli occhi per guardarsi intorno: un tavolino, una lampada al neon e solo allora si accorse di essere legata ad un tavolo d’acciaio. Era nuda.

Provò di nuovo a muoversi. Un incubo? Chiuse gli occhi una, due, tre volte, respirò profondamente.

«Sai già cosa accadrà.» La voce era familiare, vicina, calma.

Lo sentì muoversi attorno al tavolo, il respiro profondo, i passi lenti e pesanti.

Non poteva vederlo, il neon l’accecava. Il forte odore di disinfettante le dava la nausea, doveva vomitare.

«Non finirà presto, è così che deve andare, lo sai. Soffrirai, invocherai la morte e pregherai. Quando tu morirai io sarò libero.»

Meredith lo riconobbe e la sua mente ritornò al passato, al giorno in cui la sua vita cambiò per sempre, al giorno in cui sola e disperata, chiedeva perdono a Dio.

Annaspando cercò di aprire un varco in mezzo al panico che ormai aveva preso il sopravvento: ripensò al matrimonio, a Jamie Lee, a Charles, alla cena che stava organizzando, a suo padre e a quella madre che non aveva mai conosciuto.

Poi chiuse gli occhi.

Quando tutto finì, Il Chirurgo iniziò a scrivere l’ultimo capitolo della sua confessione.

14 Novembre

  La polizia venne allertata da una telefonata anonima. Un uomo raccontava di aver sentito delle strane grida provenienti dallo scantinato di un edificio abbandonato. Più che grida sembravano rantolii. Forse un cane, forse un animale selvatico. Meglio controllare.

  Con la pigrizia che contraddistingue la polizia di tutto il mondo all’avvicinarsi delle festività natalizie, l’agente di turno organizzò una pattuglia.

«Non c’è pace in questa città maledetta, neanche a Natale» bofonchiò l’agente O’Bryan mettendosi alla guida dell’auto, «se si tratta dell’ennesimo senzatetto con l’apparecchio acustico pieno di cerume, giuro su Dio che l’arresto per procurato allarme».

Philip O’Bryan era irlandese, scapolo e dedito all’anziana madre. Cattolico fino al midollo, aveva sempre pensato che, per quanto Dio fosse onnipotente, anche lui potesse aver bisogno di una mano. Per questo si era arruolato e dopo aver faticato non poco era diventato un agente del Dipartimento di Polizia di Boston.

«Piantala Phil, finiamo il lavoro e torniamocene a casa. Megan mi aspetta. Non perdiamo altro tempo.»

L’agente Gerald Camuso era italo americano. Trent’anni di servizio, due encomi e prossimo alla pensione. Il classico agente: una vita di sacrifici, una moglie dedita alla famiglia, due figli al college.

Tre anni prima aveva rischiato di perdere la vita in una sparatoria, era un periodo difficile. Tutto il dipartimento era impegnato nelle ricerche di Jamie Lee, la figlia del Tenente Paul Giamatti. La ritrovarono priva di vita, Paul Giamatti quasi impazzì dal dolore e la moglie, Sarah, si uccise qualche tempo dopo.

«Che cazzo Phil… prendi la torcia e chiudi il becco» disse l’agente Camuso mentre Phil O’Bryan continuava a sbraitare.

«Prima ce ne andiamo meglio è. Questo posto mi mette i brividi.»

Vent’anni prima, quel posto, era stato un quartiere residenziale, poi era andato tutto a puttane: la speculazione edilizia, la gente aveva iniziato a trasferirsi al di là del fiume, poi la droga. Non restava più niente, solo macerie.

  Si incamminarono tra le rovine di quella che era stata la scuola elementare. Scritte sui muri, vetri rotti, banchi divelti ed un gran puzzo di rancido.

«Attento a dove metti i piedi!» gridò O’Bryan prima di inciampare in un groviglio di fili elettrici.  Cadde malamente e per qualche secondo rimase stordito.

«Phil, Phil, tutto bene? Porca puttana! Questi posti di merda! Rialzati! Phil, Phil?»

Phil non si rialzava, stava bene ma non si rialzava.

Era sdraiato, le braccia larghe davanti a sé, la testa appena sollevata, gli occhi che scrutavano attraverso la grata di scolo fissata al pavimento. Il berretto era volato via. Sotto di sé riusciva a vedere quella che sembrava un’infermeria: le piastrelle bianche, una porta grigia socchiusa, un armadietto con le ante di vetro scardinate pieno di vecchie confezioni di medicinali ormai ammuffite.

I neon accesi rivelavano un’atmosfera surreale.

In sottofondo il ronzio di un generatore.

  «Aiutami a rialzarmi» disse con un filo di voce «C’è qualcosa di strano, hai visto anche tu?».

Camuso fece di no con il capo, ma non riusciva a togliersi di dosso un’orribile sensazione.

Tutti i sensi erano all’erta.

  Comunicarono con la centrale e decisero di andare a vedere. Si avviarono lungo il corridoio maleodorante, videro la scala di ferro ed iniziarono a scendere. In fondo alle scale la porta grigia.

Ricominciarono a respirare. Le pistole erano spianate. Comunicarono di nuovo con la centrale ed entrarono.

  «Gesù Cristo!»

Camuso indietreggiò con la mano sulla bocca, inciampò, cadde all’indietro e in preda al panico si spinse velocemente contro la parete.

O’Bryan disse: «Chiama la Centrale!»  Poi iniziò a vomitare.

Il grande tavolo d’acciaio era ricoperto di sangue.  I topi avevano invaso la stanza e attirati da quell’odore di morte avevano iniziato a sbranarsi tra loro. Qualcuno era stato ucciso.

Arrivarono le pattuglie e le ricerche andarono avanti per tutta la notte.

15 Novembre

«Devo denunciare la scomparsa di mia moglie.»

Charles Reynolds Junior entrò infreddolito e in preda all’ansia nell’atrio della Centrale di Polizia di Boston alle sei del mattino. Da due giorni viveva in una sorta di limbo.

Conosceva le abitudini di Meredith, conosceva bene il suo bisogno di sparire senza lasciare tracce, il suo bisogno di allontanarsi da tutto. Ne avevano parlato decine di volte ed ogni volta lui si era lasciato convincere dalle sue ragioni, del resto era sempre tornata. Ma quella volta era diverso, aveva percepito la sua assenza come qualcosa di definitivo.

«Prego, si accomodi.»

Judith Cross, agente pluridecorato, aveva sessant’anni e gestiva il servizio di accoglienza in attesa del giorno in cui sarebbe andata in pensione.

«Eccone un altro» pensò, «dopo Halloween sono tutti qui a denunciare scomparse. Il genere umano è prevedibile».

Abbassò il capo e continuò a incasellare rapporti, compilare moduli e rispondere alle chiamate.

Alle otto Charles Reynolds iniziò a dare i primi segni di insofferenza:

«Sono qui da due ore. Cazzo! Possibile che non ci sia un agente disposto ad ascoltarmi?»

«Si calmi signore, il primo agente libero verrà da lei… siamo tutti sulla stessa barca…stanotte Boston è stata messa a ferro e fuoco…gli agenti sono tutti impegnati…»  e così via, il solito mantra, le stesse parole sciorinate ogni giorno per nascondere la mancanza di personale ed anche una certa inefficienza.

I fondi avevano subito un altro taglio e il dipartimento si reggeva sulla dedizione dei pochi agenti rimasti.

Il Sindaco Thomas Menino pronunciava lo stesso discorso ormai da quattro anni: il terrorismo, le torri gemelle, recessione, sacrificio, dedizione, stringiamo i denti, restiamo uniti. In pratica non c’erano soldi.

L’agente Cross, si riebbe dai suoi pensieri e decise di adoperarsi.

Era diventata un’esperta nel riconoscere il limite di sopportazione delle persone ed interveniva un attimo prima che la situazione precipitasse.

«Prego signore, si accomodi, cominciamo col prendere le sue generalità. Charles… nato a… residente… mi racconti… sua moglie… da quanto manca da casa… dal lavoro… come si chiama…»

«Meredith Cabrey.»

L’agente Cross sbiancò, si schiarì la voce, guardò Charles Reynolds e senza tradire la minima emozione disse: «Attenda un momento prego».

«Che succede?»

«Attenda per cortesia, le mando il Detective di turno.»

Il Detective Gallo era un bell’uomo.  Sulla cinquantina, occhi scuri e capelli brizzolati. Il portamento eretto comunicava sicurezza ma il passo lento tradiva tutta la sua stanchezza.  Era rientrato a Boston da qualche settimana e quel giorno era di turno.

L’agente Cross gli andò incontro e gli bisbigliò qualcosa all’orecchio. 

Gallo si fermò, si guardò la punta delle scarpe, fece un profondo respiro e si incamminò verso Charles Reynolds, gli strinse la mano e chiuse la porta.

Meredith Cabrey era stata legata, torturata ed infine uccisa. Il corpo era martoriato, il volto no. Gli occhi sbarrati, le labbra dipinte con un rossetto rosso, i capelli sciolti le ricadevano sulle spalle. L’assassino le aveva praticato un’autopsia. Il taglio a ipsilon sul torace era pulito e ben eseguito, i punti di sutura perfetti. I nervi e le costole erano stati recisi, cuore, polmoni e fegato rimossi, gli intestini svuotati, lo stomaco aperto. Era stata lavata con cura. Il cadavere, chiuso in una sacca da obitorio, era stato rinvenuto sulle rive del fiume Charles sotto il Longfellow Bridge.

Charles Reynolds si alzò di scatto e indietreggiò.  Si portò le mani alla bocca tentando di reprimere un grido che gli saliva dalle viscere assieme alla bile acida.  Iniziò ad annaspare, gli occhi si riempirono di lacrime. Si aggrappò alle spalle del Sergente Gallo mentre le parole bloccate in gola lo soffocavano. Fissò gli occhi nei suoi: voleva leggervi qualsiasi cosa che gli dicesse che niente era vero, che Meredith stava bene e che presto sarebbero tornati a casa.  Fu il suo cuore a rivelargli la verità.

Cadde in ginocchio, vomitò e svenne.

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Carmen Laspro
Sono nata a Roma 58 anni fa in un quartiere borghese al confine tra quello che viene ancora definito un quartiere popolare e quello che invece era un quartiere nobile. Questo ha definito un tratto determinante della mia personalità: la sensazione di non trovarmi mai nel posto giusto, la sensazione di essere "troppo" in un ambiente e "poco" in un altro. Recentemente ho iniziato ad apprezzare la via di mezzo.
Mi definiscono una "combattente" e lo sono, ma non so mai se la battaglia che combatto è quella giusta.
Ho due figli, grandi, combattenti anche loro.
Scrivo perché la scrittura è il mondo in cui so di essere me stessa.
Questo libro non è autobiografico ma parla di me.
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