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Caprea
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Consegna prevista Ottobre 2024
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Hasira è una mezza Dorach che si muove ogni giorno fra il razzismo a cui quelli della sua specie sono sottoposti e le ingiustizie che, in una città estremamente classista, ricadono sulla popolazione meno abbiente. La ragazza vive nei bassifondi di Caprea e per guadagnarsi da vivere partecipa come combattente in incontri di lotta clandestini. Tutto cambia quando le viene intimato di perdere appositamente uno di questi incontri.
La storia di Hasira si intreccia con quella di due guardie cittadine con una visione diversa della società: Colm, un uomo figlio della città in cui vive, è razzista e pieno di pregiudizi e incarna il pensiero comune del corpo di guardia e del governo della città; Ivar, giovane e ingenuo, si scontra con la realtà realizzando che la visione romanzata che aveva della Guardia Cittadina non corrisponde al vero.

Perché ho scritto questo libro?

Sentivo il bisogno di esprimere quel sentimento di oppressione e fatalità che a volte proviamo nella vita quando ci troviamo in una situazione che non abbiamo il potere di cambiare, quando facciamo di tutto per andare avanti ma le circostanze ce lo impediscono e continuano a buttarci giù.
Inoltre, Hasira è un personaggio che vaga nella mia testa da parecchi anni ormai e da molto tempo desideravo darle vita. Ahimè è finita, suo malgrado, non proprio in un bel posto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Usciti dall’edificio furono investiti da migliaia di luci al neon. Era prassi comune nei bassifondi avere almeno un neon da qualche parte, tuttavia in quel quartiere avevano deciso di farne la propria bandiera. Insegne, cartelli stradali, nomi dei locali, cartellini dei prezzi nei negozi: dovunque posassero lo sguardo, la loro retina veniva inondata da luci di decine di colori e sfumature diverse. Era uno spettacolo caotico e disorientante, ma dannatamente bello. Quel quartiere era conosciuto semplicemente come “il Neon”: sicuramente un nome azzeccato, la cui mancanza di creatività, però, contrastava con l’estrosità del luogo.

«Insomma cosa volevi dirmi?» chiese Hasira mentre camminavano.

«Preferirei parlarne appartati ad un tavolo al pub» rispose Jim «questa strada è veramente troppo affollata».

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La strada che stavano percorrendo pullulava di gente. I bassifondi erano l’area più popolosa di Caprea e “il Neon” era il quartiere commerciale più famoso della zona: tutti i locali più popolari si trovavano lì. Già affollato nelle giornate normali, il fatto che fosse sabato sera non aiutava affatto: dovevano spesso farsi strada a spallate per poter avanzare nella calca. Nonostante il grasso e la claudicanza, Jim non sembrava troppo turbato dalla situazione; per chiunque cresciuto nei bassifondi questa era la normalità, quasi una metafora della vita: camminare sgomitando in un mare di gente, cercando di arrivare a destinazione.

Centinaia di volti differenti, sia Umani che Dorach, scorrevano intorno a loro mentre procedevano. C’era chi camminava veloce guardando solo davanti a se, chi girovagava senza meta, chi invece usciva da un locale ed entrava in un altro. Qualcuno era serio, tanti ridevano, altri piangevano. Tante vite, tante emozioni e tante storie di persone che combattevano ogni giorno per rimanere a galla.

A vedere tutto ciò sarebbe stato facile pensare che, dopotutto, le persone non se la passassero troppo male, nonostante tutte le difficoltà, le disuguaglianze e le ingiustizie.

Bastava girare in uno dei vicoli più stretti e meno frequentati per trovare, invece, chi aveva smesso di lottare: accasciati per terra immobili, c’erano quelli che erano capitolati all’ “onda sintetica”. Questa droga era stata chiamata così perché, da quando era comparsa, aveva travolto la società come un’onda che colpisce gli scogli: nonostante l’impatto sembri non causare danni, l’acqua si insinua nella roccia e piano piano ne erode la superficie. La gente evitava il più possibile di passare in quei vicoli, non per paura, ma per un misto di pietà e rispetto per chi aveva avuto la sfortuna di incappare nella sostanza durante un periodo buio della propria vita.

Dopo venti minuti di cammino, i due arrivarono finalmente davanti al locale. Una porta a doppia anta, di un giallo scolorito, dava loro il benvenuto con due piccoli cartelli fatti di luci al neon: uno recitava “aperto” e l’altro “benvenuti”. Sopra la porta c’era un’enorme insegna con su scritto “La Blatta” seguita dal disegno stilizzato di uno scarafaggio, tutto composto da neon gialli, rossi e blu.

Hasira aprì una delle due porte ed entrarono.

“La Blatta” era un locale che, a livello di arredamento, definire contraddittorio sarebbe stato un eufemismo. Il pavimento era un mosaico di materiali diversi, alcuni pezzi erano con assi di legno, altri in piastrelle di cotto, altri ancora in grate di metallo riempite di plastica colorata; dal soffitto pendevano almeno una ventina di lampadari in stili e di periodi storici differenti, da quelli in finto cristallo a quelli stile industriale; alcuni tavoli sembravano essere stati recuperati da una discarica, altri da un negozio di antiquariato; in fondo all’ampia stanza, invece, si trovava un lungo bancone di legno, con svariati barili di birre alla spina e numerose bottiglie di alcolici posizionate su scaffali di acciaio dipinto di nero; infine, sulla parete dietro al bancone, un grosso timone era fissato sopra ad una piccola porta di legno che dava sulla cucina. A guardare solo il lato del bancone si poteva intuire il piano iniziale del proprietario di far sembrare il locale l’interno di una barca pirata, piano probabilmente fallito non appena erano stati messi gli scaffali neri di acciaio; da quel punto in poi, qualunque fosse l’intenzione iniziale, era stato gettato tutto alle ortiche e arredato a caso. Nonostante ciò, attaccata al bancone pendeva timidamente una piccola scritta di luci al neon recitante “YO HO!”.

I tavoli erano tutti occupati, quindi Jim ed Hasira si sedettero al bancone. Un Umano sovrappeso, stempiato e con delle grosse basette si avvicinò a loro.

«Ciao Hasira, ciao Jim. Cosa prendete stasera?» chiese.

L’uomo era Dathol Blaberus, il proprietario de “La Blatta”. Sembrava un po’ stressato da tutta la confusione di quella sera, ma ciò non gli aveva tolto il sorriso. Come tutti i baristi dei bassifondi che si rispettino, stava pulendo un boccale con un panno lercio e umido. Chi frequentava il locale sapeva che il boccale era sempre lo stesso e che i bicchieri in quel posto non venivano mai puliti, ma fingevano comunque tutti di credere alla farsa per non offendere il povero Dathol.

«Per me la zuppa di fagioli, tanto pane e una birra scura» rispose Hasira.

«Un bel Cheesburger per me e una weiss, grazie Dathol» rispose, invece, Jim.

«Vado subito a dirlo in cucina, intanto vi faccio le birre!» disse lui. Posò il boccale che stava fingendo di pulire, si asciugò le mani bagnate sul grembiule sudicio che portava addosso e prese due boccali da sotto il bancone.

«Insomma Jim, quanto ancora vuoi aspettare? Che cosa mi devi dire?» chiese la ragazza.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Yannic Leander Talarico
Sono nato a Catanzaro da madre tedesca e padre calabrese; ho vissuto i primi anni della mia vita in Calabria e all'età di dieci anni mi sono trasferito in Toscana, dove vivo tuttora.
Ho studiato Scienze Naturali all'università di Pisa ma non sono mai diventato "dottore".
Oggi, all'età di trentadue anni, vivo in una piccola casetta a Cecina (Li) con la mia fantastica moglie e una piccola vecchia cagnolina. Nel tempo libero, oltre a dilettarmi nella scrittura, mi dedico ad hobby come la pittura di miniature, giochi di ruolo, giochi di carte e da tavolo.
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