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Carnefice Vittima - Giallo d'Autunno

Carnefice Vittima - Giallo d'Autunno
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Consegna prevista Settembre 2022
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Alice Martini oltre ad essere la classica scrittrice di successo, è anche un’importante icona LGBT. Solitaria per natura, dalla sua villa spersa in mezzo alla campagna, produce romanzi destinati a diventare best seller.
In pochi sanno però che Alice, tramite la scrittura, affronta anche la depressione da cui è affetta ormai da dieci anni. Da quando Margherita Gemini, l’amore della sua vita, ha brutalmente interrotto la loro relazione, per la scrittrice è iniziato un periodo di tortura senza fine.
Spinta dalla passione per la carriera, e andando contro le opinioni del proprio agente e della madre, rilascia un’intervista palesando il suo pensiero contro l’omofobia.
Da quel momento Alice inizia a ricevere delle minacce anonime che le faranno temere la tanto amata solitudine della campagna. Lasciandosi trasportare dal panico, la scrittrice inizia a dubitare di tutti i conoscenti e gli amici. E sarà proprio in questo turbine di angoscia, che un ritorno inaspettato sconvolgerà la storia

Perché ho scritto questo libro?

In questo periodo si parla moltissimo di leggi contro l’omofobia e di diritti del mondo LGBT. Sono temi molto delicati che talvolta possono venir fraintesi. Il mio libro non vuole assolutamente essere una provocazione. L’ho scritto perché era giusto vedere il rischio che corrono alcune persone e la triste verità sull’omofobia. Parallelamente, avevo anche voglia di scrivere un thriller ambientato in una bellissima location autunnale e di scovare il colpevole assieme alla protagonista!

ANTEPRIMA NON EDITATA

Alle nove di sera, staccai gli occhi dal NoteBook, mi preparai una cena veloce e mi misi in divano con un bicchiere di vino.

Avevo acceso delle candele e avevo messo un po’ di musica in sottofondo.

Book e Page respiravano rumorosamente nel sonno.

Adoravo l’atmosfera di casa mia a quell’ora della sera, ed ero al massimo del relax quando il telefono fisso iniziò a squillare.

Fosse stato per me, avrei staccato quella linea, ma la tenevo solo per la connessione internet.

Pensando che si trattasse di un call center, mi alzai imprecando.

    “Pronto?!”, sbottai.

La voce che udii dall’altra parte del filo era in effetti quella di un nastro registrato, ma non mi stava offrendo un qualche tipo di servizio.

    Ma quanto ai codardi, agli increduli, agli abominevoli, agli omicidi, ai fornicatori, agli stregoni, agli idolatri e a tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda”.

Restai immobile ad ascoltare, le gambe improvvisamente molli e il cuore che mi rimbalzava fino in gola.

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    “Chi parla?”, chiesi con voce flebile, pur sapendo che nessuno avrebbe risposto.

Dall’altra parte ci fu un breve silenzio, poi riagganciarono.

Con mani tremanti appoggiai la cornetta al ricevitore e mi guardai intorno.

Avevo sempre considerato casa mia una fortezza, ma in quel momento, mi parve un colabrodo.

Se la persona che aveva appena fatto quella telefonata si fosse trovata nelle vicinanze, non avrebbe avuto alcun problema ad entrare in giardino. Magari sapeva spegnere l’allarme, magari sarebbe entrato da una finestra, o magari era già in casa…

Non riuscii a muovermi di lì per qualcosa come cinque minuti. Rimasi in silenzio, ascoltando il battito del mio cuore senza pensare a nulla.

Non avevo avuto paura fino a quell’istante, ma ora ne avevo, e ne avevo talmente tanta da essere paralizzata.

    “Book…”, dissi quasi sottovoce.

Il mio cane, già vigile da un po’, balzò giù dal divano e mi venne incontro, quasi come avesse capito che non mi sentivo bene. Page lo seguì a ruota.

Ripensai alle parole di mia madre: “Non vorrai prenderti due pitbull?! Sono una razza pericolosa”.

Avrei tanto preferito che quelle affermazioni fossero vere, che i miei cani potessero davvero proteggermi in un momento come quello, ma la realtà era diversa. I miei pitbull erano tanto pigri quanto innocui.

Nonostante ciò, mi affidai a quella minuscola briciola di coraggio che mi era rimasta, per fare un giro della casa. Book e Page mi seguivano a ruota, alzando il muso di tanto in tanto, per rivolgermi occhiate interrogative.

Mi mossi lentamente, come fossi all’interno di un film thriller, aspettandomi di vedere qualcuno comparire da un momento all’altro.

Fortunatamente, ciò non successe e, dopo aver controllato porte, finestre e allarme, provai a calmarmi.

    “Che stupida”, borbottai ad alta voce. “Se hanno deciso di usare il telefono, perché mai dovrebbero trovarsi già in casa mia, vi pare?”.

Book piegò la testa di lato, mi guardò, ed infine tornò a dormire sul divano.

Mi feci un Jack Daniel’s con ghiaccio prima di andare a letto.

Chiunque fosse l’artefice di quelle minacce, di certo era molto religioso.

Temevo i bigotti fin da quando ero piccola, trovavo che fossero la peggior specie di essere umano mai esistita. In nome di Dio, la gente è capace di fare un sacco di cose folli, è capace perfino di scambiare il male per il bene e di perdere sé stessa.

Mia madre mi portava sempre in Chiesa quando ero piccola – sebbene io non ci capissi nulla di quelle prediche – e ricordo bene il giorno in cui provai a confessare ad un prete la mia omosessualità. Avrò avuto all’incirca sedici anni. Mi guardò con aria compassionevole e mi invitò a dire una ventina di Ave Maria e un Padre Nostro, ricordandomi che “quel genere di cose” non era ben visto agli occhi di Dio e che, anche se l’Onnipotente ama ognuno di noi, avrei dovuto astenermi dall’ascoltare quella mia natura.

Mi fece capire che, con tutta probabilità, la mia omosessualità era opera del maligno e pertanto, non avrei dovuto dargli ascolto.

Feci come aveva detto lui, dissi quelle preghiere concentrandomi al meglio delle mie capacità, ma poi, quando uscii da quella Chiesa, ero ancora innamorata persa della ragazza che veniva a scuola con me.

Sfugge molto a questo genere di persone, a mio parere. L’omosessualità viene vista come opera di trasgressione, come provocazione o ostentazione. Solo crescendo ho capito che non stavo affatto commettendo peccato, stavo semplicemente amando qualcuno come il mio essere mi consentiva di farlo.

Pensai molto alle parole di quel prete, e presi seriamente in considerazione tutte le idee della Chiesa, ma alla fine giunsi ad una conclusione per precisa: l’Amore non può essere peccato, l’Amore non può essere condannato. Se qualcuno mi condanna perché amo, e lo fa addirittura in nome di Dio, allora – sempre in termini religiosi – probabilmente è in lui che risiede il maligno.

Se esiste davvero un Dio, dubito che sia fiero delle guerre, dell’odio e dei sacrifici.

Finché continuano ad esistere odio, discriminazione, minacce e rabbia, continueremo ad essere un mondo di folli assassini. Ci ammazziamo a vicenda, ci permettiamo di giudicare il prossimo, e addirittura condanniamo l’amore in nome di Dio.

Smisi di andare in Chiesa e di confessarmi. Non mi andava proprio di sentirmi come la bambina dell’Esorcista.

Quell’immagine mi fece sorridere mentre bevevo l’ultimo sorso di Jack Daniel’s. Alice Martini, la nuova Regan Macneil.

    “Bellissimo spunto per un nuovo romanzo horror”, dissi alzandomi dal divano.

Spensi le candele e andai a dormire.

    “Cosa?! Ma perché diavolo non me ne hai parlato prima?”.

La voce irritata di Jean Pierre mi costrinse ad allontanare il cellulare dall’orecchio.

Avevo pensato alle parole di Vera per quasi tutta la notte, ricordandomi di quando mi aveva incitata a raccontare a qualcuno ciò che mi stava succedendo, ed infine avevo chiamato Jean.

    “Non penso sia una cosa rilevante, all’inizio ho ricevuto solo una lettera, poi una mail, insomma, chiunque ha accesso a queste informazioni personali. Il mondo è pieno di pazzi, lo sai che tanti bigotti dalla mente chiusa non sono in grado di capire”.

    “Alice, hai ricevuto anche una telefonata ieri sera, direi che è molto grave la faccenda! Mi stupisco di come tu la stia prendendo sottogamba. Capisco che fatichi a parlarne a Luca per via di quella dannata intervista, ma lo devi fare! Costi mettere da parte l’orgoglio, qui si parla della tua sicurezza personale!”.

Mi passai nervosamente una mano fra i capelli, sedendomi davanti alla scrivania del mio studio.

    “Smettila di urlarmi sulle orecchie, ti sento benissimo!”.

    “Urlo perché sono furioso con te!”.

    “Questo non mi aiuta affatto”.

Lo sentii sospirare dall’altra parte, poi disse: “Non dovresti stare da sola in quella casa. Avverti Luca di quello che sta succedendo, io provo ad informarmi con la polizia. Dubito si possa fare molto, ma sarebbe meglio iniziare a lanciare l’allarme”.

    “Cosa?! Pensi davvero che la polizia si scomoderà perché una scrittrice gay ha ricevuto delle minacce anonime?! Nessuno ha fatto irruzione in casa mia, non c’è niente da condannare”.

    “Probabilmente hai ragione, ma voglio informarmi su alcune cose. Tu chiama Luca e Melania, mettili al corrente”.

Sbuffai scuotendo la testa.

    “E’ fuori discussione. Devo parlare a Melania più tardi del mio nuovo romanzo, non mi metterò a raccontarle gli affari miei, non vedo come possa interessarsi a questo. Se vuoi informati con la polizia, ma non metterò in allerta il mio agente e la mia editor per delle stupide telefonate!”.

    “Ti richiamo fra poco”, tagliò corto lui riagganciando senza neanche darmi il tempo di rispondere.

Passai la mattinata a lavorare sul nuovo romanzo, parlai con Melania e con Luca, ma non dissi una sola parola che avesse a che fare con le minacce.

Jean mi richiamò poco dopo pranzo, mentre stavo portando Book e Page a fare due passi.

I marciapiedi erano ricoperti di foglie secche che producevano un rumore scricchiolante mentre ci camminavo sopra. Mancavano pochi giorni al 31 ottobre e mi ricordai di dover ancora intagliare le famose zucche.

    “Ho parlato con la polizia…”.

Avrei dovuto anche comprare delle caramelle nel caso in cui i bambini avessero suonato alla mia porta.

Cosa gli avrei dato altrimenti?

La voce di Jean era lontana dai miei pensieri mentre continuava: “Nel tuo caso si tratta di passi della Bibbia, si sono limitati a riportare i testi, ma non sei stata minacciata tu in prima persona. Tuttavia, siccome i messaggi sono arrivati in un arco di tempo ravvicinato mettendoti in un continuo stato di ansia, potresti fare querela verso anonimi per il reato di stalking. Suggeriscono di aspettare ancora un po’ ma fossi in te lo farei subito”.

Che caramelle avrei potuto comprare?

I coccodrilli della Haribo piacciono sempre a tutti…

    “Se questa sorta di messaggi dovesse continuare puoi comunque andare da loro e parlarci, potrei accompagnarti se ti va”.

Oppure sarebbe stato meglio comprarne di incartate, così sarebbe stato più igienico…

    “Alice tu non hai idea di chi possa essere?”.

Mia nonna comprava sempre quelle gommose alla frutta…

    “Alice? Mi stai ascoltando?”.

    “Mmh?”.

    “Hai capito cos’ho detto? Hai una vaga idea di chi possa aver scritto quelle cose?”.

Tornai improvvisamente alla realtà, venendo colta da un’ondata di rabbia.

    “Come posso sapere di chi si tratta dannazione?! Ho migliaia e migliaia di lettori, come posso sapere chi è il colpevole?!”.

Page abbaiò udendo il mio tono di voce.

    “Sporgerai denuncia?”, chiese infine Jean sospirando.

    “No, penso che farò come ti hanno suggerito anche loro, aspetterò. Hanno mandato una lettera, una mail e una telefonata, fra poco avranno esaurito le risorse, non temere”.

    “Va bene, come preferisci. Sai che io ci sono per te, qualunque cosa succeda”.

    “Grazie Jean, davvero, grazie di tutto quello che stai facendo per me. Ma ti prego, non voglio più parlare di questa storia, mi demoralizza molto sapere che al mondo esistono ancora dei folli”.

Finii la passeggiata e tornai a casa a scrivere, lasciando da parte tutto ciò che avesse a che fare con denunce e querele.

CAPITOLO 10

Intagliai entrambe le zucche il pomeriggio del 30 ottobre, mentre la pioggia cadeva incessante sopra il tappeto di foglie secche del mio giardino.

Dal piano superiore arrivava il rumore dell’aspirapolvere di Adele che stava facendo la magica opera di pulizia della casa.

Avevo fatto un programma ben definito per la sera successiva: avrei scritto fino all’ora di cena, poi mi sarei messa a guardare vecchi film horror, bevendo all’amarezza della vita.

Halloween era sempre stata la mia festa preferita, la anteponevo addirittura al Natale. Quest’ultimo sapeva essere troppo malinconico per una persona che vive sola, Halloween invece non era mai triste. Anzi, a dirla tutta, per me un pochino lo era.

Quando stavo con Margherita, il 31 ottobre, passavamo sempre la serata assieme. Spesso i miei uscivano per cena e noi ci concedevamo dei momenti romantici fatti di cibo, sesso e alcol.

Quando mi lasciò, feci molta fatica a ricominciare ad apprezzare quella festa, ma alla fine ci riuscii.

Avevo addobbato il sottoportico con delle ragnatele finte, una streghetta che si metteva a ridacchiare non appena la toccavi e due ciotole colme di caramelle. Avevo optato per quelle incartate, alla fine.

Il primo anno che Adele lavorava per me, ricordo di aver assistito ad una delle scene più assurde della mia vita; la mia povera governante (un po’ ignorante ma molto umile) aveva tentato di pulire le ragnatele finte gridando all’impazzata: “Signora Martini! Signora Alice! Ci dev’essere un ragno gigante in giardino, venga a vedere!”.

Accorrendo sul posto l’avevo trovata intenta a battere le ragnatele con una scopa.

Risi a quel ricordo, posizionai una candela su ciascuna zucca e ne portai una nel sottoportico ed una nel salotto.

    “Ha finito di tagliare i cocomeri?”.

Parli del diavolo…

    “Zucche, Adele. Sì, ne ho intagliate due, ti piacciono?”.

Rimase a guardarmi scuotendo la testa, le mani sui fianchi.

    “Speriamo che i bambini le apprezzino, pensa che ce ne saranno stasera nel suo angolo isolato di campagna?”.

    “Gli altri anni si sono sempre presentati, ho fatto rifornimento di caramelle per loro”.

    “Stia attenta, non mi piace questa festa, gliel’ho sempre detto. Chiuda bene porte e finestre, la gente è pazza di questi tempi”.

Sorrisi con gentilezza prima di cambiare argomento.

    “C’è qualcosa da fare di sopra?”.

    “No, signora. Ho finito tutto, se per lei va bene andrei a casa e tornerei dopodomani”.

    “Prenditi un giorno in più Adele, la casa può aspettare. Ci vediamo il 2 novembre, goditi una delle tue feste preferite”.

Il mio tono ironico la fece sbuffare, recuperò le sue cose e mi salutò prima di sparire a bordo della sua vecchia Panda.

Tuttavia, per quanto io avessi dei programmi ben precisi per la sera di Halloween, dovetti ricredermi già dal primo pomeriggio, quando ricevetti un’inaspettata telefonata di Vera.

Provai un tuffo al cuore vedendo il suo nome nel display e mi sentii una ragazzina di tredici anni nel rispondere con voce flebile.

    “Buongiorno Alice, spero di non disturbarti. Stavi lavorando?”.

Il suo essere composta ed elegante anche mentre parlava, mi mandò in visibilio.

    “No, figurati, mi sono presa la giornata libera per concedermi un po’ di relax”.

    “Molto bene, spero che tu non ti sia presa impegni nemmeno per stasera, allora”.

Per un momento provai l’irresistibile desiderio di rispondere in modo positivo, così da scongiurare ogni tipo di imprevisto che potesse compromettere i miei piani.

    “Nessun impegno”, dissi infine, con mesta rassegnazione.

    “Non mi piace l’idea di te a casa da sola la sera di Halloween, dopo quello che mi hai raccontato a Venezia, non lo ritengo sicuro”.

Scoppiai a ridere davanti a quelle parole.

    “La mia governante ha detto la stessa cosa ieri, ma a differenza tua si è limitata a ricordarmi di chiudere porte e finestre. Secondo te non sarà sufficiente?”.

    “Direi proprio di no. Parliamo della notte più paurosa dell’anno, non dovresti stare sola, posso farti compagnia se sei d’accordo”.

Rimasi in silenzio qualche secondo, valutando il da farsi, poi dissi la prima cosa che mi venne in mente: “Puoi venire tu qui, allora. Non ho nessuna voglia né intenzione di muovermi da casa. I miei programmi erano di bere come una disgraziata, guardare film horror e ammirare le mie zucche intagliate. Non ti permetto di rovinare tutto!”. “Se vuoi farmi da guardia del corpo, va bene, ma dovrai venire qui”.

Sentii la sua calda risata smuovermi qualcosa nelle viscere.

    “D’accordo, accetto l’invito allora. Sarò lì per le sette, va bene?”.

Acconsentii. L’idea di Vera seduta sul mio divano o davanti al tavolo della mia cucina era improvvisamente allettante.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Sara Vannini
Sara Vannini nasce a Treviso il 6 ottobre 1993. Il suo approccio al mondo della scrittura inizia già all’età di 10 anni quando scrive i suoi primi racconti fantasy e sentimentali.
Crescendo, vince numerosi premi e riconoscimenti letterari nella categoria giovani, anche grazie alle svariate poesie scritte in quel periodo.
Nel 2018 pubblica il suo primo romanzo tramite self-publishing, intitolato Una Storia Che Non Sentirai. Segue Miele Tossico, con il quale si approccia più da vicino al mondo LGBT.
Nel 2021, durante la pandemia, scrive Gray Manor, un horror psicologico che viene pubblicato dalla Ducale Edizioni.
Nonostante i suoi libri spazino molto di genere, ciò che li accomuna è proprio il tema LGBT.
Sara, infatti, oltre ad essere una scrittrice di romanzi e racconti brevi, è anche una supporter del mondo LGBTQ+.
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