Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Il Caso e La Volpe

Il Caso e La Volpe
3%
195 copie
all´obiettivo
76
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Giugno 2023

Storia di quattro compagni di liceo, durante gli anni della strategia della tensione e del terrorismo rosso, quattro amici con in tasca la voglia di vivere, una manciata di sogni da realizzare e la convinzione di cambiare il mondo.
Valerio è un idealista ribelle, che si avvicina alle Brigate rosse pur di concretizzare le sue utopie, Gabriele l’estremista di destra, legato agli ambienti neofascisti, Greta, la prima della classe, discreta e bella, e Marco, “il negoziatore”, colui che alla lotta antepone il compromesso.
Quindici anni dopo, nel 1992, Valerio e Gabriele, ormai quarantenni, disillusi dalla vita e in crisi, si ritrovano per caso a trascorrere assieme le vacanze natalizie in Alto Adige.
Fra pranzi e cene, insulti e battute, i due amici/nemici fanno i conti con il loro passato e, fra rimorsi e rimpianti, crisi di coscienza e sensi di colpa, vanno alla ricerca del tempo perduto e del senso della vita. E dopo quell’incontro, niente sarà più come prima.

Perché ho scritto questo libro?

Volevo raccontare a chi non c’era, ai giovani soprattutto, gli anni Sessanta e Settanta, soffermandomi non tanto sulla strategia della tensione, le stragi di stato e il terrorismo rosso, quanto sulle connessioni tra questi avvenimenti e il Fascismo e la Resistenza e sui drammi interiori che provocarono in molti fra quelli che scelsero di schierarsi da una parte oppure dall’altra, lottando, perseguendo ideali e ottenendo delusioni e sconfitte, ma contribuendo a cambiamenti sociali inimmaginabili

ANTEPRIMA NON EDITATA

Mia moglie mi diceva che ero un fissato maniacale, un fanatico patologico, a causa di alcune mie stramberie, come collezionare libri antichi e long playing, sistemarli sugli scaffali del mio piccolo studio e del salone che fungeva anche da biblioteca con assoluta precisione, per genere, autore, ordine cronologico, e catalogarli, con altrettanta precisione, o come uscire dal cinema solo dopo avere letto tutti, ma proprio tutti i titoli di coda, o ancora, come annusare con  circospezione qualunque alimento prima di assaggiarlo.
No, mia moglie non sopportava niente di me, neppure la mia stravaganza in montagna di scendere a valle per ultimo, percorrendo la Ried, la pista che dal Plan de Corones arriva a Gassl, al parking di corriere, automobili e camper, quello dove, se la mattina non giungevi prima delle nove, rischiavi di girare a vuoto con la macchina per ore. Aspettavo che scoccassero le sedici, l’ora di chiusura degli impianti e iniziavo la discesa, con lentezza, godendomi gli ultimi riflessi del sole ormai quasi scomparso dietro la cima, l’aria pungente del pomeriggio e il rumore degli sci sulla neve.

Continua a leggere

Continua a leggere
Quel pomeriggio freddo e nebbioso di fine anno, iniziai la discesa, come da abitudine, affrontando il Plateau, la parte meno impegnativa del Kronplatz, in  tranquillità, infischiandomene della scarsa visibilità e prolungando il tratto con traiettorie armoniosamente ampie, curvando di continuo nei punti pendenti, e proseguendo poi ad andatura sostenuta sulla Ried, la tortuosa e interminabile rossa, lunga sette chilometri.
Giunsi affaticato a trequarti del percorso, e a quel punto, un po’ preoccupato per la nebbia sempre più fitta, decisi di fare una sosta al rifugio Lorenzi Hütte, prima di avventurarmi lungo il muro finale, la parte più difficile per la ripidezza e i tratti ghiacciati alternati ad altri senza neve.
Tolsi gli sci, entrai nel locale, mi sedetti, ordinai un’altra birra e mi immersi nel flusso malefico dei ricordi, ripensando alla mia vita sconclusionata e infelice, ai miei tanti errori giovanili, a lei, che non rivedevo da quindici anni, all’apatia e alla solitudine, miei fedeli e silenziosi compagni di viaggio, finché la mia deformazione professionale non mi spinse a riflettere sul contenuto di alcune lettere riguardanti il senso della vita, che Leopardi, da Napoli, poco prima di morire, aveva scritto a suo padre, e che io, una volta rientrato dalle vacanze, avrei segnalato a un mio studente che stava ultimando la sua tesi di laurea, Leopardi, il nichilismo e il piacere, lettere che, a mio giudizio, testimoniavano  il suo amore per la vita, diversamente da quanto sostenevano con spocchia diversi critici letterari.
Il sommo poeta aveva compreso il senso della vita, che per lui altro non era se non quel piacer figlio d’affanno, consapevolezza amara di una condizione  umana tragica, io, invece, avevo scordato cosa fosse, o forse non l’avevo mai capito, perché troppo intento a perseguire sogni e utopie.
Il fatto è che Leopardi predicava in un modo ma poi razzolava in un altro, non  rassegnandosi al suo destino, lottando e, nonostante tutto, amando la vita, mentre io avevo smesso di vivere, diventando un reduce senza orgoglio, che si piangeva addosso e si limitava a osservare gli altri, indaffarati e nevrotici, che si agitavano, si arrabattavano disperatamente nella ricerca della felicità. A quarantun anni io avevo bruciato ogni illusione consolatoria e continuavo a inseguire il senso della vita come una chimera.
Immerso nelle mie paranoie, non avevo notato che attorno a me non c’era più alcun cliente, perciò scacciai via quei pensieri malinconici e molesti, pagai e uscii.
Fuori si era alzato un vento fastidioso e pungente che non era ancora riuscito a dissolvere la nebbia, e il buio aveva ricoperto l’intera vallata, mentre la luna pareva voler rimandare la sua magica e misteriosa apparizione. Mi sentivo comunque rilassato e mi beavo di quello scenario che emanava lampi di inusitata bellezza, continuando a scivolare sul ghiaccio con cautela, finché un’ombra che si muoveva agile fra gli alberi distolse la mia attenzione. Mi misi a osservarla, capendo alla fine che si trattava di una volpe argentata, ma, così facendo, persi la concentrazione e non mi accorsi di una doppia cunetta. Riuscii a saltare la prima, non la seconda. Volai in alto, muovendo mani e braccia freneticamente, quasi volessi librarmi nell’aria, e finii invece per cadere pesantemente, impattando sulla lastra di ghiaccio e subendo un colpo tremendo che mi tramortì.
Talvolta è sufficiente poco, un’inezia, il caso, a cambiarti la vita, anche se non sempre te ne accorgi subito. Allora non lo potevo ancora sapere che quella volpe avrebbe cambiato la mia esistenza.
Quella mattina faceva freddo, un freddo pungente che ti entrava nelle ossa e non ti abbandonava più, e pioveva, pioveva incessantemente, da diverse ore, tanto che i tombini stradali delle vie prospicienti il lungomare e città vecchia erano saltati, per la forte pressione dell’acqua, uno dopo l’altro, come tappi di bottiglie di champagne, causando allagamenti nelle strade, nei negozi e nei seminterrati e disagi al traffico, tuttavia quella mattina nei corridoi e nelle aule del Petrarca nessuno faceva caso al maltempo. In ogni angolo del liceo, tutti ne parlavano, ne discutevano, accalorandosi, offrendo chi una versione e chi un’altra, chi accusando e chi invece giustificando, chi reclamando giustizia e chi invocando a voce alta un governo  forte e autoritario.
Al suono del campanello, anche noi della terza B smettemmo di chiacchierare e di fumare ed entrammo alla spicciolata in classe, per cominciare come di consueto l’ora più pesante del sabato, quella di latino, tenuta dall’inflessibile e intollerante professor Giovanni Maria Dilena, insegnante di vastissima cultura e ferratissimo in ogni disciplina dell’area umanistica, capace di ammaliarci, spiegando una novella di Pirandello e l’inconoscibilità della verità, oppure una poesia di Montale e la sua poetica degli oggetti, spaziando, nell’analisi, dal cinema alla pittura, dal teatro alla musica.
Sì, senza alcun dubbio sapeva stregare la platea, da attore consumato, ma poi pretendeva da quella platea l’assoluta dedizione e il massimo impegno, specie in latino, e il sabato era la giornata in cui verificava sul campo quanto i componenti di quella platea avevano realmente studiato e appreso. In quelle temutissime interrogazioni, Dilena sembrava accanirsi sui malcapitati di turno con sadismo, come il sergente maggiore Hartman mentre addestrava i suoi marines con lo scopo di farli diventare macchine da guerra.
Quella mattina, però, la classe rumoreggiava, era irrequieta, nonostante la presenza di un insegnante autorevole come Dilena, pareva respirasse quella atmosfera pesante che aleggiava su tutto l’istituto. In altre occasioni era stato sufficiente uno sguardo appropriato di quell’uomo sulla cinquantina o poco più, piccolo di statura, con pochi capelli ormai bianchi e occhi scuri e profondi, che intimorivano e incutevano rispetto, per ottenere silenzio e attenzione, per chiudere fuori dalla porta le questioni politiche, le divergenze ideologiche e la voglia di rivendicare il proprio pensiero davanti agli altri.
“Allora, cosa avete oggi da cianciare, da agitarvi? Vogliamo ricordarci in quale ambiente ci troviamo?”.
Niente, quella mattina per la prima volta Dilena non riuscì ad acquietare i nostri animi.
“Professore, ha visto o letto ciò che è successo ieri a Roma e soprattutto a piazza Fontana, a Milano?”.
La domanda di Gabriele non colse di sorpresa l’insegnante.
“Sì, Leone, ho letto anch’io della tragica notizia, dunque è per questo motivo che fate baccano e disturbate chi magari vorrebbe fare lezione e imparare”.
“Nessuno di noi, oggi, può desiderare di tradurre Tacito, né qualunque altro autore latino” replicò pronto Gabriele con aria di sfida.
“E cosa credete di ottenere, parlandone fra di voi, di ridare la vita a quelle  povere vittime innocenti?”.
Dilena non era propriamente un uomo cinico, semmai un vecchio pragmatico, e come tutti gli anziani portato a osservare gli avvenimenti con distacco, e a riflettere piuttosto che ad agire.
“Ora basta, la pausa di intrattenimento politico è terminata. Dunque, Leone, Riva e Berti, venite alla cattedra, e cercate di sfruttare al meglio tutta la vostra energia per tradurmi correttamente questi passi di Tacito…”.
Era quasi mezzogiorno, quando, appena uscito dalla doccia, udii bussare alla porta. Aprii in accappatoio e ancora bagnato, e mi ritrovai faccia a faccia con Greta.
“Alla buonora,” – esclamò, sorridendo – “sono dieci minuti che suono e busso, temevo fossi già uscito!”.
Mi abbracciò, benché gocciolassi, e mi guardò con i suoi grandi occhi azzurri, truccati più del solito, per decifrare la mia reazione a quella visita inattesa.
“Lo so, non dire niente, avrei dovuto avvisarti del mio arrivo, ma temevo che ti saresti opposto, che avresti trovato qualche scusa per rimandare l’incontro, così ho deciso di farti una sorpresa”.
“Sì, non c’è dubbio, mi hai fatto una bella sorpresa davvero, ma sono felice che tu sia qui. Ti posso preparare un caffè?”.
“Volentieri, ne ho proprio bisogno”.
Mi seguì in cucina, continuando a parlare e a farmi domande su domande, mentre io mettevo il caffè nella cuccuma.
“Come ti trovi qui, a Padova?”.
Alzai le spalle, come a dire che sopravvivevo.
“Mi conosci, sono cosmopolita, un posto per me vale un altro”.
“Per i tuoi ideali politici hai rinunciato, e stai rinunciando, alla tua vita. Ne vale la pena?”.
Aprii le braccia e sorrisi.
“Dipende dai punti di vista…”.
“Non sei ritornato neppure per assistere tuo padre mentre stava morendo…”.
Il rimbombo di un tuono in lontananza sembrò poco casuale e mi spinse ad accostarmi alla finestra e a scrutare il cielo nero, anche se in cuor mio non temevo affatto l’ira degli dei.
“Se arrivavi fra un po’ ti pigliavi l’acquazzone…”.
Mi voltai e la guardai negli occhi azzurri, splendidi, magnetici.
“Non avrei sopportato di vederlo agonizzare per giorni e giorni, di assistere al suo deperimento, alla sua sofferenza, e poi si muore sempre soli…”.
Non era vero, le stavo mentendo, ero conscio di aver sbagliato e di non poter addurre scusanti, ma, vivendo in prima linea, avevo preso coscienza che la realtà non corrispondeva a quanto avevo immaginato ascoltando mio padre, e che giocare a fare il rivoluzionario aveva cambiato radicalmente la mia vita,  e in peggio, perché nel frattempo si era insinuato in me il tarlo del dubbio.
Io avevo rinunciato ad assisterlo, perché provavo risentimento verso colui chi mi aveva incoraggiato e spinto a intraprendere una via senza ritorno, perché ero confuso, non in grado più di distinguere il bene dal male. E forse pure per vendicarmi.
Avevo fatto una scelta, e non provavo alcun pentimento.
Allontanai quei ricordi dalla mia mente e versai il caffè nelle tazzine, quindi ci sedemmo sul divano.
“Marco abita ancora con te?”.
“Certo, anche se ci frequentiamo poco”.
“Avresti dovuto rimanere come lui nel partito comunista”.
“E continuare a parlare senza agire, lasciando il Paese in mano ai fascisti e ai  democristiani? No, grazie, io, al contrario dei comunisti, combatto  e cerco di cambiare la società, di renderla giusta, egualitaria, libera e democratica. Ognuno ragiona con la propria testa…”.
Esprimevo i soliti vecchi concetti, probabilmente senza più crederci come una volta, e ciò mi spaventava. Continuavo per inerzia ad andare avanti lungo quella strada, perché non ne intravedevo di migliori. Per dovere, per mio padre.
Ecco il vero motivo per cui non avevo voluto accorrere al suo capezzale, tenergli la mano fra le mie e dargli l’ultimo conforto, perché mi teneva ancora legato a sé, a quella promessa che io non riuscivo a spezzare.
“Hai ragione, ognuno è libero di pensarla come vuole, però converrai che al mondo non esiste solo l’impegno politico, la rivoluzione”.
“Per esempio?”.
“L’amore, per esempio”.
“Bellissimo sentimento, ma chi fa la rivoluzione non ha tempo per l’amore, la donna può permettersi l’amore, l’uomo no”.
“Allora non hai la ragazza…”.
Quella affermazione mi colse alla sprovvista, facendomi arrossire.
“Te l’ho detto, non ho tempo di impegnarmi con le donne…”.
Greta si accorse del mio imbarazzo, e ne sembrò contenta. Si mise a fissarmi e sorridermi, e per provocarmi maggiormente accavallò le gambe flessuose, che la minigonna già lasciava abbondantemente intravedere, ostentando un atteggiamento sempre più da femme fatale, poi, all’improvviso, si avvicinò e mi baciò a lungo sulla bocca, quindi mi fece sdraiare sul letto e si spogliò lentamente, perché potessi ammirare la sua bellezza e desiderarla. Io mi trovai disarmato dinanzi all’amore, e smarrii me stesso, travolto dal suo charme, dalla carica erotica di ogni suo gesto e parola, dalla determinazione con cui mi seduceva.
Odoravo il profumo conturbante della sua pelle e mi inebriavo. E mi eccitavo,  sprofondando nel vortice dell’estasi e lasciando che conducesse lei la danza d’amore, scegliendo la posizione e cambiandola, accelerando e rallentando, fermandosi e riprendendo ad amarmi con infinta dolcezza. Mi accarezzava e baciava, scendeva e risaliva, con studiata malizia, e poi mi sfiorava, leccava e mordeva appena, sussurrandomi sconce parole d’amore. Io potevo soltanto assecondarla, e invogliarla a impadronirsi, anche, della mia anima.
L’eccitazione crebbe violenta, i movimenti divennero sempre più convulsi e il respiro ansimante, finché precipitammo nell’orgasmo, come un’entità unica, come accade ai prescelti. E, dopo l’esplosione dei sensi, continuai ancora a muovermi dolcemente dentro di lei, a baciarle il collo, la bocca, le orecchie, gli occhi…
Intravide Gravina, che, a testa alta, stava camminando lentamente, reggendo la sua cartella marrone, ignaro di andare incontro a un agguato.
Moro ed io lo stavamo aspettando da una decina di minuti, su una scalinata laterale, che curvava e ci nascondeva alla vista dei passanti.
Io ero sull’orlo di una crisi di nervi. Mi avevano detto poche ore addietro, senza preavviso, “Vai e uccidi, è un nemico del popolo”, e io, per la prima volta, avevo preso in mano la pistola, una Beretta 70, senza proferire parola.
Chi tace acconsente, dicono, e io ora mi trovavo là, su quei gradini, assieme a Moro, stravolto e confuso, con la mano sudata in tasca che stringevo quasi sensualmente la Beretta, neppure avessi dovuto farci l’amore, nell’attesa che   comparisse la vittima predestinata.
In quei minuti di attesa pareva che le lancette del tempo si fossero spezzate, poi finalmente apparve lui, il fascista nemico del popolo, magro, alto, distinto, e con il cappello in testa, stravaganza di un uomo d’altri tempi.
Il magnifico rettore arrivò in prossimità della scalinata, Moro mi fece cenno di seguirlo e assieme ci avvicinammo al nostro bersaglio. Quando fummo a una decina di metri, estrassi la pistola e gliela puntai alla schiena, consapevole di non poterlo mancare da quella distanza. Dovevo solo sparare, lui non se ne sarebbe neanche accorto, sarebbe trapassato a miglior vita senza patire dolore alcuno. Ammazzarlo e scomparire poi nelle calli cittadine pareva facile, quasi un gioco da ragazzi, eppure non riuscivo a premere il grilletto. Tremavo, ero paralizzato, sudavo freddo e ansimavo. Davanti agli occhi, scorsero immagini della mia grigia esistenza, del percorso che mi aveva condotto a diventare un terrorista, di me che giocavo a guardie e ladri, di Gabriele, di mio padre…
“È questo che vuoi, dunque, padre? Vuoi il mio sacrificio? Eccomi, sono qui”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Il Caso e La Volpe”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Fabio Miot
Abito a Trieste, dove sono nato.
Sono laureato in Lettere, ho insegnato per quarant’anni materie letterarie e latino nei licei.
Ho collaborato per anni con alcune radio libere, una televisione privata e il quotidiano Il Piccolo di Trieste.
Nel 2020 ho pubblicato il mio primo romanzo “Spazzare il mare”.
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie