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Cercandoti

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Consegna prevista Novembre 2024
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Per un evento non dipendente da lei, Emma non può avere figli, infrangendo così il sogno di Luca, il marito, di poter costruire una famiglia. Da un giorno all’altro Luca abbandona Emma, la quale si ritrova sola e a dover affrontare la quotidianità da un altro punto di vista, cercando ogni giorno di “sopravvivere” senza avere accanto l’uomo che ha sempre amato; trovandosi in un vortice di emozioni, scava dentro si sé per capire a fondo chi è davvero e, per farlo, si abbandonerà gli eventi, incontrando anche Gabriele, il quale sembra essere la persona giusta per tirarla fuori dall’apatia in cui è caduta. Ma il destino, spesso, ha più fantasia di noi…
Le sue amiche storiche, Aurora e Pamela, l’accompagneranno in questo viaggio, e anch’esse troveranno la forza per guardare avanti e cambiare il loro destino.
Emma, con le sue paure e vulnerabilità, rappresenta la paura del cambiamento. ma allo stesso tempo il coraggio insito in ognuno di noi che ci permette di guardare oltre.

Perché ho scritto questo libro?

L’idea di scrivere questo libro mi è venuta in un momento in cui la mia vita sembrava sottospra: i giorni scorrevano con difficoltà e facevo fatica a capire cosa volessi in quel momento, quindi mi sono affidata alla scrittura per tirare fuori emozioni e pensieri che in quel momento non riuscivo a spiegare e ad analizzare.
la scrittura è terapeutica: dando voce al groviglio di pensieri, sono riuscita a districarne la matassa. E a sentirmi più leggera.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

PREFAZIONE

Ad un punto della tua vita ti domandi se ciò che hai fatto ha dato dei buoni frutti. La maggior parte delle volte la risposta è “no”, anche se poi non è così, in realtà. La risposta è negativa perché l’uomo, di per sé, tende ad essere insoddisfatto e questo lo porta ad una ricerca infinita e sterminata di qualcosa che nemmeno lui sa bene cosa essere. L’insoddisfazione fa parte di noi. È umano. Ma pur di soddisfare certi istinti e certi bisogni,  a volte si perde il bandolo della matassa, senza capire e senza vedere che la soluzione è lì a portata di mano. A volte siamo disposti ad arrivare persino fino alla luna in sella all’ippogrifo per tornare ad avere un po’ “di sale in zucca”.

Ecco. È proprio questo “sale in zucca” che spesso dimentichiamo di avere. Più che la ragione, ci dimentichiamo di avere un cuore, un’anima e spesso ci buttiamo via senza ragionare, senza dare spazio realmente a ciò che proviamo, solo perché siamo assorbiti dagli eventi della vita, dalla quotidianità e dalla routine. Ci sentiamo al sicuro con la routine.

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Ma quando subentra un qualcosa che rompe questo schema sicuro in cui siamo abituati a vivere, ecco che ci sembra crollare il mondo addosso. Nella società di oggi non si ammette il fallimento, il cambiamento repentino di certe situazioni. Tutto deve “luccicare”, essere in ordine e patinato: non sono ammessi errori e brutture di ogni sorta. Tutto deve essere perfetto agli occhi degli altri e non ci è permesso mostrare le nostre debolezze. Ma a quale pro?

Cercandoti è un romanzo che si focalizza proprio su questo, sull’essere umano e le sue debolezze; sul fatto che ognuno di noi non è infallibile e che non può, per natura, essere perfetto. Solitudine, errori, paure sono i protagonisti indiscussi di questo romanzo, il quale arriva ad illustrare, con un viaggio introspettivo, quanto possano trasformarsi in consapevolezza, verità e coraggio. Perché le avversità della vita servono proprio a questo, a trasformarci e renderci persone migliore di ieri, se lo vogliamo. E noi lo vogliamo. 

Buona lettura.

CAPITOLO 1

Lo ricordo bene quell’anno in cui la mia vita cambiò totalmente direzione.

Ero arrivata alla soglia dei 42 anni e per magia tutto cambiò. E ciò era inevitabile, perché, se diamo retta all’astrologia, questa è l’età della rivoluzione, del passaggio da una fase, se così possiamo definirla, ancora adolescenziale ad una fase più matura, in cui ci si conosce meglio e la nostra anima sa cosa vuole. In sostanza, i 42 anni possono essere paragonati ad una porta da varcare per raggiungere il futuro che ci attende. D’altra parte lo dicevano anche i greci,  conosci te stesso.  Ecco, forse io alla soglia di questa filosofica, esoterica, religiosa ed astronomica importante età neanche mi ero accorta di esserci arrivata, ma il mio animo lo sentiva, rendendomi una persona diversa da quella che ero sempre stata o forse, per tornare ai nostri greci, intuitivamente avevo capito chi fossi davvero e cosa volessi  per la prima volta nella mia vita. Si dice che a 42 anni si rinasce: nel mio caso era vero.

«Cos’hai?» mi aveva chiesto Aurora davanti ad un caffè fumante.

«Eh?» avevo risposto accorgendomi di risvegliarmi da una specie di torpore.

«Sì, Emma, sei strana ultimamente.» Aurora, insieme a Pamela, era una delle mie migliori amiche. «Tesoro, ti vedo distratta. Cosa c’è che non va?»

Era inutile. Era difficile nasconderle qualcosa: delle tre, lei era quella più intuitiva. Be’, senza togliere nulla alla sua qualità, c’è anche da dire che io sono sempre stata un libro aperto: mi si è sempre letto in faccia ciò che mi passava per la mente e per il cuore.

«Non so, Aurora, è un periodo strano per me» le avevo risposto sorseggiando un po’ di caffè.

Accidenti era bollente! E per poco non stavo per sputarlo.

Era gennaio e da poco erano passate le vacanze di Natale.

«Su, tesoro, a me puoi dire tutto» e nel frattempo aveva buttato giù un sorso di caffè. Come

diavolo facesse a trangugiare bevande calde senza scottarsi per me rimarrà sempre un mistero.

Prima di risponderle, feci una lunga pausa, osservando al di là della vetrata de bar: bambini che giocavano nella piazza antistante; giovani ragazze con in mano buste di uno shopping sfrenato; ragazzi seduti sopra la sella degli scooter parcheggiati intenti a fare due chiacchiere.

«Non è un bel periodo per me, Aurora» le dissi. «Mi sento “strana” e non so come spiegarti.»

«Su, racconta.»

«Luca è sempre molto nervoso e in casa non c’è mai e io mi sento sola.»

«Tesoro, è ordinaria amministrazione. Questi problemi sono risolvibili. Parlate e vedrai che

tutto si aggiusta.»

Non so, non era proprio così. Dentro di me sentivo qualcosa di diverso. Io, con Luca, ci parlavo spesso, parlavamo di tutto, ma in questo periodo lui era diventato cupo e io mi ero allontanata piano piano: non comunicavamo più come prima. Come facevo a spiegare ad Aurora quello che stavo passando se nemmeno io lo avevo chiaro a me stessa?

«Credimi, ho provato molte volte a intavolare il discorso,» avevo detto alla mia amica, «ma ogni volta sembra che ci sia qualcosa che ci ostacoli.» In effetti, avevo provato a parlare con mio marito prima di Natale e poi qualche giorno fa, ma ogni volta che provavo a dire qualcosa o squillava il telefono oppure qualche vicino suonava alla porta. Sembrava il copione di un film, tanto che alla fine ci avevo rinunciato. Ma io lo percepivo il distacco e il suo ammutolirsi, nonostante i miei sforzi fatti per cercare di nuovo l’intimità che ormai era sporadica. Vivevo da un paio di mesi in una sorta di bolla che non riuscivo a far scoppiare per poter tornare alla bella realtà in cui avevo sempre vissuto. In più, Luca aveva cominciato a fare gli straordinari in ufficio e già in condizioni normali lavorava troppo, ma adesso ancora di più ed era chiaro che lo faceva apposta. «Emma, stasera non torno a casa: ho un cantiere da visionare» era la frase preferita di Luca in questi ultimi tempi. E io non volevo indagare se ciò fosse vero o no.

«Tesoro, guarda, un messaggio di Pamela nella nostra chat di gruppo.»

Aurora aveva interrotto i miei pensieri.

«Cosa dice?». Non avevo voglia di prendere il cellulare dalla borsa.

« Dice che non dobbiamo divertirci troppo senza di lei» e Aurora aveva fatto una risata tra sé

e sé. Pamela, la nostra amica con la quale formavamo un trio perfetto, non era potuta venire a causa del lavoro: aveva troppe scadenze e non poteva lasciare i colleghi d’ufficio così, su due piedi.

Amavo le mie amiche ed erano l’una l’opposto dell’altra: Aurora era bionda, capelli mossi che le arrivavano alle spalle, carnagione chiara e occhi color nocciola. Era poco più bassa di me ed era magra e slanciata. Amava portare accessori intonati ai suoi vestiti. Faceva amicizia facilmente, poiché il suo carattere era molto espansivo, ma trapelava anche un moto di vergogna e di timore verso il mondo.

Pamela, invece, aveva i capelli neri e lucenti, lisci che brillavano sotto qualsiasi luce, occhi neri anch’essi e aveva una carnagione scura che sembrava essere stata al mare ad abbronzarsi fino al giorno prima e la invidiavo per questo. Anche lei era poco più bassa di me ed era molto magra e slanciata. Aveva un modo sicuro di porsi verso le persone e verso la vita e il suo carattere volitivo e determinato spiccavano e si facevano notare. La sua particolarità era quella di non rinunciare mai al tacco 12 (come facesse a starci in equilibrio, me lo sono sempre chiesto).

Poi c’ero io: la più alta, la più formosa, capelli lisci e castani, occhi marroni che stavano sempre dietro ad un paio di occhiali da vista. Titubante verso il mondo esterno, mi rifugiavo tra le persone a cui volevo bene e sapevo essere dei punti di riferimento per me. Amavo vestirmi bene in pubblico e al mio braccio non mancava mai una borsa di qualche nota marca: era il mio vizio.

Tra le tre ero la più giovane: Pamela aveva tre anni più di me e Aurora ne aveva due. Un trio piuttosto assortito, anche come caratteri e caratteristiche e il nostro motto era “il potere del trio coincide col mio”, ripreso da una serie tv che io amavo tantissimo. Chi ci vedeva da fuori poteva pensare che fossimo sorelle, ma, in realtà, di parentele neanche l’ombra: eravamo molto affiatate e sapevamo quali erano i nostri punti di forza sia come gruppo sia come singole persone e ciò faceva sì che nei momenti di sconforto di una, le altre due erano pronte a tirare su l’altra con battute, scenette stupide, oggetti idioti da sventolare davanti al viso in lacrime della disperata. Ricordo una volta in cui io piangente mi sono ritrovata a ridere all’improvviso solo perché Pamela aveva tirato fuori dalla borsa un grosso pupazzo a forma di ranocchio agitandomelo davanti gli occhi cercando di ipnotizzarmi e farmi smettere di piangere. Oppure c’è stata la volta in cui al momento del conto in pizzeria, venne fuori una scenetta non voluta: Aurora non aveva contanti e aveva chiesto di pagare con la carta. Il cameriere le porse il pos e Aurora aveva chiesto:

«Infilo o appoggio?»

«Aurora, vedi te..io preferirei che si infilasse» aveva aggiunto Pamela all’istante.»

«Mha, dipende, così su due piedi, per far prima, meglio l’appoggio.»

Il cameriere rideva sotto i baffi e io avevo le lacrime agli occhi.

Eravamo così: genuine, spontanee e la risata non ci mancava mai. Non potevamo fare a meno l’una dell’altra. Chissà cosa avrei fatto nella mia vita se non le avessi incontrate.

«Pamela chiede di poter fare una cena appena i ragazzi tornano a scuola.» Aveva aggiunto Aurora, riportandomi di nuovo alla realtà, dopo essermi persa ancora una volta nei miei pensieri. E ultimamente lo facevo spesso.

«Quando volete» risposi.

«Benissimo. Oggi è il 3 gennaio…che dici se la facciamo la prossima settimana?». Aurora stava parlando da sola: ero di nuovo distratta.

«Oh! Dico a te!». Mi aveva rimproverata.

«Eh, sì…va bene…» Avevo detto con un filo di voce. Stavolta stavo pensando al mio lavoro:

dovevo scrivere un articolo per il giornale per cui lavoravo, ma non lo avevo ancora fatto: il mio capo mi avrebbe fatto sicuramente una bella ramanzina.

«Perdonami, Aurora, mi sono ricordata che devo scrivere un articolo per il mio capo e  sono in ritardo» le avevo detto con aria scocciata senza rendermene conto.

«Tesoro, devi rilassarti. Dici di Luca, ma anche tu non scherzi. Prenditi qualche giorno di riposo: ti far bene.»

«Non posso, lo sai che tra circa un mese ci sarà la Fashion Week a Milano e io non posso, non  posso non saperne niente. Devo scrivere un articolo sul colore di tendenza della prossima stagione.»

Lavoravo in un giornale locale, ma abbastanza seguito: per essere una piccola testata avevamo una buona tiratura. Io mi occupavo della parte di moda.

Mi piaceva il mio lavoro. Avevo abbandonato la facoltà di legge da giovane per intraprendere gli studi in Lettere per poter rincorrere il mio sogno di bambina: quello di scrivere.

Avevo iniziato la facoltà di Legge con l’idea che potesse aprirmi molte porte lavorative, ma ben presto mi ero accorta che non era stata la soluzione ideale, in quanto facevo fatica a memorizzare tutte quelle leggi e trovavo difficile lo studio dei casi proposti come esercitazione. La mia pazienza si esaurì dopo due anni, quando mi decisi a fare il passaggio di facoltà verso il mio primo amore: le lettere. Però, devo dire, che i due anni passati a Giurisprudenza non erano poi così da buttare, perché è stato lì che ho conosciuto Pamela. Infatti, durante il primo anno, le matricole sono seguite da una specie di studente-tutor dell’ultimo anno della triennale, al quale poter chiedere consiglio sui corsi, sugli esami e sui programmi. A me era capitata Pamela e in poco tempo diventammo amiche. Si può dire che tutto il periodo universitario l’ho passato con lei, nonostante avessi fatto il cambio di facoltà. Aurora era entrata a far parte de gruppo in un secondo momento, quando Pamela aveva avuto il suo primo caso da seguire una volta entrata nello studio legale in cui lavorava tutt’oggi: aveva seguito personalmente il divorzio di Aurora dal primo marito e l’aveva poi seguita nell’apertura del suo centro estetico. Insomma, tre donne con passati e storie diverse, ma tre anime che si erano trovate e camminavano insieme già da vari anni.

«Devo andare» avevo aggiunto. «Grazie della compagnia e del caffè.»

«Ma, tesoro, siamo state insieme appena un quarto d’ora. Dove vuoi andare?»

«Te l’ho detto, devo tornare in ufficio a scrivere. Se non consegno quell’articolo, Roberto mi

ucciderà, anzi no, mi licenzierà in tronco. Il che è peggio.»

«Va bene, Emma, vai pure. Io rientro al salone. Il centro senza di me è perso. E mi raccomando, cerca di parlare con Luca. Chiaritevi. Vedrai che andrà tutto bene.»

Quelle parole mi avevano raggiunto lo stomaco come un pugno dato a tradimento: non ero sicura di voler affrontare ancora una volta l’argomento con lui. E poi…

«Forza, cara, se hai bisogno, io e Pamela ci siamo per te» e nel dire questo mi aveva già stretto a sé e dato un bacio sulla guancia. «Non dimenticarti della prossima settimana: ti faremo fare tante risate, vedrai! Ci aggiorniamo in chat. Buona giornata!» e detto questo se ne uscì dal bar.

Pagai i due caffè e me ne uscii anch’io.

All’improvviso sentii vibrare il cellulare nella borsa. Svogliatamente lo cercai all’interno della mia mezzaluna, lo presi e subito i miei occhi lessero “Dove diavolo sei finita?! È un’ora che ti cerco!” Era Roberto. Lo sapevo. Mi voleva in ufficio e subito.

Quell’articolo era importante.

La fashion week era importante.

Gli sponsor erano importanti.

E io dovevo chiedergli dei giorni di ferie.

Merda.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Eva Gonnelli
Che dire di me? Non sono una supereroina e non ho poteri magici: sono un semplice essere umano a cui piace leggere, scrivere, disegnare e soprattutto respirare l'odore della natura e seguire la libertà del vento. Sono un'anima semplice che grosse avventure epiche non ha vissuto, ma sono un essere a cui piace scoprire giorno per giorno la vita che le si presenta.
Donna, moglie e mamma che si destreggia nel quotidiano assoporando attimo dopo attimo, bello o brutto che sia; docente di Lettere che accompagna le giovani menti ovunque queste siano destinate ad andare, spronandole a raggiungere i loro sogni.
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