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Che grande casino

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Consegna prevista Gennaio 2025

Jordie Parkes è sempre stata una ragazza sola e annoiata, di fatto semplice ma dalla complicata personalità e dai pensieri ancor più macchinosi. Ormai stanca della routine più che della sua città natale, riesce a trovare il lavoro dei suoi sogni oltreoceano. Spesso confusa dalle sue stesse emozioni dovrà convivere con degli spumeggianti coinquilini, tre dei quali fin troppo solari per Jordie, il quarto scontroso e sulle sue. La giovane protagonista nel cercare di dare una svolta alla sua vita si ritroverà dunque a fare qualcosa di inaspettato: stringere rapporti umani.

Perché ho scritto questo libro?

Il motivo per cui ho scritto questo libro è lo stesso per cui scrivo in generale: indagare la natura umana. Credo si parli troppo poco di quello che succede dentro di noi, in special modo di quello che succede nella testa di persone simili alla protagonista. Inoltre, citando una grande donna, se c’è un libro che vuoi leggere ma non è stato ancora scritto, allora devi scriverlo tu.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Finii di sistemare lo zaino e mi guardai allo specchio. Quando incappi nella routine ci sono alcune cose che ti dimentichi di fare. Non mi guardavo mai allo specchio, quella era più una cosa mia che una questione di routine in verità. Non aggiornavo le mie playlist da un po’. Non leggevo spesso, continuavo a dirmi di non avere tempo. Leggere mi ha sempre portato a considerarmi la versione migliore di me stessa.

Volevo unire due cose che mi dimenticavo di fare: apprezzare la natura e disegnare. La serie tv che avevo in programma poteva attendere. Mi presi un pomeriggio. In ufficio procedeva tutto come avrebbe dovuto quindi potei farlo. In più avevo anche un motivo recondito, era il primo giorno del periodo rosso. Vincent del liceo lo definiva in quel modo, riusciva sempre a capire quando lo avessi. Nonostante tutto quel soprannome mi restò impresso quindi continuai a chiamarlo periodo rosso.

Era il giorno dopo del giorno dopo la sbronza. Ero stata male però avevo una nuova esperienza da aggiungere al curriculum. Prima di andare bussai alla porta di Robert.

Continua a leggere

Continua a leggere

«Sbaglio o sono jeans quelli?»

Lo erano. Abitudinaria. Trovavo talmente normale avere solo pantaloni neri nell’armadio che non ci facevo caso. Gli porsi un pacchetto di sigarette «Ho dei flash di me e te dell’altra sera in cui continuo a gettare via le tue sigarette quindi ti ho preso un altro pacchetto.» aprii e chiusi le mani in maniera asincrona ai lati della testa per indicare discontinuità.

Si limitò a fissarlo «È la marca giusta.» lo prese.

«Non faccio le cose tanto per.» feci schioccare le labbra.

«Dove vai?»

«Ho un incontro spirituale in mezzo alla natura.» feci il gesto di chi medita «Non lo so, vado a fare un giro, forse al parco. Ero indecisa se leggere o disegnare.» tornai seria.

«Ti faccio compagnia.»

«In realtà volevo prendermi del tempo per me…»

Central Park con Robert. Volevo stare da sola. Lo so che voglio sempre stare da sola ma in quel momento volevo stare sola con me stessa.

Ci sedemmo su una panchina. Stetti ferma con lo sguardo fisso davanti. Lui era alla mia sinistra «Allora?»

«Sto decidendo.» risposi. Era una mezza verità. Non volevo disegnare con lui accanto ma ormai avevo lasciato il libro da leggere all’appartamento. La mano mi tremava un po’ quando agguantai il pacchetto con gli acquerelli da viaggio. Un pessimo momento per testare un nuovo stile. Presi un respiro. Era solo un foglio bianco. Era solo un foglio. Stavo per dipingere delle foglie su un foglio che in precedenza era stato delle foglie. Guardai Robert «Puoi non guardare?»

«È una cosa intima?» lanciò un’occhiata al foglio «Va bene. Quando hai finito posso vederlo?» si voltò.

«Solo se viene bene.» misi via gli acquerelli e impugnai la matita. Mi ritrovai a fare il bozzetto di un volto. Delineai i tratti somatici principali, era un uomo. Guardai Robert di traverso, aveva mantenuto la parola, il suo naso puntava davanti a sé. Prima di procedere feci partire le canzoni in riproduzione casuale. Fissai Robert un secondo. Un auricolare per me, uno per lui. Glielo misi io.

Riusciva ad apparire allo stesso tempo rilassato e teso, i due estremi. Mi affiorò alla mente l’ultima volta che avevamo ascoltato la musica insieme. La prima volta a voler essere precisi.

Sembrava la colonna sonora delle nostre vite mescolate. Tra una sfumatura e l’altra tenevo il ritmo con la punta delle Vans a quadri. Un leggero vento affiorava di tanto in tanto, il tiepido sole d’autunno era semplicemente perfetto. Quando arrivò il brano natalizio interruppi la sequenza, ad ogni modo avevo finito.

Picchiettai la spalla di Robert «Posso guardare?» diedi una risposta affermativa. Osservò il chiaroscuro poggiato sulle mie gambe. Lo tirai su. Un misto tra Henry Cavill e Jake Gyllenhaal nei loro trent’anni. Sollevò le sopracciglia «Ma sono io?» annuii appena. Sorrise.

«I capelli sono venuti bene. Mi dispiace per il naso, è difficile farlo.»

Scosse la testa «Sei stata bravissima.» ci pensò un secondo «Bravo?» pronunciò in italiano.

«Brava.» lo corressi. Mi piaceva quando mi faceva dei complimenti, di qualsiasi genere.

Lui annuì, si attorcigliò il filo degli auricolari attorno al dito «Adesso so anche come si chiama il tizio italiano che ascolti sempre.» prese il blocco «L’occhio è venuto proprio bene.» anche se era di profilo ci tenevo che venisse bene. In soli quarantacinque minuti era un lavoro più che dignitoso. Non ero partita con il voler rappresentare lui, quando senza pensarci mi sono ritrovata a puntellare delle lentiggini sulla zona delle guance non avevo più dubbi. Si mise la lingua tra i denti, una delle sue alternative a un sorriso completo, la mia preferita era quando incurvava solo metà bocca «Cremisi.» mi accigliai «Vai a fuoco, Jordie.»

Mi portai subito le mani sulle guance «Non è divertente.» gli diedi un colpetto.

Mi restituì il blocco «Adesso parliamo di questa tua fissa per la penisola italica.»

Feci scorrere un palmo sull’altro «Quando ero piccola mia nonna mi raccontava di quando aveva vissuto in Italia con suo marito, mio nonno.» gli lanciai un’occhiata, sembrava attento «Loro erano di Leeds però erano stati lì per qualche anno. L’avevano girata tutta. Io il nonno non lo ricordo, però lei mi diceva tutto. Il nonno ogni giorno le portava un vassoio con la colazione: latte, caffè, fette biscottate, marmellata o confettura, yogurt e spremuta d’arancia. La nonna lavorava a maglia per lui e gli faceva dei bellissimi cappelli e anche delle calze colorate. Il nonno ogni domenica le portava un mazzo di fiori e in mezzo ci nascondeva una rosa di carta sulla quale scriveva delle poesie. Si facevano gli scherzi, parlavano di tutto, ballavano. Per me quello era l’amore. L’amore vero. Un sentimento forte, dare e ricevere, senza paura di perdere.» mi grattai il braccio «Quindi associo all’Italia il bello della vita.» mi cadde l’occhio sul cellulare «Ah, e poi la musica. Ho iniziato ad ascoltare “il tizio italiano” come lo chiami tu. Non è stato il primo autore che ho conosciuto, però è il migliore. Sembra leggerti dentro.»

«Quindi… Credi nell’amore? Insomma, lui canta d’amore, lei ti raccontava d’amore, commedie romantiche sono sicuro che ne fai indigestione. Non puoi non crederci.»

«Sì.» un’altra mezza verità. Non riuscivo a visualizzare un lieto fine per me, la freccia di Cupido.

«Io penso che ci sia qualcuno per tutti. L’importante è la complicità. Proprio come i tuoi nonni.» si aggiustò i capelli «Le mie storie non erano nemmeno delle storie.»

«Non puoi pretendere di provare qualcosa per una con cui non hai intenzione di costruire qualcosa. Non dico che devi averlo deciso dall’inizio, però dovrai rendertene conto ad un certo punto. Non confondere il rigonfiamento nei pantaloni con quello nel petto.» detto in quel modo sembrava una malattia. Forse lo era davvero, aveva sintomi e controindicazioni «Le hai contate?» scosse la testa con lo sguardo basso «Non mi parli mai di te.»

«Non c’è molto da dire.»

«C’è sempre qualcosa da dire. Mi fai sempre sviscerare vicende della mia vita però non mi racconti nulla di te. Ce l’hai un motivo per essere scontroso con tutti? Io il mio te l’ho detto.»

«Ce l’ho.» tamburellò le dita sulla panchina «E poi non lo sono con tutti. Con te non lo sono.»

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Martina Turturiello
Appassionata da sempre dell’arte in ogni sua forma e null’altro, Marty (con la y, mi raccomando) è adesso studentessa di lettere moderne e se dovesse riassumersi in due righe farebbe finta di pensarci un secondo per poi pronunciare “Mi piacciono poche cose nella vita: scrivere, disegnare, mangiare, guardare film, ascoltare musica”.
Scrive di continuo e quando non lo fa pensa a cosa scrivere, scrive per ordinare i pensieri e trovare il suo posto, scrive per esternare ciò che con la voce non riesce a dire. E ha deciso di pubblicare per raggiungere chi è simile a lei.
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