Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages
Confini
43%
114 copie
all´obiettivo
35
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Luglio 2023
Bozze disponibili

Il romanzo prende spunto da un fatto realmente accaduto (la strage di Beslan) e racconta il massacro di centinaia di bambini e insegnanti in un’imprecisata città da parte di un gruppo di terroristi, complice la violenta reazione delle forze dell’esercito.
Il narratore è un ufficiale dell’esercito che partecipa alle operazioni e viene chiamato dai terroristi all’interno della scuola.
Dopo il massacro l’esercito mette in relativo isolamento l’ufficiale (unico sopravvissuto al massacro) in un villino su un lago del Paese e gli chiede un rapporto su quanto avvenuto nella scuola e sulla natura dei terroristi. Per convincerlo a scrivere l’esercito gli dà la possibilità di frequentare un villaggio sulle rive del lago e gli fa incontrare tre personaggi femminili.
I temi suggeriti dal romanzo sono quelli del bisogno di vivere per guarire dalla morte, della violenza sugli innocenti come strumento per sconfiggere il male, dell’opportunismo del Potere alla ricerca di un’impossibile assoluzione

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro ripensando ad una vicenda che mi aveva colpito profondamente: l’attacco terroristico alla scuola di Beslan e la morte di centinaia di ostaggi, soprattutto bambini.
Il romanzo prende spunto da quell’episodio, ma poi la storia è assolutamente di fantasia. L’intento era quello di narrare l’irresponsabilità del male, come venga presto dimenticato dai media e, in generale, dalla società e come esso segni invece profondamente la vita di chi ne è venuto a contatto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La morte è una malattia che solo la vita può guarire

Tony’s Dance Band by Joe Cottonwood

1

I bambini erano tutti allineati sul pavimento in cemento del grande magazzino. Saranno stati più di trecento ed erano morti. Li guardavo da lontano, appoggiato ad uno scaffale vuoto mentre fuori urla di uomini e donne continuavano incessantemente da ore. Dall’altra parte dell’edificio alcuni militari, immobili, con delle mascherine sul viso presidiavano l’ingresso del capannone. Una luce sporca filtrava dagli alti lucernari e diventava una sottile nebbia man mano che si posava sulla lunga fila di corpi. Il materiale edile, che precedentemente occupava il magazzino, era stato radunato su un lato per far posto ai piccoli cadaveri. Suonò il cellulare e la voce disse che erano in arrivo dei teli per coprire i bambini. Mi diressi lentamente verso i soldati.

Rivoli di sangue uscivano da sotto i corpi e si raggrumavano in piccole pozze rosse. Camminai piano cercando di non pestare quel sangue. Evitai di guardare i visi, ma vidi i piedi lividi e storti, le gambe sottili e nude e i piccoli ventri chiusi dentro a mutandine che dovevano essere state bianche. Nella palestra il caldo doveva essere stato terribile e i bambini si erano tutti spogliati: erano morti in maglietta e mutandine. La puzza di escrementi, urine e sangue era insopportabile, si alzava in vapori scuri che sporcavano le mascherine e penetravano il respiro degli uomini.

Quando arrivai davanti a loro, i soldati mi guardarono impassibili; notai però delle lacrime sulle guance, ferme ai bordi delle mascherine: commozione o l’odore insopportabile? Non lo sapevo.

Aprite il cancello, ordinai.

Due di loro si mossero e afferrati i battenti del portone li aprirono lentamente.

Le urla fuori aumentarono di volume e vidi uno spiazzo sterrato dove un cordone di soldati tratteneva a stento una folla di uomini e donne. Un piccolo autocarro spezzò la folla, i soldati lo lasciarono passare e l’autocarro entrò nel capannone e si fermò davanti a me. Prima che i soldati chiudessero il portone vidi che un uomo pendeva da uno degli alberi che chiudevano lo spiazzo: era immobile, sembrava impiccato.

2

La barca di Roberta si stava avvicinando. Uscii di casa e mi diressi al piccolo molo sul lago, in fondo al giardino. Roberta, tutti i lunedì e mercoledì pomeriggio veniva alla villetta che mi era stata assegnata. Non ero io a pagarla ma chi, oltre a tutto il resto, si occupava anche del mio benessere sessuale. Capelli neri e folti, viso abbronzato, scarpe con i tacchi e minigonna manovrava il barchino con difficoltà, cercando di non urtare il mio motoscafo ormeggiato un poco più indietro. Mi feci avanti e presi al volo la cima che lei mi lanciò allargando le gambe.

Non guardarmi le mutande, mi gridò.

Roberta era a suo modo pudica e, generalmente, non sopportava che ci si prendesse confidenze che andassero oltre il lavoro. Legai la cima al palo a lato del molo e l’aiutai a scendere.

Dovresti metterti dei vestiti più comodi e adatti ad una barca, dissi.

Io mi metto la divisa che il mio lavoro richiede, rispose piccata.

A me piaceresti anche in camicetta e jeans.

Lo so, ma ti sembrerei meno puttana e ti prenderesti delle libertà.

Non credo che lo farei, però è vero mi sembreresti meno puttana e io mi sentirei meno cliente.

Ma tu non mi paghi.

Certo, ma ci sono altri che pagano per me. Io sono comunque il consumatore, anche se non entro in nessun negozio e il servizio mi viene consegnato direttamente a casa.

Dovresti essere comunque contento, rispose prendendomi sottobraccio mentre attraversavamo il piccolo prato davanti la casa. La luce del primo pomeriggio di fine estate faceva brillare l’erba tra le ombre lunghe degli alberi a lato del prato.

Nonostante i tacchi camminava con una falcata lunga e sicura. Era alta quasi quanto me e la cosa un poco mi dispiaceva. Mi son sempre piaciute le donne non tanto alte: la mia ex moglie mi arrivava, a stento, alle spalle.

Ti ha visto qualcuno? Domandai appena Roberta posò i piedi sul legno della veranda.

Che domanda! Mi hanno visto tutti quelli che nell’ultima mezz’ora hanno guardato il lago.

Cioè quanti?

Come faccio a saperlo. Tutte le volte fai sempre la stessa domanda.

Potresti venire in macchina.

Sì, e farmi un giro di trenta chilometri nella foresta. Anche tu quando vai in paese usi il motoscafo, se non sbaglio.

Già, così tutti sanno che il lunedì e il mercoledì pomeriggio scopiamo.

E allora?

Allora la gente parla.

E tu lasciala parlare. Fregatene.

Vuoi bere qualcosa?

Devo tornare entro due ore.

Ti pago lo straordinario.

Devo tornare: ho un altro appuntamento.

Ti pagano puntualmente?

Sì, arriva un bonifico sul mio conto bancario tutti i mesi.

Da chi arriva il bonifico?

Presumo da chi paga questa casa, il conto del ristorante, il conto dell’emporio, le bollette, la benzina del motoscafo, ecc. Dovresti saperlo.

Io non lo so.

Sì, che lo sai. Dai andiamo in camera.

La seguii e la osservai mettere posizionare il cellulare con la telecamera accesa sopra al tavolo e spogliarsi dello stretto necessario.

Senti, spegniamo quell’affare, ormai sanno anche nei minimi dettagli quel che facciamo: siamo così ripetitivi.

Sai che non posso farlo.

Allora niente.

Niente cosa?

Niente scopata.

Non farmi questo Dave. Se non ti scopo non mi pagano.

Mandagli il video dell’altro giorno.

Non lo posso fare, se ne accorgerebbero.

Almeno facciamo in modo che la telecamera riprenda il tuo culo e non la mia faccia.

Quando Roberta se ne andò accesi il camino: le fiamme in un attimo salirono alte verso la canna fumaria.

Che te ne pare? Chiesi alla civetta impagliata che mi guardava con occhi di vetro dal muro di fronte: un’eredità inquietante di precedenti inquilini, come tutto il resto dell’arredamento.

La civetta non rispose. Se continui così uno dei prossimi giorni butto anche te nel camino, pensai, insieme a qualche altra cianfrusaglia, poi andai in veranda ad osservare il pruno del giardino cambiare colore. Più tardi mi misi al computer: volevano il loro maledetto rapporto.

3

I soldati scaricarono i teli dall’autocarro e io ordinai loro di distanziare i corpi dei bambini uno dall’altro, poi presi il cellulare:

Che senso ha coprirli se nessuno gli ha lavato almeno il viso per il riconoscimento? Chiesi.

Aspetta, disse la voce.

Guardai i soldati avvicinarsi riluttanti ai bambini e chinarsi su di loro. Sembravano incapaci di sollevarli.

Stanno arrivando gli infermieri dell’ospedale, disse dopo un po’ la voce. Un’ora e sono lì. Tu intanto, cerca di separare quelli identificabili dagli altri.

Va bene e chiusi il cellulare mentre l’autista dell’autocarro sveniva sul pavimento con un colpo sordo.

Mi avvicinai ai bambini, sollevai un maschietto, aveva il viso sereno ma il torace era un buco di carne, ossa e stracci; lo posai poco più lontano e gli aggiustai i capelli sulla fronte. I soldati attorno a me abbassarono gli occhi sulle mascherine.

4

Più tardi salii sul motoscafo, misi in moto e girai la prua verso il villaggio.

Il lago si allungava da nord a sud per centinaia di chilometri come una ferita stretta e lunga, incisa da un Dio irato. Tagliava le montagne del nord lasciandole come bordi di un catino coperti perennemente dalla neve. Abeti scuri ricoprivano i loro fianchi fino alle rocce più alte, mentre le betulle avevano trovato modo di crescere nei radi boschetti attorno alle rive. Si diceva che il lago fosse il più profondo del pianeta e che l’acqua dei suoi fondali fosse la più pura di tutte di quelle che si conoscevano. Stentavo a crederlo, conoscendo il Paese. Una ferrovia percorreva il fianco est del lago, quasi deserto, mentre, sul lato ovest, una strada carrozzabile collegava i radi villaggi che si allungavano lungo la riva. Non c’erano battelli di servizio pubblico e ognuno si aggiustava con motoscafi, barche a remi o a motore o altro ancora che potesse stare a galla. Il villino che mi avevano assegnato era nella parte sud del lago, quella più abitata e quella dove i boschi ricoprivano strette pianure che arrivavano fino all’acqua.

La parte nord del lago era quella più inospitale, quella che ghiacciava prima e quella dove le montagne si gettavano direttamente nell’acqua con alti dirupi rocciosi.

Accelerai, il motoscafo si impennò e mezz’ora dopo attraccavo al molo di fronte al bar del paese: due file di case basse e umide allungate parallelamente tra la foresta e il lago.

Ciao Dave, mi salutò il proprietario del bar.

Ciao Alfred.

Lei è impegnata, nel caso ne volessi ancora un po’.

Portami una birra Alfred e fatti gli affari tuoi.

Per servirti.

Porta una pinta. Tanto pagano loro.

Certo che sei fortunato Dave: scopi e bevi a sbafo.

E tu che ne sai.

Hai ragione, oggi parlo troppo.

Non ti preoccupare.

La pinta arrivò e io mi sedetti ad un tavolino sul marciapiede di fronte al bar. Piccoli diamanti gialli tremavano sulle acque increspate del lago. Un rumore di scarponi arrivò dalla scala di legno che saliva a fianco del bar. Un uomo grosso con un giaccone sulla canottiera sbucò dalla scala sul marciapiede e mi passò davanti.

È tutta tua Dave.

Non lo ringraziai, chissà perché in quel paese tutti si sentivano autorizzati a fare battute sceme; in fondo ero lì da poche settimane e nessuno avrebbe dovuto sapere chi ero e da dove arrivavo. Ma forse lo sapevano: qualcuno aveva provveduto a fare le presentazioni a mia insaputa e per questo adesso si prendevano tutta questa confidenza.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Confini”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Andrea Bonansea
Bonansea Andrea, nato a Pinerolo (Torino) il 13 marzo 1953, sposato con due figli,
scuola media superiore e poi il lavoro fino alla pensione nel 2013.
Per molti anni mi sono impegnato nel sindacato, ricoprendo anche ruoli importanti nella mia categoria.
Dopo il pensionamento ho ricominciato a fare quello che da ragazzo mi piaceva e che avevo quasi del tutto abbandonato per gli impegni di famiglia e di lavoro: leggere (soprattutto letteratura americana e anglosassone) e scrivere.

Negli ultimi anni alcuni miei racconti sono stati premiati in due Concorsi.
Confini è il mio primo romanzo.
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie